Tiberio sarebbe forse stato bandito per sempre dal potere, se il

caso non l’avesse aiutato, togliendo di mezzo Caio e Lucio Cesare.

Poco dopo il ritorno di Tiberio, il 20 agosto dell’anno 2 d. C. Lucio

Cesare moriva a Marsiglia, spento da breve malattia; e venti mesi dopo,

nel febbraio dell’anno 4, moriva pure Caio, in Licia, in seguito ad

una ferita ricevuta in una scaramuccia. Queste due morti furono così

premature, così vicine l’una all’altra e così opportune per Tiberio,

che la posterità si è rifiutata di considerarle come uno dei tanti

accidenti che possono capitare a tutti gli umani; e ha sospettato in

quelle la mano criminosa di Livia! Senonchè chi conosce un po’ il mondo

e gli uomini, sa che è più facile immaginare e sospettare che compiere

questi avvelenamenti romanzeschi. Pur lasciando in disparte ogni

considerazione sul carattere di Livia, — e molte se ne potrebbero fare

— è difficile immaginare come essa avrebbe osato e potuto avvelenare

i due giovani a tanta distanza da Roma, in Asia l’uno e in Gallia

l’altro, per mezzo di molti complici, in tempi in cui, divisa come era

la famiglia di Augusto da tanti odi, ogni suo membro era sospettato,

spiato, appostato da un partito nemico; e in cui l’esempio di Giulia

provava che la parentela con Augusto non era schermo sufficiente contro

i rigori della legge e la collera dell’opinione pubblica. È poi cosa

notissima che il popolo inclina sempre a sospettare un delitto ogni

qual volta un uomo noto e potente muore prematuramente. Senza risalire

alla leggenda del Conte Rosso avvelenato dalla madre, ricorderemo

che trent’anni fa era tradizione, a Torino, che Cavour fosse stato

avvelenato dalla mano di un’amante, chi diceva per ordine di Napoleone

III, chi dei gesuiti, solo perchè la sua vita fu repentinamente

troncata (da una nefrite, credo) a 52 anni, proprio quando l’Italia

sentiva di averne maggior bisogno! Questa ecatombe di giovinetti e di

giovani nella famiglia di Augusto sembra la persecuzione di un’oscura

fatalità e può riuscir sospetta: ma appunto perchè le morti premature

furono così numerose, non si possono spiegare se non con il logoramento

della stirpe bacata nel midollo. Tutte le famiglie, invecchiando nel

potere e nella ricchezza, si spengono: onde nessuna aristocrazia potè

durare se non rinnovandosi, e quelle che si sono chiuse in sè, sono

perite.

Nessuna seria ragione ci autorizza ad attribuire a una donna, che

fu venerata come un modello dagli uomini migliori della sua età,

un così orrendo delitto; e le favole che ne raccontò il popolino,

avverso a Livia perchè fedele a Giulia, e che gli storici delle età

seguenti raccolsero, valgono quanto le dicerie del popolino torinese

sul veleno propinato a Cavour. La morte di Caio e di Lucio Cesare fu

però una grande fortuna per Tiberio, perchè impose il suo ritorno al

potere. L’impero era nei guai dappertutto; la Germania era mezza in

rivolta; l’esercito aveva bisogno di un capo; pure Augusto, vecchio e

irresoluto, esitava ancora, temendo l’avversione che covava e in senato

e nel popolo contro il troppo autoritario Tiberio. Alla fine, d’accordo

con Livia, la parte più seria, più autorevole, più antica della nobiltà

senatoria, capeggiata da un nipote di Pompeo, Gneo Cornelio Cinna, gli

impose di richiamare Tiberio, minacciando, pare, di ricorrere a qualche

espediente violento, su cui noi non abbiamo sicure notizie. Certo

è che si fece paura al vecchio Augusto, vincendo così con una paura

maggiore la paura di cui gli era cagione la impopolarità di Tiberio;

e il 26 giugno dell’anno 4 dell’êra volgare Augusto adottava Tiberio

come figlio, gli faceva dare la potestà tribunizia per dieci anni,

prendendolo a collega. Tiberio, a sua volta, per volontà di Augusto,

adottava come figlio Germanico, il figlio maggiore di Druso e di

Antonia, la sua fedele amica: un giovane intelligente, attivo, e da cui

tutti speravano molto.

