LE DONNE DEI CESARI
[Illustrazione: STATUA D’AUGUSTO]
GUGLIELMO FERRERO
LE DONNE
DEI CESARI
EDIZIONI ATHENA
1925
MILANO — VIA VIGENTINA, 7-9
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzioni sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._
COPYRIGHT BY G. FERRERO 1925
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di
questa edizione che non porti il doppio timbro
a secco della Società Italiana degli Autori.
Arti Grafiche G. MONFRINI — Milano — Via Vigentina, 33
PREFAZIONE.
_La storia antica è una storia mascolina, in cui solo rare figure di
donne appariscono. C’è però un’eccezione: il secolo, che corre tra la
morte di Cesare e la morte di Nerone; nel quale tra i grandi della
terra che ressero nelle loro mani i destini dell’impero romano si
contano anche alcune donne._
_Questa apparizione insolita di donne in una storia tanto mascolina
ha fatto perdere un po’ la testa alla storiografia antica, la quale in
loro presenza si è buttata a inventare favole con maggior sbrigliatezza
del solito. Tacito, Svetonio e Dione Cassio ci hanno raccontato non la
storia di quei tempi, ma un romanzo a tinte forti, che fu per lungo
tempo, e giustamente, una miniera per drammaturghi e coreografi; ed
ora è sfruttato con eguale fortuna dai maestri della nuova arte che si
dice muta. Ma per quanto da molti secoli materia greggia per tutte le
arti, questo romanzo è grossolano, inverosimile, incoerente. La verità
è molto più romanzesca e tragica, che la leggenda raccontata dagli
scrittori antichi._
_Ho riassunto qui, in un racconto succinto e rapido, i risultati delle
ricerche fatte da me per rintracciare questa verità, senza indugiarmi
in discussioni critiche. Il lettore, che si fida, arriverà alla meta —
la verità — più speditamente e per una via quasi diritta. Il lettore,
che non si fida, e che chiede sospettosamente allo storico moderno le
malleverie da cui dispensa graziosamente gli storici antichi, farà il
difficile se non l’incredulo. Come gli garba e poco male; perchè tanto,
lui, alla meta non arriverà mai. Le menti ottuse dal filosofume o dal
criticume moderno — due malattie diverse ma egualmente pericolose —
non possono più intuire e sentire la verità di una storia; perchè non
posseggono più il senso della verità storica; e quando questo senso è
spento, nessuna argomentazione lo può supplire._
_Intenda dunque questo piccolo libro chi può. Esso porta una
testimonianza nuova di una verità semplice, alla quale i nostri tempi
recalcitrano, appunto perchè ne avrebbero bisogno. Oggi non c’è villano
rifatto della politica e degli affari, che non creda di possedere il
genio innato del comando e la potenza creatrice dell’ordine; l’autorità
sembra essere diventata l’Eldorado dei rivoluzionari di professione;
e la disciplina è l’alibi grossolano della più scatenata prepotenza.
Questo libro dimostra invece che il fondare un principio nuovo di
autorità è un’impresa erculea, in cui neppur una classe antica al
comando e piena di gloria riesce, se non ha il coraggio e l’abnegazione
di sacrificarsi totalmente. Quando il potere è una cosa seria, chi lo
esercita ne è la prima vittima; quando chi lo esercita lo sfrutta e lo
gode, il potere allora è un’impostura._
_La regola non falla mai. E questa storia delle donne dei Cesari è
della regola una delle prove più tragiche._
G. F.
Firenze, 1 marzo 1925.
I.
LA DONNA IN ROMA ANTICA.
«Molte cose, reputate illecite e sconvenienti presso i Greci», scrive
Cornelio Nepote, «sono permesse dal nostro costume. C’è forse un
Romano, il quale si vergogni di condurre la moglie ad un convito fuori
di casa? La padrona di casa non apparisce in tutte le famiglie, nelle
stanze anteriori, dove sono ammessi gli estranei? In Grecia, no. La
donna non accetta inviti fuori del parentado, e sta ritirata nella
parte interna della casa, quella che è detta il Gineceo, dove solo gli
stretti congiunti hanno adito».
Questo passo, uno dei più importanti della mediocre operetta, che
tormenta ancor oggi le prime scuole di latino, è uno spiraglio,
attraverso il quale noi possiamo guardar nell’interno della casa
greca e della casa romana; e vedere in che differivano. Roma fu, tra
le società antiche, quella in cui, nelle alte classi almeno, la donna
godè maggior libertà e autonomia, e più si eguagliò all’uomo, come una
compagna incaricata di uffici diversi, invece di essergli sottoposta,
come una schiava, destinata al suo piacere e al suo vantaggio. La
dottrina, sino a trent’anni fa molto in voga, che i popoli guerrieri
incatenano la donna alla casa, è smentita dalla storia di Roma.
Se anche nella storia di Roma ci fu un tempo, in cui la donna era
un’eterna pupilla, sottomessa all’autorità dell’uomo dalla culla al
sepolcro, del marito se non del padre, del tutore se non del padre o
del marito, quanto antico e remoto è questo tempo! Allorchè Roma era
il maggiore stato del mondo mediterraneo (e massime nell’ultimo secolo
della repubblica), la donna, salve poche e piccole limitazioni, più
di forma che di sostanza, ha già ottenuto l’indipendenza giuridica e
patrimoniale, premessa necessaria dell’eguaglianza morale e sociale.
