In breve fu diceria universale a Roma che Germanico era stato

avvelenato da Pisone; e per ordine di Tiberio e di Livia, si sussurrò

a voce più bassa. Pisone era stato lo strumento di Tiberio, Plancina

quello di Livia. L’accusa è assurda: lo riconosce anche Tacito, il

quale ci racconta in che modo gli accusatori di Pisone pretendevano

che il veleno fosse stato propinato: in un banchetto, a cui Pisone,

invitato da Germanico, sedeva parecchi posti distante da lui, e avrebbe

versato il veleno nelle sue vivande, in presenza di tutti i convitati,

senza che nessuno se ne accorgesse. Tacito stesso, che pure odia a

morte Tiberio, dice che tutti giudicavano questa una favola assurda:

e tale la giudicherà ogni uomo di buon senso. Ma l’odio fa credere

anche a persone intelligenti le favole più inverosimili; il popolo,

favorevole a Germanico, era invelenito contro Pisone e non ascoltava

ragione; tutti i nemici di Tiberio si persuasero facilmente che qualche

truce mistero si nascondeva sotto questa morte e che da un processo

contro Pisone potrebbe nascere uno scandalo, il quale riverbererebbe

sullo stesso Tiberio; si incominciò a dire che Pisone possedeva

delle lettere di Tiberio, in cui era contenuto l’ordine di avvelenare

Germanico! Alla fine anche Agrippina giunse a Roma con le ceneri del

marito e con l’usata veemenza incominciò a empire di proteste, di

imprecazioni e di accuse contro Pisone la casa imperiale, il Senato,

Roma tutta. Il popolo, che l’ammirava per la sua fedeltà e il suo

amore, si commosse anche di più e da ogni parte si gridò che un così

esecrando delitto meritava una punizione esemplare.

Difatti se da prima Pisone aveva trattato come meritavano, con altero

disprezzo, queste accuse, presto si accorse che gli era necessario

ritornare a Roma a difendersi. Un amico di Germanico l’aveva accusato;

Agrippina, strumento inconsapevole dei nemici di Tiberio, riscaldava

ogni dì più la opinione pubblica con il suo lutto querulo ed ostentato;

il partito di Germanico agitava il Senato e il popolo. Ma quando Pisone

giunse a Roma, si vide abbandonato quasi da tutti. Egli sperava in

Tiberio, che conosceva la verità e che desiderava che questa follia

dileguasse dagli spiriti. Ma Tiberio era sorvegliato da una malevolenza

spietata; qualunque cosa avesse fatto a prò di Pisone, sarebbe stata

interpretata come la prova che egli era il complice di lui e che perciò

lo voleva salvo. Tutta Roma, diceva, ripeteva, era sicura che Pisone

mostrerebbe al processo le lettere di Tiberio. Livia si industriò

nell’ombra per salvare Plancina, ma per Pisone Tiberio non potè far

altro, che raccomandare al Senato, quando il processo incominciò, e con

un nobilissimo discorso che Tacito ci ha conservato, la più rigorosa

imparzialità. Giudicassero senza riguardi nè alla famiglia imperiale

nè alla famiglia di Pisone. Inutile ammonimento: chè la condanna era

sicura, non ostante l’assurdità della accusa. I nemici di Tiberio

erano così inviperiti e così risoluti a spingere le cose all’estremo,

sperando che saltassero fuori le famose lettere; l’opinione pubblica

era così esaltata, che Pisone si uccise prima della fine del processo.

Agrippina aveva sacrificato ai Mani del marito, morto prematuramente,

un innocente. Tiberio potè solo salvare la moglie, il figlio e la

fortuna di Pisone, che i nemici volevano distruggere con un solo colpo.

IV.

TIBERIO E AGRIPPINA.

I.

Con la morte di Germanico e il processo contro Pisone, incomincia quel

tetro periodo, che doveva passar nella storia con il nome di «tirannide

tiberiana». In questo la famosa legge _de majestate_, non applicata

sotto Augusto, prende forza e flagella Roma a sangue con gli scandalosi

processi, le atroci denuncie, le condanne crudeli, i suicidi disperati,

la rovina e l’infamia di tanti illustri personaggi.

