Era questo uno scoppio, prima o poi necessario. Troppo autoritaria,

Agrippina commetteva l’errore di trattare l’imperatore come aveva

trattato il figlio. Ma che lo scoppio avvenisse a quel modo, a

proposito di un amorazzo, e con una asprezza che poteva presto generare

l’odio, fu cosa funestissima. Agrippina aveva molti nemici nascosti.

Tutti sapevano che essa vedeva di mal occhio il lusso, il rilassamento

dei costumi, l’incremento delle spese pubbliche e private; che si

sforzava di impedire gli sperperi, le malversazioni e tutte le spese

voluttuarie dello Stato e della famiglia imperiale. Se il rispetto, di

cui le sue virtù e il paragone di Messalina l’avevano ravvolta; se la

reverenza dell’imperatore per lei avevano obbligato sino ad allora i

suoi nemici a nascondersi e a tacere, non fu più così quando le prime

discordie tra lei e Nerone fecero intravvedere a molti la speranza di

molestarla al riparo dell’autorità imperiale. Più Nerone si invaghiva

di Acte, più si distaccava dalla madre; più si staccava dalla madre più

il suo temperamento fantastico e ribelle si svelava agli altri e a se

stesso; più l’egoismo suo si dichiarava, più si rianimava il partito

della nobiltà modernizzante, sgominato dall’autorità di Agrippina.

Il ricordo di Caligola e di Messalina impallidiva, il severo e

parsimonioso governo di Agrippina incominciava a stancare; gli spiriti

di nuovo aspiravano a novità.

Si schierarono di nuovo e di fronte, nella casa imperiale e nel Senato,

i due partiti che dai tempi di Augusto dilaniavano Roma: il partito

della nobiltà modernizzante, raccolto intorno all’imperatore, e il

partito della vecchia nobiltà, che ebbe a capo Agrippina. Tacito ci

dice che le più antiche e più rispettabili famiglie della nobiltà

romana parteggiavano per Agrippina; e anche se avesse dimenticato

di dircelo, l’avremmo potuto supporre. Ma se Agrippina poteva esser

l’anima del partito della vecchia nobiltà, questo aveva bisogno di

un uomo, da opporre a Nerone, come un imperatore migliore di lui.

Agrippina, che si considerava madre della repubblica prima che di

Nerone, mise gli occhi su Britannico, che frattanto era divenuto un

giovinetto più serio di Nerone. Si sussurrò anzi che essa meditasse

di sostituire il figlio di Messalina al figlio suo. Quando, nel 55,

Britannico morì improvvisamente, a un pranzo a cui assisteva Nerone. Fu

avvelenato da Nerone, come dice Tacito? Sebbene nel racconto di Tacito

non manchino i punti oscuri e inverisimili, pure questa volta l’accusa,

se non è certa, apparisce un po’ più verisimile che le altre accuse

sorelle. Certo è che la voce del veleno corse per Roma e fu creduta; e

che la morte di Britannico fu cagione di un grande spavento e di una

indicibile costernazione ad Agrippina: ce lo dice Tacito e il perchè

non è difficile a indovinare. Nerone rimaneva ultimo e solo superstite

della famiglia di Augusto; e quindi non era più possibile di opporsi

a lui con profitto, contrapponendogli un altro membro della famiglia,

capace di governare. Rapidamente il partito della nobiltà modernizzante

acquistò forza; e la potenza di Agrippina decrebbe.

Agrippina aveva potuto dominare e comandare sinchè era riuscita

a mantenere sotto la sua influenza l’imperatore — fosse Claudio o

Nerone. Dal giorno in cui Nerone sfuggì alla sua autorità, anzi si

volse contro di lei, il suo potere doveva declinare, il suo partito

assottigliarsi. Anche giovane e debole l’imperatore era, per forza

di carica, più potente dei membri della sua famiglia; e questa volta

Nerone era sorretto da un partito, che andava crescendo ogni giorno

di numero e forza, perchè i tempi aspiravano, come sempre avviene

nella prosperità e nella pace, a un governo più molle, più prodigo,

più dolce, meno autoritario e severo. Agrippina però non si scoraggiò;

