Queste donne, esercitate di buon'ora nell'arte della voluttà

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Biblioteca dei Capolavori Scientifici

e Letterarii

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*Sodoma e Gomorra*

*Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo*

*con prefazione del Cav. Prof. PIETRO FABIANI*

9.º MIGLIAIO

SOMMARIO*

*La corruzione nell'antichità.*--I diversi culti di Venere e loro

pratiche manifestazioni. I misteri di Iside e di Osiride in Egitto.

Sodoma e Lesbo. L'amore dei filosofi pei fanciulli. Efebi e Cinedi.

Storia di Saffo. Le cortigiane ateniesi: le dicteriadi, le auletridi, le

etere. Cupido e Priapo. Le feste Floreali ed i Lupercali. I fellatores.

Scene e descrizioni di questi atti contro natura. Le leggi di Ligurgo e

di Solone. I cunilingui. Le tribadi greche e romane. Pratiche lesbiche.

I poeti latini e le tribadi. Epigrammi. Scene curiose. Una lezione di

tribadismo. L'olisbos ed il suo uso. Le depravazioni dei dodici Cesari.

Le tribadi al medioevo. Loro turpi costumi. Un collegio di tribadi. Le

vestali di Venere. L'iniziata. Le sette degli Adamiti, dei Nicolaiti,

dei Cainisti, dei Manichei, dei Flagellanti e loro pratiche immonde.

L'amore libero e le dottrine di Carpocrate. La lussuria francese. Le

Crociate. Giacomo de Retz. Caterina de' Medici. Enrico IV. La Pompadour

e la Dubarry. Letteratura, Ballo, Musica, e Toilettes depravate.

L'incesto. Costume e carattere delle tribadi moderne. Il clitorismo ed

il saffismo. Case di prostituzione per uomini e donne. La sodomia nei

diversi paesi del mondo. Nel matrimonio. Citazioni ed esempi.

Depravazioni delle comunità religiose e i Penitenziali. Gli sfruttatori

di vergini. Strana ricetta per riparare la verginità perduta. La

flagellazione, curiose circostanze. Casi di bestialità. La masturbazione

solitaria ed in comune. Diverse pratiche adoperate da uomini, donne e

fanciulli. La scuola della masturbazione. Costumi e carattere dei

pederasti moderni. Psicologia del pederasta. Prostituzione mascolina.

Corruzione londinese e parigina. Case di tolleranza e loro tenitrici.

Quadri viventi. Utensili di corruzione e l'industria del caoutchouc

pervertita. Turpitudini dei vecchi. Siamo noi più dissoluti degli avi

nostri?

*Napoli--Società Editrice Partenopea*

_SODOMA_

_E GOMORRA_

_CRONISTORIA DEL LIBERTINAGGIO_

_ATTRAVERSO I SECOLI ED IL MONDO_

CON PREFAZIONE

*_del Prof. Cav. PIETRO FABIANI_*

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«Se ciò che ho scritto sarà occasione

di scandalo per qualche impudico,

costui accusi la sua turpitudine, anzichè

le parole di cui fu mestieri servirmi

per esprimere il mio pensiero».

Sant'Agostino.

_

NAPOLI

_SOCIETÀ EDITRICE PARTENOPEA_

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_Proprietà letteraria riservata_

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NAPOLI--Tipografia Moderna 1900

_PREFAZIONE_

_Questo nuovo volume, che ora esce alla luce, certo sarà bene accolto

dagli studiosi e dal pubblico, perchè viene a riempire una notevole

lacuna, generalmente intesa e deplorata; e viene ad arricchire la

letteratura della_ Cronologia del vizio.

_La medicina--come io già scrissi nella mia Rivista_ La Nuova Scuola

Medica Napolitana--_astrologica con_ Paracelso, _chimica con_ Sylvius,

meccanica con Boerhaave, _spiritualista con_ Stahal, _fra il succedersi

del sodalismo organico di_ Hofmann, _dell'irritabilità di_ Haller, _del

dualismo dinamico di_ Brown, _del_ miskonismo _di_ Bufalin, _del

vitalismo di_ Borden, _del materialismo di_ Tronchin, _sia venuta alla

fisiologia col_ Broussais _e col_ Bernard, _all'anatomia patologica col_

Blagle _e col_ Corvisait, _alla patologia comparata con_ Rayer _e_

Bonzinger, _all'istologia con_ Bichal, _alla nosologia col_ Pinel, _alla

percussione con_ Arembrugger, _al plepimetrismo col_ Pierry, _e come

dalle prime osservazioni di batterii visti con lenti semplici da_ Antony

von Leèuwenkock _nel 1683 e di poi studiati da_ Ehremberger _e più tardi

assegnati al regno vegetale dal_ Cohn, _sia arrivata alle meravigliose

scoperte del_ Koch, _dell'_Enrilich, _del_ Loeffler, _dello_ Zichl,

_del_ Krihne _e di tanti illustri scienziati stranieri ed italiani

promettendo di assorgere sempre più col vorticoso e febbrile cammino dei

nostri giorni._

_Dopo tante evoluzioni, questa fata benefica dell'umanità, come io la

chiamava nell'altro mio volume su i_ Pervertimenti sessuali, _ha avuto

nuove esplicazioni e va ogni giorno più evolvendosi, invadendo tutti i

campi, penetrando in tutti i luoghi, intromettendosi in tutte le

estrinsecazioni della saltuaria e vorticosa nostra vita moderna._

_Fra le tante pubblicazioni però che si sono andate succedendo e sono

venute ad invadere il campo medico, ne mancava una come la presente sul_

Libertinaggio attraverso le varie epoche fino ai giorni nostri.

_Perciò arriverà bene a proposito questa pubblicazione, che tutti

certamente troveranno interessante._

_Fin dalle prime pagine appare l'importanza e l'utilità di questo

volume, che cominciando_ _a fare la storia delle prime tracce del vizio

riscontratesi nella Caldea e nella Babilonia, passa in rassegna i varii

focolai di corruzione, indicandone le date, i tempi e i luoghi, e

rilevando i foschi personaggi, che più si distinsero nel vizio._

_Vi sono dei brani veramente sorprendenti che meritano tutta

l'attenzione possibile, e spiegano tutto il mio entusiasmo per questa

pubblicazione, che si affida alla benevolenza dei critici e del pubblico

intelligente e senza falsi pudori._

_Io sono certo che per la grandissima importanza dell'argomento, non

mancherà la più lieta accoglienza a questo volume; e con questa certezza

m'imprometto di dare presto alle stampe un altro lavoro di eguale

interesse, con un contributo assai originale raccolto e studiato nella

mia_ Casa di Salute «Istituto Medico Chirurgico Palasciano» in Napoli,

_che pur mi fornì un prezioso materiale per l'altra mia recentissima

pubblicazione su i_ Pervertimenti sessuali _cui è per seguire il volume

su le_ Inversioni.