[Illustrazione: ANTONIA]

Ritornato al potere Tiberio provvide, di accordo con Augusto, a

riordinare l’esercito e lo Stato; e a placare, con atti di clemenza

e nuovi matrimoni, le furiose discordie che negli ultimi anni avevano

diviso o turbato la famiglia dei Giuli e dei Claudi. L’esilio di Giulia

fu addolcito; Germanico sposò Agrippina, un’altra figlia di Giulia

e di Agrippa, una sorella di Giulia minore, vedova di Caio Cesare;

Livilla, sorella di Germanico e figlia di Antonia, fu data al figlio di

Tiberio, a Druso, un giovane coetaneo di Germanico e che non ostante

certi difetti, l’irascibilità e l’inclinazione ai piaceri, mostrava

alcune qualità di uomo di Stato: fermezza, mente solida, attività. Si

voleva sempre con questi matrimoni far della famiglia di Augusto, del

ramo giulio e del ramo claudio che la componevano intrecciati, un corpo

solo, formidabile, unito, così da poter essere il fondamento su cui

poserebbe la repubblica, ossia il governo di tutto l’impero. Ma se il

proposito era savio, i fermenti di discordia e la infelicità dei tempi

potevano più che i buoni propositi. Troppo si era aspettato a richiamar

Tiberio al potere; il disordine, dopo dieci anni di governo senile, era

troppo grande; i provvedimenti imaginati da Tiberio per riassettare

le finanze dell’impero, irritarono le classi ricche dell’Italia; nel

6 dopo C. scoppiò la grande rivolta della Pannonia. Che spavento fu

quello! Parve di tornare ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni. In un

istante di follia collettiva si temè perfino che la penisola potesse

essere invasa e Roma assediata dai barbari! Tiberio accorse rapido, e

domò l’insurrezione, non affrontandola in campo aperto, ma stancandola:

metodo sicuro e savio, con le milizie di cui disponeva! Ma a Roma,

passato lo spavento, il protrarsi della guerra irritò, e divenne per

molti un pretesto per sfogar l’odio antico contro Tiberio, il quale

fu accusato di aver paura, di non sapere il suo mestiere, di tirare in

lungo la guerra per ambizione! Il partito avverso a Tiberio risollevò

la testa, tentando perfino di aizzargli contro Germanico, che giovane,

ambizioso, temerario, avrebbe preferito una guerra rapida; e certo

si sarebbe creato già sin da allora un partito di Germanico ed uno

di Tiberio, se Augusto, questa volta, non avesse da Roma sostenuto

Tiberio. Ma le difficoltà e le incertezze erano grandi; e rinascevano

di continuo.

In mezzo a queste lotte e a queste paure un nuovo scandalo scoppiò

nella famiglia di Augusto: Giulia minore, come la madre, si lasciò

cogliere in fallo dalla _lex Iulia de adulteriis_ e dovè prendere

anch’essa la via dell’esilio! Come e per opera di chi lo scandalo

scoppiasse, noi non sappiamo: sappiamo invece che Augusto amava molto

la nipote; onde è da credere che in quell’agitato e torbido momento,

mentre tanti odi si appuntavano contro la sua famiglia e la sua casa,

tanti sforzi si facevano per rovesciare di nuovo Tiberio, che pure

aveva salvato l’impero, Augusto dovè una seconda volta subire la

sua legge; e non osò contendere al partito puritano, alla minoranza

arcaizzante dei senatori, agli amici di Tiberio, questa seconda vittima

della sua famiglia. Certo è che si fece quanto si potè per limitare

lo scandalo; e che dell’esilio della seconda Giulia appena qualche

sommaria notizia sarebbe giunta sino a noi, se tra i complici che

furono esiliati con lei non ci fosse stato anche Ovidio, che doveva

empire venti secoli dei suoi lamenti e farli giungere sino alle

orecchie dei più tardi nipoti.

