ricordi ravvolta, la vaga isoletta emerge colore di viola, dal mare
azzurro, nei giorni di sole! Quel frammento di paradiso, caduto in
riva ad uno dei più bei mari del mondo, sarebbe stato, per dieci
anni, un inferno di truci crudeltà e di vizi abominevoli. Tiberio si
è condannato nella opinione della posterità, chiudendosi in Capri.
Dovremo noi trascrivere qui senz’altro questa condanna? O non dobbiamo
invece domandarci come, da chi, da che fonti Svetonio e gli altri
antichi hanno conosciuto tanti particolari? Certe cose non si sanno
mai con precisione, appunto perchè devono essere per natura occulte.
Convien tener conto poi che tutti i personaggi della storia di Roma
che ebbero molti nemici, Silla, Cesare, Antonio e perfin Augusto,
furono accusati di scandalosi costumi. Appunto perchè la tradizione
puritana era forte in Roma, questa accusa nuoceva molto; e perciò i
nemici la ripetevano volentieri, vera o falsa che fosse. Infine tutti
gli scrittori antichi, anche i più ostili, dicono che sino alla età
matura Tiberio fu esempio di austeri costumi: è verosimile che ad un
tratto, già vecchio, si sia bruttato di tutti i vizi? Se c’è del vero
in quei rapporti, bisognerebbe conchiudere che, vecchio, Tiberio abbia
soggiaciuto a una qualche infermità di mente; e che l’uomo che si
rifugiò a Capri non era più sano di spirito.
[Illustrazione: MESSALINA]
È certo invece che, ritirandosi a Capri, Tiberio trascurò le faccende
pubbliche; e che Seiano fu considerato a Roma come l’imperatore vero.
Tutte le informazioni e le notizie che dall’impero e da Roma giungevano
all’imperatore, come le risoluzioni che da Capri partivano per tutto
l’impero, passavano ormai per le sue mani. A lui si rivolgevano, in
Roma, per ogni faccenda, i senatori: intorno a lui, si accalcavano
e facevano ressa gli adulatori; in sua presenza tacevano perfino,
intimorite da tanta potenza e fortuna, tutte le invidie. Roma ormai
tollerava, senza protestare, che un cavaliere, un uomo di oscuri
antenati, dominasse l’impero invece del discendente dalla grande
famiglia Claudia; e i senatori dei più illustri casati si acconciarono
a fargli la corte. Peggio ancora lo aiutarono quasi tutti, o
apertamente favorendolo o lasciandolo fare, a compiere la distruzione
del partito e della discendenza di Germanico, di quel Germanico che
tutti avevano amato, di cui il popolo venerava ancora la memoria.
Dopo il ritiro di Tiberio a Capri, tutti sentirono che Agrippina e i
suoi figli erano destinati a soccombere presto o tardi; e allora non
si conservarono fedeli ai vinti, prossimi ad essere distrutti, che
pochi generosi, atti più ad addolcire il dolore della rovina, che ad
allontanarla o a evitarla. Un certo Tizio Sabino era tra questi ultimi
fedelissimi ed eroici amici; e l’implacabile Seiano lo distrusse
con un processo, di cui Tacito ci ha riassunta la storia: orrenda
storia di una delle più abominevoli macchinazioni giudiziarie, che la
perfidia umana possa imaginare. Ad aggravare il pericolo sopraggiunse
la discordia, nata tra il primogenito Nerone e il secondogenito
Druso, proprio quando più necessaria era la concordia di tutti contro
l’implacabile avversario, che tutti voleva sterminare. Un ultimo
schermo restava ancora a proteggere la famiglia di Germanico: Livia,
la veneranda vegliarda che aveva visto nascere e crescere la fortuna
di Augusto e la nuova autorità imperiale, che aveva quasi tenuto in
braccio, bambino, quel nuovo mondo nato in mezzo alle convulsioni delle
guerre civili, e che allora già cresciuto incominciava a tentare i
primi passi sulle vie della storia. Livia non amava molto Agrippina,
di cui aveva sempre biasimato l’odio e gli intrighi contro Tiberio: ma
era troppo saggia e troppo sollecita del prestigio della famiglia da
lasciare che Seiano distruggesse interamente la famiglia di Germanico.
