Insomma, per la prima volta, una donna si trovò a capo di una vasta e

vera cospirazione politica, per togliere alla famiglia di Augusto il

supremo potere; e questa donna — altra prova che non era una sciocca

— seppe tramare così bene e in tempo così opportuno la sua congiura,

che i più intelligenti ed influenti tra i liberti di Claudio esitarono

a lungo, se unirsi a lei o parteggiare per l’imperatore. Tanto pareva

dubbio indovinare chi vincerebbe tra il debole marito e la moglie

audace, senza scrupoli. Essi lasciarono Messalina e Silio cercare

partigiani e amici, intendersi perfino con il prefetto dei vigili,

celebrare il loro matrimonio, senza aprir gli occhi a Claudio. Claudio

sarebbe forse perito, se all’ultimo momento Narcisso non si fosse

risoluto a correr dall’imperatore che era ad Ostia, e spaventandolo

non lo avesse persuaso a sradicar subito la congiura con un colpo.

Seguì un altro di quei macelli giudiziari, che da più di trenta anni

insanguinavano Roma; e Messalina fu travolta, anche essa, nella strage.

III.

Dopo la scoperta della congiura, Claudio arringò i soldati, dicendo

loro che i matrimoni gli riuscivano troppo male, onde non intendeva

più riammogliarsi. Il proposito forse era savio, ma difficile ad

eseguire. Per tante ragioni l’imperatore aveva bisogno di avere accanto

una donna! E ben presto Claudio consultò i suoi liberti sulla nuova

moglie che voleva scegliere. Le discussioni furono molte e lunghe le

incertezze; ma poi la scelta cadde su Agrippina, e non a caso. Poichè

Agrippina era nipote di Claudio; e i matrimoni tra zio e nipote, se non

erano proprio proibiti, ripugnavano al sentimento pubblico, Claudio e i

suoi liberti non poterono risolversi a vincer questa ripugnanza, se non

per gravi ragioni. Tra queste, la più grave fu forse che, dopo la prova

di Messalina, si preferì di non uscire dalla famiglia, argomentando che

una imperatrice della famiglia non si sarebbe così facilmente indotta

a cospirare contro la discendenza di Augusto, come aveva fatto una

estranea, venuta da una di quelle famiglie dell’aristocrazia che tanto

odiavano la famiglia imperiale. Agrippina era una figlia di Germanico:

raccomandazione potente, presso le plebi, le coorti pretorie e le

legioni; era intelligente, colta, semplice, economa; era cresciuta

in mezzo alle faccende politiche e conosceva il governo dell’impero;

aveva sino ad allora menato vita irreprensibile. Parve dunque la donna

che ci voleva, per far dimenticare al popolo Messalina; per rianimare

nelle moltitudini il rispetto della famiglia di Augusto, mezzo spento

da tanti scandali e da tante discordie; per non scomparir troppo al

confronto di Livia.

Claudio domandò al Senato che autorizzasse i matrimoni tra zii e

nipoti, non osando assumersi da solo la responsabilità di contrariare

il sentimento del popolo. E la figlia di Germanico, la sorella di

Caligola diventò imperatrice.

VI.

LA MADRE DI NERONE.

I.

Sposar Claudio poteva essere, come vuole Tacito, la massima ambizione

di Agrippina; ma poteva essere anche la abnegazione suprema di una

donna che si considerava, alla romana, lo strumento della fortuna

della sua famiglia e dei suoi. Sposando Claudio, Agrippina non sposava

soltanto uno zio molto più vecchio, un marito poco gradevole; ma legava

la sua sorte a quella di un imperatore debole, minacciato da continue

congiure e rivolte, le cui incertezze e paure erano universalmente

considerate un pericolo pubblico; metteva a un cimento mortale la vita

e l’onore, se non riuscisse a bilanciare con la sua intelligenza e la

sua volontà le debolezze dello strano marito: impresa che non è chi non

veda quanto fosse difficile.

Ma Agrippina si accinse all’arduo compito con ardore e con fortuna.

