L’aristocrazia romana, la gloriosa aristocrazia scampata alle

proscrizioni e a Filippi, moriva di un lento e voluttuoso suicidio.

Bisognava salvarla da se medesima. Livia fu certamente tra i

consiglieri e gli inspiratori della restaurazione aristocratica, a cui

Augusto fu spinto dalla vecchia nobiltà per compiere la restaurazione

della repubblica fatta dieci anni prima, verso l’anno 18 a. C. quando

propose le famose leggi sociali, che volevano appunto ricostituire la

famiglia aristocratica. La _lex de maritandis ordinibus_ si sforzava

con minaccie e promesse di costringere tutti i membri dell’aristocrazia

a sposarsi e a prolificare, combattendo il celibato e la sterilità.

La _lex de adulteriis_ proclamava la legge marziale e il terrore nel

disordinato regno dell’amore, minacciando alla sposa infedele e al

suo complice l’esilio a vita e una confisca parziale delle sostanze,

obbligando il marito a denunciare la rea ai tribunali, obbligando

il padre a portar l’accusa, se il marito non voleva o non poteva,

autorizzando qualunque cittadino a farsi accusatore, se il padre e il

marito non compivano il loro dovere. La _lex sumptuaria_ si sforzava

di moderare il lusso delle famiglie ricche e particolarmente il lusso

muliebre, proscrivendo i gioielli, le feste, le vesti, gli schiavi

e le costruzioni di lusso. Queste leggi volevano insomma rifare il

mondo muliebre dell’aristocrazia romana a imagine e somiglianza di

Livia; tanto è vero che nelle lunghe discussioni di cui furono oggetto

in Senato, Augusto fece una volta un lungo discorso, in cui citò

Livia come il modello a cui tutte le signore dovevano sforzarsi di

rassomigliare in Roma; e a conferma aprì alla curiosità pubblica le

porte della casa: raccontò come Livia viveva, quali amicizie coltivava,

che sollazzi e svaghi si permetteva, e perfino come si vestiva e

con quale spesa... E nessuno giudicò indegno della grandezza della

repubblica che il suo capo mettesse in piazza, come un affare di Stato,

quelli che oggi si chiamerebbero «i conti della sarta» della propria

moglie.

III.

Livia, dunque, verso il 18 a. C. raffigurava agli occhi dei Romani

la perfezione muliebre, quale la tradizione secolare la venerava:

quella perfezione, che fortunatamente scampata alle guerre civili

era stata finalmente ricollocata là dove tutti potevano vederla,

ammirarla e imitarla: nella più potente famiglia dell’impero! Esempio

vivente delle virtù che il popolo romano maggiormente ammirava, sposa

amata e consigliera ascoltatissima del capo dello Stato, circondata

dalla venerazione che la potenza, la virtù, la nobiltà dei natali, la

dignitosa bellezza del volto e del corpo attiravano verso lei da ogni

parte, allietata da due figli, Tiberio e Druso, che intelligenti, seri,

operosi, studiosi, promettevano di essere romanamente degni del nome

che portavano, Livia avrebbe dovuto vivere come un esempio di felicità,

nell’universale e meritata ammirazione.

