E se, anche prendendo la mossa da idee e costumi egiziani, si fosse

contentato di mettere la sua famiglia, e le sue donne, al riparo

di un rispetto che le proteggesse contro le infami accuse e gli

iniqui processi, avrebbe potuto far cosa giusta, buona e utile alla

repubblica. Era assurda infatti, e pericolosa, quella contraddizione

per cui, durante il governo di Tiberio, l’imperatore era stato

insignito di straordinari poteri e fatto oggetto di un rispetto quasi

religioso; la famiglia poi — e particolarmente le donne — erano state

messe fuori della legge e bersagliate con mille insidie. Ma il lunatico

Caligola non era uomo da trattenere nei limiti della ragione neppure

un proposito savio. Il potere, la popolarità, le lodi esaltando la sua

natura bizzarra e incline agli eccessi, ben presto, a quanto pare,

sul finire del 37, venne in un’idea, che a Roma sembrò una orribile

empietà. Sua moglie morta, poco dopo la sua assunzione all’impero, e

dovendo rimaritarsi, annunciò che sposerebbe sua sorella Drusilla. Gli

storici hanno rappresentato questo proposito come il delirio perverso

di una sfrenata sensualità; e certo pazzia era e una grossa pazzia; ma

una pazzia politica forse, più che un mostruoso traviamento dei sensi;

perchè tentava di portare in Roma i matrimoni dinastici tra fratelli

e sorelle, che erano stati costante tradizione dei Tolomei e dei

Faraoni in Egitto. Certo a noi, educati secondo le dottrine severe ed

austere del cristianesimo che ereditò in questa materia, purificandole

e facendole più rigorose, il fiore delle idee greco-latine, questi

incesti sacri paiono una orribile aberrazione. Pure per secoli in

Egitto, nella più antica delle civiltà mediterranee, erano stati il

privilegio sovrano che avvicinava agli Dei la dinastia, conservandone

la purezza celestiale del sangue; e forse il costume, durato in Egitto

sino alla caduta dei Tolomei, era l’avanzo di antichissimi tempi, e di

più vasta diffusione, perchè se ne trova traccia anche nella mitologia

greca. Giove e Giunone, la coppia augusta dell’Olimpo, sono fratello

e sorella. Ristretto forse a poco a poco dall’espandersi della civiltà

greca, il costume fu definitivamente sradicato nel bacino mediterraneo

da Roma, quando distrusse il regno dei Tolomei.

[Illustrazione: BRITANNICO]

Ed ecco il lunatico Caligola vuole a un tratto trapiantare l’incesto

sacro con tutto l’apparato religioso della monarchia egiziana, facendo

della più illustre e potente famiglia dell’aristocrazia romana una

famiglia addirittura divina, i cui membri dovevano sposarsi tra loro,

per non turbare la celeste purezza del sangue! La stravagante idea era

già matura nel suo capo e la sposa già scelta tra le tre sorelle nella

persona di Drusilla, alla fine del 37: come lo prova il testamento che

egli fece, sul finire dell’anno, in occasione di una malattia, e con

il quale lasciava non solo i suoi beni, ma anche l’impero a Drusilla,

come se l’impero fosse suo. Ma appena l’idea fu nota, la concordia

e la pace, ristabilite per un momento nella travagliata famiglia

imperiale con l’avvento di Caligola, dileguarono di nuovo. La nonna

e le sorelle di Caligola erano romane, romanamente educate, e questa

esotica pazzia non poteva ispirar loro che un invincibile orrore.