Di questi processi, delle denuncie che li promossero, delle crudeli

condanne in cui terminarono, la storia chiama da venti secoli

responsabile una crudele e sospettosa tirannide del figlio di Livia,

che avrebbe tollerato intorno a sè soltanto servi e sicari, cui ogni

memoria della antica libertà romana avrebbe dato ombra e noia. Ma

quanto è lontano dal vero questo giudizio! Quanto male ha inteso la

posterità superficiale e leggera la terribile tragedia del governo di

Tiberio! Si dimentica sempre che Tiberio fu il secondo _princeps_ o

presidente dopo Augusto; ossia il primo che dopo il fondatore ebbe a

reggere la nuova e un po’ strana carica suprema della repubblica, senza

il prestigio e il rispetto che assicuravano ad Augusto la straordinaria

fortuna della sua vita, l’universale opinione che egli aveva terminate

le guerre civili, ridato pace al travagliato impero, salvato Roma

dalla rovina suprema, di cui l’Egitto, Cleopatra e la follìa di Marco

Antonio, l’avevano minacciata. Questo prestigio e questo rispetto

avevano, sinchè Augusto visse, tenuto in soggezione le invidie, le

gelosie e gli odî contro la nuova autorità della aristocrazia romana,

che da quell’autorità si considerò sempre, e quanto più dovette subirla

per necessità di Stato, come umiliata e spogliata di una parte dei suoi

privilegi. Ma queste invidie, queste gelosie, questi odî — già l’ho

detto, ma giova ripeterlo, perchè il punto è capitale, per comprendere

la storia del primo impero — si scatenarono ferocissimi, quando Tiberio

fu assunto all’impero.

In quale situazione si trovava Tiberio, dopo la morte di Germanico?

Bisogna intender bene questo punto se si vuol capire l’infierire

delle accuse di maestà e il modo con cui il secondo imperatore

trattò e governò la famiglia. Il _Princeps_ era ormai la volontà

motrice e il genio regolatore di tutto lo Stato; delle finanze,

della annona, dell’esercito, della guerra e della pace. In ogni

difficoltà o pericolo, per qualunque torto o disgrazia, da ogni parte

dell’impero, da ogni classe sociale si ricorreva a lui. Da lui le

legioni aspettavano la regolarità del soldo, la plebe di Roma il grano

abbondante, il Senato la sicurezza dei confini e la pace civile, le

provincie la giustizia, i sovrani alleati o vassalli quell’aiuto,

senza cui non potevano più governare. Queste responsabilità erano

tante e così gravi, che Tiberio, come Augusto, si sforzava di indurre

il Senato ad aiutarlo, ad assumersene la parte sua, secondo l’antica

costituzione: ma inutilmente; chè il Senato si schermiva e ne lasciava

a lui la parte più gravosa. È concepibile che un uomo potesse bastare a

tante responsabilità, in tempi in cui le tradizioni del nuovo governo

accennavano appena a delinearsi, se non fosse stato sostenuto da una

grande autorità personale, l’oggetto di un profondo e universale

rispetto? Augusto aveva potuto per più di quaranta anni governare

con così piccoli mezzi un così grande impero, perchè, per fortuna sua

e dell’impero, aveva goduto di questo profondo, sincero, universale

rispetto. Tiberio, assunto già molto impopolare al potere, s’era ancora

più alienato nei primi sei anni del suo governo il favore pubblico,

non ostante si fosse studiato con zelo infaticabile di ben governare.

Superbia e durezza era definita la sua sollecitudine di mantenere un

certo ordine nello stato; avarizia il suo scrupolo di non dilapidare in

spese inutili le scarse entrate dell’erario; invidia e torva malignità,

la prudenza che aveva frenato le temerarie espansioni e aggressioni

di Germanico oltre Reno. Ed ora, perchè il destino aveva colpito

Germanico, egli era accusato sotto voce, in molte grandi famiglie di

Roma, nei circoli senatorî, di aver avvelenato, per gelosia, il suo

nipote, il suo figlio adottivo, il popolarissimo rampollo di Druso, il

figlio di Antonia, che era la sua più fedele amica! Ma se, accreditata

e messa in giro dalle grandi famiglie di Roma, quella diceria si

propagasse nell’impero, con quale autorità un imperatore, sospettato di

un così orribile delitto, avrebbe potuto ancora mantenere la disciplina

nell’esercito, di cui era capo, e l’ordine nella plebe di Roma, di cui

come tribuno era il grande protettore; dirigere, stimolare, frenare

il Senato, di cui era, diremmo oggi, il presidente? Le popolazioni

italiche da cui escivano l’esercito e le magistrature dell’impero, non

consideravano ancora il capo dello stato come superiore alle leggi, che

gli fosse lecito commettere delitti.