Ma le difficoltà nacquero nella sua stessa famiglia. Augusto aveva

avuto da Scribonia una figlia: Giulia, che nel 18 a. C. aveva 21 anni,

e che di fronte a Livia era il presente in procinto di ribellarsi al

passato, la generazione nuova, allevata nella pace, più vogliosa di

godere i privilegi del rango che disposta a sopportare il carico degli

obblighi e dei sacrifici, con cui le generazioni precedenti avevano

bilanciato i privilegi. Bella e intelligente, amava non solo gli studi,

la letteratura e le arti, ma anche il lusso e lo sfarzo, più che non

consentissero lo spirito e la lettera della _lex sumptuaria_, fatta

approvare dal padre; era tutta fuoco, ambizione, slancio, passione,

quanto Livia era saggezza, prudenza, riserbo. Augusto, che governava

la sua famiglia al modo antico, l’aveva maritata giovanissima, come

giovanissimi aveva maritato i due figli di Livia, e tutti e tre più

che aveva potuto in famiglia, badando a consolidare gli interessi

politici della famiglia stessa, dando a Tiberio Agrippina figlia di

Agrippa, il suo grande amico e il più fedele collaboratore, a Druso

Antonia, la figlia minore di Antonio e di sua sorella Ottavia; a Giulia

Marcello, suo nipote, figlio pure di sua sorella Ottavia e del suo

primo marito... Ma mentre i due primi matrimoni erano riusciti e le

due coppie vivevano amandosi e felici, non così fu del matrimonio di

Giulia e di Marcello. Presto nacquero dissapori e rancori. Per quali

ragioni non sappiamo: pare che, sobillato da Giulia, Marcello assumesse

un tono troppo superbo e insolente, che non si addiceva neppure al

nipote di Augusto; e che questo contegno offendesse Agrippa, che era

il primo personaggio dell’impero dopo Augusto. Pare che Giulia insomma

non fosse contenta, al modo antico, di incoraggiare e consigliare il

marito nelle sue ambizioni legittime, ma che avesse già delle ambizioni

proprie e quali! Che suo marito fosse il secondo personaggio dello

Stato dopo Augusto; per venir essa subito dopo, se non esser messa

addirittura a pari di Livia! Queste ambizioni, le sorde discordie che

in poco tempo nacquero nella famiglia, spaventarono tanto Augusto, che

quando Marcello, nell’anno 23, giovanissimo ancora, morì, esitò a lungo

prima di rimaritare la giovane vedova. Per un momento pensò perfino di

sposarla ad un cavaliere, ossia una persona di secondaria importanza,

quanto al potere e allo Stato, con il manifesto proposito di soffocare

le sue troppo ardenti ambizioni, mettendola nella impossibilità di

soddisfarle: poi si risolvè all’espediente opposto, di quietare quelle

ambizioni soddisfacendole; e diede Giulia, nel 21 a. C., ad Agrippa,

che era stato la causa dei dissapori precedenti. Agrippa era più

vecchio di lei di 24 anni, poteva esser suo padre, ma era davvero il

secondo personaggio dell’impero per gloria, ricchezza e potenza; e

ben presto nel 18 a. C. egli diventerebbe collega di Augusto nella

presidenza della repubblica, suo pari quindi in ogni cosa.

[Illustrazione: AGRIPPA]

Così Giulia fu, a 21 anni, la seconda donna dell’impero dopo Livia,

forse la prima accanto a lei; e potè non solo soddisfare la sua

ambizione, ma sfogare l’ardore modernizzante delle nuove generazioni,

diventando a poco a poco l’antitesi di Livia e del suo quasi

monumentale arcaismo. Se Livia portava, come Augusto, vesti di lana

tessute in casa, Giulia adorava le vesti di seta, che gli industri

mercanti orientali vendevano a caro prezzo, ma che gli arcaizzanti

in toga e in stola odiavano come una rovina per il costo e come una

indecenza, per il risalto che davano alle forme. Quanto Livia era

parsimoniosa, essa era prodiga. Se Livia non si mostrava in teatro se

non circondata da uomini attempati e gravi, Giulia compariva sempre in

pubblico con un codazzo di giovani eleganti. Se Livia badava a star

sempre al suo posto e a dar l’esempio del riserbo e della modestia,

Giulia, non ostante la legge che vietava alle mogli di accompagnare

i governatori nelle provincie, riuscì a partire con Agrippa, quando

nell’anno 16 egli fece il grande viaggio di Oriente; e dappertutto

comparve al suo fianco, nei ricevimenti, alle corti, nelle città, e

prima delle donne latine fu in Oriente divinizzata. Pafo le eresse

delle statue chiamandola «divina»; Mitilene la chiamò Nuova Afrodite,

Efeso Afrodite Genitrice... Ardite novità, in uno Stato di tradizioni

così potenti; ma che pure avrebbero potuto non essere soverchiamente

pericolose se Giulia non avesse commesso una imprudenza più grave

assai. Agrippa era quasi vecchio; era uomo semplice, rude, di origine

oscura, che badava più alle faccende pubbliche che alla giovane moglie,

sposata in omaggio alla Ragione di Stato. Tra i giovani che facevan

parte del circolo di Giulia parecchi erano belli, eleganti, piacevoli:

tra questi un Sempronio Gracco, discendente dai famosi tribuni. Par

che Giulia, ancor vivo Agrippa, facesse con costui uno di quegli

sfregi alla nuziale Ragione di Stato in voga a Roma, che la _lex de

adulteriis_ puniva con terribili pene.

Che sin da questo tempo tra Giulia e Livia non corresse buon sangue

è verosimile in sè, e parecchi indizi, rimasti nella tradizione e

nella storia, lo provano. Noi sappiamo pure che intorno alle due donne

incominciavano già a raccogliersi come due partiti: uno che si potrebbe

chiamare il partito dei Claudî e della nobiltà arcaizzante, l’altro

il partito dei Giulî e della nobiltà modernizzante. Tuttavia Augusto,

bilanciandosi tra le due donne e i due partiti, riuscì a conservare un

certo equilibrio sinchè Agrippa visse. Così, allorchè volle mettersi in

regola con la _lex de maritandi ordinibus_, che prescriveva a tutti i

buoni cittadini, solleciti del bene pubblico di aver tre figli, adottò

i due primi figli che Giulia aveva avuti da Agrippa: Lucio e Caio.

Fu un grande trionfo per Giulia. Ma nel 12 a. C. la morte di Agrippa

precipitò le cose che a stento si reggevano in bilico...

Di nuovo Giulia era vedova; e la _lex de maritandis ordinibus_ le

ingiungeva di rimaritarsi. Augusto, al modo antico, le cercò un marito,

consultando solamente la dura Ragion di Stato: Tiberio, il figlio

maggiore di Livia. Tiberio era fratellastro di Giulia ed era maritato

con una donna che teneramente amava: ma non a queste considerazioni

poteva indugiare un senatore romano. Il matrimonio di Giulia e di

Tiberio poteva e doveva spegnere la discordia incipiente tra i Giulii

ed i Claudi, tra Giulia e Livia, tra la giovane e la vecchia nobiltà;

Augusto ordinò quindi a Tiberio di ripudiare la giovane, bella e

virtuosa Agrippina e di sposare Giulia. Il dovere era duro (si racconta

che incontrata, dopo il divorzio, in una casa, Agrippina, Tiberio

scoppiasse in pianto, e che Augusto ordinasse ai due antichi sposi

di non vedersi mai più): ma anche Tiberio era uomo di antiche idee e

sapeva che un nobile romano doveva sacrificare all’interesse pubblico i

suoi affetti domestici... Giulia invece celebrò le nozze allegramente.

Poichè Tiberio, dopo la morte di Agrippa, del fratello Druso, era la

speranza e il secondo personaggio della repubblica, essa non decadeva

dal secondo al terzo matrimonio. E Tiberio era anche un bellissimo

uomo, come i marmi attestano; il che pare non spiacesse a Giulia, che

nel marito non considerava solo la Ragion di Stato.

Il matrimonio fu salutato da liete speranze. Giulia pareva amare

Tiberio, e Tiberio faceva il possibile per essere un buon marito.

L’attesa di un figlio rinforzò le speranze. Ma per poco tempo, pur

troppo! Tiberio era il figlio di Livia, un Claudio autentico, un

tradizionalista di macigno, un aristocratico rigido e sdegnoso, un

soldato duro con gli altri come con sè. Voleva che l’aristocrazia

fosse l’esempio del popolo, a cui doveva comandare: esempio di pietà

religiosa, di semplicità dei costumi, di parsimonia, di puro spirito

familiare, di obbedienza alle leggi. Il lusso e la prodigalità non

avevano più fiero nemico; un grande lignaggio che profondesse i beni

in gioielli, in vesti, in gozzoviglie gli pareva tradire la patria;

nessuno esigeva con maggior vigore che le grandi leggi dell’anno 18 —

la legge suntuaria, sul matrimonio, sull’adulterio — fossero applicate

con inesorabile fermezza. Giulia amava il lusso, le feste, le allegre

compagnie, i giovani eleganti, la vita facile e amena.