Sinchè ella visse Agrippina e Nerone poterono almeno vivere sicuri
a Roma. Ma Livia era decrepita, e al principio del 29, vecchia di 86
anni, morì. La catastrofe, preparata da Seiano con tanta tenacia, si
compì allora: pochi mesi dopo la morte di Livia, Agrippina e Nerone
furono sottoposti a processo, e condannati dal Senato all’esilio,
sotto l’accusa di aver cospirato contro Tiberio. Nerone, poco dopo la
condanna, si uccise.
Il racconto che Tacito fa di questo processo è oscuro e monco, perchè
la narrazione è troncata nel vivo da una sciagurata lacuna nel testo.
Gli altri storici non aggiungono luce, con le loro frasi succinte
e i loro accenni rapidi. Cosicchè non si capisce bene nè il tenore
dell’accusa, nè le ragioni della condanna, nè la posizione degli
accusati, nè il contegno di Tiberio. Par poco verisimile che Agrippina
e Nerone fossero rei di una vera e propria cospirazione contro Tiberio,
perchè isolati da Seiano dopo il ritiro di Tiberio a Capri, non
avrebbero, anche volendo, potuto ordire nessuna cospirazione. Ma essi
pagarono il fio della lunga guerra di calunnie e di maldicenze mossa
a Tiberio; di quel loro odio tenace e insensato, che molti senatori
avevano per lungo tempo incoraggiato, quando Tiberio — il Tiranno!
— non osava farsi rispettare dalla famiglia; e che si voltò per la
sventurata donna e il suo disgraziato figlio, in un crimenlese, ora che
in nome e vece di Tiberio agiva un uomo risoluto, che sapeva percuotere
i nemici e premiare gli amici.
Il processo e la condanna di Agrippina e di Nerone furono certamente
macchinazioni di Seiano, che si impose al Senato, agli amici
della famiglia imperiale, forse a Tiberio stesso. L’uno e l’altra
dimostravano quanto Seiano avesse saputo rinvigorire l’autorità
imperiale, così incerta e debole nell’ultimo decennio. Seiano aveva
osato fare quel che a Tiberio non era riuscito mai: distruggere la
velenosa opposizione, che si annidava nella casa di Germanico. Non
è neppur necessario di dire che, dopo la rovina di Agrippina, tutti
inchinarono, tremando, l’uomo che aveva osato umiliare la stessa
famiglia dei Giulio-Claudi. Seiano fu fatto senatore e pontefice;
ricevette la potestà proconsolare, si ventilò un matrimonio tra lui
e la vedova di Nerone; fu proposto perfino di nominarlo console
per cinque anni; e nel 31 fu, per volere di Tiberio, collega
dell’imperatore stesso nel consolato. Non gli restava più che
ricevere la potestà tribunizia, per diventare il collega ufficiale
dell’imperatore e il suo successore designato. Tutti del resto lo
consideravano a Roma come il futuro principe. Senonchè a queste
altezze Seiano fu colto dalla vertigine; si domandò per qual ragione
eserciterebbe il potere e ne avrebbe tutti i pesi e i pericoli,
lasciandone ad altri il fasto, gli onori e i vantaggi. Sebbene Tiberio
lasciasse il Senato coprire il suo fido prefetto di onori, ed egli
stesso manifestasse in molti modi la sua gratitudine sino a volergli
dare in moglie la vedova di Nerone, non intendeva affatto di prenderlo
come collega e di indicarlo come suo successore. Tiberio era un
Claudio, non poteva nemmeno pensare che a capo dell’aristocrazia romana
avesse a porsi un cavaliere senza antenati; anche esiliato Nerone,
aveva posto gli occhi sopra un altro figlio di Germanico, Caio, come
un possibile successore. Nè aveva nascosto la sua intenzione: anzi
l’aveva chiaramente espressa in differenti discorsi al Senato. Onde
Seiano dovè dirsi alla fine che, continuando a difender Tiberio e gli
interessi suoi, egli non potrebbe più sperar nulla da lui e potrebbe
invece mettere a repentaglio la potenza e la popolarità che si era
acquistata. Che cosa succederebbe quando Tiberio morisse? Tiberio era
odiato; il partito, avverso a lui, era numeroso in Senato, grande la
sua impopolarità nelle masse: molti ammiravano Seiano per sfogare
l’odio di Tiberio, quasi per dire che preferivano esser governati
da un oscuro cavaliere anzichè dal solitario di Capri. Seiano sembra
essersi a poco a poco illuso che se gli riuscisse di toglier di mezzo
l’imperatore, potrebbe facilmente succedergli, saltando il giovane
figlio di Germanico; e intesosi con i nemici di Tiberio preparò una
cospirazione per rovesciare il detestato governo del figlio di Livia.
