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Biblioteca dei Capolavori Scientifici
e Letterarii
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*Sodoma e Gomorra*
*Cronistoria del Libertinaggio attraverso i secoli ed il mondo*
*con prefazione del Cav. Prof. PIETRO FABIANI*
9.º MIGLIAIO
SOMMARIO*
*La corruzione nell'antichità.*--I diversi culti di Venere e loro
pratiche manifestazioni. I misteri di Iside e di Osiride in Egitto.
Sodoma e Lesbo. L'amore dei filosofi pei fanciulli. Efebi e Cinedi.
Storia di Saffo. Le cortigiane ateniesi: le dicteriadi, le auletridi, le
etere. Cupido e Priapo. Le feste Floreali ed i Lupercali. I fellatores.
Scene e descrizioni di questi atti contro natura. Le leggi di Ligurgo e
di Solone. I cunilingui. Le tribadi greche e romane. Pratiche lesbiche.
I poeti latini e le tribadi. Epigrammi. Scene curiose. Una lezione di
tribadismo. L'olisbos ed il suo uso. Le depravazioni dei dodici Cesari.
Le tribadi al medioevo. Loro turpi costumi. Un collegio di tribadi. Le
vestali di Venere. L'iniziata. Le sette degli Adamiti, dei Nicolaiti,
dei Cainisti, dei Manichei, dei Flagellanti e loro pratiche immonde.
L'amore libero e le dottrine di Carpocrate. La lussuria francese. Le
Crociate. Giacomo de Retz. Caterina de' Medici. Enrico IV. La Pompadour
e la Dubarry. Letteratura, Ballo, Musica, e Toilettes depravate.
L'incesto. Costume e carattere delle tribadi moderne. Il clitorismo ed
il saffismo. Case di prostituzione per uomini e donne. La sodomia nei
diversi paesi del mondo. Nel matrimonio. Citazioni ed esempi.
Depravazioni delle comunità religiose e i Penitenziali. Gli sfruttatori
di vergini. Strana ricetta per riparare la verginità perduta. La
flagellazione, curiose circostanze. Casi di bestialità. La masturbazione
solitaria ed in comune. Diverse pratiche adoperate da uomini, donne e
fanciulli. La scuola della masturbazione. Costumi e carattere dei
pederasti moderni. Psicologia del pederasta. Prostituzione mascolina.
Corruzione londinese e parigina. Case di tolleranza e loro tenitrici.
Quadri viventi. Utensili di corruzione e l'industria del caoutchouc
pervertita. Turpitudini dei vecchi. Siamo noi più dissoluti degli avi
nostri?
*Napoli--Società Editrice Partenopea*
_SODOMA_
_E GOMORRA_
_CRONISTORIA DEL LIBERTINAGGIO_
_ATTRAVERSO I SECOLI ED IL MONDO_
CON PREFAZIONE
*_del Prof. Cav. PIETRO FABIANI_*
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«Se ciò che ho scritto sarà occasione
di scandalo per qualche impudico,
costui accusi la sua turpitudine, anzichè
le parole di cui fu mestieri servirmi
per esprimere il mio pensiero».
Sant'Agostino.
_
NAPOLI
_SOCIETÀ EDITRICE PARTENOPEA_
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_Proprietà letteraria riservata_
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NAPOLI--Tipografia Moderna 1900
_PREFAZIONE_
_Questo nuovo volume, che ora esce alla luce, certo sarà bene accolto
dagli studiosi e dal pubblico, perchè viene a riempire una notevole
lacuna, generalmente intesa e deplorata; e viene ad arricchire la
letteratura della_ Cronologia del vizio.
_La medicina--come io già scrissi nella mia Rivista_ La Nuova Scuola
Medica Napolitana--_astrologica con_ Paracelso, _chimica con_ Sylvius,
meccanica con Boerhaave, _spiritualista con_ Stahal, _fra il succedersi
del sodalismo organico di_ Hofmann, _dell'irritabilità di_ Haller, _del
dualismo dinamico di_ Brown, _del_ miskonismo _di_ Bufalin, _del
vitalismo di_ Borden, _del materialismo di_ Tronchin, _sia venuta alla
fisiologia col_ Broussais _e col_ Bernard, _all'anatomia patologica col_
Blagle _e col_ Corvisait, _alla patologia comparata con_ Rayer _e_
Bonzinger, _all'istologia con_ Bichal, _alla nosologia col_ Pinel, _alla
percussione con_ Arembrugger, _al plepimetrismo col_ Pierry, _e come
dalle prime osservazioni di batterii visti con lenti semplici da_ Antony
von Leèuwenkock _nel 1683 e di poi studiati da_ Ehremberger _e più tardi
assegnati al regno vegetale dal_ Cohn, _sia arrivata alle meravigliose
scoperte del_ Koch, _dell'_Enrilich, _del_ Loeffler, _dello_ Zichl,
_del_ Krihne _e di tanti illustri scienziati stranieri ed italiani
promettendo di assorgere sempre più col vorticoso e febbrile cammino dei
nostri giorni._
_Dopo tante evoluzioni, questa fata benefica dell'umanità, come io la
chiamava nell'altro mio volume su i_ Pervertimenti sessuali, _ha avuto
nuove esplicazioni e va ogni giorno più evolvendosi, invadendo tutti i
campi, penetrando in tutti i luoghi, intromettendosi in tutte le
estrinsecazioni della saltuaria e vorticosa nostra vita moderna._
_Fra le tante pubblicazioni però che si sono andate succedendo e sono
venute ad invadere il campo medico, ne mancava una come la presente sul_
Libertinaggio attraverso le varie epoche fino ai giorni nostri.
_Perciò arriverà bene a proposito questa pubblicazione, che tutti
certamente troveranno interessante._
_Fin dalle prime pagine appare l'importanza e l'utilità di questo
volume, che cominciando_ _a fare la storia delle prime tracce del vizio
riscontratesi nella Caldea e nella Babilonia, passa in rassegna i varii
focolai di corruzione, indicandone le date, i tempi e i luoghi, e
rilevando i foschi personaggi, che più si distinsero nel vizio._
_Vi sono dei brani veramente sorprendenti che meritano tutta
l'attenzione possibile, e spiegano tutto il mio entusiasmo per questa
pubblicazione, che si affida alla benevolenza dei critici e del pubblico
intelligente e senza falsi pudori._
_Io sono certo che per la grandissima importanza dell'argomento, non
mancherà la più lieta accoglienza a questo volume; e con questa certezza
m'imprometto di dare presto alle stampe un altro lavoro di eguale
interesse, con un contributo assai originale raccolto e studiato nella
mia_ Casa di Salute «Istituto Medico Chirurgico Palasciano» in Napoli,
_che pur mi fornì un prezioso materiale per l'altra mia recentissima
pubblicazione su i_ Pervertimenti sessuali _cui è per seguire il volume
su le_ Inversioni.