Le circostanze la favorirono sul principio. Le pazzie di Caligola e

gli scandali di Messalina avevano tanto disgustato Roma e l’Italia,

che tutti, dal Senato alla plebe, chiedevano un governo più forte,

più coerente, più rispettabile, che la facesse finita coi processi,

le discordie, le rapine, le congiure. Appena Agrippina apparve, tutti

sperarono in lei, nella figlia di Germanico, nella nipote di Druso,

nel sangue dei Claudi; nella loro fermezza, nel loro puritanismo

tradizionalista. E non a torto; chè questa donna era una specie di

Tiberio femmina, simile nella purezza dei costumi alla madre, alla

nonna Antonia, alla bisnonna Livia, per quanto Tacito maligni anche

intorno a lei, a proposito di Pallante e di Seneca. Ma non solo è

smentito dal fatto che neppure l’odio implacabile di Messalina riuscì

a farla cadere sotto i colpi della _lex de adulteriis_; egli stesso si

smentisce da sè, quando dice: «_nihil domi impudicum nisi dominationi

expediret_»: il che significa che Agrippina fu donna di intemerati

costumi, perchè tutta la sua storia dimostra che la sua potenza prima

e la sua disgrazia poi dipesero da tali e tante cause e ragioni, che

proprio le sue grazie femminili non ebbero forza nè di accrescere la

potenza nè di ritardar la rovina. Appunto perchè con le sue virtù

Agrippina ricordava i personaggi più venerati della famiglia di

Augusto, tutti sperarono quando la videro accanto al debole Claudio;

e incoraggiata da questo favore, Agrippina si accinse a restaurare

nello Stato i principii tradizionali della nobiltà, in cui Livia aveva

educato prima Tiberio e Druso, poi Germanico, poi Agrippina stessa.

Lo spirito della grande avola spento nella famiglia dal conflitto

tra Tiberio e Agrippina, dalle pazzie di Caligola e dagli scandali

ridicoli del primo governo di Claudio, rivisse finalmente in questa

pronipote. La quale si adoperò a ridare allo Stato un po’ di quel

vigore autoritario, che era stato il pensiero costante della nobiltà,

ai tempi del suo splendore. «_Adductum et quasi virile_» chiama

Tacito il suo governo: rigido e quasi virile: il che significa che

dopo il rilassamento e il disordine dei primi anni si restaurò, sotto

l’influenza di Agrippina, un po’ di ordine e di disciplina. Agrippina,

come Livia, come tutte le donne della grande nobiltà romana, era una

brava massaia, parsimoniosa, vigilante, sempre attenta alle entrate

e alle spese, agli schiavi e ai liberti; e quindi odiava gli uomini

dei subiti guadagni, gli accollatari arricchiti troppo rapidamente, la

gente che non si propone che di far quattrini. Noi sappiamo che essa

cercò di impedire, quanto potè, le malversazioni del denaro pubblico,

con cui i liberti di Claudio arricchivano; noi abbiamo notizie,

dopochè essa sposò Claudio, di processi fatti contro dilapidatori del

pubblico denaro, mentre sotto Messalina non se ne sente mai discorrere;

noi sappiamo infine che essa riassestò la fortuna della famiglia,

che non è improbabile fosse stata molto scossa dalle prodigalità di

Messalina. Questo vuol dire una frase di Tacito, colorita dalla solita

malignità: _cupido auri immensa obtentum habebat, quasi subsidium regno

pararetur_. «Badava ad arricchir la famiglia, sotto il pretesto di

provvedere ai bisogni dell’impero». Quello che Tacito chiama «pretesto»

era invece l’antico modo di intendere la ricchezza, come mezzo di

governo e organo di potenza: la famiglia la possedeva ma per servirsene

a pro’ dello stato.

Insomma Agrippina si sforzò di ravvivare nel governo le tradizioni

aristocratiche, che avevano guidato e consigliato Augusto e Tiberio; e

non solo si sforzò ma — il che può parer da prima più singolare — ci

riuscì quasi senza lotta. Il governo di Agrippina parve da principio

riuscire in ogni sua impresa. Non solo, dopochè Agrippina ha sposato

Claudio, si sente in tutta l’amministrazione una maggior fermezza e

coerenza; non solo Claudio non sembra più in balìa dei liberti e delle

fuggevoli impressioni; ma anche il tetro colore dei tempi si schiarisce

per qualche anno, una certa concordia e tranquillità ritornano nella

casa imperiale, nell’aristocrazia, nel Senato. Per quanto Tacito

accusi Agrippina di aver fatto commettere a Claudio ogni sorta di

crudeltà, certo è che sotto il governo di lei i processi, gli scandali,

i suicidi diminuiscono; anzi le scandalose tragedie furono nei sei

anni che Claudio visse con Agrippina, così poco numerose che Tacito,

scarseggiandogli la materia preferita, sbriga la storia di questi sei

anni in un solo libro. Agrippina, insomma, non trovò quasi opposizione;