Molti senatori aderirono; e certo poche cospirazioni furono mai ordite
sotto auspici più favorevoli; Tiberio era vecchio, disgustato di tutto
e di tutti, e solo a Capri; non aveva amici a Roma; non sapeva del
mondo che ciò che Seiano gli raccontava; era quindi interamente nelle
mani dell’uomo che si preparava a sacrificarlo agli odî tenaci della
plebe e dell’aristocrazia. Giovane, energico, favorito dalla fortuna,
Seiano aveva un partito in Senato, era il comandante della sola forza
militare stanziata in Italia, aveva atterrito con le sue persecuzioni
implacabili tutti coloro che le sue promesse o i suoi favori non
avevano guadagnati. Il duello tra questa vecchiaia e questa virilità,
tra questa misantropia solitaria e questa ambizione infaticabile
poteva terminare altrimenti che con la disfatta della vecchiaia e
della misantropia? Quando, uscendo a un tratto dall’ombra in cui si
appartava, una donna apparve, si buttò tra i due combattenti, e mutò le
sorti del duello. Fu Antonia, la veneranda vedova di Druso, la fedele
amica di Tiberio.
Dopo la morte di Livia, Antonia era in Roma il personaggio più
rispettato della famiglia imperiale. Essa vegliava ancora, appartata ma
attenta sui destini della famiglia, ormai quasi distrutta dalla morte,
dalle discordie, dalla crudeltà delle leggi, dalle implacabili invidie
della aristocrazia. Ella ebbe sentore di quanto si tramava; pronta e
coraggiosa avvertì Tiberio. Il quale, nel pericolo, e da Capri, ritrovò
il vigore e l’avvedutezza dei suoi bei tempi; tenne a bada Seiano con
lettere amichevoli e facendogli balenare la speranza che gli avrebbe
fatto concedere la potestà tribunizia; intanto segretamente provvide
a nominare il successore al comando della guardia pretoriana. Ad un
tratto Seiano seppe che non era più comandante della guardia e che
era accusato dall’imperatore innanzi al Senato, di cospirazione. In
un attimo, sotto questo colpo, la fortuna di Seiano ruinò; le invidie
e gli odî latenti contro il cavaliere che aveva umiliato e calpestato
l’aristocrazia senatoria, si risvegliarono; il Senato e l’opinione
pubblica inferocirono: Seiano, la sua famiglia, i suoi amici, i suoi
complici, quelli che parvero i suoi complici furono messi a morte quasi
a furore di popolo dopo processi sommari. Tutta Roma fu chiazzata di
sangue.