Fu uno scompiglio. Le disgraziate figlie di Germanico erano dunque

scampate dalle persecuzioni di Seiano e del suo partito, per cadere

in balìa dei capricci incestuosi del fratello? Nel 38 già Caligola è

in rotta con la nonna, che l’anno prima egli aveva fatto proclamare

Augusta, e tra il 38 e il 39 le catastrofi si succedono nella famiglia,

con una rapidità paurosa. Drusilla che, come dice Svetonio, egli

trattava già come una sposa, muore ad un tratto, giovanissima ancora,

non sappiamo di qual malattia, forse per lo spavento — non è temerario

il supporlo — della folle avventura, in cui la voleva trascinare il

fratello sposandola. Caligola fece subito di lei una Dea a cui si

dovevano tributare gli onori in tutte le città, le eresse un tempio,

costituì un corpo di venti sacerdoti, uomini e donne, decretò che il

suo natalizio fosse giorno di festa; volle che la statua di Venere sul

Foro le rassomigliasse. Ma a mano a mano che si infervorava in questa

adorazione della sorella morta Caligola veniva in più aspra discordia

con le sorelle vive. Giulia Livilla è esiliata nel 38; Agrippina, la

moglie di Domizio Enobardo, nel 39; a quanto si dice, perchè avevano

congiurato contro l’imperatore; e intorno a questo tempo la veneranda

Antonia muore, costretta — si vociferò — da Caligola a suicidarsi.

Quel che ci sia di vero in queste dicerie, è impossibile dire; ma quel

che si può affermare con sicurezza è che nessuno poteva più vivere nel

palazzo imperiale, con questo pazzo che scambiava Roma per Alessandria

e voleva sposare una sorella. Anche Tiberio, il figlio di Druso,

il coerede di Caligola, è inghiottito in questo tempo da un oscuro

processo e sparisce.

Caligola restò solo a Roma, a rappresentar nel palazzo imperiale la

famiglia che per ironia si doveva considerare come la più fortunata

dell’impero. Di tre generazioni, a cui la sorte pareva aver largiti

tutti i beni della vita, non sopravviveva che Claudio, il vecchio

balordo, lo zimbello dei servi e dei liberti, che nessuno molestava

perchè tutti potevano prendersi beffe di lui. Un pazzo e un imbecille:

ecco i superstiti della famiglia di Augusto, settanta anni dopo la

battaglia di Azio! Solo, non potendo più innalzare una sorella agli

onori dell’Olimpo monarchico, Caligola fu costretto a cercar moglie

nelle famiglie dell’aristocrazia: ma pare che neppur lì ci fosse

abbondanza di donne, atte a far compagnia a un Dio così capriccioso.

In tre anni ne sposò e ripudiò tre: Livia Orestilla la prima, Lollia

Paulina, la seconda; Milonia Cesonia, la terza: figure senza rilievo,

ombre e parvenze di imperatrici, nessuna delle quali ebbe nemmeno il

tempo di occupare l’altissimo posto. Invano il popolo aspettò che

comparisse nel palazzo imperiale la degna continuatrice di Livia:

Caligola, come tutti i pazzi, era un solitario, non poteva vivere

con altri esseri umani, si abbandonava solo ai suoi vaneggiamenti,

sempre più strani e violenti. Ormai voleva addirittura imporre il

culto della sua persona a tutto l’impero, senza badare a tradizioni

e superstizioni locali; facendo violenza al sentimento dell’Italia,

che detestava questo culto di un vivo come un’adulazione orientale,

non meno che alla devozione degli Ebrei, inorriditi dall’idolatria.

In tutte le parti dell’impero nacquero difficoltà, disgusti, sommosse;

le stravaganze, le pazze spese, i disordinati piaceri, le crudeltà di

Caligola acrebbero il malcontento ed il disgusto. Se anche Caligola è

stato dipinto con il nerofumo e le sue crudeltà e violenze esagerate

dagli scrittori antichi, è certo però che il suo governo, negli

ultimi due anni, degenerò in una tirannide spensierata, spendereccia,

violenta e crudele. Un giorno Roma si accorse che la famiglia, a cui

la repubblica e l’impero si appoggiavano come ad una colonna, stava per

spegnersi; che nel palazzo imperiale, vuoto di donne, vuoto di giovani,

vuoto di speranze, vaneggiava, ultimo superstite, un pazzo di 31 anni,

il quale mutava moglie ogni sei mesi, profondeva follemente il denaro

e il sangue dei sudditi, e non pensava che a farsi adorare come un Dio

in carne ed ossa da tutto l’impero. Nel palazzo stesso una congiura fu

ordita, e Caligola ucciso.

II.