onde per due anni ancora, pur in mezzo a complotti e intrighi e

sospetti, conservò molto potere e potè rallentare i progressi del

nuovo indirizzo di governo, sia perchè Nerone, se non obbediva più

alla madre, era ancora troppo debole, incerto, impacciato dalla sua

prima educazione, da rivoltarsi apertamente; sia perchè Seneca e Burro

cercavano di conciliare la madre e il figlio. La rottura avvenne nel

58, quando Nerone dimenticò Acte per Poppea Sabina. Apparteneva costei

ad una delle grandi famiglie di Roma, più alterate se non guaste dal

nuovo spirito e dal nuovo costume. Ricca, bellissima, avida di lusso

e di piaceri, ambiziosa, essa innamorò Nerone, e per farsi sposare,

precipitò con una spinta risoluta il lento mutamento che dal discepolo

di Agrippina e dal nipote di Germanico traeva l’imperatore prodigo,

dissoluto, festaiolo, innamorato della Grecia e dell’Oriente, smanioso

di caligoleggiare sia pur un po’ meno pazzamente. Tacito ci racconta

che rimproverava di continuo in Nerone i costumi semplici, le maniere

poco eleganti, i gusti rozzi; gli citava ad esempio e a rimprovero la

eleganza e il lusso di suo marito, che era l’ammirazione e il modello

della nuova nobiltà; ne rifaceva insomma l’educazione, demolendo

pietra su pietra l’opera paziente di Agrippina. Nè le bastò: diventò

anche, con il suo piccolo cervello, la sua consigliera; lo persuase che

l’autoritarismo parsimonioso della madre spiaceva al popolo, lo incitò

ad affezionarsi le moltitudini, spendendo e spandendo. Ed ecco Nerone,

che sino allora aveva governato poco o punto, imaginare a un tratto e

proporre al Senato arditissime leggi a favore del popolo, proporre un

giorno perfino che si abolissero tutti i _vectigalia_ — ossia tutte le

imposte indirette, dazi, pedaggi dell’impero. La legge sarebbe stata di

certo applaudita; e fu molto discussa in Senato; ma gli uomini esperti

osservarono che le finanze dell’impero sarebbero rovinate e persuasero

Nerone a non insistere. Ma Nerone, pur volendo far qualche riforma

che giovasse al popolo, ordinò con un editto che le tariffe di tutti i

_vectigalia_ fossero pubbliche; che a Roma il pretore, nelle provincie

il propretore e il proconsole decidessero sommariamente i processi

contro gli appaltatori delle gabelle; che i soldati fossero esenti dai

_vectigalia_.

Questo nuovo indirizzo alienò per sempre la madre e il figlio.

Agrippina e Nerone non si videro quasi più; e Nerone, nelle poche

visite a cui non poteva sottrarsi, per salvar le apparenze, procurava

di non restar mai solo con lei. Ma la vittima della rottura fu la

madre, perchè il pubblico, sempre smemorato, dimenticò quel che essa

aveva fatto e la pace da essa ricondotta nello Stato per voltarsi a

sperare ogni sorta di nuovi benefici da Nerone, che piaceva per la

grandezza e la prodigalità; Poppea, incoraggiata dalla sua popolarità

più arditamente insisteva perchè Nerone divorziasse da Ottavia e

sposasse lei. Ma Agrippina non era donna da cedere così facilmente; e

continuava a lottare contro il figlio, contro la sua amante, contro la

consorteria che ingrossava intorno al figlio, opponendosi sopratutto

al ripudio di Ottavia, che fatto per capriccio, senza ragione nè

di Stato nè di legge, sarebbe stato cagione di grave scandalo a

Roma. E Nerone era ancora troppo debole e incerto; ricordava ancora

troppo la lunga autorità della madre; la temeva troppo da ribellarsi

apertamente e interamente. Alla fine Poppea capì che non diventerebbe

imperatrice, sinchè la madre vivesse; e allora il destino di Agrippina

fu deciso. Tanto essa disse e fece, eccitata dai nuovi amici di Nerone

che volevano distruggere per sempre l’influenza di Agrippina, che lo

persuase ad uccidere la madre. Non era soltanto una scelleraggine,

era anche un’imprudenza, uccidere la madre, uccidere la figlia di

Germanico, uccidere questa donna, in cui il popolo venerava un portento

della fortuna, perchè nata da un uomo cui solo una morte precoce

aveva impedito di essere il capo dell’impero; perchè sorella, moglie,

madre di imperatori. Onde il modo della strage fu lungamente discusso

affinchè restasse segreta: nè Nerone si risolvè se non quando fu

trovato un mezzo di far sparire Agrippina, che parve sicuro.

L’aveva proposto il liberto Aniceto, il comandante della flotta, nella

primavera del 59, quando Nerone era a Baia, sul golfo di Napoli. Si

costruirebbe una nave, che, come dice Tacito «si aprisse con arte da

un lato»; se Nerone facesse salire Agrippina su quella nave, Aniceto

penserebbe a seppellire in fondo al mare Agrippina e il segreto della

strage. Nerone diè il suo consenso al diabolico piano; finse di voler

riconciliarsi con la madre, la invitò da Anzio, dove ella era, a Baia,

le usò ogni sorta di riguardi e cortesie; e quando, rassicurata dalle

premure del figlio, Agrippina ripartì alla volta di Anzio, Nerone

l’accompagnò sino alla nave fatale, teneramente abbracciandola. Era una

sera placida e stellata. Agrippina stava ragionando con una sua liberta

del pentimento del figlio e della riconciliazione, quando, scostatasi

alquanto dalla sponda la nave, si tentò di far giocare il trabocchetto.