_Adusato, come sono, a conoscere i gusti del pubblico, ho piena fiducia

che esso non mi farà trovare ingannato circa il completo successo a

questo libro._

*Cav. Prof. Pietro Fabiani*

I. La corruzione nell'antichità

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Nell'antica culla delle società bisogna cercare le prime tracce del

vizio, in Caldea, nella Babilonia che è stato il più intenso focolaio di

corruzione.

La leggenda biblica c'insegna che poco tempo dopo la creazione del

mondo, il Signore irritato dalla perversità degli uomini, fu tentato di

distruggerlo novamente. Il diluvio venne a purgare la terra, ma la

corruzione riapparve, e gli uomini, aumentandosi ed estendendosi, non

fecero che spargerla e diffonderla.

Il vizio era personificato dal culto di Venere, la quale a Babilonia era

adorata sotto il nome di Militta. Il profeta Baruch si lamentava con

Geremia sulla turpitudine dei tempi; Geremia nella sua lettera agli

ebrei due il re Nabuchodonosor aveva condotti in cattività a Babilonia,

diceva:

«Alcune donne sono sedute al limite delle strade e bruciano profumi.

Quando una di esse, attirata da qualche passante, ha trascorso la notte

con lui, rimprovera alla sua vicina di non essere stata giudicata degna,

come lei, di essere posseduta da quell'uomo e di non aver saputo rompere

la sua cintura di corde».

Questa cintura di corde, questi nodi che circondavano il corpo della

donna votata a Venere, rappresentavano il pudore, il qual la riteneva

con un fragilissimo legame, e che l'amore impetuoso doveva al più presto

rompere.

Quinto Curzio e gli storici del vincitore di Babilonia, affermano che

perfino Alessandro il Grande fu spaventato dal libertinaggio della

grande città: «Non vi è popolo più corrotto di questo, diceva, nè di

questo più sapiente nell'arte dei piaceri e delle voluttà... I

Babiloniesi si affogano soprattutto nell'ubbriachezza e nei disordini

che ne conseguono. Le donne dapprima si presentano ai banchetti

modestamente, ma poco a poco si liberano delle vesti, si spogliano da

qualunque pudore fino a restare completamente nude. E non solo le donne

pubbliche si abbandonano in tal modo, ma financo le dame della migliore

società con le loro figliuole».

In Armenia, Venere, sotto il nome di Anaitide aveva un tempio circondato

da un vasto dominio, nel quale viveva rinchiusa tutta una popolazione

consacrata ai riti della dea. Solo gli stranieri erano ammessi in questo

serraglio di ambo i sessi, per chiedervi una galante ospitalità che non

veniva mai rifiutata. I serventi e le serventi di tal luogo erano i

figli e le figlie delle migliori famiglie del paese; entravano al

servizio della dea per un tempo più o meno lungo, secondo i voti dei

loro genitori.

In Siria, a Heliopolis, si adorava Venere e Adone rappresentati da una

sola statua. Gli stravizii più infami avevano luogo in talune feste in

cui gli uomini travestiti da donne e le donne travestite da uomini si

abbandonavano a tutti gli eccessi, donde nascevano figlie che non

conoscevano mai i loro padri, e che venivano a loro volta, sin dalla più

tenera giovinezza, a ritrovare le loro madri nei misteri della dea.

A Pafo la dea era rappresentata da un cono in pietra bianca (Konnus, da

cui si è fatto poi c...). Il culto di Venere si sparse da Cipro nella

Fenicia, a Cartagine e su tutta la costa africana.

La Bibbia dice che i tempii di Cartagine come quelli di Sidona e di

Ascalona erano circondati da tende, sotto le quali le Cartaginesi si

consacravano a Venere fenicia.

S. Agostino ha precisato i principali caratteri del culto di Venere,

constatando che vi erano tre Veneri in luogo di una: Quella delle

Vergini, quella delle donne maritate e quella delle Cortigiane, dea

impudica--dice egli--a cui la Fenicia immolava il pudore delle sue

figlie prima che si maritassero.

Tutta l'Asia Minore aveva abbracciato con entusiasmo un culto, il quale

deificava i sensi e gli appetiti carnali.

I Lidii, soggiogati dai Persi, comunicarono ai proprii vincitori i loro

vizii. Questi Lidii che avevano nelle loro armate una folla di ballerine

e di musicisti meravigliosamente, esercitati nell'arte della voluttà,

appresero ai Persi ad avere in grande considerazione simili donne che

sonavano la lira, il tamburo ed il flauto.

La musica divenne allora il pungolo del libertinaggio e non si davano

grandi pranzi, nei quali l'ebbrezza e gli stravizii non fossero

sollecitati dal suono degl'istrumenti, da canti osceni e dalle lascive

danze delle cortigiane.

Questo vergognoso spettacolo, questo preludio dell'orgia sfrenata, gli

antichi Persi non lo risparmiavano nemmeno agli sguardi delle loro mogli

e delle loro figlie, che pigliavano parte ai festini senza velo e

coronate di fiori. Riscaldate dal vino, animate dalla musica, queste

vergini, queste matrone, perdevano ogni contegno, e con la coppa in mano

accettavano, scambiavano, provocavano le sfide più disoneste in presenza

dei rispettivi padri, mariti, fratelli e figli. Le età, i sessi, le

condizioni si confondevano sotto l'impero della vertigine generale; i

canti, i gridi, le danze raddoppiavano, ed il pudore, pel quale nè occhi

nè orecchie erano rispettati, fuggiva nascondendosi sotto le pieghe del

suo velo. I banchetti e gl'intermezzi si prolungavano in tal modo fino a

che l'aurora faceva impallidire le torce e che i convitati seminudi,

cadevano l'un sull'altro addormentati nei letti di argento e di avorio.