Nessuno storico, che conosca le cose del mondo in genere e il primo

secolo dell’impero in particolare, attribuirà alla supposta tirannica

crudeltà di Tiberio i rigori della _lex de majestate_ che seguirono

la morte di Germanico e il processo di Pisone. Questi rigori furono

la risposta al delirio di calunnie che infuriò nell’aristocrazia e

specialmente nella casa di Agrippina. Troppo creduli a Tacito, molti

scrittori hanno bollato d’infamia, come un segno di servilismo, la

facilità e la severità con cui il senato condannava gli accusati per

la _lex de majestate_: ma noi sappiamo che il senato di Roma non si

componeva neppure in quei tempi solamente di adulatori e di servi;

che gli uomini di senno e di carattere erano ancora numerosi. Questa

severità si spiega molto meno romanticamente ammettendo che molti

senatori giudicavano non potersi abbandonare l’imperatore indifeso

alla frenetica maldicenza delle grandi famiglie; che queste calunnie

insidiose minacciavano, con il prestigio e la fama del capo, la

tranquillità e la potenza dell’impero. Ma la _lex de majestate_ — si

dice — fatta per difendere il prestigio dello Stato nei magistrati

che lo rappresentavano, diventò a sua volta organo di false accuse,

di vendette private, di orrende ingiustizie. È vero: occorre però

andar cauti nell’accusare Tiberio. Tacito stesso più di una volta ci

descrive l’imperatore che interviene in processi _di majestas_, a pro’

dell’accusato, per impedire appunto vendette e ingiustizie: di molti

altri processi abbiamo resoconti troppo sommari e troppo parziali, da

avventare giudizi.

È certo invece che, dopo la morte di Germanico, gli amici del morto

e di Agrippina incominciarono una guerra implacabile contro Tiberio;

e che il così detto tiranno fu da principio molto debole, incerto,

oscillante nel combattere la nuova opposizione. Questa non risparmiava

la sua persona; lo perseguitava accanita con la calunnia del veneficio;

si sforzava di diffonderla e accreditarla, e già metteva innanzi,

per opporglielo un giorno, il primogenito di Germanico, Nerone, il

quale nel 21 d. C. aveva 14 anni. Eppure Tiberio cerca da prima di

moderare le accuse di maestà, sua suprema difesa; finge di non sapere

e di non sentire; incomincia a soggiornare lungamente fuori di Roma,

quasi abbandonando ai suoi nemici e alle loro calunnie la capitale,

dove risiedeva la guardia pretoriana. Di tutti i suoi nemici, il

più implacabile era Agrippina, la appassionata, la veemente, la

scriteriata, che, abusando della parentela, della sventura, non

lasciava sfuggire occasione alcuna per rinfacciare a Tiberio il suo

preteso delitto: non a parole, ma con scene ed atti che commuovevano

il pubblico ancora più che le aperte accuse. Restò famosa a Roma una

cena a cui Tiberio l’aveva invitata; e nella quale essa ostentatamente

e ostinatamente rifiutò di toccar qualsiasi cibo o vivanda, sotto gli

occhi dei convitati sbalorditi, i quali capivano benissimo quel che

significava quel gesto! E pure a queste calunnie e a questi affronti,

Tiberio non oppone che un silenzio disgustato e rassegnato; o, quando

proprio non ne può più, qualche amaro e conciso rimprovero.

II.