Antonia aveva salvato con la sua avvedutezza e con il suo coraggio
Tiberio e quel po’ che restava della famiglia. Quando, da questa atroce
tempesta della collera pubblica si levò all’improvviso un’ondata,
che le rapì dal fianco e inghiottì anche una sua figlia: Livilla, la
vedova di Druso. Il lettore non ha forse dimenticato che otto anni
prima, Seiano, quando sperava di sposare Livilla, aveva ripudiata la
sua prima moglie: Apicata. Apicata non volle sopravvivere alla rovina
del suo antico marito e si uccise, ma dopo aver scritto a Tiberio
una lettera nella quale accusava Livilla di avere avvelenato Druso,
d’accordo con Seiano, per diventare sua moglie. Confesso che anche
questa accusa mi pare poco verisimile; e non credo che la denunzia di
Apicata basti a farcela ammettere. Che prove Apicata poteva possedere
di questo delitto e come se le sarebbe procurate, anche se il delitto
fosse stato commesso, quando i due complici, se erano tali, dovevano
cercar di nascondere a tutti il loro misfatto e a nessuno con più cura
che ad Apicata? Inoltre non sembra che un uomo avveduto come Seiano,
potesse pensare, nel 23, ad avvelenare il figlio del suo protettore.
Per qual motivo lo avrebbe fatto? Non pensava allora a succedere a
Tiberio; togliendo di mezzo Druso giovava alla famiglia di Germanico,
che già allora era sua nemica. Non potrebbe invece questa denuncia _in
extremis_ essere la vendetta di una donna ripudiata, contro la rivale
che per un momento aveva minacciato di prendere il posto da cui essa
era stata scacciata? Apicata, che non apparteneva all’aristocrazia, non
era stata allevata, come le donne delle famiglie senatorie, nell’idea
di dover servire docilmente alle fortune politiche del proprio o dei
propri mariti. Forse la sua denuncia fu una vendetta della gelosia, che
gli ordini meno illustri della società romana non spegnevano nel cuore
della donna, come l’aristocrazia.
Questa denunzia però — si capisce dagli antichi scrittori — fu uno
dei più terribili dolori della vecchiaia di Tiberio. Egli aveva
teneramente amato il figlio, e l’idea di lasciare impunito un così
orrendo delitto, se l’accusa era vera, lo esasperava. Ma d’altra parte,
Livilla, la presunta rea, era la figlia della sua amica fedele, di
colei che lo aveva salvato dalle insidie di Seiano, di Antonia. Quanto
al pubblico, così facile a credere tutte le infamie che si propalavano
sulla famiglia imperiale, non dubitò un istante che Livilla fosse una
scelleratissima avvelenatrice. Un gran processo fu iniziato; molte
persone furono poste alla tortura, segno manifesto che non si venne in
chiaro di nulla; ed è probabile che non si venne in chiaro di nulla,
perchè si cercava la prova di un delitto immaginario. Ma Livilla non
sopravvisse allo scandalo, alla accusa, ai sospetti di Tiberio, alla
diffidenza che la circondò. Perchè ella era figlia di Druso e nuora di
Tiberio; perchè apparteneva alla famiglia che la fortuna aveva posta a
capo dell’immenso impero di Roma, essa non potrebbe persuader nessuno
della sua innocenza: l’oscura donna senza antenati che l’accusava dalla
tomba sarebbe creduta da tutti sulla parola, convincerebbe i posteri
e la storia, sarebbe più potente della sua grandezza e di ogni buona
ragione. La sventurata si rifugiò nella casa della madre e si lasciò
morire di fame, non potendo sopravvivere ad una accusa, che non poteva
confutare.
Dopo questo supremo orrore i sei anni che Tiberio visse ancora, non
furono più che una lenta e cupa agonia. L’anno 33 vide ancora una
tragedia, il suicidio di Agrippina e quello del suo figliuolo Druso.