_Adusato, come sono, a conoscere i gusti del pubblico, ho piena fiducia
che esso non mi farà trovare ingannato circa il completo successo a
questo libro._
*Cav. Prof. Pietro Fabiani*
I. La corruzione nell'antichità
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Nell'antica culla delle società bisogna cercare le prime tracce del
vizio, in Caldea, nella Babilonia che è stato il più intenso focolaio di
corruzione.
La leggenda biblica c'insegna che poco tempo dopo la creazione del
mondo, il Signore irritato dalla perversità degli uomini, fu tentato di
distruggerlo novamente. Il diluvio venne a purgare la terra, ma la
corruzione riapparve, e gli uomini, aumentandosi ed estendendosi, non
fecero che spargerla e diffonderla.
Il vizio era personificato dal culto di Venere, la quale a Babilonia era
adorata sotto il nome di Militta. Il profeta Baruch si lamentava con
Geremia sulla turpitudine dei tempi; Geremia nella sua lettera agli
ebrei due il re Nabuchodonosor aveva condotti in cattività a Babilonia,
diceva:
«Alcune donne sono sedute al limite delle strade e bruciano profumi.
Quando una di esse, attirata da qualche passante, ha trascorso la notte
con lui, rimprovera alla sua vicina di non essere stata giudicata degna,
come lei, di essere posseduta da quell'uomo e di non aver saputo rompere
la sua cintura di corde».
Questa cintura di corde, questi nodi che circondavano il corpo della
donna votata a Venere, rappresentavano il pudore, il qual la riteneva
con un fragilissimo legame, e che l'amore impetuoso doveva al più presto
rompere.
Quinto Curzio e gli storici del vincitore di Babilonia, affermano che
perfino Alessandro il Grande fu spaventato dal libertinaggio della
grande città: «Non vi è popolo più corrotto di questo, diceva, nè di
questo più sapiente nell'arte dei piaceri e delle voluttà... I
Babiloniesi si affogano soprattutto nell'ubbriachezza e nei disordini
che ne conseguono. Le donne dapprima si presentano ai banchetti
modestamente, ma poco a poco si liberano delle vesti, si spogliano da
qualunque pudore fino a restare completamente nude. E non solo le donne
pubbliche si abbandonano in tal modo, ma financo le dame della migliore
società con le loro figliuole».
In Armenia, Venere, sotto il nome di Anaitide aveva un tempio circondato
da un vasto dominio, nel quale viveva rinchiusa tutta una popolazione
consacrata ai riti della dea. Solo gli stranieri erano ammessi in questo
serraglio di ambo i sessi, per chiedervi una galante ospitalità che non
veniva mai rifiutata. I serventi e le serventi di tal luogo erano i
figli e le figlie delle migliori famiglie del paese; entravano al
servizio della dea per un tempo più o meno lungo, secondo i voti dei
loro genitori.
In Siria, a Heliopolis, si adorava Venere e Adone rappresentati da una
sola statua. Gli stravizii più infami avevano luogo in talune feste in
cui gli uomini travestiti da donne e le donne travestite da uomini si
abbandonavano a tutti gli eccessi, donde nascevano figlie che non
conoscevano mai i loro padri, e che venivano a loro volta, sin dalla più
tenera giovinezza, a ritrovare le loro madri nei misteri della dea.
A Pafo la dea era rappresentata da un cono in pietra bianca (Konnus, da
cui si è fatto poi c...). Il culto di Venere si sparse da Cipro nella
Fenicia, a Cartagine e su tutta la costa africana.
La Bibbia dice che i tempii di Cartagine come quelli di Sidona e di
Ascalona erano circondati da tende, sotto le quali le Cartaginesi si
consacravano a Venere fenicia.
S. Agostino ha precisato i principali caratteri del culto di Venere,
constatando che vi erano tre Veneri in luogo di una: Quella delle
Vergini, quella delle donne maritate e quella delle Cortigiane, dea
impudica--dice egli--a cui la Fenicia immolava il pudore delle sue
figlie prima che si maritassero.
Tutta l'Asia Minore aveva abbracciato con entusiasmo un culto, il quale
deificava i sensi e gli appetiti carnali.
I Lidii, soggiogati dai Persi, comunicarono ai proprii vincitori i loro
vizii. Questi Lidii che avevano nelle loro armate una folla di ballerine
e di musicisti meravigliosamente, esercitati nell'arte della voluttà,
appresero ai Persi ad avere in grande considerazione simili donne che
sonavano la lira, il tamburo ed il flauto.
La musica divenne allora il pungolo del libertinaggio e non si davano
grandi pranzi, nei quali l'ebbrezza e gli stravizii non fossero
sollecitati dal suono degl'istrumenti, da canti osceni e dalle lascive
danze delle cortigiane.
Questo vergognoso spettacolo, questo preludio dell'orgia sfrenata, gli
antichi Persi non lo risparmiavano nemmeno agli sguardi delle loro mogli
e delle loro figlie, che pigliavano parte ai festini senza velo e
coronate di fiori. Riscaldate dal vino, animate dalla musica, queste
vergini, queste matrone, perdevano ogni contegno, e con la coppa in mano
accettavano, scambiavano, provocavano le sfide più disoneste in presenza
dei rispettivi padri, mariti, fratelli e figli. Le età, i sessi, le
condizioni si confondevano sotto l'impero della vertigine generale; i
canti, i gridi, le danze raddoppiavano, ed il pudore, pel quale nè occhi
nè orecchie erano rispettati, fuggiva nascondendosi sotto le pieghe del
suo velo. I banchetti e gl'intermezzi si prolungavano in tal modo fino a
che l'aurora faceva impallidire le torce e che i convitati seminudi,
cadevano l'un sull'altro addormentati nei letti di argento e di avorio.