Per quel che concerne il matrimonio, gli sposi possono scegliere
tra due regimi giuridici molto diversi: il matrimonio con _manus_,
che è forma più antica e in cui tutti i beni della moglie trapassano
in proprietà del marito, onde la donna non può possedere nulla; il
matrimonio senza _manus_, più recente, che attribuisce al marito
la proprietà della dote soltanto lasciando alla donna tutti gli
altri beni che possiede o che può acquistare. Siccome si sa che,
ad eccezione di qualche caso e per ragioni particolari, in tutte
le famiglie dell’aristocrazia e per comune consenso, i matrimoni si
facevano, nell’ultimo secolo della repubblica, senza _manus_, le donne
maritate avevano nelle classi ricche dei beni propri che potevano
amministrare come volevano, senza renderne conto a nessuno. Nella
stessa epoca conquistarono questo diritto, per la via obliqua di
finzioni giuridiche, anche le donne non maritate, le quali avrebbero
dovuto rimanere, secondo le antiche leggi, tutta la vita sottoposte
a un tutore, o scelto dal padre nel suo testamento o indicato dalla
legge, se il padre non lo sceglieva. Per liberare anche queste donne
si inventò da prima il _tutor optivus_, permettendo al padre che invece
di nominare per testamento il tutore della figlia, la lasciasse libera
di scegliersi essa il tutore, di scegliersi un solo tutore generale,
ovvero più tutori secondo gli affari; e anche di mutare il tutore
quante volte volesse. Per dare il mezzo poi alla donna di mutare a
piacere il tutore legittimo, se il padre non nominava il tutore nel
testamento, si inventò il _tutor cessicius_, ossia si permise di
cedere la tutela legittima. Ma se tutte le restrizioni imposte alla
libertà della donna non maritata dall’istituto della tutela venivano
meno, una restrizione continuava a sussistere: la donna non maritata
non poteva far testamento. E anche a questo si provvide, sia con
matrimoni fittizî, sia inventando il _tutor fiduciarius_. La donna,
senza conchiudere matrimonio, si assoggettava mediante la _coëmptio_
alla _manus_ di una persona di sua fiducia, con il patto che il
_coëmptionator_ l’avrebbe emancipata.
Insomma, nel matrimonio e fuori, alla fine della repubblica, non
c’erano quasi più disuguaglianze giuridiche, tra l’uomo e la donna,
quindi neppure disuguaglianze morali e sociali. I Romani non pensarono
mai che tra il _mundus muliebris_ e il sesso maschile occorresse
scavar dei fossati, elevare dei muri, segnare dei termini insuperabili,
visibili o invisibili. Non vollero mai, per esempio, separare le donne
dagli uomini con il profondo fossato dell’ignoranza. Per molto tempo
le dame dell’aristocrazia romana furono poco istruite; ma perchè gli
uomini anch’essi diffidavano in quel tempo dei libri, che non fossero
i libri dei conti. Quando la letteratura, la scienza, la filosofia
ellenica furono ammesse nelle grandi famiglie romane, come ospiti
desiderati e graditi, nè la prepotenza, nè l’egoismo, nè i pregiudizi
degli uomini cercarono di contendere alle donne la gioia, il conforto
o il lume, che da questi studi potevano scaturire. Oltre alla danza ed
al canto, che erano studi comuni alle donne, noi sappiamo che negli
ultimi due secoli della repubblica molte signore dell’aristocrazia
romana ebbero familiarità con il greco, maneggiarono poeti e storici,
si infarinarono persino — che Dio le perdoni — di filosofia, leggendo
libri o avendo commercio con famosi filosofi dell’Oriente. Nella
casa la donna era signora, a fianco e a pari del marito; il passo di
Cornelio Nepote ci prova che non era segregata, come la donna greca,
ma riceveva e praticava gli amici del marito, accompagnava costui
alle feste ed ai banchetti nelle case amiche, sebbene nei banchetti
non potesse come l’uomo sdraiarsi, ma dovesse per maggior verecondia
sedere; infine non era, come la donna greca, prigioniera tra le mura
domestiche. Poteva uscire liberamente, raccomandandosi però che uscisse
più che poteva in lettiga; non fu mai esclusa dai teatri, sebbene il
governo romano, per lungo tempo, si sforzasse di frenare la passione
degli spettacoli; potè frequentare i luoghi pubblici e rivolgersi
direttamente ai magistrati... Di non poche radunanze e dimostrazioni,
fatte dalle più ricche signore di Roma, tutte insieme, nel Foro o in
altri luoghi pubblici, per ottenere dai magistrati leggi od altri
provvedimenti ci è pervenuta memoria: basti ricordare la famosa
dimostrazione di cui parla Livio (34 1 sg.), nell’anno 195 a. C. per
ottenere l’abolizione della legge Oppia contro il lusso. Che più?
Abbiamo motivo di ritenere che già sotto la repubblica ci fosse a Roma
una specie di _Club femminile_, il così detto _conventus matronarum_,
che raccoglieva le dame delle famiglie più illustri della città. Ed è
certo che più volte il governo, nel pericolo, si rivolse ufficialmente
alle grandi dame di Roma, perchè aiutassero la Repubblica, raccogliendo
oro e argento o impetrando con solenni cerimonie religiose il favore
degli Dei...
Si intende quindi, che in tutti i tempi ci siano state a Roma, nelle
famiglie aristocratiche, delle donne, che amavano con passione la
politica. La fortuna delle grandi famiglie romane, la loro gloria, la
loro potenza, la loro ricchezza, dipendeva dalle vicende della politica
e della guerra; i capi di queste famiglie erano tutti senatori,
magistrati, diplomatici, guerrieri: più la moglie era intelligente,
colta e affezionata, meno poteva estranearsi alle vicende della pace e
della guerra, a cui la fortuna della famiglia, e non di rado anche la
vita del marito, erano legate!
II.
«Ma la famiglia contemporanea è dunque — domanderà a questo punto il
lettore — la copia fedele della famiglia antica? Siamo noi ritornati,
per un lungo cammino, là dove erano giunti quei nostri lontani
antenati?».