Dopochè anche le speranze del figlio furono deluse (morì poco dopo la

nascita) la discordia scoppiò. È un fatto certo che Tiberio non tardò

a sapere che Sempronio Gracco, approfittando della discordia, era

riuscito a riavvicinarsi a Giulia, a farsi ascoltare, e a riprendere la

antica relazione con lei; e un nuovo intollerabile tormento si aggiunse

al rimpianto della pura, dolce, diletta Agrippina. Secondo la _lex de

adulteriis_ egli sarebbe stato obbligato a denunciare al pretore e a

far castigare la moglie colpevole; ed egli era stato colui che aveva

rampognato più aspramente le disobbedienze alla terribile legge...

Ora che sua moglie l’aveva violata e avrebbe, come tante altre donne,

dovuto subirla, era venuto il momento di dare quell’esempio di fermezza

implacabile, che tante volte aveva reclamata dagli altri! Ma Giulia era

la figlia di Augusto... Poteva provocare, senza il consenso di Augusto,

un tale scandalo nella casa del primo magistrato della repubblica?

Infamare e cacciare in esilio la figlia? Augusto, pur desiderando che

fosse più prudente e più seria, amava e proteggeva la figlia; e non

voleva pericolosi scandali. E Giulia osava quel che osava, sapendosi

invulnerabile.

Costretto a far le viste di non sapere, Tiberio non volle più vivere

con Giulia nello stesso appartamento nè aver altro di comune, con

lei, fuorchè il necessario a salvare le apparenze: ma non potè

ripudiarla e tanto meno denunciarla. Ma peggio fu, quando i rancori

politici incominciarono a sfruttare la discordia. Tiberio aveva molti

nemici, massime nei giovani suoi coetanei: parte perchè la sua rapida

fortuna aveva offeso non poche invidie; parte perchè il suo arcaismo

autoritario inquietava molti egoismi. Troppi, anche nella nobiltà,

desideravano un governo facile, che lasciasse goder senza fatica dei

privilegi e non fosse troppo severo nell’imporre i doveri! A sua volta

l’ambiziosissima Giulia, non potendo più sperare di primeggiare accanto

a Tiberio, cercò un compenso alle deluse ambizioni tra i suoi nemici; e

raccolse intorno a sè un partito, il quale si sforzò in tutti i modi di

scalzare e rovesciare Tiberio, contrapponendogli Caio Cesare, il figlio

di Giulia e di Agrippa, che Augusto aveva adottato e che amava assai.

Sebbene Caio Cesare avesse, nel 6 a. C., appena 16 anni, incominciò in

quell’anno a Roma un lavorìo, un maneggio, un sussurro per farlo già

sin d’allora, mediante speciale privilegio del senato, nominar console

per l’anno 754 di Roma, in cui Caio avrebbe raggiunto i venti anni.

Con questa mossa il partito di Giulia e dei nemici di Tiberio cercava

di attirar l’attenzione popolare sul giovane, per preparare un nuovo

collaboratore di Augusto, che fosse rivale o almeno concorrente di

Tiberio, per accaparrarsi l’avvenire nella persona di lui.