L'Egitto adorava Iside, il cui culto misterioso ricordava con una folla
di allegorie la parte che rappresenta la donna o la natura feminile
nell'universo. In quanto al suo sposo Osiride, era l'emblema della
natura feminile. Il Bue e la Vacca erano dunque i simboli di Osiride e
di Iside; i sacerdoti e le sacerdotesse portavano nelle cerimonie il
_Van_ mistico che riceveva il grano e la crusca, ma che conservava il
primo rigettando il secondo; i sacerdoti portavano ancora il _Tau_
sacro, o la chiave che apriva le serrature meglio custodite. Vi erano
ancora l'occhio, con o senza sopracciglie, che si situava accanto al Tau
negli attributi di Osiride, per simulare i rapporti dei due sessi. Alle
processioni di Iside, le ragazze consacrate reggevano il _Cyste_
mistico, ceste di giunchi contenenti dolciumi ovali e bucati nel mezzo,
simili a ciambelle; accanto ad esse una sacerdotessa nascondeva nel seno
un'urna di oro, nella quale era conservato il _Phallus_, definito da
Apollo: «L'adorabile immagine della divinità suprema e l'istrumento dei
più secreti misteri».
È evidente che in un simile culto l'opera della carne era considerata
come avente il primo posto sopra tutte le cose, e per conseguenza i
sacerdoti usavano del loro prestigio, e s'incaricavano d'iniziare ad
infami stravizii i neofiti dei due sessi.
Il vizio e la corruzione presso questo popolo era arrivato ad un tal
punto, che non si davano agli imbalsamatori i corpi delle giovani se non
tre o quattro giorni dopo morte, per tema che non abusassero dei
cadaveri.
I libri santi sono pieni di passaggi che ci indicano i quadrivi delle
strade che servivano da campi di fiera alle lussuriose. È vero che
queste donne non erano ebree, almeno la maggioranza, giacchè la
scrittura le qualifica per straniere.
Il soggiorno degli Ebrei in Egitto, dove i costumi erano depravatissimi,
pervertì considerevolmente i loro. Mosè, questo savio legislatore,
lasciò agli Israeliti per prudenza la libertà di aver commercio con
donne straniere, ma fu implacabile contro i delitti di bestialità e di
sodomia.
La maggior parte dei luoghi infami erano diretti da stranieri, per lo
più sirii, le donne che li frequentavano erano anche sirie, giacchè Mosè
proibiva assolutamente la prostituzione alle donne Israelite.
Nondimeno i vizii più vergognosi infestavano il popolo di Dio. Il
profeta Ezechiel ci dà una pittura spaventevole della corruzione ebrea;
nelle sue terribili profezie non parla che di cattivi luoghi aperti al
primo venuto, di tende da donnaccie piantate su tutti i cammini, di case
scandalose ed impudiche; non vi si scorgono che cortigiane vestite di
seta e di merletti scintillanti di gioielli, profumate da capo a piedi;
non si contemplano che scene infami di fornicazioni.
Presso i Greci, e più tardi presso i Romani, numerosi filosofi
insegnavano con Zenone che l'amore è un dio libero, il quale non ha
altre funzioni da compiere se non l'unione e la concordia. Se gli dei
nella loro saggezza, hanno dato all'uomo l'amore fisico, è semplicemente
in vista di piacere; la gioia dei sensi, non è un mezzo, è uno scopo, un
fine. Il matrimonio non deve essere consigliato e praticato se non per
prevenire l'estinzione della specie umana. Di più, la donna, così come
lo professavano Ippocrate e Aristotele, è considerata come la schiava
dell'uomo, d'una essenza inferiore, la si tiene per una sorta
d'irregolarità nella natura; la si crede incapace di comprendere
l'ideale di una passione, di un legame profondo. Ne risulta che l'uomo
disprezzando la donna, la teneva lontano, e i due sessi finivano
coll'essersi indifferenti. La donna allora si ripiegò verso sé stessa,
tanto vero che all'amore anti-fisico degli uomini fra di loro,
s'aggiunse come conseguenza logica, l'amore, non meno anti-naturale,
delle donne con donne.
La Grecia accettò, sin dai tempi eroici, il culto della donna e
dell'uomo divinizzati, di cui l'esercizio fu del pari lubrico che
nell'Asia Minore.
Le leggi di Solone stabilirono la prostituzione legale, lo scopo di
questo legislatore era stato quello di separare le donne di cattiva vita
dalla società; ma il popolo si stancò più tardi di questa severità,
poichè meno di un secolo dopo la morte di Solone le cortigiane fecero
irruzione da ogni parte nella società greca ed osavano di confondersi
con le donne maritate perfino nel foro.
Solone aveva regolato gli stravizii, dapprima perchè voleva mettere al
coperto dalla violenza e dall'insulto il pudore delle vergini e delle
spose legittime, e poi per sviare la gioventù dalle tendenze vergognose
che la disonoravano e l'abrutivano. Atene divenne il teatro di tutti i
disordini; il vizio contro natura si propagava d'una maniera
spaventevole e minacciava di arrestare il progresso sociale. Simili
debosce, che non dovevano appartenere agli uomini, potevano appartenere
ai cittadini? Solone volle dar loro i mezzi di soddisfare i bisogni dei
sensi senza abbandonarsi alla sregolatezza della loro immaginazione.
Nondimeno riuscì solo a correggere in parte i suoi compatrioti; gli
altri senza rinunziare alle loro colpose abitudini, contrassero quelle
del libertinaggio, più naturale, ma non meno funeste.
Il vizio patentato, una volta ben stabilito, e quando se ne acquistò
l'abitudine, vi si abbandonarono con furore; e perciò le leggi di
Solone, trasmodarono dapprima in eccessi per la necessità degli
stravizii pubblici, e successivamente cancellate sotto l'impero della
corruzione dei costumi, che non si epuravano, civilizzandosi.
A Sparta ed a Corinto i costumi privati delle donne non erano così
regolari come ad Atene. A Corinto il vizio era libero, ognuno aveva il
completo godimento di sè stesso. A Sparta, Licurgo aveva voluto, come
diceva Aristotele, imporre la temperanza agli uomini e non alle donne;
queste, molto prima di lui, vivevano nel disordine e si abbandonavano
quasi pubblicamente a tutti gli eccessi. Le ragazze che ricevevano
un'educazione maschile, pigliavano parte, quasi nude, agli esercizii
degli uomini. Molte si prestavano ad atti di un'estrema licenza.