No. Se la famiglia moderna e la famiglia romana si rassomigliano
per certi rispetti, differiscono per altri, ed assai. Se il romano
concedeva alla donna l’indipendenza giuridica e patrimoniale, se non
le impediva di studiare e non le mercanteggiava quella libertà senza
cui un essere umano non può vivere anche per sè, non riconobbe però
mai, come più o meno apertamente lo riconosce la civiltà moderna, che
il fine e la ragione del matrimonio sia la felicità personale dei due
coniugi, o una loro personale elevazione morale nella concordia dei
caratteri e delle aspirazioni. Lo scopo del matrimonio era, per dir
così, esterno ad esso. Immune da fervori mistici come refrattaria a
tutte le suggestioni dello spirito filosofico, almeno nell’azione;
ambiziosa solamente di ingrandire e rafforzare lo Stato di cui
era padrona, l’aristocrazia romana non considerò mai la famiglia e
il matrimonio, come non considerò mai la religione e il diritto,
se non come organi dello Stato e strumenti di dominazione; mezzi
per accrescere la potenza delle grandi famiglie, per cementare,
imparentandole, le grandi stirpi di Roma, già strette dall’interesse
politico. Per questa ragione, se il Romano concesse tanta libertà e
riconobbe tanti diritti alla donna, non pensò mai che in una grande
famiglia la donna potesse rivendicare il diritto di scegliersi il
marito, e questo diritto limitò anche al giovane, almeno al suo primo
matrimonio. La scelta spettava ai padri, i quali di solito fidanzavano
i loro figli ancora fanciulli. Due famiglie amiche, i cui capi si
ritrovavano insieme a deliberare nel Senato o ad arringare nel Foro o
a parteggiare nei comizi, e i cui ragazzi si mescolavano allegramente
nei consueti sollazzi dell’età, pensavano un giorno che quel ragazzo
e quella bambina, sposandosi di lì a dieci o dodici anni, avrebbero
potuto stringere ancor più la loro amicizia? Ecco i due fanciulli
erano fidanzati, ed allevati nell’idea che un giorno, il più presto
possibile, sarebbero marito e moglie. Le nozze si celebravano,
pronuba la Ragione di Stato. E questa Ragione di Stato, mediatrice di
matrimoni, che tra i suoi strumenti annoverava anche le faci nuziali,
pareva a tutti una savia provvidenza pubblica; a nessuno veniva in
mente che essa facesse brutale violenza alla libertà, al sentimento, al
cuore dell’uomo e della donna, quando provvedeva saviamente a far che
lo Stato fosse ben governato, distruggendo con questi maritaggi i semi
della discordia, che così facilmente attecchiscono nelle aristocrazie
e a poco a poco la sgretolano come quelle piante che, non seminate da
nessuna mano, crescono sui vecchi muri.
Questa è la ragione per cui di tutti i grandi personaggi romani si
conosce quante mogli ebbero, e di quale famiglia. Il matrimonio di un
senatore romano era un atto pubblico, e un atto importante; perchè un
giovane, o anche un uomo maturo, imparentandosi con certe famiglie,
veniva, per dir così, a sposare anche le loro responsabilità e i
loro interessi politici. Ciò fu più vero che mai nell’ultimo secolo
della repubblica, dai Gracchi in poi, quando l’aristocrazia romana,
per le ragioni che ho esposte in «Grandezza e Decadenza di Roma»,
si scisse in due fazioni nemiche, di cui una cercò di muovere contro
l’altra gli interessi, le ambizioni, le cupidigie delle classi medie
e del popolo. I due partiti cercano di rinforzarsi con i matrimonî; e
questi seguono le vicende della lotta politica, che insanguina Roma.
La storia di Giulio Cesare e dei suoi matrimoni ci somministra di
ciò una prova curiosissima. La ragione prima per cui Giulio Cesare
fu l’erede e il continuatore dei Gracchi, il capo della fazione che
dai Gracchi deduceva le sue origini prime e i suoi titoli, non deve
cercarsi nè nelle sue ambizioni, nè nel suo temperamento e tanto meno
nelle sue opinioni; ma nella sua parentela con Mario. Una sua zia aveva
sposato Caio Mario, il modesto pubblicano fallito che, buttatosi nella
politica, era diventato il primo generale del suo tempo, era stato
eletto console sei volte, aveva vinto Giugurta, sterminato i Cimbri
e i Teutoni. L’_homo novus_ divenuto celebre e ricco, aveva cercato
di nobilitarsi con un matrimonio in cospetto all’antica aristocrazia
orgogliosa dei suoi antenati; e aveva trovato una sposa in una
nobilissima, ma impoverita e decaduta famiglia patrizia. Ma scoppiata
la rivoluzione, messosi Mario a capo della fazione che derivava dai
Gracchi, vinta questa da Silla, la fazione della vecchia aristocrazia,
che aveva vinto con Silla, non perdonò ai Giulii di essersi
imbastarditi con quel suo acerbo nemico, li sospettò, guardò bieco e
perseguitò tutti; tra gli altri anche il giovane Cesare, il quale era
irresponsabile dei fatti e delle gesta dello zio, perchè era ancora un
ragazzo, quando la guerra tra Silla e Mario infuriava.
Così si spiega che la prima moglie di Cesare, Cossuzia, fosse la
figlia di un cavaliere e pubblicano. Per una famiglia di così antica
nobiltà, e patrizia per giunta, questo matrimonio era poco meno che
una degradazione; ma verso l’80 a. C. in pieno furore della fazione
sillana vittoriosa, quale famiglia senatoria avrebbe dato una sua donna
al nipote di Mario? Senonchè morta Cossuzia, pochi anni dopo le nozze,
Cesare fece un secondo matrimonio, molto diverso dal primo, poichè
sposò addirittura una nipote di Silla, Pompea, imparentandosi con le
famiglie, che erano come il cuore della fazione sillana. Che cosa era
accaduto, e come mai il nipote di Mario, scampato per miracolo alla
spada di Silla, poteva sposarne la nipote nel 68? In quegli anni, a
poco a poco, la città sconvolta da tante discordie si era tranquillata;
e obliati i più sanguinosi ricordi delle guerre civili, ricominciava
ad ammirare in Mario la spada e lo scudo invincibili di Roma, l’eroe
che aveva prostrato i Cimbri ed i Teutoni! Essere il nipote di Mario
ridiventava un titolo di gloria, da nota di infamia, che per tanti anni
era stata. Ma anche quella bonaccia durò poco, chè le due fazioni, dopo
breve tregua, ripresero a guerreggiare. E alla prima occasione Cesare
ripudia Pompea, per sposare Calpurnia, la figlia di Lucio Calpurnio
Pisone, console nel 58, senatore influentissimo nella sua fazione.