All’annunzio il Senato restò perplesso. Che fare? La maggioranza

pendeva a restaurare l’antico governo repubblicano, abolendo la

autorità imperiale, e restituendo al Senato il timone della repubblica,

che a poco a poco era passato nelle mani dell’imperatore. Ma molti

temevano che questo ritorno all’antico non fosse nè facile nè senza

pericoli. Riuscirebbe il Senato, così neghittoso, così discorde, così

scadente a governare l’immenso impero? Rispetterebbero le legioni la

sua autorità? Qui stava il tutto; e il punto era dubbio. Ma non era

neppur molto più facile trovare un imperatore, se ormai un imperatore

era, come molti temevano, necessario. Della famiglia di Augusto

sopravviveva solo Claudio: troppo sciocco e ridicolo, perchè si potesse

pensare a farne il capo dell’impero. Pare che qualche senatore eminente

avanzasse la propria candidatura: ma se l’autorità dei membri della

famiglia di Augusto era così incerta, così discussa, così minata, sotto

sotto, che potrebbe e farebbe un imperatore nuovo, sconosciuto alle

legioni e alle provincie, non sostenuto dalla gloria degli antenati?

Mentre il Senato si dibatteva in queste perplessità, i pretoriani

scovarono in un angolo del palazzo imperiale Claudio, che si era

appiattato, per paura si volesse uccidere anche lui. Riconoscendo in

lui il fratello di Germanico, il figlio di Druso, dell’eroe venerato

negli accampamenti, i pretoriani lo acclamarono imperatore. Un atto

di volontà soverchia facilmente mille scrupoli e incertezze: il Senato

cedette alle legioni, riconobbe imperatore Claudio l’imbecille.

Ma Claudio un imbecille non era, sebbene sembrasse ai più. Era

invece un uomo riuscito a mezzo, nel quale l’intelligenza si era

sviluppata molto, ma il carattere era rimasto fanciullo, paurosissimo,

capriccioso, impulsivo, sventato. Amava gli studi, la storia, le

lettere, l’archeologia (Tito Livio era stato suo maestro); era più che

colto addirittura erudito; e parlava e scriveva bene: ma Augusto aveva

dovuto rinunciare a farne un magistrato e un senatore, perchè non era

riuscito ad acquistare non solo quella fermezza e volontà, ma neppure

quella dignità apparente, dei modi e del contegno, ch’è necessaria per

governare gli uomini. Paurosissimo, credulo, suggestionabile e insieme

ostinato, ghiotto e sensuale, questo erudito fanciullone, era diventato

nel palazzo imperiale una specie di zimbello di tutti, massime dei

suoi schiavi, che, conoscendone i difetti e le debolezze, facevano

di lui ciò che volevano. L’intelligenza per governare non gli faceva

difetto, ma gli mancava totalmente la tempra: era intelligente e pareva

stupido; sapeva considerare le grandi questioni della politica, della

guerra, della finanza con larghezza di vedute, con spirito originale

ed acuto, ma non riusciva a farsi prender sul serio dalle persone che

lo circondavano, e a farsi obbedire dalla moglie e dai liberti; aveva

ingegno quanto bastava per governare l’impero così bene come Augusto e

Tiberio, ma perdeva la testa alla prima favola di congiura che un suo

familiare, fingendosi sgomento, gli raccontasse.

[Illustrazione: NERONE]

Un uomo siffatto doveva riuscire un imperatore ben singolare: grande

e ridicolo nello stesso tempo. Egli fece leggi importanti, opere

pubbliche gigantesche, conquiste di grande momento, (la Britannia per

esempio); ma fu un marito così debole e imbecille, che con le debolezze

coniugali sciupò le belle e saggie opere del governo, massime nei

primi anni del suo governo, ossia sinchè visse con Valeria Messalina.