L'Egitto adorava Iside, il cui culto misterioso ricordava con una folla

di allegorie la parte che rappresenta la donna o la natura feminile

nell'universo. In quanto al suo sposo Osiride, era l'emblema della

natura feminile. Il Bue e la Vacca erano dunque i simboli di Osiride e

di Iside; i sacerdoti e le sacerdotesse portavano nelle cerimonie il

_Van_ mistico che riceveva il grano e la crusca, ma che conservava il

primo rigettando il secondo; i sacerdoti portavano ancora il _Tau_

sacro, o la chiave che apriva le serrature meglio custodite. Vi erano

ancora l'occhio, con o senza sopracciglie, che si situava accanto al Tau

negli attributi di Osiride, per simulare i rapporti dei due sessi. Alle

processioni di Iside, le ragazze consacrate reggevano il _Cyste_

mistico, ceste di giunchi contenenti dolciumi ovali e bucati nel mezzo,

simili a ciambelle; accanto ad esse una sacerdotessa nascondeva nel seno

un'urna di oro, nella quale era conservato il _Phallus_, definito da

Apollo: «L'adorabile immagine della divinità suprema e l'istrumento dei

più secreti misteri».

È evidente che in un simile culto l'opera della carne era considerata

come avente il primo posto sopra tutte le cose, e per conseguenza i

sacerdoti usavano del loro prestigio, e s'incaricavano d'iniziare ad

infami stravizii i neofiti dei due sessi.

Il vizio e la corruzione presso questo popolo era arrivato ad un tal

punto, che non si davano agli imbalsamatori i corpi delle giovani se non

tre o quattro giorni dopo morte, per tema che non abusassero dei

cadaveri.

I libri santi sono pieni di passaggi che ci indicano i quadrivi delle

strade che servivano da campi di fiera alle lussuriose. È vero che

queste donne non erano ebree, almeno la maggioranza, giacchè la

scrittura le qualifica per straniere.

Il soggiorno degli Ebrei in Egitto, dove i costumi erano depravatissimi,

pervertì considerevolmente i loro. Mosè, questo savio legislatore,

lasciò agli Israeliti per prudenza la libertà di aver commercio con

donne straniere, ma fu implacabile contro i delitti di bestialità e di

sodomia.

La maggior parte dei luoghi infami erano diretti da stranieri, per lo

più sirii, le donne che li frequentavano erano anche sirie, giacchè Mosè

proibiva assolutamente la prostituzione alle donne Israelite.

Nondimeno i vizii più vergognosi infestavano il popolo di Dio. Il

profeta Ezechiel ci dà una pittura spaventevole della corruzione ebrea;

nelle sue terribili profezie non parla che di cattivi luoghi aperti al

primo venuto, di tende da donnaccie piantate su tutti i cammini, di case

scandalose ed impudiche; non vi si scorgono che cortigiane vestite di

seta e di merletti scintillanti di gioielli, profumate da capo a piedi;

non si contemplano che scene infami di fornicazioni.

Presso i Greci, e più tardi presso i Romani, numerosi filosofi

insegnavano con Zenone che l'amore è un dio libero, il quale non ha

altre funzioni da compiere se non l'unione e la concordia. Se gli dei

nella loro saggezza, hanno dato all'uomo l'amore fisico, è semplicemente

in vista di piacere; la gioia dei sensi, non è un mezzo, è uno scopo, un

fine. Il matrimonio non deve essere consigliato e praticato se non per

prevenire l'estinzione della specie umana. Di più, la donna, così come

lo professavano Ippocrate e Aristotele, è considerata come la schiava

dell'uomo, d'una essenza inferiore, la si tiene per una sorta

d'irregolarità nella natura; la si crede incapace di comprendere

l'ideale di una passione, di un legame profondo. Ne risulta che l'uomo

disprezzando la donna, la teneva lontano, e i due sessi finivano

coll'essersi indifferenti. La donna allora si ripiegò verso sé stessa,

tanto vero che all'amore anti-fisico degli uomini fra di loro,

s'aggiunse come conseguenza logica, l'amore, non meno anti-naturale,

delle donne con donne.

La Grecia accettò, sin dai tempi eroici, il culto della donna e

dell'uomo divinizzati, di cui l'esercizio fu del pari lubrico che

nell'Asia Minore.

Le leggi di Solone stabilirono la prostituzione legale, lo scopo di

questo legislatore era stato quello di separare le donne di cattiva vita

dalla società; ma il popolo si stancò più tardi di questa severità,

poichè meno di un secolo dopo la morte di Solone le cortigiane fecero

irruzione da ogni parte nella società greca ed osavano di confondersi

con le donne maritate perfino nel foro.

Solone aveva regolato gli stravizii, dapprima perchè voleva mettere al

coperto dalla violenza e dall'insulto il pudore delle vergini e delle

spose legittime, e poi per sviare la gioventù dalle tendenze vergognose

che la disonoravano e l'abrutivano. Atene divenne il teatro di tutti i

disordini; il vizio contro natura si propagava d'una maniera

spaventevole e minacciava di arrestare il progresso sociale. Simili

debosce, che non dovevano appartenere agli uomini, potevano appartenere

ai cittadini? Solone volle dar loro i mezzi di soddisfare i bisogni dei

sensi senza abbandonarsi alla sregolatezza della loro immaginazione.

Nondimeno riuscì solo a correggere in parte i suoi compatrioti; gli

altri senza rinunziare alle loro colpose abitudini, contrassero quelle

del libertinaggio, più naturale, ma non meno funeste.

Il vizio patentato, una volta ben stabilito, e quando se ne acquistò

l'abitudine, vi si abbandonarono con furore; e perciò le leggi di

Solone, trasmodarono dapprima in eccessi per la necessità degli

stravizii pubblici, e successivamente cancellate sotto l'impero della

corruzione dei costumi, che non si epuravano, civilizzandosi.

A Sparta ed a Corinto i costumi privati delle donne non erano così

regolari come ad Atene. A Corinto il vizio era libero, ognuno aveva il

completo godimento di sè stesso. A Sparta, Licurgo aveva voluto, come

diceva Aristotele, imporre la temperanza agli uomini e non alle donne;

queste, molto prima di lui, vivevano nel disordine e si abbandonavano

quasi pubblicamente a tutti gli eccessi. Le ragazze che ricevevano

un'educazione maschile, pigliavano parte, quasi nude, agli esercizii

degli uomini. Molte si prestavano ad atti di un'estrema licenza.