Come Cesare tutti i personaggi del suo tempo, si ammogliano, fanno
divorzio, si riammogliano secondo tira il vento sul Foro, nei comizi,
in Senato. Quando la ragione politica manca, c’è la ragione pecuniaria.
La donna poteva aiutare una carriera politica sia amministrando bene la
casa del marito, sia contribuendo alle spese con la dote o con il suo
patrimonio. Il canto, la danza, il greco, la poesia, la filosofia, la
politica non dispensavano la donna romana d’alto lignaggio dal dovere
di conoscere tutte le arti della buona massaia, e massime il filare
e il tessere. _Lanam fecit._ Siccome i numerosi armenti posseduti
dall’aristocrazia potevano somministrare ad ogni famiglia la lana
necessaria per vestirla tutta, padroni e servidorame schiavo, se la
_materfamilias_ era esperta nelle arti di Aracne e sapeva far lavorare
in casa una piccola officina di schiave filatrici e tessitrici,
impedendo i furti e i pigri abbandoni, poteva provvedere a tutta la
famiglia il vestito senza l’ingente spesa necessaria ad acquistare
le stoffe dal mercante; risparmio notevole in tempi in cui la moneta
era così rara, e tutte le famiglie cercavano di spenderne meno che
potevano. La _materfamilias_ aveva dunque, in ogni casa, un compito che
oggi diremmo industriale, poichè vestiva tutta la famiglia; e secondo
compiva questo ufficio, poteva giovare o nuocere all’interesse comune.
Di maggior momento ancora la dote e i beni parafernali. Non solo
pareva ai romani savio e lodevole accorgimento che un membro della
nobiltà cercasse in moglie una donna ricca, affinchè il suo patrimonio
gli servisse per la sua carriera politica; ma reputava non ci fosse
onore più grande e più invidiabile fortuna per una donna ricca, che
di essere sposata per questo scopo da un uomo eminente. Si chiedeva
solo la rispettabilità della donna; ed anche su questo punto, pare
che, in certi tempi, si chiudesse qualche volta un occhio, almeno se
è vero che Silla aveva rifatto la fortuna della famiglia con l’eredità
di una greca, la quale proprio non aveva guadagnato l’ingente fortuna
che gli lasciò con il biblico sudore della fronte. Ma potrebbe anche
essere una malignità di nemici. Ad ogni modo, quale fosse in questa
materia l’opinione delle persone dabbene, Cicerone e la sua vita ce lo
dimostrano.
Nato in una famiglia di cavalieri di Arpino, molto rispettabile ed
istruita, ma non molto ricca, Cicerone potè fare quello che fece,
perchè aveva sposato Terenzia, che se non ricchissima, era più ricca
di lui, e che lo aiutò, con il suo, a vivere a Roma e a farsi strada.
Dopo una lunga convivenza abbastanza felice, per quanto si può
giudicare, Cicerone e Terenzia, già vecchi, vennero in discordia, e
fecero divorzio nel 46 a. C., non si sa bene per quali ragioni; pare
perchè Terenzia si rifiutò, durante le guerre civili, di assistere
Cicerone con il suo denaro, quanto egli voleva; ossia perchè in quel
cimento, non volle arrischiare tutto il patrimonio sulla pericolante
fortuna politica del marito. Ma il divorzio ridusse Cicerone, obbligato
a render la dote, in gravi strettezze, e allora come ne uscì? Con
un altro matrimonio, sposando a 63 anni Publibia, una ricchissima
giovinetta diciassettenne, di cui era, si aggiunga, tutore, e il cui
patrimonio doveva sistemare di nuovo il dissestato patrimonio del
grande oratore!
III.
Il matrimonio romano era dunque un barbaro commercio della carne
muliebre, fatta da una Ragione di Stato spietata e crudele? Sarebbe
errore credere che i Romani non sentissero i più teneri e dolci affetti
del cuore umano. Le lettere di Cicerone basterebbero a provarci
quanto teneramente anche i Romani sapessero amare la moglie ed i
figli. Senonchè degli affetti personali più teneri e più dolci, che la
letteratura, la musica, la religione, la filosofia, il costume hanno
nei nostri tempi accarezzati, lusingati, divinizzati come le supreme
ragioni del vivere, i Romani diffidavano, come troppo facilmente
fossero pericolosi alla prosperità e al bene dello Stato. Vorremmo
noi dunque denunciarli per barbari? Non dimentichiamo la diversità dei
tempi, che è tanto grande. La fiducia di cui gli uomini moderni sono
larghi all’amore, alla sua chiaroveggenza finale, alla sua potenza
benigna sulle cose del mondo; il diritto, figlio di questa fiducia, di
scegliersi, per viverci insieme, la persona dell’altro sesso verso cui
ciascuno di noi è sospinto da una attrazione personale più forte, sono
fiori germogliati in cima all’albero dell’individualismo moderno. La
facilità senza numero di cui godiamo oggi, per il lavoro, la coltura,
le fortune accumulate di secolo in secolo, ci permettono di allentare
la severa disciplina a cui tempi e popoli, costretti a menare vita
più pura, dovettero sottoporsi. Sebbene a noi il costume sembri duro
e barbaro pur è certo che quasi tutti i grandi popoli del passato e il
maggior numero dei popoli contemporanei che vivono fuori della civiltà
nostra, hanno concepito e praticato il matrimonio non come un diritto
del sentimento, ma come un dovere della ragione, per compire il quale
i giovani devono rimettersi alla saggezza dei vecchi e questi avere
di mira non la soddisfazione di una passione, di solito tanto più
fugace quanto più ardente, ma un calcolato equilibrio di qualità, di
attitudini, di mezzi.