Non par dubbio che Tiberio si proponesse, da principio, di rifuggire,

quanto era possibile, dai mezzi troppo aspri, non osando infierire

contro tanta parte dell’aristocrazia e contro la sua stessa famiglia,

egli così impopolare e mal compreso. Inoltre Agrippina era tra le

donne della famiglia la meno intelligente: egli poteva tollerare con

pazienza la sua pazza avversione, quando Livia ed Antonia, le due

donne serie della famiglia, erano con lui. Ma è facile comprendere che

non poteva andare avanti a lungo così. Un potere, che non si difende,

indebolisce: il partito di Agrippina avrebbe dunque guadagnato favore

e potere, se a fianco del vacillante Tiberio, non fosse apparso, per

sostenerlo, il comandante della guardia pretoriana, Seiano. Seiano non

era neppur senatore; nato da una oscura famiglia di cavalieri, non era

che il comandante della guardia; e in tempi ordinari sarebbe rimasto

nell’ombra, confuso tra i personaggi secondari, intento ai doveri della

sua carica, che era militare soltanto. Il partito di Agrippina, i suoi

intrighi, la debolezza e l’incertezza di Tiberio fecero di lui, per un

certo tempo, una potenza. Non è difficile intendere quali fossero le

prime origini di questa potenza. La fedeltà della guardia pretoriana,

dalla quale dipendeva la sicurezza e la fermezza dell’autorità

imperiale, era una delle cose che maggiormente dovevano stare a cuore

a Tiberio, massime quanto più insidiosamente il partito di Agrippina

lo accusava. La guardia vivendo in Roma, tutto ciò che si diceva nei

circoli senatorî o nel palazzo dell’imperatore e dei suoi parenti si

risapeva dalle coorti, tra le quali la memoria di Druso e di Germanico

era veneratissima. Se la guardia si convinceva che l’imperatore era

un avvelenatore, e che aveva fatto assassinare il figlio di Druso,

la sua fedeltà poteva vacillare. Perciò un comandante di fiducia era

un uomo che doveva essere molto ascoltato da Tiberio. Seiano seppe

ispirare questa fiducia: parte, forse, per la sua origine, perchè

l’ordine equestre per l’antica rivalità con la nobiltà senatoria, era

più favorevole all’autorità imperiale; parte con certe riforme che egli

seppe introdurre nella guardia pretoriana.

Acquistata la fiducia dell’imperatore, lo ambizioso e intelligente

prefetto del pretorio, non tardò a rendersi necessario in ogni cosa,

approfittando del momento. Crescevano in Tiberio, la stanchezza,

la sfiducia, il disgusto di Roma, della nobiltà, degli uomini, che

doveva governare: primi accessi di quella cupa melanconia, che andò

via via aggravandosi, per effetto dei lunghi contrasti, delle infinite

amarezze, dei continui timori e sospetti e forse anche un po’ per

l’abuso del vino, se è vero che Tiberio, come ci racconta Svetonio,

aveva il vizio di bere troppo. L’uomo che per tanti anni aveva fatto

tutto da sè, che non aveva mai voluto nè consiglieri nè confidenti,

aveva ora bisogno, invecchiando, di appoggiarsi a una volontà più

ferma. Ma nella sua famiglia non poteva far assegnamento che sul suo

figlio Druso, che era ormai diventato un uomo serio e degno di fiducia,

e per il quale infatti, nel 22, egli domandò al Senato la potestà

tribunizia, facendolo suo collega. Ma poichè Druso non bastava, Seiano

potè divenire, di fatto se non ufficialmente, il primo e più attivo

e più ascoltato consigliere di Tiberio, insieme con Druso. Anzi più

attivo e più ascoltato, poichè Druso era spesso in missione ai confini

dell’impero, mentre Seiano era quasi di continuo a Roma, dove, invece,

l’imperatore appariva sempre più raramente.

[Illustrazione: CALIGOLA]

Così era nata l’anomala potenza in Roma di questo Cavaliere che non

aveva esercitato nessuna magistratura: potenza, che era figlia della

debolezza di Tiberio e delle discordie dell’aristocrazia; potenza che

sarebbe funesta sopratutto al partito di Agrippina e di Germanico.