Della prole di Germanico non restava in vita più che un maschio:
Caio, e tre femmine, delle quali la più vecchia, Agrippina; la madre
di Nerone, era stata maritata pochi anni prima al discendente di
uno dei più grandi casati di Roma: Gneo Domizio Enobardo. Tiberio
rimaneva ultimo superstite di una età più antica a rappresentare idee
e aspirazioni ormai spente tra le rovine e le tombe dei suoi. Di queste
rovine la posterità, sulla traccia di Tacito, ha ritenuto responsabile
lui solo e la sua cupa natura. È da credere invece che egli fosse uomo
nato a più alti e più felici destini; ma che dovè egli pure espiare
la grandezza unica a cui la fortuna lo aveva innalzato. Come i membri
della sua famiglia esiliati, morti precocemente, costretti dalla
disperazione al suicidio, egli fu vittima di una tragica situazione,
piena di contradizioni insolubili; e fu la vittima forse più
disgraziata, perchè dovè vivere.
V.
LA MOGLIE DI CALIGOLA E IL MATRIMONIO DI MESSALINA.
I.
Morto Tiberio (37 a. C.) fu forza cercare un successore: compito
non facile. Tiberio aveva nel testamento adottato come figlio Caio
Caligola, figlio di Germanico, e Tiberio, figlio del figlio suo Druso.
Quest’ultimo che aveva 17 anni, era troppo giovane. Caligola ne aveva
27, e quindi era ancor molto giovane, sebbene a rigor di termine
potesse essere imperatore; ma non godeva buona reputazione. Oltre lui
non c’era altro membro della famiglia, in età di governare che Tiberio
Claudio Nerone, un fratello di Germanico, l’ultimo figlio superstite di
Druso e di Antonia, che tutti consideravano come uno sciocco, zimbello
di liberti e di donne, a cui non si era potuto far fare la carriera
delle magistrature, tanto era ridicolo e balordo. Difatti non era
neppur senatore. Non potendosi dunque pensare a lui, non restava che
Caligola, se non si voleva uscir dalla famiglia di Augusto: il che era
costituzionalmente possibile, ma politicamente difficile; perchè le
provincie, i barbari della Germania e i soldati delle legioni si erano
ormai abituati a vedere in questa famiglia il sostegno dell’impero.
Le legioni, anzi, si erano molto affezionate, alla memoria e alla
discendenza di Druso e di Germanico, le cui figure, trasfigurate dalla
morte, vivevano negli spiriti dei soldati e ritornavano, richiamate
dai loro discorsi, nelle lunghe veglie, a visitare i campi sul Reno e
sul Danubio, testimoni un tempo delle loro imprese e delle loro virtù.
Sulla famiglia di Augusto si raccoglieva ormai la venerazione, che gli
eserciti dei tempi più remoti avevano professata per tutta la nobiltà
romana. In queste difficoltà il Senato scelse il male minore: Caligola,
il figlio di Germanico.
[Illustrazione: CLAUDIO]
Ma se non era stato facile trovare un imperatore, la morte di Tiberio
doveva dimostrare, per la prima volta a Roma, che era forse anche
più difficile trovare una imperatrice. Durante il governo di Augusto
questa dignità era stata occupata, e con incomparabile maestria,
da Livia. Ad Augusto era successo Tiberio, che, dopo il divorzio
da Giulia, non si era più riammogliato; c’era stato quindi un lungo
interregno muliebre, durante il quale nessuno aveva pensato se fosse
facile o difficile trovare in Roma, una donna che sapesse succedere
degnamente a Livia. La difficoltà si presentò con Caligola, il quale,
a 27 anni, non poteva eluderla come aveva fatto Tiberio; sia perchè
è cosa naturale che a quell’età un uomo sia ammogliato; sia perchè
la _lex de maritandis ordinibus_ gliene faceva un obbligo, a lui
come a tutti i senatori; sia perchè il capo della repubblica aveva
bisogno, per i suoi doveri sociali, di una sposa. Al funesto isolamento
di Tiberio, aveva contribuito anche il suo celibato. Senonchè con