La gozzoviglia era dunque organizzata in Grecia, la si considerava come
un male necessario. Ateneo ha potuto dire: «Parecchi personaggi che
hanno preso parte alla cosa pubblica, hanno parlato di cortigiane, gli
uni biasimandole, gli altri facendone gli elogi.» Non era vergogna per
un cittadino, per quanto altolocato fosse sia per nascita, che per
evoluzione, di frequentare le cortigiane, anche prima dell'epoca di
Pericle, durante la quale questa specie di donne regnò, in qualche
sorta, sulla Grecia. Non erano nemmeno biasimevoli i rapporti che si
potessero avere con esse.
Il vizio ad Atene aveva sacerdotesse sotto tre forme: le dicteriadi, le
auletidi e le etere. Le prime erano le schiave della corruzione, e
stavano chiuse in case speciali; le seconde ne erano le ausiliarie,
sonatrici di flauto, ed avevano un'esistenza più libera, poichè potevano
esercitare la loro arte nei festini. La loro musica, i loro canti, le
loro danze non avevano altro scopo che di riscaldare e di esaltare i
sensi dei convitati, che le facevano ben presto sedere accanto ad
essi...
Le etere erano cortigiane che facevano traffico dei loro incanti,
abbandonandosi impudicamente a chi le pagava, ma si riserbavano
nondimeno una parte di volontà: non si vendevano al primo venuto,
avevano preferenze ed avversioni e non facevano mai abnegazione del loro
libero arbitrio. D'altronde col loro spirito, la loro istruzione e la
loro squisita gentilezza, potevano spesso camminare alla pari con gli
uomini più illustri della Grecia.
Le etere possedevano case particolari dove si recavano a passare qualche
giorno e qualche notte coi loro amici; non si davano che danze e musica
in questi nidi di voluttà. Alcifrone ha raccolto una lettera di Panope
che scriveva a suo marito Eutifulio.
«La vostra leggerezza, la vostra incostanza, il vostro gusto, la vostra
voluttà, vi portano a negligere me ed i vostri figli, per abbandonarvi
interamente alla passione che vi ispira questa Galena, figlia di un
pescatore che è venuta da Ermione per metter su casa e far commercio
della sua bellezza nel Pireo, a detrimento della nostra povera gioventù.
I marinai vanno a gozzovigliare da lei, dove le fanno mille regali, ella
non rifiuta alcuno, è un abisso che tutto assorbe!»
Il vizio era cosa tanto comune per le donne, che si vedeva spesso la
madre vendere la propria figlia, e dopo averne avvizzita la verginità
del corpo, s'ingegnava di contaminarne ed insozzarne l'anima.
«Non è una disgrazia così grande, diceva Crobyle a sua figlia Corinna,
che ella stessa aveva ceduto la vigilia ad un ricco e giovane Ateniese,
di cessare di essere zitella e di conoscere un uomo che ci dia sin dalla
prima visita una grande somma, con la quale io ti comprerò una collana».
Queste lubriche ed infaticabili regine della crapula erano in maggior
parte straniere. Venivano da Lesbo e da altre isole dell'Asia Minore; un
gran numero erano di Mileto. Le più esperte nell'arte della voluttà
erano quelle di Lesbo. Mileto era come il vivaio delle ballerine e delle
sonatrici di flauto.
Si ritrova qua e là negli erotici greci i principali insegnamenti che le
cortigiane si trasmettevano l'una all'altra:
1.º L'arte di fare all'amore;
2.º L'arte di aumentarlo e di mantenerlo;
3.º L'arte di cavarne il maggior danaro possibile.
«È bene, dice una di esse nelle lettere di Aristinete, di creare qualche
difficoltà ai giovani amanti, e di non accordar loro tutto ciò che
desiderano. Questo artifizio allontana la sazietà, sostiene il desiderio
di un amante per la donna che ama e gliela fa avvicinare sempre con
maggior entusiasmo, ma non bisogna spingere la cosa troppo oltre,
l'amante finirebbe collo stancarsi, coll'irritarsi e correrebbe dietro
ad altri progetti e ad altri legami; l'amore se ne vola con la stessa
leggerezza colla quale è venuto.»
Anche Luciano parla della scienza delle cortigiane:
«Di rado permettono agli amanti di avvicinarle, giacchè sanno per
esperienza che il godimento è la tomba dell'amore, ma nulla trascurano
per prolungare la speranza ed il desiderio.»
Le etere avevano maniere particolari di attirare gli uomini; i loro
sguardi, i loro sorrisi, le loro pose, i loro gesti erano tanti
allettamenti che spandevano d'intorno; ognuna conosceva a meraviglia
quello che bisognava nascondere e quello che si doveva mostrare;
talvolta fingevano distrazione ed indifferenza e talaltra silenzio ed
immobilità, or correvano dietro la preda per adescarla al passaggio;
cambiando di tattica a secondo la natura dell'individuo che volevano
accalappiare. Avevano tutte un riso provocante e licenzioso che, da
lontano, svegliava le idee più impure, parlando direttamente al senso, e
che, da vicino, faceva brillar denti di avorio, trasalir labbra di
corallo, scavar rosee fossette in fra le guance e fremer gole di
alabastro. Non appena l'etera si era fatta notare da un uomo, gli
mandava mazzolini di fiori, che ella aveva portati, frutta nelle quali i
suoi denti avevano morso, e gli faceva dire da messaggeri che ella non
dormiva più, non mangiava più e che sospirava incessantemente. «Correva
a baciarlo quando giungeva, dice Luciano, lo pregava di restare quando
voleva partire; faceva le finte di non far _toilette_ che per apparirgli
sempre più bella, e sapeva alternar sapientemente le lagrime al
disprezzo, conquistando col soave incanto della sua voce.»
Fra le cortigiane era frequentissimo l'amore lesbico. Questo amore che
la Grecia non schiacciava col disdegno e che non era nemmeno punito col
rigor delle leggi, nè cogli anatemi della religione.
Le sonatrici di flauto cantavano, danzavano, facevano le mime, erano
belle, ben fatte e compiacenti.
Di esse Aristagoras, dice:
«Vi ho precedentemente discorso di belle cortigiane ballerine, e non
aggiungerò altro, trascurando puranco le sonatrici di flauto che, appena
nubili, snervavano gli uomini più robusti e si facevano pagare
profumatamente.»