Ma la mossa era troppo ardita, perchè un console fanciullo era uno

sfregio alla costituzione e alla tradizione romana: e forse sarebbe

stata funesta a chi l’aveva imaginata, se proprio Tiberio non si

fosse incaricato di farla riuscire con un errore. Tiberio si oppose

a questa legge, e volle che Augusto si opponesse. Augusto, infatti,

da principio si oppose... Ma poi, sia che Giulia sapesse convincerlo,

sia che davvero nel senato un forte partito volesse Caio console

in anticipazione per odio a Tiberio, alla fine cedè, cercando di

placare Tiberio con dei compensi. Ma Tiberio non era uomo da accettare

dei compensi, e sdegnato chiese il permesso di ritirarsi a Rodi,

abbandonando tutte le cariche pubbliche che esercitava. Egli sperava

certo di farsi desiderare, poichè davvero Roma aveva bisogno di lui.

Ma si ingannò. Non solo Augusto andò in collera con Tiberio, ma questa

sua secessione fu biasimata severamente dall’opinione pubblica, come

una rappresaglia sullo Stato di una offesa privata. Lui assente, tutti

i nemici presero coraggio e divennero leoni: gli onori a Caio Cesare

furono approvati tra l’universale entusiasmo; il partito di Giulia

stravinse, primeggiò nel favore di Augusto, nei conciliaboli del

senato e nei capricci della popolarità, mentre Tiberio era costretto a

logorarsi, a Rodi, nell’ozio triste di un uomo d’azione, che a poco a

poco si sente dimenticato.

Era però rimasta a Roma Livia.

III.

LE FIGLIE D’AGRIPPA.

I.

Abbandonato dall’opinione pubblica, inviso alla maggioranza del

senato, in rotta con Augusto, Tiberio si trovò ben presto a Rodi nella

disperata stretta di chi, con una mossa falsa, ha fatto il gioco dei

suoi nemici e non sa come riparare all’errore. Uscire di Roma era stato

facile; il difficile era rientrarci. E forse la sua fortuna sarebbe

tramontata per sempre, ed egli non sarebbe più diventato imperatore, se

nell’universale abbandono due donne non gli fossero rimaste fedeli: la

madre Livia, e la cognata Antonia, la vedova del fratello Druso, morto

giovane, quando più vive erano le speranze che Roma riponeva in lui.

Antonia era una figlia della sorella di Augusto, Ottavia, e di Marco

Antonio, il famoso triunviro di Cleopatra; e fu certo la più gentile

e dolce tra tutte le figure di donne che compaiono nella tragica e

lugubre storia della famiglia dei Cesari. Bella, virtuosa, seria,

modesta, equilibrata, portava nella famiglia uno spirito di concordia,

una serenità, un senno che, pur troppo, non sempre avevano ragione

delle violente passioni e dei rissosi interessi degli altri. Druso

e Antonia erano stati per i Romani, sinchè Druso visse, il modello

delle coppie fedeli e amorose, cosicchè il loro tenero affetto era

passato quasi in proverbio; ma quel che in questa coppia aveva più

profondamente commosso a Roma la moltitudine, così incline ad ammirare

i discendenti delle grandi famiglie, era la bellezza, la virtù, la

dolcezza, la modestia e la riserva di lei. Morto Druso, Antonia non

volle rimaritarsi più, sebbene la _lex de maritandis ordinibus_ ne

facesse obbligo anche a lei; «giovane e bellissima — scrive Valerio

Massimo — si ridusse a vivere in compagnia di Livia, e il medesimo

letto vide morire il giovane marito e invecchiare la sposa in una

austera vedovanza»; Augusto e il popolo furono così inteneriti da

questa suprema prova di fedeltà alla memoria dell’indimenticabile

marito, che per comune consenso dell’opinione pubblica, essa fu

dispensata dall’obbligo di rimaritarsi; e Augusto stesso, pur così

rigoroso nell’imporre l’osservanza della _lex de maritandis ordinibus_

alla sua famiglia, fu questa volta disarmato. Per la prima volta la

Ragion di Stato, mezzana e pronuba di prostituzioni legali, rispettò

l’anima e il corpo di una donna pura, esentandola dalle promiscuità

politiche, obbligatorie per tutte le altre donne della sua famiglia e

della sua casta.