Bisogna riconoscere che non era stato fortunato perchè la sorte

gli aveva data una donna che, non ostante i suoi illustri natali —

apparteneva ad una delle più grandi famiglie di Roma, imparentata con

la famiglia di Augusto — non era proprio fatta per lui. Il nome di

Messalina suona in tutto il mondo sfrenata lascivia: esagerazione, come

al solito, dell’odio, che non diede tregua alla famiglia di Augusto,

sinchè uno dei suoi visse; perchè delle infamie che si attribuiscono

a lei, molte sono favole manifeste, raccontate con compiacenza da

Tacito e da Svetonio e facilmente credute dai posteri. Certo è invece

che Messalina era una donna bella, capricciosa, leggera, prepotente,

spensierata, sfarzosa, avidissima di denaro, e prodiga, che non

si era mai fatto scrupolo di abusare della debolezza del marito;

una donna, insomma, poco virtuosa e seria, ma non un mostro. Donne

tagliate di questa stoffa, tutte le epoche e tutte le condizioni ne

hanno conosciute; e a nessuno è venuto mai in mente di definirle dei

mostri, essendo di solito considerate da tutti come una varietà molto

piacevole anche se un po’ pericolosa, del sesso femminile, che ha

bisogno, per vivere senza far troppo male, di un uomo che la domini

con saggezza e fermezza. Mancando questa mano vigorosa, Messalina non

era donna da capire che se aveva potuto abusare impunemente della

sua debolezza, sinchè Claudio era stato il più oscuro tra i membri

della famiglia imperiale, pericolosissimo sarebbe continuare ad

abusarne, dopo che era diventato il capo dell’impero; anzi, ne abusò

più di prima e da questo errore nacquero tutti i guai. Incominciò,

scatenando una nuova discordia nella famiglia imperiale. Claudio

aveva richiamato a Roma le due nipoti vittime dei capricci egiziani di

Caligola, Agrippina e Giulia Livilla: ma queste, se non ritrovarono

più a Roma per perseguitarle il fratello, ci trovarono la zia; e non

guadagnarono molto al cambio. Messalina si adombrò dell’influenza

che le due sorelle acquistavano sull’animo del debole zio, e non andò

molto che Giulia Livilla fu accusata in forza della _lex adulteriis_

ed esiliata con Seneca, il famoso filosofo che si volle, a torto o a

ragione, far passare per suo amante. Agrippina — ed è questa una prima

prova che era, come sua madre, una donna virtuosa — non potè essere

ferita con queste armi e restò a Roma; ma dovè star all’erta ed esser

prudente; tanto più che rimasta vedova, non poteva contare nemmeno

sulla protezione del marito. Se Agrippina potè restare a Roma fu

isolata, ridotta all’impotenza: Messalina sola, d’accordo con quattro

o cinque liberti senza scrupoli, circuì Claudio; e governò con loro.

Governo di incredibili dilapidazioni e ruberie! Se tra questi liberti

c’erano uomini, come Narciso e Pallante, intelligenti e avveduti, i

quali non si contentavano di rubare molto denaro, ma aiutavano Claudio

a ben governare l’impero, Messalina non pensava che a far denaro

per profonderlo in lusso e in piaceri. Si vide così la moglie del

_princeps_ vendere la sua intercessione ai sovrani alleati e vassalli,

ai ricchi personaggi dell’impero che desideravano ottenere qualche

favore dall’autorità imperiale; intendersi con gli accollatari delle

opere pubbliche; immischiarsi nei conti dello Stato, ogni qualvolta ci

fosse occasione di far denaro; e con il denaro così lucrato sfregiare

ogni giorno la _lex sumptuaria_, e fare scempio delle virtù muliebri in

una vita di disordinati piaceri. Claudio o ignorava o sopportava.

Mormorava invece il pubblico. Se coloro che approfittavano delle sue

dissipazioni, ammiravano molto Messalina, il popolo incominciò presto

a protestare. Fedele ancora alla tradizione, Roma e l’Italia volevano

accanto all’imperatore una seconda Livia, un esempio di tutte le più

belle virtù della antica matrona; non una Baccante, che avrebbe dovuto

essere condannata all’esilio come tante altre donne di Roma infedeli ai

loro mariti; che disonorava e faceva ridicola con l’impunità l’autorità

imperiale. La moltitudine venerava nell’imperatore un magistrato quasi

sacro, incaricato di mantenere con le leggi e con l’esempio la purezza

delle famiglie, la fede dei matrimoni, la semplicità dei costumi: ed

ecco tutte le dissipazioni, corruzioni, e perversioni della donna che

vuol vivere solo per il suo piacere, per godere e far godere della sua

bellezza, erano insediate a scandalo delle persone dabbene nel palazzo

dell’imperatore accanto a lui, nella persona dell’imperatrice! Un

imperatore che fosse un marito debole, era uno scandalo, perchè il buon

senso popolare non ammetteva che potesse governare un impero chi non

sapeva comandare a una donna.