mentre Tiberio e perfino Augusto avevano dovuto, per governare l’impero

secondo le tradizioni della antica nobiltà, combattere aspramente il

partito della nobiltà nuova e modernizzante, di questo partito non

si ha più notizia quando Agrippina fa rivivere lo spirito dei grandi

antenati; il partito della vecchia nobiltà sembra dominare da solo,

con Agrippina, la repubblica. Il che è probabile nascesse parte dal

disgusto per gli scandali dell’ultimo decennio; parte dallo spossamento

dei due partiti, dopo tanti processi e scandali e rappresaglie. Nelle

due fazioni il vigore pugnace affievoliva; una mollezza universale

induceva tutti ad accettare l’indirizzo del governo; l’autorità

dell’imperatore e dei suoi consiglieri acquistava forza, indebolendosi

le forze di opposizione entro il Senato e nell’aristocrazia.

Le debolezze e le incoerenze, che avevano alonato sino allora di

ridicolo il governo di Claudio, non si ripetevano più. Ma Agrippina

pensava anche al futuro. Essa aveva avuto, dal primo marito, un figlio,

che quando essa sposò Claudio aveva undici anni; e a proposito del

quale Tacito ha fatto segno Agrippina delle sue più gravi accuse.

Secondo quel che Tacito racconta, Agrippina sin dal primo giorno del

suo matrimonio avrebbe macchinato di far del suo figlio — il futuro

Nerone — il successore di Claudio, escludendo Britannico, il figlio

di Claudio e Messalina; per riuscire non avrebbe risparmiato intrighi,

frodi, inganni. Fa richiamare dall’esilio Seneca e lo dà come maestro

al figlio; fa destituire i due comandanti della guardia pretoriana

che erano creature di Messalina e ottiene che sia nominato in loro

vece una sua creatura, Afranio Burro; circonda di spie e di insidie

Britannico; riesce infine con mille intrighi e moine a far adottare,

nell’anno 50, il suo figlio da Claudio. Ma tutto questo racconto non è

che un romanzo ricamato su una verità molto semplice. Intanto Tacito

stesso ci dice che Agrippina era una madre severissima, all’antica

cioè, _trux et minax_ come egli dice; la quale non seguiva i modi

molli della nuova educazione, troppo in favore, ormai, nelle grandi

famiglie; e aveva allevato il figlio come si usava una volta con grande

semplicità. Inoltre giova osservare che Britannico non aveva, come non

l’aveva Nerone, alcun diritto alla successione di Claudio. Il principio

ereditario non esistendo nel governo imperiale, il Senato era libero

di scegliere chi volesse; la scelta era stata fatta sempre, sino ad

allora nella famiglia di Augusto, solamente perchè in questa famiglia

era più facile trovar persone che fossero conosciute, rispettate,

ammirate dai soldati delle lontane legioni e preparate ai molteplici e

difficili uffici della carica. Ma appunto per questo Augusto e Tiberio

avevano sempre cercato di preparare alla carica suprema più di un

giovane, sia perchè il Senato avesse una certa libertà di scelta, sia

perchè ci fosse una riserva, se uno o falliva alle speranze, o moriva

immaturamente, come tanti erano morti. Che Agrippina facesse adottare

da Claudio il figlio suo, non prova dunque che volesse escludere

Britannico a vantaggio di Nerone; dimostra soltanto che voleva che

il potere supremo non uscisse dalla famiglia di Augusto; e perciò

intendeva preparare non un solo successore a Claudio, ma una coppia,

così come Augusto aveva prima preparato Druso e Tiberio, poi Caio e

Lucio Cesare. Nè si dimentichi, per persuadersi quanto Agrippina fosse

savia, che Nerone era di quattro anni più vecchio di Britannico; e

che quindi, nel 50, quando Nerone fu adottato, Britannico era ancora

un ragazzo di 9 anni. Siccome Claudio già ne aveva 60, sarebbe stato

imprudente non fare assegnamento, per la successione che sopra un

ragazzo di 9 anni; mentre Nerone, più anziano di 4, sarebbe stato

più presto in grado di aiutare il padre e di esercitare il potere.