La gozzoviglia era dunque organizzata in Grecia, la si considerava come

un male necessario. Ateneo ha potuto dire: «Parecchi personaggi che

hanno preso parte alla cosa pubblica, hanno parlato di cortigiane, gli

uni biasimandole, gli altri facendone gli elogi.» Non era vergogna per

un cittadino, per quanto altolocato fosse sia per nascita, che per

evoluzione, di frequentare le cortigiane, anche prima dell'epoca di

Pericle, durante la quale questa specie di donne regnò, in qualche

sorta, sulla Grecia. Non erano nemmeno biasimevoli i rapporti che si

potessero avere con esse.

Il vizio ad Atene aveva sacerdotesse sotto tre forme: le dicteriadi, le

auletidi e le etere. Le prime erano le schiave della corruzione, e

stavano chiuse in case speciali; le seconde ne erano le ausiliarie,

sonatrici di flauto, ed avevano un'esistenza più libera, poichè potevano

esercitare la loro arte nei festini. La loro musica, i loro canti, le

loro danze non avevano altro scopo che di riscaldare e di esaltare i

sensi dei convitati, che le facevano ben presto sedere accanto ad

essi...

Le etere erano cortigiane che facevano traffico dei loro incanti,

abbandonandosi impudicamente a chi le pagava, ma si riserbavano

nondimeno una parte di volontà: non si vendevano al primo venuto,

avevano preferenze ed avversioni e non facevano mai abnegazione del loro

libero arbitrio. D'altronde col loro spirito, la loro istruzione e la

loro squisita gentilezza, potevano spesso camminare alla pari con gli

uomini più illustri della Grecia.

Le etere possedevano case particolari dove si recavano a passare qualche

giorno e qualche notte coi loro amici; non si davano che danze e musica

in questi nidi di voluttà. Alcifrone ha raccolto una lettera di Panope

che scriveva a suo marito Eutifulio.

«La vostra leggerezza, la vostra incostanza, il vostro gusto, la vostra

voluttà, vi portano a negligere me ed i vostri figli, per abbandonarvi

interamente alla passione che vi ispira questa Galena, figlia di un

pescatore che è venuta da Ermione per metter su casa e far commercio

della sua bellezza nel Pireo, a detrimento della nostra povera gioventù.

I marinai vanno a gozzovigliare da lei, dove le fanno mille regali, ella

non rifiuta alcuno, è un abisso che tutto assorbe!»

Il vizio era cosa tanto comune per le donne, che si vedeva spesso la

madre vendere la propria figlia, e dopo averne avvizzita la verginità

del corpo, s'ingegnava di contaminarne ed insozzarne l'anima.

«Non è una disgrazia così grande, diceva Crobyle a sua figlia Corinna,

che ella stessa aveva ceduto la vigilia ad un ricco e giovane Ateniese,

di cessare di essere zitella e di conoscere un uomo che ci dia sin dalla

prima visita una grande somma, con la quale io ti comprerò una collana».

Queste lubriche ed infaticabili regine della crapula erano in maggior

parte straniere. Venivano da Lesbo e da altre isole dell'Asia Minore; un

gran numero erano di Mileto. Le più esperte nell'arte della voluttà

erano quelle di Lesbo. Mileto era come il vivaio delle ballerine e delle

sonatrici di flauto.

Si ritrova qua e là negli erotici greci i principali insegnamenti che le

cortigiane si trasmettevano l'una all'altra:

1.º L'arte di fare all'amore;

2.º L'arte di aumentarlo e di mantenerlo;

3.º L'arte di cavarne il maggior danaro possibile.

«È bene, dice una di esse nelle lettere di Aristinete, di creare qualche

difficoltà ai giovani amanti, e di non accordar loro tutto ciò che

desiderano. Questo artifizio allontana la sazietà, sostiene il desiderio

di un amante per la donna che ama e gliela fa avvicinare sempre con

maggior entusiasmo, ma non bisogna spingere la cosa troppo oltre,

l'amante finirebbe collo stancarsi, coll'irritarsi e correrebbe dietro

ad altri progetti e ad altri legami; l'amore se ne vola con la stessa

leggerezza colla quale è venuto.»

Anche Luciano parla della scienza delle cortigiane:

«Di rado permettono agli amanti di avvicinarle, giacchè sanno per

esperienza che il godimento è la tomba dell'amore, ma nulla trascurano

per prolungare la speranza ed il desiderio.»

Le etere avevano maniere particolari di attirare gli uomini; i loro

sguardi, i loro sorrisi, le loro pose, i loro gesti erano tanti

allettamenti che spandevano d'intorno; ognuna conosceva a meraviglia

quello che bisognava nascondere e quello che si doveva mostrare;

talvolta fingevano distrazione ed indifferenza e talaltra silenzio ed

immobilità, or correvano dietro la preda per adescarla al passaggio;

cambiando di tattica a secondo la natura dell'individuo che volevano

accalappiare. Avevano tutte un riso provocante e licenzioso che, da

lontano, svegliava le idee più impure, parlando direttamente al senso, e

che, da vicino, faceva brillar denti di avorio, trasalir labbra di

corallo, scavar rosee fossette in fra le guance e fremer gole di

alabastro. Non appena l'etera si era fatta notare da un uomo, gli

mandava mazzolini di fiori, che ella aveva portati, frutta nelle quali i

suoi denti avevano morso, e gli faceva dire da messaggeri che ella non

dormiva più, non mangiava più e che sospirava incessantemente. «Correva

a baciarlo quando giungeva, dice Luciano, lo pregava di restare quando

voleva partire; faceva le finte di non far _toilette_ che per apparirgli

sempre più bella, e sapeva alternar sapientemente le lagrime al

disprezzo, conquistando col soave incanto della sua voce.»

Fra le cortigiane era frequentissimo l'amore lesbico. Questo amore che

la Grecia non schiacciava col disdegno e che non era nemmeno punito col

rigor delle leggi, nè cogli anatemi della religione.

Le sonatrici di flauto cantavano, danzavano, facevano le mime, erano

belle, ben fatte e compiacenti.

Di esse Aristagoras, dice:

«Vi ho precedentemente discorso di belle cortigiane ballerine, e non

aggiungerò altro, trascurando puranco le sonatrici di flauto che, appena

nubili, snervavano gli uomini più robusti e si facevano pagare

profumatamente.»