Fu ben presto opinione di tutte le persone sensate che Messalina

al posto di Livia, sul Palatino, e un marito così debole erano un

pericolo pubblico. Ma non sarebbe stato neppure cosa facile, anche se

l’imperatore l’avesse voluto, colpirne la sposa come rea di infedeltà

o di disobbedienza ad una delle grandi leggi di Augusto; perchè se

Caligola, che era pazzo, aveva potuto fare tre divorzi, un imperatore

più savio doveva pensarci bene, prima di render pubblici gli scandali

e le vergogne della famiglia, in cospetto di quella aristocrazia così

pronta alle calunnie e al sospetto. Ma la difficoltà era addirittura

invincibile, quando l’imperatore non vedeva o non voleva vedere le

colpe della moglie. Chi oserebbe accusarla in sua vece?

Governato con intelligenza ma disordinatamente e tra infinite

contradizioni, oscillazioni e debolezze lo Stato si rafforzava in

parte e in parte si dissolveva; la prepotenza e le ruberie dei liberti

esasperavano il pubblico; Messalina per quel che faceva e per quel che

se ne raccontava, era uno scandalo pubblico, tanto più insopportabile

perchè senza rimedio. Roma si accorgeva per la prima volta che una

imperatrice era invulnerabile; e che una volta insediata al Palatino,

guai se era una Messalina invece che una Livia: mezzo di protestare

contro i suoi abusi di potere non c’era, se l’imperatore non voleva

intervenire. Esasperato, il pubblico sfogò su Claudio anche le sue

collere per i disordini di Messalina; alla sua debolezza fu apposto

anche il malcostume della moglie; e intrighi, attentati, congiure,

piani di guerra civile furono a Roma, come dice Svetonio, cose di tutti

i giorni. La debolezza dell’imperatore diffondeva in tutto lo Stato

l’insicurezza e il dubbio; tutti si domandavano ogni mattina quanto

durerebbe questo governo, se una congiura di pochi o una rivolta di

legioni non lo travolgerebbe prima di sera; il sospetto, la diffidenza,

la paura erano in tutti gli animi; e molti pensavano che, poichè

Claudio non era buono a liberare l’impero di Messalina, occorreva

liberar l’impero di Claudio.

Per sei anni Messalina fu la grande debolezza di un governo, che

pure aveva meriti insigni e faceva grandi cose. Claudio, che fu certo

l’imperatore più minacciato di tutta la famiglia di Augusto, visse in

continuo pericolo per cagione della moglie. Ma le cose non potevano

restar così sospese e in bilico a lungo; e precipitarono infatti

in uno scandalo che, così come è stato raccontato da Svetonio e da

Tacito, sarebbe davvero il più mostruoso disordine, in cui possa

infuriare una imaginazione di donna pervertita dalla potenza. Narrano

questi scrittori che Messalina, non sapendo più che stravaganza nuova

inventare, un bel giorno avrebbe pensato di sposar Silio, un giovane

da lei molto amato, che apparteneva ad una grande famiglia e che era

console designato; e lo avrebbe difatti sposato con i più solenni

riti religiosi, a Roma, mentre Claudio era ad Ostia, per lo scellerato

piacere di imbrattare pubblicamente di bigamia i sacri riti nuziali. Ma

è ciò credibile, almeno se non si ammette che Messalina era subitamente

impazzita? A che pro’, per qual scopo commettere un tanto sacrilegio,

che offendeva il sentimento popolare nelle sue fibre più sensibili?

Dissoluta, crudele, avida Messalina, certo era; ma pazza no. E se

si vuol ammettere che essa fosse impazzita, è da credere che fossero

impazziti tutti coloro che le prestarono mano? Supporre che avessero

agito per paura, è difficile: la moglie del _princeps_ non aveva nessun

potere, con cui costringere dei personaggi cospicui a commettere in

pubblico un sacrilegio.