I principî che regolavano il matrimonio romano, possono dunque sembrare
a noi contrari alla natura umana, ma sono invece i principî a cui
hanno ricorso tutti i popoli che non vollero affidare alla passione,
mobile come il mare, il compito di fondare le famiglie, in tempi in
cui la famiglia era un organo del consorzio sociale ben più importante
che oggi non sia, perchè assommava in sè molti compiti — educazione,
industria, governo — oggi divisi tra altri istituti. Senonchè neppure
la ragione è perfetta: anch’essa ha le sue debolezze, come la passione:
e quella Ragion di Stato pronuba, a cui le donne dovevano sacrificare
così gli appetiti del senso come gli slanci del cuore, era anch’essa
piena di pericoli e di inconvenienti, che conviene conoscere, se
si vuol capire la tragica storia delle donne dei Cesari. Il primo
inconveniente era la precocità dei matrimoni, poichè tra i 18 e i 20
anni i maschi, tra i 13 e i 15 le femmine erano quasi sempre sposati.
L’inconveniente è insito nella natura stessa dei matrimoni combinati
dai genitori per autorità; perchè troppo difficile sarebbe imporre
ai figli la volontà dei vecchi, in cosa in cui le passioni così
facilmente si accendono, se si aspettasse l’età in cui le passioni
sono più ardenti e la volontà già abbastanza vigorosa. Appena usciti
di fanciullezza, l’uomo e la donna sono più docili. Ma quanti pericoli
in questi matrimoni precoci, in una società in cui la donna maritata
acquistava una libertà considerevole, poteva praticare gli uomini,
frequentare i teatri e i ritrovi pubblici, affrontare tutte le
tentazioni, le seduzioni e le illusioni della vita!
Altro e non meno grave inconveniente era la facilità dei divorzi. Il
matrimonio essendo per la nobiltà romana un matrimonio politico, i
Romani non potevano ammettere che fosse indissolubile, e riserbarono
all’uomo il diritto di scioglierlo a piacere, anche quando la moglie
fosse innocente di qualsiasi rimprovero, solo perchè quel matrimonio
non conveniva più ai suoi interessi politici, e con mezzi spicciativi,
senza formalità; una semplice lettera! Nè basta ancora: temendo che
nei giovani l’amore potesse più che la ragione, la legge accordava
al padre il diritto di intimare il divorzio alla nuora, in luogo e
nome del figlio; cosicchè il padre poteva fare e disfare i matrimoni
dei figli suoi, come più credeva utile o conveniente, oltrepassando,
senza guardarla, la loro volontà. La donna, quindi, se nella casa era
eguale all’uomo e oggetto di un alto rispetto, non era però mai sicura
dell’avvenire; nè l’affetto del marito, nè la virtù, nè la ricchezza,
nè il lustro del nome l’assicuravano che essa finirebbe i suoi giorni
nella casa in cui era entrata giovinetta e sposa novella, poichè da
un giorno all’altro, la fatale politica poteva, non dirò scacciarla,
ma invitarla gentilmente ad uscire dalla casa dove erano nati i suoi
figli. Una lettera bastava a rompere un matrimonio! Cosicchè massime
nella età di Cesare che fu instabile quanto mai, non si contavano più
le signore dell’aristocrazia che avevano mutato tre o quattro mariti,
e non per leggerezza o capriccio, ma perchè i loro padri, i loro
fratelli, qualche volta perfino i loro figli le avevano a certi momenti
pregate, supplicate o costrette a contrarre certi matrimoni, che
dovevano servire alle loro mire di parte!
Ma è facile intendere come questa precarietà scoraggiasse le virtù, che
sono il fondamento della famiglia, incoraggiasse invece la leggerezza,
la dissipazione, l’infedeltà. Cosicchè la libertà concessa dai Romani
alla donna doveva essere molto più pericolosa, che non sia oggi la
libertà, pur maggiore, di cui godono le donne della nostra civiltà,
perchè essa non aveva i freni e i contrappesi che la libertà ha
nel nostro mondo; la libera scelta, l’età più matura dei matrimoni,
l’indissolubilità del matrimonio o le molte e diverse condizioni poste
al divorzio. Era insomma nella famiglia romana una contradizione,
che bisogna ben capire, se si vuole intendere la storia delle grandi
signore dell’età imperiale. Roma voleva che la donna fosse nel
matrimonio il docile strumento degli interessi della famiglia e dello
Stato; ma non voleva poi sottometterla al dispotismo del costume, della
legge e della volontà dell’uomo, come hanno fatto tutti gli altri
Stati, che esigettero dalla donna una abnegazione totale; accordò
invece alla donna, se non tutta, molta parte di quella libertà, che
hanno potuto con poco pericolo concedere le civiltà, in cui la donna
vive non soltanto per la famiglia, per lo Stato, per la specie, ma
un po’ anche per sè... Roma insomma non volle trattare la donna come
la trattava il mondo greco ed asiatico, ma non per questo rinunziò
ad esigere da lei la stessa totale abnegazione per il bene pubblico,
l’oblio intero delle sue aspirazioni e delle sue passioni a pro
dell’interesse comune.