Simili donne avevano tale sapienza nell'arte delle carezze da esaurire

Ercole stesso. I libertini che avevano sperimentato le raffinatezze

della lussuria asiatica, non potevano più farne a meno e, alla fine del

pasto, quando tutti i sensi erano eccitati dal canto e dai suoni,

giungevano a tali eccessi di furore erotico, da precipitarsi gli uni

sugli altri, sopraccaricandosi di colpi, fino a che la vittoria decideva

a chi la suonatrice di flauto dovesse appartenere.

Queste donne, esercitate di buon'ora nell'arte della voluttà, arrivavano

a disordini tali che l'immaginazione trascinava tutti i sensi. L'intera

loro vita era come una perpetua lotta di lascivia, come uno studio

assiduo della bellezza fisica; a furia di vedere la loro propria nudità

e di paragonarla con quella delle loro compagne, vi pigliavano tal

gusto, e si creavano bizzarri godimenti, tanto più ardenti, in quanto

che in essi non avevano punto il concorso dei loro amanti, i quali quasi

sempre le lasciavano fredde ed insensibili. Le passioni misteriose che

si accendevano così nelle auletridi erano violente, terribili, gelose,

implacabili.

Tali depravati costumi erano talmente diffusi fra le donne, che

parecchie in fra di loro si riunivano spesso nei festini dove nessun

uomo era ammesso e là si corrompevano sotto l'invocazione di Venere.

Alcifrone ci ha conservato il quadro di una di queste feste notturne; è

l'auletride Megara che scrive all'etera Bacchis e le racconta i dettagli

di un magnifico festino al quale le sue amiche Phessala, Phryallis,

Myrrhine, Philumene, Chrysis et Euxippe assistevano, metà etere, metà

sonatrici di flauto.

«Che pasto delizioso! il solo racconto ti farà rimpiangere di non avervi

assistito; quante canzoni! e che orgia! se ne son vuotate coppe dalla

sera all'aurora! Vi erano profumi, corone, i vini più squisiti, le più

delicate vivande! Un boschetto ombreggiato da lauri fu la sala del

festino. Non vi sarebbe mancato nulla se anche tu vi fossi stata. Appena

riunite si accese una disputa che venne ad aumentare i nostri piaceri.

Si trattava di decidere se fosse più ricca Phryallis o Mirchina in quei

tesori di bellezza che fecero dare a Venere il nome di Callipige.

Mirchina si sciolse la cintura, la tunica che indossava era trasparente,

si girò; e noi avemmo l'illusione di vedere i cigli a traverso il

cristallo; allora impresse alle sue reni un movimento precipitato,

guardando all'indietro, e sorrideva allo sviluppo delle sue forme

voluttuose che ella agitava. Allora, come se Venere stessa avesse

ricevuto quest'omaggio, si mise a mormorare non sò qual dolce nenia che

mi commuove tuttora.

«Nondimeno Phryallis non si dà per vinta, s'avanza e grida:--Io non

combatto punto dietro un velo: voglio comparire innanzi a voi come in un

esercizio ginnico; questa battaglia non ammette maschere.--Ciò detto, fa

cadere fino ai piedi la tunica ed inclinando le sue rivali

bellezze:--Contempla, o Mirchina, questa caduta di reni, la bianchezza e

la finezza della mia pelle e queste foglie di rose che la mano della

voluttà ha come sparpagliate sui miei graziosi contorni, disegnati senza

grettezza e senza esagerazione. Nel loro gioco rapido; nelle loro

amabili convulsioni, questi emisferi non tremolano come i tuoi, il loro

movimento somiglia al dolce gemito dell'onda.--Appena finito di

pronunziar queste parole raddoppiò i lascivi increspamenti con tanta

agilità, che un generale applauso le decretò gli onori del trionfo.

«Si fecero altre scommesse di bellezza, nelle quali risultò vincitore il

petto sodo e liscio di Philumena.

«Tutta la notte trascorse in simili piaceri e la terminammo con

imprecazioni contro i nostri amanti e con una preghiera a Venere che

scongiurammo, perchè ci procurasse ogni giorno nuovi adoratori, giacchè

l'inedito è il più stuzzicante incanto dell'amore. Eravamo tutte ebbre

quando ci separammo».

Le etere ad Atene dominarono ed ecclissarono le donne oneste, avevano

clienti ed ammiratori, esercitavano un'influenza continua sugli

avvenimenti politici, e sugli uomini che vi pigliavano parte.

Fu sotto Pericle e pel suo esempio che gli Ateniesi si appassionarono

per queste sirene e per queste maghe che fecero molto male ai costumi e

moltissimo alle lettere ed alle arti. Durante questo periodo di tempo si

può dire che non vi furono altre donne in Grecia e che le vergini e le

matrone si tennero nascoste nei misteri del gineceo domestico, mentre le

etere s'impadronirono del teatro e della pubblica piazza.

L'Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzarono la Sicilia e l'Italia,

stabilendovi le loro religioni, i loro costumi, e naturalmente i loro

vizi.

Le pitture dei vasi etruschi ci dimostrano appunto a che era giunta la

raffinata corruzione di questi popoli aborigeni, schiavi ciechi e

grossolani dei loro vizii e delle loro passioni. Da mille prove su

questi vasi dipinti si vede come la lubricità di questo popolo non

conoscesse alcun freno nè sociale nè religioso. La bestialità e la

pederastia erano i vizii più comuni, e queste vituperevoli ingenuità,

familiari a tutte le età e a tutti i gradi sociali, non avevano altri

freni se non alcune cerimonie di espiazione e di purificazione che ne

sospendevano talvolta la libera pratica.

Come presso tutti i popoli antichi, la promiscuità dei sessi rendeva

omaggio alle leggi di natura, e la donna sottomessa alle brutali

aspirazioni dell'uomo, non era se non il paziente istrumento del

godimento; doveva far sempre tacere la voce della sua scelta, giacchè

apparteneva a chiunque avesse la forza di possederla.

La conformazione fisica di questi selvaggi avi dei Romani giustifica

d'altronde tutto quello che si poteva aspettare dalla loro impudica

sensualità; avevano le parti virili analoghe a quelle del toro,

rassomigliavano ai becchi. In queste razze così naturalmente portate

all'amore carnale, il vizio si associava, senza dubbio, a tutti gli atti

della vita civile e religiosa.