Simili donne avevano tale sapienza nell'arte delle carezze da esaurire
Ercole stesso. I libertini che avevano sperimentato le raffinatezze
della lussuria asiatica, non potevano più farne a meno e, alla fine del
pasto, quando tutti i sensi erano eccitati dal canto e dai suoni,
giungevano a tali eccessi di furore erotico, da precipitarsi gli uni
sugli altri, sopraccaricandosi di colpi, fino a che la vittoria decideva
a chi la suonatrice di flauto dovesse appartenere.
Queste donne, esercitate di buon'ora nell'arte della voluttà, arrivavano
a disordini tali che l'immaginazione trascinava tutti i sensi. L'intera
loro vita era come una perpetua lotta di lascivia, come uno studio
assiduo della bellezza fisica; a furia di vedere la loro propria nudità
e di paragonarla con quella delle loro compagne, vi pigliavano tal
gusto, e si creavano bizzarri godimenti, tanto più ardenti, in quanto
che in essi non avevano punto il concorso dei loro amanti, i quali quasi
sempre le lasciavano fredde ed insensibili. Le passioni misteriose che
si accendevano così nelle auletridi erano violente, terribili, gelose,
implacabili.
Tali depravati costumi erano talmente diffusi fra le donne, che
parecchie in fra di loro si riunivano spesso nei festini dove nessun
uomo era ammesso e là si corrompevano sotto l'invocazione di Venere.
Alcifrone ci ha conservato il quadro di una di queste feste notturne; è
l'auletride Megara che scrive all'etera Bacchis e le racconta i dettagli
di un magnifico festino al quale le sue amiche Phessala, Phryallis,
Myrrhine, Philumene, Chrysis et Euxippe assistevano, metà etere, metà
sonatrici di flauto.
«Che pasto delizioso! il solo racconto ti farà rimpiangere di non avervi
assistito; quante canzoni! e che orgia! se ne son vuotate coppe dalla
sera all'aurora! Vi erano profumi, corone, i vini più squisiti, le più
delicate vivande! Un boschetto ombreggiato da lauri fu la sala del
festino. Non vi sarebbe mancato nulla se anche tu vi fossi stata. Appena
riunite si accese una disputa che venne ad aumentare i nostri piaceri.
Si trattava di decidere se fosse più ricca Phryallis o Mirchina in quei
tesori di bellezza che fecero dare a Venere il nome di Callipige.
Mirchina si sciolse la cintura, la tunica che indossava era trasparente,
si girò; e noi avemmo l'illusione di vedere i cigli a traverso il
cristallo; allora impresse alle sue reni un movimento precipitato,
guardando all'indietro, e sorrideva allo sviluppo delle sue forme
voluttuose che ella agitava. Allora, come se Venere stessa avesse
ricevuto quest'omaggio, si mise a mormorare non sò qual dolce nenia che
mi commuove tuttora.
«Nondimeno Phryallis non si dà per vinta, s'avanza e grida:--Io non
combatto punto dietro un velo: voglio comparire innanzi a voi come in un
esercizio ginnico; questa battaglia non ammette maschere.--Ciò detto, fa
cadere fino ai piedi la tunica ed inclinando le sue rivali
bellezze:--Contempla, o Mirchina, questa caduta di reni, la bianchezza e
la finezza della mia pelle e queste foglie di rose che la mano della
voluttà ha come sparpagliate sui miei graziosi contorni, disegnati senza
grettezza e senza esagerazione. Nel loro gioco rapido; nelle loro
amabili convulsioni, questi emisferi non tremolano come i tuoi, il loro
movimento somiglia al dolce gemito dell'onda.--Appena finito di
pronunziar queste parole raddoppiò i lascivi increspamenti con tanta
agilità, che un generale applauso le decretò gli onori del trionfo.
«Si fecero altre scommesse di bellezza, nelle quali risultò vincitore il
petto sodo e liscio di Philumena.
«Tutta la notte trascorse in simili piaceri e la terminammo con
imprecazioni contro i nostri amanti e con una preghiera a Venere che
scongiurammo, perchè ci procurasse ogni giorno nuovi adoratori, giacchè
l'inedito è il più stuzzicante incanto dell'amore. Eravamo tutte ebbre
quando ci separammo».
Le etere ad Atene dominarono ed ecclissarono le donne oneste, avevano
clienti ed ammiratori, esercitavano un'influenza continua sugli
avvenimenti politici, e sugli uomini che vi pigliavano parte.
Fu sotto Pericle e pel suo esempio che gli Ateniesi si appassionarono
per queste sirene e per queste maghe che fecero molto male ai costumi e
moltissimo alle lettere ed alle arti. Durante questo periodo di tempo si
può dire che non vi furono altre donne in Grecia e che le vergini e le
matrone si tennero nascoste nei misteri del gineceo domestico, mentre le
etere s'impadronirono del teatro e della pubblica piazza.
L'Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzarono la Sicilia e l'Italia,
stabilendovi le loro religioni, i loro costumi, e naturalmente i loro
vizi.
Le pitture dei vasi etruschi ci dimostrano appunto a che era giunta la
raffinata corruzione di questi popoli aborigeni, schiavi ciechi e
grossolani dei loro vizii e delle loro passioni. Da mille prove su
questi vasi dipinti si vede come la lubricità di questo popolo non
conoscesse alcun freno nè sociale nè religioso. La bestialità e la
pederastia erano i vizii più comuni, e queste vituperevoli ingenuità,
familiari a tutte le età e a tutti i gradi sociali, non avevano altri
freni se non alcune cerimonie di espiazione e di purificazione che ne
sospendevano talvolta la libera pratica.
Come presso tutti i popoli antichi, la promiscuità dei sessi rendeva
omaggio alle leggi di natura, e la donna sottomessa alle brutali
aspirazioni dell'uomo, non era se non il paziente istrumento del
godimento; doveva far sempre tacere la voce della sua scelta, giacchè
apparteneva a chiunque avesse la forza di possederla.
La conformazione fisica di questi selvaggi avi dei Romani giustifica
d'altronde tutto quello che si poteva aspettare dalla loro impudica
sensualità; avevano le parti virili analoghe a quelle del toro,
rassomigliavano ai becchi. In queste razze così naturalmente portate
all'amore carnale, il vizio si associava, senza dubbio, a tutti gli atti
della vita civile e religiosa.