Questa contradizione ci spiega quel profondo, tenace, secolare
puritanismo dell’alta società romana, che è la chiave di tutta la
storia della repubblica, senza il quale non si capisce nulla. Il
puritanismo doveva appunto conciliare quella contradizione. Come
il mondo orientale, segregandola nella casa e nell’ignoranza,
spaventandola con minaccie e castighi, così Roma cercò di imporre
l’abnegazione inculcandole con l’educazione, con la religione e con
l’opinione, l’idea che la donna doveva essere pia, casta, fedele,
semplice, dedita al marito e ai figli; che il lusso, la prodigalità,
la dissolutezza erano orribili vizî, la cui infamia degradava
irreparabilmente quel che di meglio e più puro è nella donna. Che
cosa è il puritanismo, se non l’orrore invincibile di certi vizi e
piaceri che non possono essere perseguitati con troppe severe sanzioni
penali, educato con uno sforzo perseverante di suggestione? In Roma
era il freno e il contrappeso della libertà della donna, che doveva
impedire gli abusi più facili di questa libertà, e particolarmente la
prodigalità e la dissolutezza.
Il puritanismo romano era dunque una cosa seria, grave e terribile;
così grave e terribile, che potè essere come la scena storica, su
cui si svolse l’atroce tragedia che dovremo raccontare. Era una
prima ed aspra medicina di un male, che ha travagliato tutte le
civiltà: l’insolubile difficoltà della donna e della sua libertà.
Difficoltà più grave, più difficile, più complessa che non credano
i femministi, uomini e donne, oggi pullulanti dalla anarchia morale
e dalla immensa prosperità materiale dei tempi moderni. Difficoltà,
che sta precipuamente in questo: che se è opera crudele, difficile,
iniqua, privar la donna di libertà, sottoporla ad un regime tirannico
per costringerla a vivere per la specie e non per sè, la donna poi,
quando le si lasci la libertà di vivere per sè sola, di soddisfare
le sue passioni, facilmente ne abusa più che l’uomo e con maggior
danno universale dell’uomo dimentica i suoi doveri verso la specie.
E ne abusa più facilmente per due ragioni: perchè essa ha un potere
sull’uomo molto maggiore che l’uomo non abbia su lei: e perchè nelle
classi ricche è più libera da molte responsabilità che legano e quindi
frenano l’uomo. Per quanto grande sia la libertà di cui gode l’uomo, e
grande il suo egoismo, l’uomo è sempre costretto, in una certa misura,
a frenare i suoi istinti egoistici, dalla necessità di conservare,
ingrandire, difendere contro i rivali i beni, il rango, la potenza, il
nome, la gloria. La donna invece, se è liberata dai doveri familiari,
se ottiene licenza di vivere per il suo piacere e per la sua bellezza,
se l’opinione che le vieta sotto pena di infamia la dissolutezza, si
indebolisce, e la dissolutezza invece che infamia le procura gloria,
ricchezze, omaggi; quale freno potrà trattenere in lei gli appetiti
ciechi e le crudeltà dell’egoismo che sono latenti in ogni anima umana?
Questa è la ragione per cui la donna, come nei tempi di forte
disciplina è la più tenace tra le forze coesive di una nazione, è
invece, nei tempi di anarchia e di disordine, la più attiva forza
dissolvitrice con il lusso rovinoso, la dissolutezza, la sterilità
voluta. Trovare un equilibrio tra la naturale aspirazione alla libertà
che non è altro poi che il bisogno della felicità personale, vivo
e profondo nel cuore della donna come nel cuore degli uomini, e la
suprema necessità di una disciplina senza la quale la specie, lo
Stato, le famiglie pericolano quando non periscono addirittura, è uno
dei maggiori impegni di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Anche
questo impegno, nella esaltazione della ricchezza e della potenza, è
considerato dallo spirito moderno con la frivolezza e il dilettantismo
che guasta e confonde oggi tutti i grandi problemi dell’estetica, della
filosofia, della politica, della morale. Noi viviamo in mezzo a quelli,
che si potrebbero chiamare i Saturnali della storia del mondo, nel cui
clamore non sentiamo più il tragico della vita. Questa breve storia
delle donne dei Cesari risusciterà sotto gli occhi dei moderni una di
quelle tragedie, in mezzo alle cui oscure minaccie i nostri antenati
vivevano, temperando in quelle i loro animi.
II.
LIVIA.
I.
Nell’anno 38 a. C. il più giovane dei _triumviri reipublicae
costituendae_, il collega di Marco Antonio e di Marco Emilio Lepido
nella dittatura militare costituita dopo la morte di Cesare, Caio
Giulio Cesare Ottaviano, chiedeva d’urgenza al collegio dei pontefici,
che era la suprema autorità religiosa della repubblica, se una donna
incinta potesse divorziare e risposarsi prima dello sgravo. Il collegio
dei pontefici rispose che non poteva se la concezione era ancora
dubbia; se invece sicura, non esserci impedimento. Dopo di che, in
pochi giorni, il giovane triunviro — aveva allora 25 anni — ripudiava
Scribonia, e sposava Livia, una giovane signora di 19 anni, la quale
si trovava appunto in quelle condizioni intorno a cui la sapienza dei
pontefici era stata interrogata e che per sposarlo aveva fatto divorzio
da Tiberio Claudio Nerone. Sebbene i grandi di Roma fossero spicciativi
in queste faccende, i due divorzi e il nuovo matrimonio furono fatti
anche più presto del solito: Tiberio Claudio Nerone non soltanto cedè
graziosamente la giovane e bellissima moglie, ma le assegnò pure,
per il nuovo matrimonio, una dote, come fosse il padre, e assistè al
festino nuziale; Livia passò subito nella casa del nuovo marito, dove
tre mesi dopo diede alla luce un figlio, che fu chiamato Druso Claudio
Nerone e che Ottaviano fece portare nella casa del primo marito, come
cosa che non gli apparteneva.