Quel che successe, non è molto chiaro, perchè la descrizione di Tacito,

in apparenza pittoresca, è confusa e imprecisa: par che la nave non

affondasse così rapidamente, come gli artefici dell’insidia avevano

sperato; e che nel parapiglia, Agrippina, pronta e risoluta, riuscisse

a scampare, buttandosi a nuoto, mentre i sicari uccidevano a bordo la

sua liberta, credendo di uccidere lei.

Ad ogni modo è certo che Agrippina riuscì a salvarsi in una sua villa

sulla costa, con l’aiuto — pare — di una barca che incontrò nuotando;

e che mandò subito un suo liberto ad avvertire Nerone del rischio da

cui, per bontà degli Dei e fortuna di lui, era scampata. Agrippina

aveva indovinato la verità; ma per questo appunto aveva rinunciato

alla lotta, spedendo quel messo per far capire, senza dirlo, che essa

dimenticava e perdonava. Che cosa poteva fare essa, donna e sola,

contro l’imperatore, che osava perfino levar la mano contro sua madre?

Ma la paura impedì a Nerone di capire, appena seppe che Agrippina era

scampata perdè la testa; la vide correre a Roma, denunciare ai soldati

e al Senato l’orrendo matricidio, e fuori di sè per lo spavento, mandò

a chiamare Seneca e Burro, per aver consiglio. Come restassero i due

maestri del giovane, al terribile racconto, è facile immaginare: neppur

essi capirono che Agrippina si sentiva e si dichiarava ormai vinta;

anch’essi temevano che Agrippina provocherebbe il più terribile tra

gli scandali che Roma avesse ancora veduto; e tacevano non sapendo

che consiglio dare, o piuttosto non vedendo che un solo consiglio da

dare, ma troppo grave e terribile, mentre Nerone supplicava che lo

salvassero. Alla fine Seneca, il filosofo umanitario, si volse a Burro

e gli domandò che cosa avverrebbe, se si desse ai pretoriani l’ordine

di uccidere Agrippina. Burro capì che Seneca, pur dando per primo il

crudele consiglio, voleva lasciare a lui la responsabilità molto più

grave dell’esecuzione, perchè egli, come comandante della guardia,

avrebbe dovuto dar l’ordine della strage. Si affrettò quindi a dire

che i pretoriani non avrebbero mai uccisa la figlia di Germanico:

poi aggiunse che, se proprio si voleva toglier di mezzo Agrippina,

il miglior consiglio era che Aniceto, il quale l’aveva incominciata,

terminasse l’opera sua. Anche Burro dava il medesimo consiglio di

Seneca, ma passando ad un terzo la responsabilità dell’esecuzione.

Egli però aveva scelto questa terza persona meglio che Seneca, perchè

Aniceto non poteva rifiutare. Se Agrippina viveva, egli correva il

pericolo di diventare il capro espiatorio di tutto questo orribile e

cruento intrigo. Aniceto infatti accettò. Fu imprigionato e messo in

ceppi il liberto di Agrippina, per far credere che fosse stato sorpreso

con armi nascoste in procinto di attentare, per incarico della padrona,

l’imperatore: poi Aniceto corse con un manipolo di marinai alla villa

di Agrippina, la circondò, entrò nella villa, corse con due ufficiali

sino alla camera dove distesa sul letto Agrippina stava discorrendo con

una ancella e l’uccise. Tacito dice che quando Agrippina vide uno degli

ufficiali snudare il ferro, gli disse di ferirla al ventre, che aveva

portato il figlio.

III.