Tra una sua villa di Bauli, dove passava la maggior parte dell’anno e

Roma, la bella vedova badava ad allevare i suoi tre figli — Germanico,

Livilla, Claudio — vivendo appartata dalle cose politiche, nella

intimità di Livia, da essa venerata, dopo la morte di Ottavia, come la

madre; e cercando di infondere uno spirito di concordia nella lacerata

famiglia.

Antonia era molto amica di Tiberio, il quale a sua volta ricambiava di

viva simpatia e di un profondo rispetto la bella e virtuosa cognata.

Che Antonia, la quale era legatissima a Livia, abbia parteggiato per

Tiberio, è certo per molti indizî. Ma della lotta che si impegnò in

quegli anni fra nemici ed amici di Tiberio, non Antonia, creatura dolce

e mite, ma Livia, più forte, più autorevole, più energica, fu l’anima.

Le cose peggiorarono rapidamente: l’opinione pubblica diventava sempre

più ostile a Tiberio e più favorevole a Giulia e al suo figlio; ben

presto si vollero dare al fratello minore di Caio Lucio, gli stessi

onori già assegnati a Caio; gli interessi si allearono agli odi e

ai rancori contro Tiberio, perchè non appena Tiberio era partito, il

Senato aveva aumentato le spese delle frumentazioni per il popolo, e

quelle per i pubblici giuochi. Quanti approfittavano di queste spese

avevano ormai interesse a impedire che Tiberio, famoso per la sua

avversione a tutte le spese inutili, tornasse. Non si badò ai mezzi pur

di rovinare Tiberio; tutte le arti e tutte le calunnie furono lecite,

perfino l’accusa di ordire delle congiure contro Augusto. Fronteggiare

insieme i rancori e le inclinazioni di Augusto, l’opinione pubblica,

la maggioranza del Senato, gl’interessi coalizzati, Giulia e i suoi

amici, era impresa ardua, anche per una donna così abile e forte come

Livia. Quattro anni passarono, l’uno più nero ed infausto dell’altro

per Tiberio ed i suoi. Al partito di Giulia crescevano di continuo le

forze.

[Illustrazione: GIULIA SABINA]

Alla fine il partito di Tiberio si decise ad una audacia disperata:

colpire il partito avversario con uno scandalo nella persona stessa di

Giulia. La _lex Iulia de adulteriis_, fatta da Augusto nell’anno 18, e

che dava licenza a qualunque cittadino di accusare la sposa infedele

davanti ai tribunali, quando il marito o il padre non l’accusassero,

si applicava a tutti i cittadini romani, dunque anche la figlia di

Augusto, alla vedova di Agrippa, alla madre di Caio e di Lucio Cesare,

le due giovani speranze della repubblica. Giulia aveva sino ad allora

violato la _lex Iulia_; e non aveva subito la pena, che aveva colpito

tante altre donne dell’aristocrazia, solo perchè nessuno aveva osato

provocar questo scandalo nella prima famiglia dell’impero. Il partito

di Tiberio, protetto e guidato da Livia, l’osò alla fine. È impossibile

dire quale fu la parte di Livia in questa tragedia: certo è che essa

o qualche altro personaggio influente riuscì a procurarsi le prove

della colpa di Giulia, e le portò ad Augusto, minacciando, se egli non

compiva il suo dovere, di portarle al pretore e di fare un processo.

Augusto aveva voluto con la _lex Julia_ che se il marito, come era

allora il caso di Tiberio, non poteva accusare la donna infedele, il

padre doveva farne le veci; ed Augusto dovette subir la sua terribile

legge, per evitare scandali e guai peggiori. Esiliò Giulia nella

piccola isoletta di Pantelleria; e a 37 anni, la giovane, avvenente,

piacevole, voluttuosa signora, che aveva brillato a Roma tanti anni,

dovette sparire per sempre dalla metropoli, ridursi a vivere in una

isoletta selvaggia. La sua vita era troncata per sempre dall’odio

implacabile di un partito nemico, dalla crudeltà inesorabile di una

legge, fatta dal padre.