L’esilio di Ovidio è uno dei misteri che più tormentarono la curiosità

dei secoli, come la maschera di ferro. Ovidio stesso l’ha acuita con la

prudenza, non parlando mai chiaramente delle accuse a cui soggiacque,

facendo ad esse soltanto delle vaghe allusioni, che si riassumono in

due parole: _carmen et error_. Onde i posteri si domandano da venti

secoli quale fu questo _error_ che mandò l’elegante poeta a morire tra

i barbari Geti, sulle sponde del Danubio; e naturalmente senza venirne

a capo. Se però non è possibile precisare quale fu l’_error_ che costò

così caro ad Ovidio, è possibile invece rendersi ragione di quel che fu

questo singolare e famoso episodio della storia di Roma, a cui Ovidio

deve in parte la sua immortalità. Ovidio non fu vittima, come troppo

si è ripetuto, di un capriccio del dispotismo; e quindi non può essere

paragonato ad uno dei tanti scrittori russi, che l’amministrazione

deportava in Siberia per odio e per paura, senza una ragione precisa,

sotto gli czar. Il suo caso, in una certa misura, potrebbe piuttosto

paragonarsi al processo di Oscar Wilde, sebbene l’accusa a cui i due

poeti soggiacquero fosse diversa. L’_error_ di Ovidio fu certamente di

aver violata qualche disposizione della _Lex Iulia de adulteriis_, che,

noi lo sappiamo, era molto minuta e specificava come casi di complicità

molti atti e fatti, che anche agli occhi dei più rigoristi moderni,

sembrerebbero biasimevoli, sì, ma non degni di così terribili pene. È

verosimile che Ovidio incappasse in una di queste disposizioni; ma il

suo _error_, grave o leggera che fosse, più che la ragione vera della

condanna, fu il pretesto: il pretesto per sfogare su di lui un vecchio

rancore, che aveva ragioni più profonde. Il tradizionale puritanismo

romano volle mandare in esilio il poeta delle signore frivole,

eleganti, leggere; l’autore dei poemi erotici, che con la penna ed i

versi aveva aiutato i tempi a mutare l’antica austera _materfamilias_

in una dispendiosa amica degli uomini e dei sollazzi; il poeta,

che si era fatto ammirare, sopratutto dalle donne, lusingandone le

inclinazioni più pericolose. Il puritanismo odiava i nuovi indirizzi

della vita sociale, e quindi anche la poesia di Ovidio, precipuamente

per i loro funesti effetti sulle donne, le quali, come vedemmo, nelle

famiglie aristocratiche, non erano punto mantenute nell’ignoranza, e

quindi leggevano poeti e filosofi. Ma perciò appunto ci fu sempre a

Roma una viva avversione contro la letteratura leggera e immorale. Se i

libri fossero andati solo per le mani degli uomini, la poesia di Ovidio

non avrebbe forse avuto la fortuna di una persecuzione, che doveva

attirare su di essa l’attenzione della posterità. La libertà della

donna pareva, insomma, a questa società, dovere imporre una maggior

riserva anche nella letteratura; e Ovidio, che se ne era scordato,

se ne ricordò a proprie spese, quando dovè ridursi in esilio tra i

Geti, sulle rive del Danubio gelato, perchè troppe donne leggevano

troppo volontieri, a Roma, i suoi libri. I quali furono, per ordine

di Augusto, tolti dalle biblioteche: il che non impedì tuttavia che

giungessero sino a noi, quando tante opere più serie — la storia

di Tito Livio per esempio — si sono o interamente o in troppa parte

perdute!

II.

Dopo la rovina della seconda Giulia, Augusto non ebbe più, sino alla

morte, che avvenne il 23 agosto del 14 dopo C., gravi dispiaceri dalle

donne della sua casa. La grande sciagura degli ultimi anni del suo

governo è una sciagura pubblica: la disfatta di Varo e la perdita della

Germania. Ma con quanta tristezza doveva Augusto guardare indietro,

nelle ultime settimane della sua lunga vita, la storia della sua

famiglia! Tutti quelli che egli aveva amati erano stati strappati a lui

innanzi tempo da un destino crudele: dalla morte, Druso, Caio e Lucio

Cesare; dall’Infamia e dalla Crudeltà della legge, peggiore che la

morte, le due Giulie! La grandezza senza esempio a cui si era levata,

non aveva portato fortuna alla sua famiglia. Egli restava vecchio,

quasi solo, superstite stanco tra le tombe dei suoi cari spenti innanzi

tempo dal Fato, tra le memorie ancora più dolorose di quelle che erano

state sepolte vive in selvaggie isolette e nella tomba dell’Infamia;

non avendo più altra compagnia che quella di Tiberio con cui si era

riconciliato davvero, di Antonia, la dolce nuora da tutti rispettata,

e di Livia, la donna che il destino aveva messo ai fianchi negli anni

orrendi del sangue e del ferro; la compagna fedele, per cinquantadue

anni, della sua varia, meravigliosa e tragica fortuna. Si capisce

quindi che, come gli storici narrano, le ultime parole del vecchio

imperatore siano state un tenero ringraziamento alla moglie fedele:

«Addio, Addio, Livia; ricordati della nostra lunga unione!». Con queste

parole egli terminava la sua vita da vero romano: rendendo omaggio alla

sposa, che il costume e la legge volevano compagna fedele e amorosa,

non docile schiava dell’uomo.