Ai primi tempi della fondazione di Roma furono stabilite feste, dette
Lupercali, in onore del dio Pane, nelle quali i preti percorrevano le
vie completamente nudi, ed armati di tirsi coi quali battevano i
passanti.
Più tardi si ebbero le Floreali, feste istituite in onore della celebre
cortigiana Flora, che legò al popolo romano tutta la sua fortuna. Queste
feste che le donne dissolute consideravano come fatte per loro, si
davano al circo e servivano di pretesto ai più infami disordini. Le
cortigiane vi si recavano in gran pompa, ed una volta là, si liberavano
delle vesti, mettevano in mostra compiacentemente tutto ciò che gli
spettatori volevano vedere, accompagnando ogni gesto con moti lascivi ed
impudichi. Ad un momento convenuto gli uomini nudi anch'essi si
mischiavano con tali donne e, al suon di trombe, aveva luogo una
spaventevole scena di orgia pubblicamente.
Un giorno Catone si presentò al circo nel momento in cui gli edili
stavano per dare il segnale del gioco, ma la presenza di questo gran
cittadino impedì lo scoppio dell'orgia. Le donne restavano vestite, le
trombe tacevano, il popolo attendeva. Si fece osservare a Catone che lui
solo ostacolava la festa; egli allora si alzò, si coperse il volto con
la toga ed uscì dal circo. Il popolo applaudì, le cortigiane si
svestirono, le trombe sonarono e la baldoria ebbe luogo.
Venere aveva a Roma numerosi tempii, e se le cerimonie del culto della
dea non offendevano il pubblico pudore, le feste date in suo onore
autorizzavano ed esercitavano il vizio nelle case private, soprattutto
presso le giovani dissolute e le cortigiane. D'altro canto le donne
romane, così riservate riguardo il culto di Venere non si facevano alcun
scrupolo d'esporre il loro pudore alla pratica di certi culti più
disonesti e vergognosi, che, nondimeno, non riguardavano se non gli dei
subalterni.
Offrivano sacrifizii a Cupido ed a Priapo soprattutto; e non soltanto
questi sacrifizii e queste offerte avevano luogo nell'interno delle
case, ma ancora in certe specie di pubbliche cappelle, innanzi a statue
erette agli angoli delle vie. Le cortigiane non si votavano mai a questo
misterioso olimpo dell'amor sensuale; Venere sola bastava loro; erano le
matrone e perfino le vergini che si permettevano l'esercizio di questi
culti secreti ed impudenti; non vi si abbandonavano se non velate, è
vero, prima del sorgere o dopo il tramonto del sole; ma non arrossivano
di essere viste adorando Priapo ed il suo sfrontato corteggio.
Il dio Priapo, favorito dalle dame romane, presideva ai piaceri
dell'amore, ai doveri del matrimonio, e a tutta l'economia erotica. Lo
stesso titolo era decretato al dio _Mutunus_ o _Tulunus_ che non
differiva da Priapo se non per la posizione delle statue, le quali erano
rappresentate sedute invece che in piedi; in oltre queste statue si
nascondevano in edicole chiuse, circondate da boschetti. A questo
Mutunus le spose erano condotte prima di appartenere ai mariti, e si
sedevano sui ginocchi della statua come per offrirle la loro verginità.
Questa offerta della verginità diveniva talvolta un atto reale di
deflorazione. Poi, una volta maritate, le donne che volevano combattere
la sterilità, ritornavano ancora a visitare il dio, che le riceveva
novamente sulle sue ginocchia.
Se i romani, che avevano istituito la prostituzione legale, tolleravano
con compiacenza il commercio naturale dei sessi, se ne infischiavano
ancor più del commercio contro natura. Questa vergognosa depravazione,
che le leggi civili e religiose dell'antichità non avevano pensato a
combattere, eccetto quelle di Mosè, non fu mai tanto generalizzata
quanto ai migliori tempi della civilizzazione romana.
Le ragazze pubbliche di Roma erano più numerose che non lo fossero mai
state ad Atene ed a Corinto; ma vi si sarebbero invano cercato quelle
regine della crapula, quelle etere così notevoli per la loro grazia e la
loro bellezza che per la loro istruzione ed il loro spirito. I Romani
erano più materiali dei Greci, non si contentavano delle delicatezza
della voluttà elegante, e non avrebbero mai ricercato in una donna di
piacere un trattenimento spirituale. Per essi il piacere consisteva
nell'atto materiale, e siccome erano per natura di temperamento ardente,
d'immaginazione lubrica, di una forza erculea, non chiedevano se non
godimenti reali, spesso ripetuti, largamente soddisfatti, ed
mostruosamente variati.
La corruzione maschile era certo più ardente a Roma che non lo fosse la
corruzione feminile. Erano i figli degli schiavi che si istruivano a
subire le sozzure di un osceno commercio.
Gli adolescenti formati a quest'arte impura sin dal settimo anno,
dovevano riunire certe esigenze di bellezze che li avvicinavano al sesso
feminile, erano sbarbati e senza pelo, unti di olio profumato, con
lunghi capelli a buccoli.
Tutti questi vili servitori del piacere e del vizio si dividevano in due
categorie, arrogandosi in generale diritti sulle loro attribuzioni
speciali; vi erano quelli che facevano sempre da vittime passive e
docili, ve ne erano di quelli che divenivano attivi a loro volta e che
potevano al bisogno rendere impudicizia per impudicizia ai loro
dissoluti mecenati. Questi ultimi, di cui le dame romane non sdegnavano
i buoni ufficii, erano gli eunuchi, ai quali la castrazione aveva
risparmiato il segno della virilità.
Per ben comprendere l'incredibile abitudine di questi orrori presso i
Romani, bisognerà rappresentarsi che essi chiedevano al sesso mascolino
tutti i godimenti che poteva dar loro la donna, e qualche altro, più
straordinario ancora, che questo sesso, destinato all'amore dalle leggi
della natura, avrebbe penato molto a soddisfare. Ogni cittadino, fosse
il più raccomandabile pel suo carattere ed il più altolocato per la sua
posizione sociale, aveva in casa un serraglio di schiavi sotto gli occhi
dei suoi genitori, di sua moglie e dei figli. Roma del resto era piena
di gitani che si vendevano così come le donne.