Caligola si incomincia a vedere che il trovare una seconda Livia non
era così facile, tante erano le qualità che si richiedevano. Doveva
essere infatti di stirpe nobilissima, uscendo da una di quelle grandi
famiglie romane, che scarseggiavano, si isterilivano e si guastavano
sempre più di generazione in generazione, e quel che è peggio erano
divise da odî ferocissimi; gravissima difficoltà, perchè imparentandosi
con una di queste famiglie, l’imperatore correva il pericolo di
inimicarsi con tutte le famiglie, che di quella erano nemiche. Doveva
inoltre l’imperatrice essere il modello di tutte le virtù, prolifica,
per obbedire alla _lex de maritandis ordinibus_; religiosa, casta e
virtuosa, per non violare la _lex de adulteriis_; semplice e modesta in
omaggio alla _lex sumptaria_: doveva saper amministrare saggiamente la
vasta casa, piena di servi e di liberti, dell’imperatore; e aiutare il
marito a compiere tutti i doveri sociali — ricevimenti, pranzi, feste
— che gravosi per ogni nobile romano, erano gravosissimi per il capo
della repubblica. Non poteva infine essere stupida e ignorante. Da
questo momento infatti, sino alla catastrofe di Nerone, le difficoltà
della famiglia e dell’autorità imperiale nascono più ancora che dagli
imperatori dalle loro mogli: cosicchè si può dire che le donne sono
state, senza volerlo, la rovina della casa Giulio-Claudia.
La difficoltà insomma era grande. Ma se c’era uomo poco fatto per
superarla, era questo giovinotto di 27 anni assunto all’impero dopo
la morte di Tiberio. Era, quando fu eletto imperatore, ammogliato
da quattro anni con una certa Giunia Claudilla, una dama che doveva
appartenere ad una delle grandi famiglie di Roma e intorno alla quale
noi non abbiamo alcuna notizia. Non possiamo dire quindi se, a fianco
di un secondo Augusto, avrebbe potuto diventare la nuova Livia. Ma è
certo invece che Caligola non era un secondo Augusto. Caligola non fu
probabilmente un pazzo così frenetico, quale gli scrittori antichi
l’hanno dipinto; ma fu certo un uomo stravagante, squilibrato, e
agitato da un delirio di grandezza, che il potere esaltò facilmente,
perchè gli fu conferito in età troppo giovane e senza preparazione.
Per molti anni Caligola, più che sperare di succedere a Tiberio, aveva
temuto una sorte simile a quella della madre e dei fratelli maggiori;
nonchè sognare la dignità suprema, aveva desiderato di non finire esule
in qualche isola deserta del Mediterraneo. Tanta fortuna, dopo la lunga
persecuzione, sconvolse le facoltà mentali, già per natura traballanti,
e fomentò un delirio di grandezza, che lanciò violentemente il suo
spirito fuori della grande orbita storica della tradizione romana, in
cui i suoi precedenti si erano aggirati, in una corsa aberrante verso
l’Egitto. Caligola aveva già mostrato una grande inclinazione per le
cose e gli uomini di quel lontano paese, così ammirato e così temuto
dai Romani. Noi sappiamo, per esempio, che tutti i suoi servitori erano
egiziani, e che il suo liberto più fido e influente, Elicone, era un
alessandrino. Ma questa ammirazione per la terra dei Tolomei e dei
Faraoni divampò, poco dopo la sua assunzione all’impero, in un esotismo
temerario, che lo spinse a voltar le spalle alla politica di Tiberio e
di Augusto, per rifarsi, come a suo modello, addirittura a quella del
suo bisnonno Marco Antonio; a introdurre in Roma le idee, i costumi,
le pompe, gli istituti della monarchia faraonica e tolemaica; a far
del suo palazzo una corte simile a quella di Alessandria; della sua
famiglia, una famiglia semidivina ed unica, quale era stata quella dei
Tolomei; e di sè, un Re adorato in carne ed ossa, come si usava sulle
rive del Nilo.