Agrippina era così lontana dal voler distruggere la discendenza di

Claudio e di Messalina — sarebbe stata pazza, se l’avesse pensato — che

prima dell’adozione aveva fatto sposare a Nerone Ottavia, figlia di

Claudio e di Messalina. Ottavia era una donna virtuosa e all’antica,

quale piaceva ai fedeli della tradizione; all’antica, Agrippina aveva

fidanzati di buon’ora i due giovani, sperando di farne una coppia che

fosse modello alle famiglie della aristocrazia.

Agrippina insomma, nonchè indebolire la famiglia imperiale,

distruggendo i discendenti di Messalina, voleva rinforzarla,

introducendo il figlio suo. Nè poteva volere altrimenti, essendo donna

di alto senno. Aveva veduto la famiglia di Augusto, così fiorente un

giorno, esausta e quasi distrutta dalle atroci discordie dei suoi:

poichè all’ardore della madre sposava una ponderazione che a sua madre

era mancata, voleva cercar di riparare, quanto poteva, il male fatto

dalla prima Agrippina e da Caligola. Tutte le speranze dell’avvenire

erano ormai riposte in Britannico ed in Nerone. Riappariva in Agrippina

il senno dei gloriosi antenati; e il pubblico fu così contento, che

a lei furono decretati onori grandissimi, quali neppure a Livia: che

portasse il titolo di Augusta, che potesse salire il Campidoglio in

cocchio, onore questo concesso in antico solo ai sacerdoti ed alle

imagini degli Dei.

La morte improvvisa di Claudio troncò l’opera così bene avviata.

A 64 anni, in una notte di ottobre dell’anno 54, Claudio soccombè

a un male misterioso, dopo una cena in cui aveva, come al solito,

disordinatamente mangiato. Tacito pretende di sapere che Agrippina

aveva somministrato del veleno a Claudio in un piatto di funghi; e che

dubitando che sopravvivesse, aveva fatto chiamare nella notte il medico

Senofonte, il quale, d’accordo con lei, fingendo di voler provocare il

vomito, gli aveva cacciato in gola una penna intinta in un potentissimo

tossico, uccidendolo. Il racconto è così strano e così inverisimile,

che Tacito stesso lo riferisce come una dicerìa (_creditur_); ma

se nessun uomo sensato crederà che il capo di un grande Stato possa

essere avvelenato in un baleno dal suo medico con qualche pennellazione

sulla gola, ancor più difficile è spiegare per qual motivo Agrippina

avrebbe avvelenato Claudio. Perchè — come Tacito pretende — Claudio

da qualche tempo mostrava di prediligere Britannico a Nerone? Ma

anche se fosse vero, il motivo sarebbe ridicolo. Augusto amava assai

più Germanico che Tiberio: eppure alla sua morte il Senato scelse

Tiberio e non Germanico, perchè Tiberio era meglio indicato come capo

dell’impero, in quel momento. Quando Claudio morì, Britannico aveva

13 anni e Nerone 17; erano dunque tutti e due dei ragazzi; onde quel

che si poteva e doveva temere per l’uno e per l’altro era che, vacando

proprio allora la carica suprema, il Senato non volesse nessuno dei

due, perchè ambedue troppo giovani. Ciò è così vero che altri storici

hanno supposto che Agrippina fosse venuta in discordia con qualcuno

dei liberti più potenti di Claudio; e che, vedendo il debole Claudio

tentennare, lo avrebbe tolto di mezzo per non far la fine di Messalina.

Ma anche questo racconto è assurdo. La sposa dell’imperatore era così

invulnerabile, che Messalina aveva potuto commettere impunemente per

tanti anni tanti eccessi e tanti abusi, ed era caduta solo quando

si era lasciata cogliere in flagrante cospirazione. Universalmente

rispettata per le sue virtù, rivestita di onori sacri, Agrippina non

aveva più nulla a temere, nè da Claudio nè dai suoi liberti.

No: questa accusa non è più seria e fondata, di altre consimili, che la

credula storia ha registrate a carico di altri membri della famiglia di

Augusto. Claudio, a 64 anni, morì _troppo presto_, per gli interessi

della famiglia di Augusto che tanto stavano a cuore a Agrippina. Si

poteva chiedere al Senato romano che facesse imperatore e comandante

degli eserciti, uno dei due giovinetti nei quali sopravviveva ancora

la stirpe di Augusto? La domanda era così arrischiata, che Agrippina

— ce lo racconta Tacito — nascose per molte ore la morte di Claudio,

e fece credere che i medici speravano ancora di salvarlo, quando già

era morto, _dum res firmando Neronis imperio componuntur_, mentre si

disponevano le cose per assicurare l’impero a Nerone. Dunque, se tutto

fu in fretta e furia disposto all’ultimo momento, Agrippina era stata

anche essa sorpresa dalla malattia e dalla morte di Claudio; dunque non

l’aveva provocata. Non è perciò difficile ricostruire gli avvenimenti.