[Illustrazione: LIVIA]
Somiglianti costumi saprebbero per noi di promiscuità e di lenocinio.
Invece a Roma nessuno si sarebbe stupito di quei divorzi e di quelle
nozze, perchè tutti erano avvezzi a veder fatti e disfatti in quel
modo i matrimoni dei grandi personaggi, se non fosse stata quella
straordinaria fretta, per cui non si volle o non si potè aspettare
che Livia avesse dato alla luce il figlio del primo marito e fu
necessario scomodare il collegio dei pontefici per ottenere un
consentimento piuttosto sofistico. Per qual ragione queste nozze
furono celebrate a precipizio e, a quel che sembra, di comune accordo
tra tutti? Perchè tutti, non Livia o Ottaviano soltanto, ma anche
Tiberio Claudio Nerone, sembrano così impazienti che ogni cosa sia
presto conchiusa? La leggenda, quasi in ogni suo punto ostile, che
da venti secoli perseguita la famiglia di Augusto ha descritto questo
matrimonio come una prepotenza, e poco meno che un ratto del dissoluto
e perverso triunviro. Storici meno malevoli tra i quali chi scrive,
nella sua _Grandezza e Decadenza di Roma_, supposero in questa fretta
una esplosione d’amore per la bellissima Livia, che aveva travolto il
giovane triunviro.
Ma una riflessione più lunga mi ha persuaso, che di questo famoso
matrimonio c’è un’altra spiegazione, meno poetica forse ma più romana.
Chi erano Livia e Ottaviano, l’uno rispetto all’altro, in quegli
anni procellosi, in cui la gloriosa repubblica rantolava a terra semi
strozzata dalla dittatura militare, che l’aveva rovesciata e agguantata
alla gola? Livia non era soltanto una bellissima donna, come attestano
i suoi ritratti, ma apparteneva a due delle più antiche e illustri
famiglie della nobiltà romana, perchè suo padre, Marco Livio Druso
Claudiano proscritto dai triunviri nel 43 e uccisosi dopo a Filippi,
era nientemeno che un Claudio adottato da un Livio Druso. Discendente
di Appio Cieco, il famoso censore e il personaggio storico forse più
illustre della antica repubblica; nato in una famiglia in cui il nonno,
il bisnonno, il trisnonno erano stati consoli, e un numero non minore
di consoli e di censori vantavano i rami collaterali, e una sorella di
suo nonno era stata moglie di Tiberio Gracco, e una cugina di suo padre
aveva sposato Lucullo, il conquistatore dell’Asia, era entrato per
adozione nella famiglia dei Livi Drusi, che contava otto consolati, due
censure, tre trionfi, una dittatura. Apparteneva insomma per nascita
e per adozione a due di quelle antiche famiglie aristocratiche, che
il popolo non aveva cessato mai di venerare, anche in mezzo alle più
tremende rivoluzioni, come semidivine e alla cui storia si intrecciava
la storia tutta della repubblica. Nè meno nobile era il primo sposo
di Livia, che con tanta premura l’aveva ceduta, perchè discendeva
da un altro figlio di Appio Cieco. Livia era dunque una incarnazione
muliebre della grande aristocrazia romana, della sua gloria e delle sue
tradizioni.
Chi era invece Ottaviano? Un nobiluccio di fresca data. Suo nonno era
un ricco usuraio di Velletri; e primo nella famiglia il padre, con le
ricchezze dell’usuraio, era riuscito a insinuarsi clandestinamente
nella nobiltà romana, sposando una sorella di Cesare, entrando nel
senato, diventando pretore; ma era morto, ancora giovane. Ottaviano era
dunque il discendente, diremo oggi, di ricchi borghesi nobilitati di
recente; e per quanto, adottandolo nel testamento, Cesare gli avesse
dato un antico nome patrizio, le sue modeste origini e il mestiere del
nonno erano noti a tutti, in Roma. In uno stato in cui, pur dopo tante
rivoluzioni, la nobiltà dell’antico lignaggio era ancora venerata dal
popolo come il titolo più legittimo e meno controverso del potere,
questa oscurità delle origini era un pericolo, massime per un dittatore
che era un mediocre generale, che non aveva compiuto nessuna impresa
di guerra gloriosa, e che non poteva vantare sino ad allora se non
imbrogli, perfidie, violenze e rapine di guerre civili.
Considerando queste diversità noi possiamo spiegare come il futuro
Augusto fosse così impaziente di sposare Livia nel 38 a. C. senza
supporre che l’amore ne avesse fatta un’altra delle sue. I tempi erano
procellosi; il giovane triunviro, che un capriccio inesplicabile
della fortuna aveva fatto a 20 anni partecipe di una dittatura
rivoluzionaria, era il più debole dei tre colleghi; per l’età, per
la poca esperienza, per il nessun prestigio e infine per la oscurità
delle origini. Antonio, che aveva fatte tante guerre, con Cesare e
solo, che apparteneva ad una famiglia di antica e autentica nobiltà,
che era molto più ammirato ed amato dai soldati, era molto più potente
di lui. Sposando Livia, Ottaviano entrava, sia pur di sbieco e come un
mezzo intruso nella vecchia aristocrazia, alla quale soltanto il popolo
riconosceva per davvero il diritto di esercitare le somme cariche della
repubblica; e quindi legittimava un po’ il suo straordinario potere,
proprio come l’antico ufficiale corso, fatto imperatore di Francia,
aveva cercato di legittimare la sua fortuna, sposando la figlia di un
vero imperatore. E poichè una signora, che apparteneva a una di queste
grandi famiglie, era disposta a sposarlo, non conveniva por tempo in
mezzo: i tempi e la fortuna potevano mutare...