Un pretesto alle pratiche viziose erano i bagni; questi stabilimenti
comuni ai due sessi e quantunque avessero ognuno la vasca o la stufa a
parte, pure potevano vedersi, incontrarsi, parlarsi, ordir intrighi,
fissar convegni e moltiplicare gli adulterii. Ognuno conduceva là i suoi
schiavi maschi e femmine, per guardar le vesti e farsi pelare,
raschiare, profumare, confricare, radere, pettinare. I padroni dei bagni
avevano pure schiavi addestrati a qualunque specie di servizio,
miserabili agenti d'impudicizia che si noleggiavano per qualunque uso.
Questi stabilimenti contenevano un gran numero di sale dove si trovavano
letti da riposo, nei quali ragazzi di ambo i sessi si tenevano a
disposizione dei clienti.
Giovenale in una sua satira, ci presenta una madre di famiglia che
aspetta la notte per recarsi ai bagni con tutto il fardello di pomate e
di profumi: «Tutto il suo godimento consiste a sudare con grande
emozione quando le sue braccia cadono rotte sotto la vigorosa mano che
la massa, quando il bagnino animato da questo esercizio fa trasalire
sotto le sue dita l'organo del piacere, e scricchiolar le reni della
matrona».
L'abitudine dei bagni sviluppava una specie di passione, per gl'istinti
ed i gusti i più avvilienti; vedendosi nudi, contemplando tutte quelle
nudità che facevano pompa dintorno nelle pose più oscene, nel sentirsi
toccare dalle frementi mani del bagnino, i romani erano presi
irresistibilmente da una rabbia di piaceri nuovi ed ignoti, per
soddisfare i quali consacravano tutta la loro esistenza.
Era là che l'amore lesbico aveva stabilito il suo santuario; e la
sensualità romana si arricchiva ancora sul libertinaggio delle allieve
di Saffo.
Queste donne apprendevano la loro esecrabile arte a fanciulli ed a
schiavi chiamati _fellatores_; simili impurità erasi talmente radicate a
Roma che un satirico scrive:
«O nobili Romani, discendenti della dea Venere, fra breve non troverete
fra di voi un labbro casto per rivolgerle le abituali preghiere».
Nelle strade, alla passeggiata, al circo, al teatro le cortigiane alla
moda comparivano circondate da una folla di ammiratori; erano giovani
dissoluti che facevano vergogna alle loro famiglie; liberti ai quali le
mal acquistate ricchezze non avevano lavato la macchia della schiavitù;
erano artisti, poeti, attori, che sfidavano volentieri la pubblica
opinione. Bisognava vedere la sera sulla _Via Sacra_ questo convegno
quotidiano del lusso, della crapula e dell'orgoglio per rendersi conto
quanto numerosa e brillante fosse quest'armata di cortigiane alla moda,
che occupava Roma quale città conquistata.
Convenivano là ogni giorno a far mostra e dar spettacolo di civetteria,
di _toilette_ e d'insolenza, fra le matrone che ecclissavano coi loro
incanti e colla loro spudoratezza. Talvolta si facevano trasportare da
robusti abissini in lettighe scoperte, nelle quali erano coricate
seminude, le braccie cariche di bracciali, le dita di anelli, la testa
inclinata sotto il peso degli orecchini, del nimbo e delle forcinelle di
oro; accanto ad esse bellissime schiave facevano lor vento con ventagli
di penne di paone.
Or sedute or impiedi nei carri leggeri, guidavano esse stesse i cavalli
e cercavano di oltrepassarsi l'un l'altra. Le meno ricche andavano a
piedi; tutte bizzarramente vestite con stoffe screziate di lana o di
seta, sempre pettinate artisticamente; coi capelli in treccie formanti
diademi biondi o dorati, intermezzati di perle ed altri gioielli.
Le matrone vi convenivano pure la maggior parte in lettiga od in
carrozza e non affettando un contegno molto più decente delle cortigiane
di professione. Si mostravano sulla pubblica via per far pompa delle
_toilettes_ e del loro corteggio; queste sortite avendo spesso lo scopo
di procacciarsi un amante o piuttosto un vile e vergognoso ausiliario
alla loro lubricità.
Giovenale ne dà il seguente interessantissimo quadro:
«Nobile e plebee sono tutte egualmente depravate. Quella che calpesta il
fango delle vie non val più della matrona portata sulla testa dai grandi
sirii. Per far bella mostra di sè, ognuna noleggia una toilette, un
corteggio, una lettiga, e guanciali ed una nutrice e una giovanetta dai
capelli biondi, incaricata di prendere i suoi ordini. Povera ella
prodiga ad imberbi atleti ciò che le resta dell'argenteria dei suoi avi;
dà loro fino agli ultimi pezzi. Ve ne sono di quelle che ricercano solo
gl'imberbi eunuchi impotenti, dalle molli carezze e dal mento senza
barba, perchè così non corrono il rischio di dover preparare qualche
aborto».
Le satire di Giovenale sono piene delle prostituzioni orribili, che le
signore romane si permettevano quasi pubblicamente, e di cui gli eroi
erano infami istrioni, schiavi vili, vergognosi eunuchi, atroci
gladiatori.
«Vi sono donne che gioiscono a cercare i loro amanti nel fango ed i cui
sensi non si svegliano se non alla vista di uno schiavo, di un servo.
Altre impazziscono per un gladiatore, per un impolverato mulattiere, per
un istrione che mostra le sue grazie in sulla scena».
In questa _Via Sacra_ si vedeva spesso un Nubiano toccare in sulla
spalla di un ragazzo dalla lunga capellatura, era un vecchio senatore
dissoluto che chiamava questo giovanetto metamorfosato in donna; altrove
un robusto portatore di acqua che si trovava a passar per caso era
disputato da due grandi dame che lo avevano notato simultaneamente e che
facevano a gara a chi fosse la prima a sacrificargli l'onore. Un gesto,
uno sguardo, un qualunque segno, e gladiatore, eunuco, fanciullo si
presentavano, non disdegnando di prestarsi ad alcun genere di servizio
per quanto abbominevole fosse.
Petronio ci dà incredibili dettagli sulla vita dei ricchi Romani,
soprattutto nei festini. Non erano solo succolenti pasti, ma sovente
spaventevoli conciliabuli di orgie smodate, arene d'impudicizia.
Non si mangiava e si beveva senza interruzione, ma si avevano intermedii
di specie differenti; dapprima oscene conversazioni, provocanti o
voluttuose; poi musica, danze e divertimenti di esasperata libidine.