Sorpreso Claudio nella notte dal 12 al 13 ottobre da un violento e

mortale malore, Agrippina vide subito il pericolo che, la famiglia

di Augusto, non potendo offrire all’impero un uomo valido, il Senato

rifiutasse di consegnare il sommo potere sia a Nerone sia a Britannico:

unico scampo far pressione sul Senato, per mezzo delle coorti pretorie,

affezionate alla famiglia di Augusto, quanto il Senato era avverso;

presentare alle coorti uno dei due giovani, farlo acclamare non capo

dell’impero, ma capo dell’esercito: il Senato sarebbe poi costretto a

proclamarlo capo dell’impero, come era accaduto per Claudio. Ma quale

dei due giovanetti scegliere: il figlio carnale o il figlio adottivo?

Fu scelto Nerone: e per ambizione iniqua di Agrippina — dice Tacito.

— Che Agrippina desiderasse piuttosto il figlio suo che Britannico

a capo dell’impero, è probabilissimo; ma questa non fu la ragione

della scelta, che non sarebbe stata diversa nemmeno se Agrippina

avesse odiato Nerone ed amato Britannico come la pupilla dei suoi

occhi. Nerone doveva essere preferito a Britannico, perchè era quattro

anni più vecchio. Se era già una temerità proporre al Senato di far

imperatore un giovinetto di 17 anni, sarebbe stata una follìa offrire

alle legioni un ragazzo tredicenne come capo supremo!

Il piano di Agrippina fu attuato, con il concorso di Seneca e di Burro,

con risoluta rapidità e buon successo. Preparate le coorti pretorie,

il 13 ottobre, a mezzodì, Nerone accompagnato da Burro, si presentò

alla coorte che era di guardia al palazzo imperiale. Accolto con liete

acclamazioni, fu messo in lettiga, portato al quartiere dei pretoriani,

acclamato capo degli eserciti. Il Senato, sebbene a malincuore,

confermò l’elezione. Avvenimento inaudito a Roma — a capo dell’immenso

impero era stato posto un giovinetto di 17 anni, allevato all’antica,

quindi già ammogliato — ma ancora, a quella età, interamente sottoposto

alla tutela della madre severa; un giovinetto ignaro dei lussi, dei

piaceri e delle eleganze di cui i tempi erano ormai invaghiti; un

giovinetto che sino ad allora, oltre l’ingegno vivace, e la docilità,

non aveva mostrato nessuna virtù o nessun vizio particolare. Una

sola stranezza era stata osservata in lui: che avesse studiato con

maggiore zelo e profitto il canto, la pittura, l’intaglio e la poesia

— arti frivole e inutili — anzichè l’eloquenza, arte necessaria

per un’aristocrazia che doveva adoperare la parola nei comizi, nei

tribunali e nel Senato quanto la spada sui campi di battaglia. Ma i più

credevano a un capriccio di gioventù, che non durerebbe.

II.

Agrippina, dunque, aiutata da Seneca e da Burro, aveva conservato

nella famiglia di Augusto la somma carica dell’impero, ma era troppo

intelligente da non capire quanto la sua ardita mossa fosse pericolosa,

e da non prevedere che un imperatore di 17 anni sarebbe esposto ad ogni

sorta di insidie, di invidie, di opposizioni palesi e nascoste. Essa

provvide prontamente a temperar l’inconveniente e a parare il pericolo,

con un altro accorgimento abilissimo: la quasi totale restaurazione

della vecchia costituzione repubblicana. Seppellito Claudio, Nerone si

presentò al Senato e in un forbito e modesto discorso, inteso quasi a

scusare la sua giovine età, dichiarò che di tutti i poteri esercitati

dai suoi predecessori egli non voleva che il comando degli eserciti:

tutti i poteri civili, giudiziari, amministrativi rimetteva al Senato,

come nei bei tempi della repubblica.