Sebbene non manchino notizie che Seiano e Druso non si vedevano di

buon occhio, è manifesto che Seiano, come uomo di fiducia di Tiberio,

doveva volgersi contro gli amici di Agrippina, da cui moveva la più

fiera opposizione. Ma nel 23 anche Druso moriva, come tanti altri di

sua famiglia, immaturamente a 38 anni, senza che alcuno, lì per lì

almeno, parlasse di veleno; e questa inopinata sventura, che colpiva

Tiberio di un vivissimo dolore, parve lì per lì riconciliare Tiberio e

il partito di Agrippina, a danno di Seiano. Sparito il figlio suo, tra

chi, se non tra i figli di Germanico e di Agrippina, potrebbe Tiberio,

se non volesse uscire dalla famiglia, cercare il successore? E Tiberio

infatti — altra prova che egli desiderava evitare quanto più potesse i

conflitti nel seno della famiglia — non esitò un momento, non ostante

le noie e le difficoltà che gli erano venute da Agrippina e dai suoi,

a riconoscere che nei figli di Germanico erano ormai poste le speranze

della famiglia e della repubblica: fece comparire innanzi al senato i

due maggiori, Nerone che aveva 16 anni e Druso che era più giovane, ma

di cui si ignora l’anno della nascita; li presentò all’assemblea con

un nobile discorso, di cui Tacito ci ha trasmesso il sunto, esortando

i due giovanetti e il Senato a compiere il proprio dovere per la

repubblica.

Dopo la morte di Druso la famiglia dei Cesari poteva riconciliarsi

con se medesima, perchè la rivalità tra la stirpe di Tiberio e quella

di Germanico era tolta. E un raggio di concordia sembra davvero aver

brillato, pur in mezzo alle lagrime per la morte di Druso, sulla casa

desolata da tante tragedie; mentre Seiano, la cui potenza era figlia

delle altrui discordie, è per un momento messo in disparte. Ma per

poco; chè presto la discordia ridivampò. Di chi fu la colpa? Di Seiano

o di Agrippina? Tacito incolpa Seiano, che accusa di aver voluto

distruggere la discendenza di Germanico per usurpare il posto: ma egli

stesso deve poi altrove ammettere (ann. 4, 9) che tutta una piccola

corte di liberti e di clienti stava attorno a Nerone, il maggiore

dei figli di Germanico, aizzandolo contro Tiberio e contro Seiano, e

sollecitandolo a far presto: esser questo — gli dicevano — il volere

del popolo, il desiderio degli eserciti, nè Seiano, che ora si burlava

della pazienza del vecchio e della lentezza del giovane, avrebbe osato

resistergli. Da simili discorsi a propositi di ribellione e di congiura

il passo era breve.

È verisimile dunque che la colpa della nuova e più acerba discordia

debba attribuirsi, come del resto succede quasi sempre, alle due parti.

Il partito di Agrippina, imbaldanzito dalla fortuna toccatagli e dalla

debolezza di Tiberio, sentendosi, dopo la morte di Druso, più forte,

non ebbe ormai più che un desiderio: collocare più presto che fosse

possibile Nerone, il primogenito di Germanico, al posto di Tiberio.

Riprese quindi i suoi intrighi contro Tiberio, seminando discordia tra

lui e Nerone. Ma questa volta cozzò con Seiano, il quale difese Tiberio

con un vigore, di cui Tiberio non era mai stato capace; e tra Seiano

e il partito di Agrippina incominciò una guerra accanita e feroce di

intrighi, di calunnie, di accuse, di processi di cui Tacito ha saputo

dipingere con colori indelebili tutto l’orrore. Tra gli intrighi non

potevano mancare i matrimoni. Nel 25 Seiano ripudiò la sua moglie,

Apicata, e domandò a Tiberio la mano di Livia, la vedova di Druso.

La mossa era arditissima, perchè riuscendo avrebbe introdotto Seiano

nella casa imperiale; ma era troppo ardita e fallì, — ci dice Tacito —

sopratutto perchè Tiberio ebbe paura che questo matrimonio irritasse

ancor più Agrippina. L’imperatore avrebbe detto a Seiano che già

troppe discordie di donne agitavano e turbavano la casa dei Cesari,

con grave danno dei suoi nipoti: che avverrebbe se questo matrimonio

fomentasse ancor più gli odî? _Quid si intendatur certamen tali

coniugio?_ Risposta notevole, perchè ci prova che Tiberio, accusato

di odiare Agrippina e i suoi figli, ancora due anni dopo la morte di

Druso, cercava di accontentare un po’ gli uni e un po’ gli altri, di

non irritar troppo gli avversari, di conservare tra tanti pazzi una

ragionevole equanimità.