Così morì l’ultima, e dopo Livia, la più insigne donna della famiglia

di Augusto. Morì come un soldato, al suo posto, difendendo bravamente

le tradizioni dell’aristocrazia e i principi secolari del romanesimo

contro i tempi nuovi che volevano inorientare la antica repubblica

latina. Morì per la sua famiglia, per la sua casta, per Roma senza

nemmeno il compenso di essere ricordata con pietoso rispetto dai

posteri, sacrificando in questa lotta non solo la vita, ma la fama

e l’onore. Tale fu il destino comune di tutta questa, non saprei se

fortunatissima o sciaguratissima tra le famiglie del mondo antico,

ad eccezione della coppia privilegiata che la incomincia: Livia ed

Augusto. Non è possibile a chi capisce questa tragedia grondante

di sangue, non inorridire della ferocia con cui Roma si vendicò di

questa famiglia, perchè per ridarle la pace e conservarle l’impero,

aveva dovuto innalzarsi un poco sopra la comune grandezza dell’antica

aristocrazia. Gli uomini e le donne, i giovani e i vecchi, gli

scellerati e i generosi, i savi e i pazzi tutti furono egualmente

insidiati e perseguitati; e a tutti, tranne alla coppia dei due

fondatori, ad Antonia e a quelli che ebbero come Druso e Germanico

la ventura di morire giovani, essa tolse o la vita, o la grandezza, o

l’onore; non di rado tutte queste cose insieme. Quelli che difesero il

romanesimo come Tiberio e Agrippina, non furono odiati, perseguitati

e infamati con minore furore di coloro che, come Caligola e Nerone,

tentarono di distruggerlo; nessuno, quali fossero le sue inclinazioni e

intenzioni, riuscì a farsi capire dai suoi tempi e dai posteri; comune

destino di tutti, anche dei peggiori, fu di essere fraintesi e perciò

calunniati; il destino delle donne fu ancor più terribile di quello

degli uomini, perchè da esse i tempi esigettero, a compenso del grande

onore di far parte di questa privilegiata famiglia, tutte le virtù più

rare e difficili, e quando le ebbero, non le ricompensarono neppur con

il rispetto. A tutte esilio, infamia, morte!

Per quale ragione? Come furono possibili tante sventure e un così

spietato svisamento della tradizione? È veramente un peccato che la

posterità abbia sempre studiata e meditata questa immane tragedia sulla

rozza e superficiale falsificazione di Tacito. Perchè pochi episodi

della storia possono far meglio capire, specialmente alle generazioni

favorite da tempi prosperi e facili, che tragica cosa è la vita,

quando alcuno la prende sul serio. Non lo sa chi non ha vissuto in

tempi in cui un vecchio mondo muore e uno nuovo nasce; ma il primo è

ancora abbastanza forte da resistere agli assalti dell’altro e questo,

pur crescendo, non può ancora annientare il mondo sulle cui rovine

soltanto potrà prosperare. Gli uomini devono allora, a ogni momento,

risolvere dei problemi insolubili, e tentare delle imprese altrettanto

necessarie quanto impossibili; la confusione è negli spiriti come nelle

cose; l’odio separa coloro che dovrebbero aiutarsi perchè tendono al

medesimo fine; e la simpatia avvince talvolta quelli che sono costretti

a combattersi; le donne soffrono più ancora degli uomini, perchè ogni

mutamento che avvenga nella loro condizione sembra, e ragionevolmente,

più pericoloso. Vestale del genio della specie, che non deve

addormentarsi mai, la donna deve essere più ligia al passato, più

savia, più virtuosa dell’uomo; possedere e conservare più che l’uomo,

le virtù da cui dipende la stabilità della famiglia e l’avvenire della

razza. È questione, per ogni tempo, di vita o di morte. Ma appunto per

questo nei tempi in cui un mondo muore e un altro nasce, e tutte le

idee si confondono, e tutti gli sforzi riescono a risultati inattesi,

e chi vuole conservare spesso distrugge, e la virtù pare vizio e il

vizio virtù, la donna più difficilmente compie la propria missione, e

più esposta al pericolo di smarrir la sua via, di snaturare il proprio

compito, di fallire al proprio destino, e perciò di essere infelice.

Tale fu la sorte della famiglia di Augusto; tale la sorte delle sue

donne. I Romani o gli stranieri che visitano Roma, spesso vanno, nei

pomeriggi delle domeniche, ad ascoltar della buona musica in una sala,

che si chiamava sino a poco tempo fa il Corea. Questa sala è costruita

sopra un antico rudere romano di forma rotonda, che chiunque può vedere

entrando. Il rudere è l’avanzo della tomba che Augusto eresse, sulla

via Flaminia, a sè e alla famiglia. Quasi tutti i personaggi, di cui

abbiamo narrato qui la storia, furono seppelliti in quel mausoleo. Se

qualcuno tra coloro che hanno letto questa storia, si troverà un giorno

a Roma, ad ascoltare un concerto nell’antico Corea ora rinominato

Augusteo, rivolga un pensiero a queste lontane vittime di una storia

terribile; e pensi che lì, dove in pieno ventesimo secolo, ode scorrere

i fiumi sonori della musica più melodiosa, lì soltanto i membri della

famiglia di Augusto, poteron trovar scampo, venti secoli fa, dalla loro

insidiosa grandezza, e riposare alla fine, per la prima volta, fatti

cenere, in pace.

INDICE

PREFAZIONE Pag. V

I. — La donna in Roma antica » 1

II. — Livia » 29

III. — Le figlie d’Agrippa » 59

IV. — Tiberio e Agrippina » 93

V. — La moglie di Caligola e il matrimonio

di Messalina » 125

VI. — La madre di Nerone » 157

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Le donne dei Cesari · 第 8 / 8 段