Ma se la famiglia di Augusto aveva tribolato e sanguinato già durante

la sua vita, più sofferse e pericolò dopo la morte di lui. Non si

renderà mai conto della storia del primo impero chi, partendo dal

preconcetto che Augusto fondò una monarchia, si imagina che la sua

famiglia dovè godere, nella società romana, dei privilegi che sono

riconosciuti, in tutte le monarchie, alla famiglia del sovrano. Certo

di una condizione privilegiata questa famiglia godè sempre se non

per legge, di fatto, e per la forza stessa delle cose: ma non per

nulla Roma era stata per tanti secoli una repubblica aristocratica,

in cui tutte le famiglie della nobiltà si erano considerate eguali

e sottoposte alle medesime leggi. Del privilegio che alla famiglia

dei Giulio-Claudi assicurava la suprema dignità del suo capo,

l’aristocrazia si vendicò prendendola in odio, sospettandone e

calunniandone tutti i membri, sottoponendola con crudele voluttà,

quando poteva, alle leggi comuni, anzi maltrattando con più feroce

accanimento quelli che per caso cadessero sotto le sanzioni di una

legge. Ai privilegi di cui godevano i membri della famiglia imperiale,

faceva equilibrio il pericolo di dover ricevere più forte i colpi

delle leggi, se qualcuno ci cascasse sotto, per dare all’aristocrazia

senatoria la atroce soddisfazione di vedere uno di questi felici

martoriato come e più degli altri. Non è dubbio, ad esempio, che le due

Giulie furono più severamente punite e infamate che le altre signore

dell’aristocrazia ree dello stesso delitto; e che Augusto aveva dovuto

essere con loro spietato, perchè non si dicesse in Senato, che faceva

leggi non per i suoi, ma per gli altri.

[Illustrazione: TIBERIO]

Tuttavia sinchè Augusto visse, egli fu per i suoi parenti uno schermo

sufficiente. Sopratutto nell’ultimo ventennio Augusto fu l’oggetto

di un rispetto quasi religioso. L’epoca tempestosamente grande da cui

proveniva, straordinaria fortuna, il lungo governo, i servigi che aveva

resi davvero e quelli che era parso rendere, gli avevano conferito

tanta autorità, che l’invidia riponeva innanzi a lui le sue freccie più

avvelenate. Per rispetto a lui, anche la sua famiglia non fu, tranne

in qualche passeggero furore dell’opinione pubblica, come quelli in

cui le due Giulie furono condannate, troppo calunniata e maltrattata.

Ma, lui morto, le cose mutarono, perchè Tiberio, sebbene fosse un

sagace amministratore, un valentissimo generale e un uomo capace, non

godeva le simpatie e il rispetto di Augusto: anzi era odiato da una

parte considerevole del Senato e della aristocrazia, quella che aveva

a lungo parteggiato per Caio e Lucio Cesare. Non l’ammirazione del

Senato e del popolo, ma la necessità l’aveva imposto come capo della

repubblica, perchè, quando Augusto morì, l’impero essendo in guerra

con i Germani e le provincie pannonico-illiriche in rivolta, era forza

affidare l’esercito ad un uomo che incutesse terrore ai barbari e che

al caso sapesse combatterli. Tiberio stesso era così convinto che la

maggioranza del Senato e il popolo di Roma subirebbero il suo governo

per forza, che era stato a lungo in forse: se accettare o no. Nessuno

si illudeva meno di lui che sarebbe facile governare con gli animi così

avversi.

Sotto il governo di Tiberio la famiglia imperiale fu circondata

da un odio molto più intenso e palese, che non sotto Augusto. Una

coppia faceva eccezione: Germanico ed Agrippina, i quali erano molto

amati. Ma qui appunto incominciarono le prime gravi difficoltà per

Tiberio. Intorno a Germanico, che aveva 29 anni quando Tiberio fu

assunto alla presidenza della repubblica, incominciò a raccogliersi

un partito che, corteggiandolo e adulandolo, lo oppose a Tiberio;

inconsapevolmente aiutato sopratutto dalla moglie di Germanico:

Agrippina. Era costei, diversamente da sua sorella Giulia, una donna

di costumi intemerati, innamorata e fedele al marito, una vera matrona

romana come la tradizione l’aveva vagheggiata, casta e feconda, che

a 26 anni aveva già dati nove figli al marito, di cui però sei erano

morti. Ma quasicchè Agrippina fosse destinata a mostrare che nella

casa di Augusto ed in quei tempi torbidi e strani, la virtù non

era meno pericolosa del vizio, sia pure per un altro verso, e per

differenti ragioni, della sua fedeltà al marito, dell’ammirazione che

godeva in Roma, Agrippina era così fiera, che tutti gli altri difetti

del suo carattere erano come inturgiditi dallo smodato orgoglio di

questa sua virtù. E tra questi suoi difetti occorre enumerare una

grande ambizione, una specie di attività faragginosa e tumultuaria,

una irriflessiva impetuosità di passioni, una pericolosa mancanza

di ponderazione e di criterio. Agrippina non era malvagia; ma era

ambiziosa, violenta, intrigante, imprudente, poco riflessiva, quindi

facile a scambiare i suoi sentimenti ed interessi per la ragione

universale del giusto; amava molto il marito, da cui non si staccava

mai, che accompagnava in tutti i viaggi; ma appunto perchè lo amava

lo spingeva a secondare quella sorda opposizione a Tiberio, che voleva

farne il suo campione e il suo favorito.

Se di nuovo il Senato e la famiglia imperiale non si scisse in due

fazioni, fu perchè Germanico resistè saviamente ai suoi troppo zelanti

ammiratori; e forse anche perchè la madre, Antonia, non smise mai di

essere, quanto il governo di Tiberio durò, la più fida ed affezionata

amica dell’imperatore. Dopo il divorzio di Giulia, Tiberio non si

era riammogliato; e gli affettuosi uffici che avrebbe dovuto compiere

presso di lui la moglie, furono compiuti in parte dalla madre, in parte

dalla cognata. Nessuna persona era ascoltata dal chiuso e diffidente

imperatore, quanto Antonia. Chi voleva impetrar da lui qualche favore,

non poteva far meglio che affidar la causa ad Antonia. È verosimile

quindi che Antonia bilanciasse presso il figlio la moglie. Ma se

proprio non si giunse alla scissione, delle difficoltà nacquero presto.

Non solo Agrippina e Livia vennero in discordia, ma — e fu cosa più

grave — cedendo un po’ al suo temperamento, un po’ ai suggerimenti

della moglie e degli adulatori, Germanico, che alla morte di Augusto

era legato per la Gallia, iniziò di suo capo una politica germanica

contraria alle istruzioni di Tiberio. Tiberio, che i Germani conosceva

per lunga esperienza, non voleva più molestarli: la rivolta di Arminio

dimostrava che, minacciati nella loro indipendenza, sapevano unirsi e

diventavano pericolosi; lasciati in pace, si distruggevano in guerre

continue. Occorreva quindi non assalirli o minacciarli, ma abilmente

soffiar nel fuoco delle loro continue discordie e guerre, affinchè,

interdistruggendosi, lasciassero tranquillo l’impero. Ma questa

saggia e prudente politica poteva piacere a un vecchio guerriero, come

Tiberio, che già aveva raccolti tanti allori; non ad un giovane che

ambiva di segnalarsi con grandi imprese; al cui fianco stava, stimolo

continuo, una moglie ambiziosa e che era circondato da una corte di

adulatori. Germanico, di sua iniziativa, passò il Reno e incominciò una

vasta offensiva, attaccando una dopo l’altra, con rapide e fortunate

spedizioni, le più potenti popolazioni germaniche. A Roma questa

ardita mossa piacque, massime ai nemici di Tiberio che erano molti;

sia perchè l’ardimento piace sempre più che la prudenza, a coloro che

non rischiano nulla e giudicano di una guerra a centinaia di miglia dai

campi di battaglia; sia perchè la gloria di Germanico poteva offuscare

Tiberio. E Tiberio, non ostante disapprovasse, per un certo tempo

lasciò fare il figlio adottivo per non contrariare l’opinione pubblica

e per non parer di invidiare al giovane Germanico la gloria che si

acquistava.