Dopo o durante questi intermezzi di tutti i disordini che l'ebbrezza ed
il vizio potevano inventare, comparivano i ballerini--buffoni che
facevano salti pericolosi, smorfie e giuochi di forza straordinarii; non
dimenticando mai nella loro pose, di far spiccare tutte le forme, tutti
i muscoli dei loro corpi; accompagnavano tutti i loro movimenti con
gesti indecentissimi, davano alle loro bocche un'espressione oscena, che
completavano col giuoco rapido delle dita; si scambiavano fra di loro
segni muti che avevano sempre qualche rapporto, più o meno diretto, con
l'atto della copula; e talvolta, infiammati di lussuria, eccitati dagli
applausi dei convitati, passavano dai gesti ai fatti, abbandonandosi ad
impure battaglie ed imitando le turpitudini dei fauni. Quanto alle
ballerine, eseguivano dei passi che un padre della Chiesa, Arnobio, ha
così descritti: «Una truppa lubrica ballava danze dissolute, saltava
disordinatamente e cantava; queste ballerine giravano danzando e ad una
certa misura, sollevando le coscie e le reni, imprimevano alle natiche
ed ai lombi un movimento di rotazione che avrebbe infiammato il più
freddo spettatore».
Petronio nel _Festino di Trimalcione_ ci mostra il disordine di queste
donne in simili riunioni.
«Fortunata arrivò con le vesti tenute in su da una cintura verde, in
modo da lasciar vedere al disotto la tunica ciliegia, le legacce delle
calze tessite in oro, e le pantofole dorate; si asciugò le mani nel
fazzoletto di seta che le cingeva il collo, e si accampò sul letto della
moglie di Kabimas, Scintilla, la quale battè le mani e Fortunata gliele
baciò. Queste due donne non fanno che ridere e confondere i loro baci
avvinati; Scintilla proclamò la sua amica donna di casa per eccellenza;
e questa non fa che lagnarsi dell'indifferenza maritale. Mentre esse si
stringono così; Kabimas si alza silenziosamente, afferra Fortunata pei
piedi, e la rovescia sul letto:--Ah! Ah! esclama questa, sentendo che la
tunica le si scopre fin più su del ginocchio; e raggiustandosi in
fretta, nasconde nel seno di Scintilla un viso che il rossore rende
ancora più indecente.»
In quel tempo, apprende Giovenale, che l'adulterio era peccato men che
veniale. Il marito era un volgar lenone che si ritirava nel fondo
dell'appartamento quando veniva l'amante della moglie. Cicerone nelle
sue epistole, lo conferma. Racconta che Mecenate corteggiava la moglie
di un certo Sulpicio Galba, il quale, per facilitare queste galanti
relazioni, fingeva di addormentarsi uscendo di tavola. Un giorno, un suo
schiavo, volendo profittar di tal circostanza per gustare il vino di
Falerno, il compiacente marito gli gridò «Olà! stupidone, io non dormo
per tutti.»
Seneca ha uno squarcio di sdegno contro la moda degli abiti trasparenti:
«Vedo--dice--vesti di seta, se si può dar il nome di vesti a stoffe che
non garantiscono nè il corpo, nè il pudore, e con le quali una donna non
potrebbe senza mentire, affermare di non essere nuda».
Giovenale così esclama: «È stato detto che sotto il regno di Saturno, il
pudore abitasse la terra, ma si deve credere che non tardò a seguire sua
sorella Astrea, lasciando il mondo per andar ad abitare gli spazii
celesti. Se l'età dell'argento ha visto il primo adulterio, l'età del
ferro fu madre di ben altri delitti, con essa non si ebbe più una donna
degna di toccar le bandelle di Cerere, e di cui un padre non dovesse
temerne gli abbracci.»
Questo gran satirico ci presenta ancora la donna crudele ed
avvelenatrice; ne ha vedute di quelle che si rovinavano per soddisfare
le esigenze dei cantanti e dei ballerini.
A Roma non era nemmeno rispettato il talamo. Cicerone racconta la storia
della madre di Cluentius che, innamoratosi di suo genero, lo sposò e le
nozze furono consumate nello stesso talamo che ella aveva offerto due
anni innanzi a sua figlia e dal quale poi l'aveva scacciata.
Le orgie erano incessanti. Ecco la descrizione che ne dà Giovenale:
«A tali incerti sguardi, già si sente girar il pavimento di sotto, la
tavola si solleva ed i lumi si vedono doppi. Ebbene! dubitate forse
ancora delle oscenità di Tullia, delle proposte che fa a quella Maura
troppo famosa che è la sua più intima amica, quando Maura passa dinnanzi
al vecchio altare del pudore?
«E là che esse fanno, durante la notte, fermar la loro lettiga, e là che
si estrinseca il loro furor concentrato, e che dopo di aver sfidato la
statua del dio con i più bizzarri insulti, si abbandonano al chiaror
della luna ad assalti reciproci di cui la natura ne freme. Tutti sanno
che avviene nei misteri della buona dea, quando le trombette agitano
queste specie di furie, e quando egualmente ebri di cibo e di vino,
fanno volare turbinosamente i loro capelli sparsi, invocando al Dio
Priapo. Quali desiderii! e quali slanci! E che torrenti di vino scorrono
sulle loro cosce!
«Sarfeïa, colla corona in mano, provoca alcune vili cortigiane, e vince
il premio offerto alla lubricità. A sua volta rende omaggio agli ardori
di Medullina; quella che trionfa in tale conflitto è proclamata la più
nobile. Nulla si fa per finzione: le attitudini sono di una tale verità
che infiammerebbero il vecchio Priamo e l'infermo Nestore. Diggià gli
esaltati desiderii vogliono essere assopiti; diggià ogni donna riconosce
che non stringe tra le braccia se non una donna impotente, e l'antro
echeggia di questi unanimi gridi: Introducete gli uomini, la dea lo
permette: il mio amante dorme forse? che lo si svegli subito... se il
mio amante non viene, mi abbandono agli schiavi, e se di schiavi non ve
ne sono, che si apporti un asino... subito!!!»
I libertini ricercavano a qualunque prezzo i primi fiori delle vergini,
ciò che costituiva un lucroso commercio pei lenoni, che arrivavano
perfino a vendere ragazzine dai 7 ad 8 anni, per essere più certi della
condizione di una mercanzia sì fragile e sì rara.