Caligola era pazzo, senza dubbio; ma la sua pazzia sarebbe sembrata
meno caotica e incomprensibile, un filo e un senso si sarebbero trovati
pur negli eccessi e nei vaneggiamenti del suo spirito turbato se si
fosse capito che, se non tutte, molte delle sue pazzie più famose sono
mosse e inspirate dall’idea monarchica ed egiziana. Nella pazzia di
Caligola, come nella storia di Antonio o nella tragedia di Tiberio, si
ritrova ancora e sempre il conflitto ideale tra l’Italia e l’Oriente,
tra Roma e Alessandria, che è la chiave di tutta la storia dell’ultimo
secolo della repubblica e del primo secolo dell’impero. Noi vediamo
infatti il nuovo imperatore, appena eletto, introdurre Iside tra i
culti ufficiali dello stato romano e assegnarle nel calendario una
festa pubblica; proteggere insomma quei culti egiziani, così fieramente
combattuti da Tiberio, il «vecchio romano». Noi lo vediamo proibire le
feste commemorative della battaglia di Azio, che si celebravano da un
secolo ogni anno: idea che lì per lì può sembrare strana e insensata.
Eppure neppur questa idea deve considerarsi come un puro capriccio;
perchè voleva dire la riabilitazione ufficiale di Marco Antonio, del
bisnonno che aveva tentato spostare il governo dell’impero da Roma ad
Alessandria; un mezzo di dire che Roma non doveva più vantarsi di avere
umiliato Alessandria con le armi, poichè d’ora innanzi avrebbe preso,
in ogni cosa, Alessandria come modello.
Inspirandosi pure a esempi egiziani, cercò di circondare di un rispetto
quasi religioso, simile a quello in cui si era avvolta la dinastia dei
Tolomei, tutta la famiglia sua: quella che Tiberio, il repubblicano di
vecchio stampo, aveva lasciato perseguitare e infamare con i processi,
decimare con i suicidi obbligatori dalle invidie dell’aristocrazia, che
non voleva perdonarle la sua troppo grande fortuna. Non solo Caligola
si affrettò a raccogliere le ossa della madre Agrippina e del fratello,
per riportarle a Roma e riporle piamente nel sepolcro di Augusto;
ma proibì che si nominasse tra i suoi antenati il grande Agrippa,
il costruttore del Pantheon, perchè l’origine troppo oscura di lui
macchiava la purezza semidivina della razza; fece attribuire alla nonna
Antonia, la figlia di Marco Antonio, e la fedele amica di Tiberio, il
titolo di Augusta e tutti i privilegi delle Vestali; fece attribuire
questi stessi privilegi alle tre sorelle Agrippina, Drusilla e Livilla;
fece loro assegnare nei giuochi del circo un posto eguale al suo:
volle infine che i loro nomi fossero compresi nei voti che ogni anno i
magistrati e i pontefici esprimevano per la prosperità del principe e
del popolo; e che nei giuramenti per la conservazione del suo potere si
includesse anche un giuramento per la loro felicità! Dalle persecuzioni
e dalle umiliazioni che la famiglia imperiale aveva subite sotto
Tiberio, le sorelle dell’imperatore passavano agli onori e privilegi
divini: novità contraria allo spirito e alle tradizioni repubblicane,
ma ispirata dagli esempi e dai principî delle monarchie orientali;
trapasso un po’ troppo brusco, che è prova di temperamento violento
e poco riflessivo in chi lo volle e lo impose. Tuttavia lì per lì non
ci fu nè scandalo nè protesta: come nessuno si dolse che nel palazzo
imperiale, così semplice, severo, triste sotto Tiberio, irrompessero
in gioiose turbe i piaceri, il lusso, le feste e tutti gli artigiani
della voluttà: i mimi, i cantori, gli attori, i ballerini, i cuochi,
i fantini. Il governo avaro e triste di Tiberio aveva stancato tutti.
Caligola fu popolare nei primi mesi.