Tuttavia egli non voleva che Germanico si impegnasse troppo con le

tribù germaniche; e quando gli parve che avesse abbastanza mostrato il

valor suo e abbastanza fatto sentire ai nemici la possanza di Roma, lo

richiamò, mandando l’altro figlio suo, figlio non adottivo, ma vero,

Druso. Ma questo richiamo non garbò punto al partito di Germanico,

il quale recriminò amaramente sussurrando che Tiberio era geloso di

Germanico, che lo aveva richiamato per impedirgli di acquistare gloria

in una impresa immortale. Tiberio pensava così poco a impedire a

Germanico di adoperare in servizio di Roma il suo ingegno, che subito

dopo nell’anno 18 d. C. lo mandò in Oriente a rimettere l’ordine

nell’Armenia agitata da interne discordie, dandogli quindi un comando

non meno importante di quello che gli aveva tolto. Ma nel tempo stesso

non volle affidar interamente ogni cosa al senno di Germanico, che era

capace e valoroso, ma giovane, e sempre accompagnato da una moglie

imprudente e da una corte di adulatori irresponsabili; e perciò gli

mise a fianco un uomo più anziano, maturo e sperimentato: Gneo Pisone,

un senatore, che apparteneva ad una delle più illustri famiglie di

Roma.

Gneo Pisone doveva aiutare, consigliare, e se era necessario, frenare

Germanico; e anche informare Tiberio di quanto il giovane faceva in

Oriente. Di questo non si può dubitare: ma chi vorrà contestare a

Tiberio, che aveva la responsabilità dell’impero, il diritto di far

sorvegliare un giovane di trentatrè anni, cui tanti e così gravi

interessi erano commessi? Senonchè questa ragionevole e misurata

cautela fu cagione di infiniti guai. Germanico si offese, e istigato

dagli amici, venne in guerra con Pisone; Pisone avendo condotto sua

moglie Plancina, che era una grande amica di Livia, come Germanico

aveva condotto Agrippina, Agrippina e Plancina litigarono, da mogli

fedeli, non meno dei loro mariti; l’autorità romana in Oriente si

divise in due cabale, quella di Pisone e quella di Germanico, che

si accusarono di illegalità, di concussione, di prepotenza, e di cui

ciascuna non pensò che a disfare quello che l’altro aveva fatto. Quale

delle due cabale avesse ragione o in che misura ciascuna avesse torto

o ragione, è difficile dire, perchè il racconto di Tacito, annebbiato

da un’ostilità preconcetta, non ci illumina affatto. Ma è certo

che Germanico non rispettò sempre le leggi e qualche volta agì con

soverchia leggerezza, obbligando Tiberio ad intervenire personalmente:

come allorchè andò con Agrippina a fare un viaggio in Egitto, che anche

allora era una meta favorita dei viaggiatori curiosi e istruiti. Ma

allora vigeva anche un’ordinanza di Augusto che vietava ai senatori

romani di metter piede in Egitto, senza uno speciale permesso. Come

aveva scavalcato questo divieto, non sarebbe meraviglia se Germanico in

altre occasioni non avesse rispettato troppo alla lettera le leggi, che

definivano i suoi poteri.

Purtroppo la discordia tra Germanico e Pisone empì di confusione e di

discordia tutto l’Oriente; e inquietò di riflesso Roma, dove il partito

avverso a Tiberio l’accusò di perseguitare il figlio adottivo per

gelosia; dove anche Livia, non più protetta da Augusto, incominciò ad

essere sospettata di intrigare contro Germanico per odio di Agrippina.

E Tiberio non sapeva che fare, impacciato dalla opinione pubblica

favorevole a Germanico, e desideroso nel tempo stesso che i suoi

figli dessero l’esempio di obbedire alle leggi. Quando, nel 19 d. C.

Germanico ammalò ad Antiochia; e dopo una malattia lunga, alternata

di molti miglioramenti e peggioramenti, alla fine, come suo padre,

come i suoi cognati, soccombette al destino, in piena giovinezza, a 34

anni! È da stupirsi se l’immaginazione popolare, sgomenta da questa

nuova morte immatura, che troncava una pericolosissima discordia

politica, incominciasse subito a sussurrar di veleno? Il partito di

Germanico, esasperato da questa sciagura che lo annientava, insieme

con le speranze di quanti si erano legati a Germanico per le loro

fortune future, raccolse, colorì, propagò per ogni dove la voce: e chi

a questa voce credette con maggior fede fu Agrippina, che il natural

dolore della morte faceva anche più impetuosa, scriteriata e violenta.

Agrippina che, se fosse stata una donna ponderata e di senno, meglio di

ogni altro avrebbe potuto sapere quanto quella diceria era assurda.

[Illustrazione: AGRIPPINA]

Le donne dei Cesari · 第 3 / 8 段