Questo episodio sarebbe forse un indovinello insolubile, se Svetonio

non ci desse, per caso, la chiave con cui scioglierlo. «_Nam illud

omnem fidem excesserit, quod nuptiis, quas Messalina cum adulterio

Silio facerat, tabellas dotis et ipse consignaverit_». «Una cosa

che nessuno giudicherà credibile è che egli stesso, nelle nozze di

Messalina con Silio, sottoscrisse i titoli della dote». Claudio dunque

sapeva che il matrimonio di Messalina e di Silio doveva aver luogo,

se egli stesso dotò la sposa: e questa par cosa quasi incredibile a

Svetonio. Ma noi sappiamo che nella aristocrazia romana si poteva

cedere la propria moglie a questo modo: non abbiamo noi stessi

raccontato che Livia fu dotata e sposata ad Augusto dal suo primo

marito, dal nonno di Claudio? La cessione della moglie con una dote

faceva parte dei costumi matrimoniali, un po’ troppo promiscui a dir

vero, dell’aristocrazia romana, che si andaron poi perdendo a mano

mano che nel primo e secondo secolo dell’era volgare il prestigio e la

potenza dell’aristocrazia romana scemarono; a mano a mano che le classi

medie imposero le loro idee e i propri sentimenti. Il passo di Svetonio

ci prova che egli non capiva più questo costume matrimoniale; forse

neppur Tacito lo intendeva bene; e non è improbabile che anche a molti

contemporanei di Claudio sembrasse strano. Si comprenderebbe quindi

come, non intendendo bene quel che era successo, gli storici del secolo

seguente abbiano creduto che Messalina quando ancora era moglie di

Claudio, sposasse Silio.

[Illustrazione: OTTAVIA]

Insomma Claudio si lasciò persuadere a far divorzio da Messalina e a

sposarla a Silio. Quali mezzi furono adoperati per persuadere Claudio a

consentire a questo nuovo matrimonio noi non sappiamo, perchè Svetonio

fa a questo mezzo una allusione, che non è molto chiara. A ogni modo

questo punto è meno importante dell’altro; per quale ragione Messalina

volle divorziare da Claudio e sposare Silio? Il quesito non è facile:

ma dopo un lungo studio io mi sono deciso ad accettare, con qualche

ritocco, la spiegazione data in un suo lavoro, ricco di idee originali

e di acute osservazioni «L’Impero e le donne dei Cesari» da Umberto

Silvagni. Il Silvagni ha osservato giustamente che Silio apparteneva

ad una famiglia dell’aristocrazia, famosa per la devozione al partito

di Germanico e di Agrippina; tanto è vero che suo padre, era stato una

delle vittime di Seiano e accusato per la legge di maestà al tempo di

Tiberio, s’era ucciso; sua madre, Sosia Galla, era stata condannata

all’esilio, come amica di Agrippina. Partendo da queste considerazioni

e esaminando con acume i racconti degli storici antichi il Silvagni ha

conchiuso che questo matrimonio coprì una cospirazione per rovesciare

Claudio e sostituirlo con Caio Silio. Messalina dovè sentire a un

certo momento che le cose non si reggevano più, che Claudio non

era imperatore abbastanza forte, da poter imporre all’impero il suo

disordinato governo e quello dei suoi liberti, che era ogni giorno

alla mercè di una congiura o di un attentato. Che cosa avverrebbe se

un giorno Claudio fosse spazzato via, come Caligola, da una congiura?

Essa avrebbe subita la stessa sorte. Quindi il proposito di rovesciare

l’imperatore, per conservare accanto al successore scelto da lei,

la potenza che aveva avuta sotto Claudio. Ma poichè, morto Claudio,

nessun membro della famiglia di Augusto era in età di governare, il

successore doveva essere scelto in una famiglia dell’aristocrazia; e

fu scelto in una famiglia famosa per la sua devozione a Germanico e

al ramo più popolare dei Giulio Claudi, per la speranza di guadagnar

le legioni e i pretoriani. Poichè la discendenza di Druso era spenta,

che altro restava se non scegliere il successore nelle famiglie

dell’aristocrazia, che avevano mostrato affetto e devozione al sangue

del grande estinto?

Le donne dei Cesari · 第 6 / 8 段