Ai primi tempi della fondazione di Roma furono stabilite feste, dette

Lupercali, in onore del dio Pane, nelle quali i preti percorrevano le

vie completamente nudi, ed armati di tirsi coi quali battevano i

passanti.

Più tardi si ebbero le Floreali, feste istituite in onore della celebre

cortigiana Flora, che legò al popolo romano tutta la sua fortuna. Queste

feste che le donne dissolute consideravano come fatte per loro, si

davano al circo e servivano di pretesto ai più infami disordini. Le

cortigiane vi si recavano in gran pompa, ed una volta là, si liberavano

delle vesti, mettevano in mostra compiacentemente tutto ciò che gli

spettatori volevano vedere, accompagnando ogni gesto con moti lascivi ed

impudichi. Ad un momento convenuto gli uomini nudi anch'essi si

mischiavano con tali donne e, al suon di trombe, aveva luogo una

spaventevole scena di orgia pubblicamente.

Un giorno Catone si presentò al circo nel momento in cui gli edili

stavano per dare il segnale del gioco, ma la presenza di questo gran

cittadino impedì lo scoppio dell'orgia. Le donne restavano vestite, le

trombe tacevano, il popolo attendeva. Si fece osservare a Catone che lui

solo ostacolava la festa; egli allora si alzò, si coperse il volto con

la toga ed uscì dal circo. Il popolo applaudì, le cortigiane si

svestirono, le trombe sonarono e la baldoria ebbe luogo.

Venere aveva a Roma numerosi tempii, e se le cerimonie del culto della

dea non offendevano il pubblico pudore, le feste date in suo onore

autorizzavano ed esercitavano il vizio nelle case private, soprattutto

presso le giovani dissolute e le cortigiane. D'altro canto le donne

romane, così riservate riguardo il culto di Venere non si facevano alcun

scrupolo d'esporre il loro pudore alla pratica di certi culti più

disonesti e vergognosi, che, nondimeno, non riguardavano se non gli dei

subalterni.

Offrivano sacrifizii a Cupido ed a Priapo soprattutto; e non soltanto

questi sacrifizii e queste offerte avevano luogo nell'interno delle

case, ma ancora in certe specie di pubbliche cappelle, innanzi a statue

erette agli angoli delle vie. Le cortigiane non si votavano mai a questo

misterioso olimpo dell'amor sensuale; Venere sola bastava loro; erano le

matrone e perfino le vergini che si permettevano l'esercizio di questi

culti secreti ed impudenti; non vi si abbandonavano se non velate, è

vero, prima del sorgere o dopo il tramonto del sole; ma non arrossivano

di essere viste adorando Priapo ed il suo sfrontato corteggio.

Il dio Priapo, favorito dalle dame romane, presideva ai piaceri

dell'amore, ai doveri del matrimonio, e a tutta l'economia erotica. Lo

stesso titolo era decretato al dio _Mutunus_ o _Tulunus_ che non

differiva da Priapo se non per la posizione delle statue, le quali erano

rappresentate sedute invece che in piedi; in oltre queste statue si

nascondevano in edicole chiuse, circondate da boschetti. A questo

Mutunus le spose erano condotte prima di appartenere ai mariti, e si

sedevano sui ginocchi della statua come per offrirle la loro verginità.

Questa offerta della verginità diveniva talvolta un atto reale di

deflorazione. Poi, una volta maritate, le donne che volevano combattere

la sterilità, ritornavano ancora a visitare il dio, che le riceveva

novamente sulle sue ginocchia.

Se i romani, che avevano istituito la prostituzione legale, tolleravano

con compiacenza il commercio naturale dei sessi, se ne infischiavano

ancor più del commercio contro natura. Questa vergognosa depravazione,

che le leggi civili e religiose dell'antichità non avevano pensato a

combattere, eccetto quelle di Mosè, non fu mai tanto generalizzata

quanto ai migliori tempi della civilizzazione romana.

Le ragazze pubbliche di Roma erano più numerose che non lo fossero mai

state ad Atene ed a Corinto; ma vi si sarebbero invano cercato quelle

regine della crapula, quelle etere così notevoli per la loro grazia e la

loro bellezza che per la loro istruzione ed il loro spirito. I Romani

erano più materiali dei Greci, non si contentavano delle delicatezza

della voluttà elegante, e non avrebbero mai ricercato in una donna di

piacere un trattenimento spirituale. Per essi il piacere consisteva

nell'atto materiale, e siccome erano per natura di temperamento ardente,

d'immaginazione lubrica, di una forza erculea, non chiedevano se non

godimenti reali, spesso ripetuti, largamente soddisfatti, ed

mostruosamente variati.

La corruzione maschile era certo più ardente a Roma che non lo fosse la

corruzione feminile. Erano i figli degli schiavi che si istruivano a

subire le sozzure di un osceno commercio.

Gli adolescenti formati a quest'arte impura sin dal settimo anno,

dovevano riunire certe esigenze di bellezze che li avvicinavano al sesso

feminile, erano sbarbati e senza pelo, unti di olio profumato, con

lunghi capelli a buccoli.

Tutti questi vili servitori del piacere e del vizio si dividevano in due

categorie, arrogandosi in generale diritti sulle loro attribuzioni

speciali; vi erano quelli che facevano sempre da vittime passive e

docili, ve ne erano di quelli che divenivano attivi a loro volta e che

potevano al bisogno rendere impudicizia per impudicizia ai loro

dissoluti mecenati. Questi ultimi, di cui le dame romane non sdegnavano

i buoni ufficii, erano gli eunuchi, ai quali la castrazione aveva

risparmiato il segno della virilità.

Per ben comprendere l'incredibile abitudine di questi orrori presso i

Romani, bisognerà rappresentarsi che essi chiedevano al sesso mascolino

tutti i godimenti che poteva dar loro la donna, e qualche altro, più

straordinario ancora, che questo sesso, destinato all'amore dalle leggi

della natura, avrebbe penato molto a soddisfare. Ogni cittadino, fosse

il più raccomandabile pel suo carattere ed il più altolocato per la sua

posizione sociale, aveva in casa un serraglio di schiavi sotto gli occhi

dei suoi genitori, di sua moglie e dei figli. Roma del resto era piena

di gitani che si vendevano così come le donne.