Seiano ebbe dunque un rifiuto, del quale il partito di Agrippina

esultò come di una sua vittoria, ma per incorrere l’anno dopo, il 26,

in uno smacco della stessa natura. In quest’anno Agrippina chiese a

Tiberio il permesso di rimaritarsi. A creder Tacito, Agrippina avrebbe

fatta questa domanda di sua testa, spinta da uno dei tanti capricci

che di continuo le frullavano per il capo: ma è da supporre che a un

tratto, senza ragione, dopo così lunga vedovanza, Agrippina uscisse

in un così singolar proposito; e che se questo non fosse stato che un

capriccio di una donna bisbetica, se ne sarebbe tanto ragionato nella

casa imperiale, e la figlia di Agrippina avrebbe raccontato l’episodio

nelle sue memorie? Sembra più probabile che anche questo matrimonio

avesse uno scopo politico: dando un marito a Agrippina, dare un capo

al partito antitiberiano. I figli di Germanico erano troppo giovani

e Agrippina troppo inabile, perchè insieme potessero tener testa a

Seiano, appoggiato da Tiberio, da Livia, da Antonia. Si spiegherebbe

allora perchè Tiberio si oppose: Agrippina era già una piaga, sola;

non c’era bisogno di autorizzarla a prendersi, in veste di marito, un

consigliere.

Questa volta trionfava Seiano. E la guerra proseguì a questo modo,

con varie vicende. Ma a cominciare dall’anno 26 spesseggiano i segni

che il partito di Agrippina e di Germanico soccombe, non resistendo

ai colpi e agli intrighi di Seiano, che distacca da lui, uno dopo

l’altro, tutti gli uomini di qualche importanza, o guadagnandoli a

sè con i favori e le promesse, o spaventandoli con le minaccie, o

distruggendoli con i processi. Tiberio sta in mezzo a questa mischia;

e, all’opposto della leggenda, si studia quanto può di impedire che

dalle due parti si giunga alle estreme crudeltà. Ma che penosa e

ripugnante fatica doveva essere per lui questa estrema difesa della

ragione e della giustizia tra tante malvagie passioni, tra tanti odî,

ambizioni, rivalità! Per lui che era cresciuto nel momento in cui più

sfolgorante splendeva innanzi allo spirito delle alte classi di Roma

la visione di una grande restaurazione aristocratica! Per lui che

giovanetto aveva conosciuto e amato Virgilio, Orazio, Tito Livio, i

poeti e lo storico di questa sublime visione; per lui che, come tutti

gli spiriti eletti di quegli anni ormai lontani, aveva visto in fondo

a questa visione un grande Senato, un esercito glorioso e terribile,

una repubblica austera e veneranda come quella che Tito Livio aveva

dipinta nelle sue pagine immortali con così potenti colori. Ed egli

si trovava invece a capo di una cadente e miserabile aristocrazia,

non d’altro avida che di lacerarsi con calunnie, accuse, processi e

condanne infamanti; che di quanto egli aveva fatto e faceva per la

repubblica lo ricompensava deridendolo, motteggiandolo e accusandolo

di assassinio. Aveva sognato i lauri delle vittorie sui nemici di

Roma; e doveva rassegnarsi a guerreggiare giorno e notte contro le

isteriche stravaganze di Agrippina; accontentarsi — senza essere

nemmeno sicuro di riuscirvi — di non passare agli occhi dei più per un

avvelenatore! La potenza sprovvista dei mezzi necessari, senza gloria

e senza rispetto: questo era l’impero del successore di Augusto, dopo

dodici anni di difficile governo! Non è da stupire se vecchio, stanco,

disgustato, non sentendosi a Roma sicuro, tra il 26 e il 27 Tiberio si

ritirasse a Capri, nascondendo la sua misantropia e la sua stanchezza

nella meravigliosa isoletta, che un capriccio delizioso della natura ha

deposta in mezzo al divino golfo di Napoli.

III.

Le donne dei Cesari · 第 4 / 8 段