Dopo l’esilio di Giulia, la fortuna di Tiberio e di Livia, per quattro

anni languente, risorge. Ma non così rapidamente, come Livia e Tiberio

forse avevano sperato. Giulia conservò, anche nella disgrazia, numerose

amicizie e una grande popolarità; per molto tempo il popolo di Roma

dimostrò a suo favore; molti sollecitavano il suo perdono da Augusto:

prova evidente che le orribili infamie raccontate sul suo conto erano

esagerazioni di nemici. Giulia aveva violata la _lex Iulia_, questo è

sicuro: ma se aveva commesso un fallo, non era un mostro, come i suoi

nemici dicevano: era una bella signora, come molte ce ne furono, ce ne

sono e ce ne saranno, provvista di vizi e di virtù umane. E difatti

il suo partito, riavutosi dallo scandalo, riprese la guerra; e fermo

nel pensiero di far perdonare Giulia, tentò quanto potè per impedire a

Tiberio di tornare a Roma e riprender parte alla vita politica, sapendo

che se il marito rimetteva il piede in Roma, Giulia non ci ritornerebbe

più. Uno solo poteva rientrare in Roma: o Tiberio o Giulia. E la

mischia dei due partiti riarse intorno ad Augusto, più furiosa che mai.

Caio e Lucio Cesare, i due giovani figli di Giulia, prediletti di

Augusto, furono i portavoce dei nemici di Tiberio presso Augusto,

il contrappeso dell’influenza di Livia. Nessuna arte fu negletta per

seminare tale odio e diffidenza tra i due giovani e Tiberio, che non

potessero mai ritrovarsi insieme nel governo e la presenza degli uni

escludesse l’altro. Un nuovo aiuto i nemici di Tiberio trovarono in

una figlia di Giulia e di Agrippa — Giulia minore, come la storia l’ha

chiamata, — che Augusto amava non meno di Caio e di Lucio. Sposata a L.

Emilio Paolo, al discendente di una delle più grandi famiglie di Roma,

Giulia divenne presto, in Roma, al posto della madre, l’Antilivia;

raccogliendosi dattorno, come la madre, una corte di giovani eleganti,

di scrittori, di poeti — Ovidio faceva parte del suo circolo — la quale

bilanciasse la consorteria dei vecchi senatori (parrucconi, diremmo

noi) che facevano circolo intorno a Livia. Non indugiò molto neppure

ad abusare della benevolenza del nonno come ne aveva abusato la madre;

sfoggiando, all’ombra della sua protezione, un lusso che i nemici del

vecchio puritanismo romano ammiravano appunto perchè vietato dalle

leggi; costruendo una magnifica villa, che era una sfida alla legge

suntuaria; e — se si vuol credere alla tradizione — violando anche

quella _lex de adulteriis_, che era stata così fatale alla madre.

Cosicchè, anche dopo la caduta di Giulia, i suoi tre figli — Caio,

Lucio, Giulia — erano abbastanza potenti, e per la debolezza di

Augusto, e per il favore pubblico, e per gli appoggi in Senato, da

contrastare il terreno al partito di Livia. A mala pena, dopo infiniti

stenti e quattro anni di intrighi, nell’anno 2 dopo C., Livia riuscì

ad ottenere che Tiberio potesse ritornare a Roma; ma a condizione che

s’occupasse solo dell’educazione del figlio e dei suoi affari privati,

ogni faccenda pubblica esclusa. Augusto era vecchio e non bastava

più all’impero; l’esercito era arrugginito, le finanze dissestate, le

frontiere mal sicure; in Gallia, in Pannonia, in Germania la rivolta

serpeggiava; Tiberio solo, che era il primo generale e uno dei migliori

amministratori del suo tempo, che poteva mettere a disposizione della

repubblica il pieno vigore della sua virilità matura, era in grado di

fare ciò, che Lucio e Caio non sapevano. Ma inutilmente: Augusto non

cedeva alle istanze di Livia: I Giulî erano padroni dello Stato e ne

tenevano lontani i Claudî.

Le donne dei Cesari · 第 2 / 8 段