Un pretesto alle pratiche viziose erano i bagni; questi stabilimenti

comuni ai due sessi e quantunque avessero ognuno la vasca o la stufa a

parte, pure potevano vedersi, incontrarsi, parlarsi, ordir intrighi,

fissar convegni e moltiplicare gli adulterii. Ognuno conduceva là i suoi

schiavi maschi e femmine, per guardar le vesti e farsi pelare,

raschiare, profumare, confricare, radere, pettinare. I padroni dei bagni

avevano pure schiavi addestrati a qualunque specie di servizio,

miserabili agenti d'impudicizia che si noleggiavano per qualunque uso.

Questi stabilimenti contenevano un gran numero di sale dove si trovavano

letti da riposo, nei quali ragazzi di ambo i sessi si tenevano a

disposizione dei clienti.

Giovenale in una sua satira, ci presenta una madre di famiglia che

aspetta la notte per recarsi ai bagni con tutto il fardello di pomate e

di profumi: «Tutto il suo godimento consiste a sudare con grande

emozione quando le sue braccia cadono rotte sotto la vigorosa mano che

la massa, quando il bagnino animato da questo esercizio fa trasalire

sotto le sue dita l'organo del piacere, e scricchiolar le reni della

matrona».

L'abitudine dei bagni sviluppava una specie di passione, per gl'istinti

ed i gusti i più avvilienti; vedendosi nudi, contemplando tutte quelle

nudità che facevano pompa dintorno nelle pose più oscene, nel sentirsi

toccare dalle frementi mani del bagnino, i romani erano presi

irresistibilmente da una rabbia di piaceri nuovi ed ignoti, per

soddisfare i quali consacravano tutta la loro esistenza.

Era là che l'amore lesbico aveva stabilito il suo santuario; e la

sensualità romana si arricchiva ancora sul libertinaggio delle allieve

di Saffo.

Queste donne apprendevano la loro esecrabile arte a fanciulli ed a

schiavi chiamati _fellatores_; simili impurità erasi talmente radicate a

Roma che un satirico scrive:

«O nobili Romani, discendenti della dea Venere, fra breve non troverete

fra di voi un labbro casto per rivolgerle le abituali preghiere».

Nelle strade, alla passeggiata, al circo, al teatro le cortigiane alla

moda comparivano circondate da una folla di ammiratori; erano giovani

dissoluti che facevano vergogna alle loro famiglie; liberti ai quali le

mal acquistate ricchezze non avevano lavato la macchia della schiavitù;

erano artisti, poeti, attori, che sfidavano volentieri la pubblica

opinione. Bisognava vedere la sera sulla _Via Sacra_ questo convegno

quotidiano del lusso, della crapula e dell'orgoglio per rendersi conto

quanto numerosa e brillante fosse quest'armata di cortigiane alla moda,

che occupava Roma quale città conquistata.

Convenivano là ogni giorno a far mostra e dar spettacolo di civetteria,

di _toilette_ e d'insolenza, fra le matrone che ecclissavano coi loro

incanti e colla loro spudoratezza. Talvolta si facevano trasportare da

robusti abissini in lettighe scoperte, nelle quali erano coricate

seminude, le braccie cariche di bracciali, le dita di anelli, la testa

inclinata sotto il peso degli orecchini, del nimbo e delle forcinelle di

oro; accanto ad esse bellissime schiave facevano lor vento con ventagli

di penne di paone.

Or sedute or impiedi nei carri leggeri, guidavano esse stesse i cavalli

e cercavano di oltrepassarsi l'un l'altra. Le meno ricche andavano a

piedi; tutte bizzarramente vestite con stoffe screziate di lana o di

seta, sempre pettinate artisticamente; coi capelli in treccie formanti

diademi biondi o dorati, intermezzati di perle ed altri gioielli.

Le matrone vi convenivano pure la maggior parte in lettiga od in

carrozza e non affettando un contegno molto più decente delle cortigiane

di professione. Si mostravano sulla pubblica via per far pompa delle

_toilettes_ e del loro corteggio; queste sortite avendo spesso lo scopo

di procacciarsi un amante o piuttosto un vile e vergognoso ausiliario

alla loro lubricità.

Giovenale ne dà il seguente interessantissimo quadro:

«Nobile e plebee sono tutte egualmente depravate. Quella che calpesta il

fango delle vie non val più della matrona portata sulla testa dai grandi

sirii. Per far bella mostra di sè, ognuna noleggia una toilette, un

corteggio, una lettiga, e guanciali ed una nutrice e una giovanetta dai

capelli biondi, incaricata di prendere i suoi ordini. Povera ella

prodiga ad imberbi atleti ciò che le resta dell'argenteria dei suoi avi;

dà loro fino agli ultimi pezzi. Ve ne sono di quelle che ricercano solo

gl'imberbi eunuchi impotenti, dalle molli carezze e dal mento senza

barba, perchè così non corrono il rischio di dover preparare qualche

aborto».

Le satire di Giovenale sono piene delle prostituzioni orribili, che le

signore romane si permettevano quasi pubblicamente, e di cui gli eroi

erano infami istrioni, schiavi vili, vergognosi eunuchi, atroci

gladiatori.

«Vi sono donne che gioiscono a cercare i loro amanti nel fango ed i cui

sensi non si svegliano se non alla vista di uno schiavo, di un servo.

Altre impazziscono per un gladiatore, per un impolverato mulattiere, per

un istrione che mostra le sue grazie in sulla scena».

In questa _Via Sacra_ si vedeva spesso un Nubiano toccare in sulla

spalla di un ragazzo dalla lunga capellatura, era un vecchio senatore

dissoluto che chiamava questo giovanetto metamorfosato in donna; altrove

un robusto portatore di acqua che si trovava a passar per caso era

disputato da due grandi dame che lo avevano notato simultaneamente e che

facevano a gara a chi fosse la prima a sacrificargli l'onore. Un gesto,

uno sguardo, un qualunque segno, e gladiatore, eunuco, fanciullo si

presentavano, non disdegnando di prestarsi ad alcun genere di servizio

per quanto abbominevole fosse.

Petronio ci dà incredibili dettagli sulla vita dei ricchi Romani,

soprattutto nei festini. Non erano solo succolenti pasti, ma sovente

spaventevoli conciliabuli di orgie smodate, arene d'impudicizia.

Non si mangiava e si beveva senza interruzione, ma si avevano intermedii

di specie differenti; dapprima oscene conversazioni, provocanti o

voluttuose; poi musica, danze e divertimenti di esasperata libidine.