Questa «restaurazione della repubblica» fu il capolavoro e l’apogeo di

Agrippina. Nerone, il futuro tiranno, incominciava a governare con una

solenne rinuncia di poteri a favore dell’aristocrazia, voluta dalla

madre. Allucinati da Tacito, gli storici non se ne sono accorti; e non

hanno capito il senso o il valore di questa rinuncia, in cui rinasce

ancora una volta lo spirito di Augusto e di Tiberio. Per Augusto e per

Tiberio l’impero apparteneva alla repubblica e questa all’aristocrazia:

l’imperatore era il depositario temporaneo d’alcuni poteri della

nobiltà, che alla nobiltà, al Senato, organo delle nobiltà, dovevano

essere restituiti, quando le ragioni politiche che avevano imposto

il trasferimento, venissero meno. Poichè quell’imperatore di 17 anni

doveva far dimenticare così la sua giovane età come la pressione

illegittima a cui le coorti avevano sottoposto il Senato, questa

restaurazione non era una rinuncia a privilegi e poteri inerenti

all’autorità imperiale, ma una restituzione consigliata da una donna,

che aveva appreso l’arte di governare alla scuola di Augusto. E difatti

la mossa riuscì. L’illusione che l’autorità del _princeps_ fosse un

espediente temporaneo, imposto dalle guerre civili e che un giorno o

l’altro cesserebbe perchè non più necessario, era ancora così tenace e

profonda nell’aristocrazia romana, che ogni indebolimento dell’autorità

imperiale era salutato come un felice ritorno dall’eccezione alle

norme e alle regole. Il governo di Nerone incominciò dunque bene,

tra le speranze più liete, i propositi più generosi, un universale

rinascere della fiducia, che i primi atti del nuovo governo e i segni

del futuro parevano giustificare. Agrippina continuava a vigilare,

guidare, consigliare, riprendere Nerone, come prima dell’elezione,

d’accordo con i due maestri del giovane, Seneca e Burro; Nerone

obbediva docile al freno e alla frusta; il Senato ripigliava i suoi

antichi uffici; governato da Seneca, da Burro e da Agrippina d’accordo

con il Senato, e docilmente consenziente Nerone, l’impero pareva a

tutti rifiorire e tutto lo Stato essere in così buon assetto, come non

era stato mai. Ma per poco tempo. Se Agrippina aveva educato il figlio

all’antica, se l’aveva allevato con semplicità e durezza disusate,

se l’aveva sposato di buon’ora, e non abdicava dall’autorità materna

neppure in presenza dell’imperatore, il temperamento del figlio non

era fatto per queste asprezze o discipline. Quel gusto per il disegno

ed il canto, quella noia dell’eloquenza, che aveva mostrati sin da

ragazzo, erano il piccolo seme da cui doveva svilupparsi con gli

anni, con l’uso e l’abuso del potere, un furioso esotismo; uno di

quei temperamenti riottosi, che ogni tanto prorompono dalle antiche

aristocrazie, smaniosi di far l’opposto di ciò che impongono la

tradizione, l’educazione e l’opinione. Tutti gli inconvenienti e i

pericoli della antica educazione romana dovevano perciò apparire in

Nerone: primo tra tutti, la fragilità dei matrimoni precoci. Agrippina

l’aveva ammogliato di buon’ora con una giovanetta che per nobiltà

di natali e virtù poteva essergli degna compagna: ma un anno dopo la

assunzione all’impero il giovane diciottenne dimenticava il dovere per

l’amore, la virtuosa Ottavia per la bellissima Acte, una liberta venuta

dall’Oriente, una bellezza esotica di cui si innamorò al punto che un

bel giorno manifestò il proposito di ripudiare Ottavia e sposare Acte.

Era una pazzia di ragazzo innamorato, perchè la _lex de maritandis

ordinibus_ vietava le nozze tra senatori e liberte. È quindi naturale

che Agrippina si opponesse con veemenza: la bisnipote di Livia, la

nipote di Druso, la figlia di Germanico, educata alle idee più rigide

del romanismo, non poteva lasciar il figlio compromettere, con uno

scandaloso concubinato, il prestigio della nobiltà. Ma il giovane

resistè; se non ripudiò Ottavia, la trascurò, visse con Acte quasi

fosse sua moglie; e invano Agrippina tentò di rompere questa catena,

fabbricata da Afrodite. Il figlio incominciava a ribellarsi, perchè non

era più il figlio soltanto, ma anche l’imperatore.

Le donne dei Cesari · 第 7 / 8 段