Dopo o durante questi intermezzi di tutti i disordini che l'ebbrezza ed

il vizio potevano inventare, comparivano i ballerini--buffoni che

facevano salti pericolosi, smorfie e giuochi di forza straordinarii; non

dimenticando mai nella loro pose, di far spiccare tutte le forme, tutti

i muscoli dei loro corpi; accompagnavano tutti i loro movimenti con

gesti indecentissimi, davano alle loro bocche un'espressione oscena, che

completavano col giuoco rapido delle dita; si scambiavano fra di loro

segni muti che avevano sempre qualche rapporto, più o meno diretto, con

l'atto della copula; e talvolta, infiammati di lussuria, eccitati dagli

applausi dei convitati, passavano dai gesti ai fatti, abbandonandosi ad

impure battaglie ed imitando le turpitudini dei fauni. Quanto alle

ballerine, eseguivano dei passi che un padre della Chiesa, Arnobio, ha

così descritti: «Una truppa lubrica ballava danze dissolute, saltava

disordinatamente e cantava; queste ballerine giravano danzando e ad una

certa misura, sollevando le coscie e le reni, imprimevano alle natiche

ed ai lombi un movimento di rotazione che avrebbe infiammato il più

freddo spettatore».

Petronio nel _Festino di Trimalcione_ ci mostra il disordine di queste

donne in simili riunioni.

«Fortunata arrivò con le vesti tenute in su da una cintura verde, in

modo da lasciar vedere al disotto la tunica ciliegia, le legacce delle

calze tessite in oro, e le pantofole dorate; si asciugò le mani nel

fazzoletto di seta che le cingeva il collo, e si accampò sul letto della

moglie di Kabimas, Scintilla, la quale battè le mani e Fortunata gliele

baciò. Queste due donne non fanno che ridere e confondere i loro baci

avvinati; Scintilla proclamò la sua amica donna di casa per eccellenza;

e questa non fa che lagnarsi dell'indifferenza maritale. Mentre esse si

stringono così; Kabimas si alza silenziosamente, afferra Fortunata pei

piedi, e la rovescia sul letto:--Ah! Ah! esclama questa, sentendo che la

tunica le si scopre fin più su del ginocchio; e raggiustandosi in

fretta, nasconde nel seno di Scintilla un viso che il rossore rende

ancora più indecente.»

In quel tempo, apprende Giovenale, che l'adulterio era peccato men che

veniale. Il marito era un volgar lenone che si ritirava nel fondo

dell'appartamento quando veniva l'amante della moglie. Cicerone nelle

sue epistole, lo conferma. Racconta che Mecenate corteggiava la moglie

di un certo Sulpicio Galba, il quale, per facilitare queste galanti

relazioni, fingeva di addormentarsi uscendo di tavola. Un giorno, un suo

schiavo, volendo profittar di tal circostanza per gustare il vino di

Falerno, il compiacente marito gli gridò «Olà! stupidone, io non dormo

per tutti.»

Seneca ha uno squarcio di sdegno contro la moda degli abiti trasparenti:

«Vedo--dice--vesti di seta, se si può dar il nome di vesti a stoffe che

non garantiscono nè il corpo, nè il pudore, e con le quali una donna non

potrebbe senza mentire, affermare di non essere nuda».

Giovenale così esclama: «È stato detto che sotto il regno di Saturno, il

pudore abitasse la terra, ma si deve credere che non tardò a seguire sua

sorella Astrea, lasciando il mondo per andar ad abitare gli spazii

celesti. Se l'età dell'argento ha visto il primo adulterio, l'età del

ferro fu madre di ben altri delitti, con essa non si ebbe più una donna

degna di toccar le bandelle di Cerere, e di cui un padre non dovesse

temerne gli abbracci.»

Questo gran satirico ci presenta ancora la donna crudele ed

avvelenatrice; ne ha vedute di quelle che si rovinavano per soddisfare

le esigenze dei cantanti e dei ballerini.

A Roma non era nemmeno rispettato il talamo. Cicerone racconta la storia

della madre di Cluentius che, innamoratosi di suo genero, lo sposò e le

nozze furono consumate nello stesso talamo che ella aveva offerto due

anni innanzi a sua figlia e dal quale poi l'aveva scacciata.

Le orgie erano incessanti. Ecco la descrizione che ne dà Giovenale:

«A tali incerti sguardi, già si sente girar il pavimento di sotto, la

tavola si solleva ed i lumi si vedono doppi. Ebbene! dubitate forse

ancora delle oscenità di Tullia, delle proposte che fa a quella Maura

troppo famosa che è la sua più intima amica, quando Maura passa dinnanzi

al vecchio altare del pudore?

«E là che esse fanno, durante la notte, fermar la loro lettiga, e là che

si estrinseca il loro furor concentrato, e che dopo di aver sfidato la

statua del dio con i più bizzarri insulti, si abbandonano al chiaror

della luna ad assalti reciproci di cui la natura ne freme. Tutti sanno

che avviene nei misteri della buona dea, quando le trombette agitano

queste specie di furie, e quando egualmente ebri di cibo e di vino,

fanno volare turbinosamente i loro capelli sparsi, invocando al Dio

Priapo. Quali desiderii! e quali slanci! E che torrenti di vino scorrono

sulle loro cosce!

«Sarfeïa, colla corona in mano, provoca alcune vili cortigiane, e vince

il premio offerto alla lubricità. A sua volta rende omaggio agli ardori

di Medullina; quella che trionfa in tale conflitto è proclamata la più

nobile. Nulla si fa per finzione: le attitudini sono di una tale verità

che infiammerebbero il vecchio Priamo e l'infermo Nestore. Diggià gli

esaltati desiderii vogliono essere assopiti; diggià ogni donna riconosce

che non stringe tra le braccia se non una donna impotente, e l'antro

echeggia di questi unanimi gridi: Introducete gli uomini, la dea lo

permette: il mio amante dorme forse? che lo si svegli subito... se il

mio amante non viene, mi abbandono agli schiavi, e se di schiavi non ve

ne sono, che si apporti un asino... subito!!!»

I libertini ricercavano a qualunque prezzo i primi fiori delle vergini,

ciò che costituiva un lucroso commercio pei lenoni, che arrivavano

perfino a vendere ragazzine dai 7 ad 8 anni, per essere più certi della

condizione di una mercanzia sì fragile e sì rara.

Sodoma e Gomorra: Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo · 第 1 / 10 段