Ma se questi motivi possono avere indotto il futuro Augusto ad
affrettare le nozze, come e per quali ragioni acconsentì Livia, in
tempi tanto procellosi, quando la fortuna del futuro Augusto era
ancora così incerta? Un passo di Velleio (2, 94) farebbe credere
che chi immaginò e combinò questo matrimonio fu proprio... il primo
marito di Livia. Velleio fu un amico, un confidente, quello che oggi
si direbbe un ufficiale d’ordinanza di Tiberio. Egli può dunque aver
appreso questo segreto di famiglia da Tiberio, il quale doveva aver
saputo dalla madre come il famoso matrimonio era stato fatto. Perciò
la testimonianza di Velleio è quanto mai autorevole. Poichè i grandi
di Roma non solo non rifuggivano, ma credevano proprio dovere servirsi
delle donne, nelle forme legali del matrimonio, per governare lo Stato,
non è punto inverosimile che Tiberio Claudio Nerone, considerando che
ormai la rivoluzione aveva vinto, pensasse che l’antica nobiltà doveva
riconciliarsi con essa, e combinasse questo matrimonio per preparare
la riconciliazione. Non più giovane, stanco, esautorato e disilluso
dalle guerre civili, malaticcio (morì poco dopo), Nerone, che aveva
conosciuto chi era Livia, pensò forse che una donna così bella e così
intelligente non avrebbe servito a nulla nella sua casa, mentre sposa
al più giovane, al più debole, al più influenzabile dei triunviri... Se
Velleio è nel vero, Tiberio Claudio Nerone fu l’ignoto politico, che
seppe usare a tempo un piccolo espediente fecondo di grandi effetti.
Con Livia, che entrava nella casa di Ottaviano, la antica nobiltà
romana gettava al collo del più giovane tra i capi della rivoluzione
una delle catene più dolci e leggere di peso, più difficili da rompere
o da scuotere: le braccia di una donna bella e intelligente.
II.
E Livia non fallì alle speranze dei suoi, poichè per più di mezzo
secolo fu nella casa del suo nuovo marito il genio discreto e sempre
vigile dell’antica Roma. Era difficile immaginare un più perfetto
modello della donna di grande lignaggio quale i Romani la vagheggiavano
da tanti secoli; che sapesse meglio comporre, nella mirabile armonia di
una lunga esistenza, la contradizione tra la libertà concessa al suo
sesso e l’abnegazione impostagli come un dovere. Equilibrata, serena,
virtuosa, essa si acconciò senza difficoltà a tutti i sacrifici, che
il rango e i tempi le imposero. Lasciò senza fare difficoltà il primo
marito, sposò Ottaviano cinque anni dopo le proscrizioni, quando era
ancora rosso del sangue dei suoi; rinunciò, sposandolo, ai due figli,
a quello che le era già nato, il futuro imperatore Tiberio, e a quello
che nacque dopo il matrimonio; li riprese con eguale serenità e li
educò con la più materna premura, quando di lì a qualche anno Tiberio
Claudio Nerone morì nominando Augusto tutore. Del secondo marito,
che la ragione di Stato le aveva imposto, fu compagna fedelissima. La
leggenda la imputò di venefici assurdi, di ambizioni fantastiche e di
intrighi romanzeschi; ma neppure la leggenda pur così astiosa, osò mai
accusarla di infedeltà e di dissolutezza. Non fu turbata, alterata o
guasta dall’immenso potere, dall’immensa gloria, dall’immensa ricchezza
del marito: nel palazzo di Augusto, ornato di perpetui lauri trionfali,
a cui guardava tutto l’immenso impero dall’Eufrate al Reno; dove gli
uomini più eminenti del Senato, in piccoli conciliaboli, trattavano
i più grandi interessi del mondo, conservò le belle tradizioni di
semplicità e di attività, che aveva imparate fanciulletta, nella casa
paterna, splendente di gloria, ma non di ricchezze. Noi sappiamo — ce
lo racconta Svetonio — che la casa costruita da Augusto sul Palatino,
e in cui Livia passò la maggior parte della sua vita, era piccola e
poco fastosa. Non un solo pezzo di marmo, nè mosaici preziosi; mobili
così semplici, che nel secondo secolo dell’era volgare si mostravano
ancora al pubblico, come curiosità; nessun lusso e sfarzo nei pranzi,
a cui spesso Livia e Augusto invitavano i personaggi cospicui di
Roma, i magistrati della ricostituita repubblica, i capi delle grandi
famiglie: solo nelle solenni occasioni si servivano sei portate, di
solito tre solamente. Augusto per quarant’anni dormì sempre nella
stessa stanza; e non portò mai che toghe tessute da Livia: si intende
non proprio e non soltanto dalle mani di Livia, che pure ogni tanto non
sdegnava di sedersi al telaio, ma dalle sue schiave e liberte. Ligia
alle tradizioni dell’aristocrazia, Livia dirigeva anche le officine
di tessitura della sua casa; pensava di contribuire anche essa alla
prosperità e alla grandezza dell’Impero, misurando con cura la lana
alle schiave, sorvegliandole che non la rubassero o la sciupassero,
comparendo ogni tanto in mezzo ad esse, mentre lavoravano.
[Illustrazione: CLEOPATRA]
Semplicità, fedeltà, laboriosità, dedizione intera della propria
persona alla famiglia ed ai suoi interessi: queste virtù muliebri,
coltivate per tradizione nelle grandi famiglie, rivissero tutte, tra la
ammirazione dei contemporanei, in Livia. Ma con queste virtù rivisse
anche l’interessamento per la politica, il desiderio e l’orgoglio di
partecipare alle vicende e alle opere del marito, comuni a tutte le
donne di qualche merito nelle grandi famiglie. Nessuno si meravigliò
mai a Roma che Augusto ricorresse spesso a Livia per consiglio e non
prendesse mai nessuna deliberazione grave, senza averla consultata;
che essa attendesse nel tempo stesso a vestir suo marito e l’aiutasse
a governare l’impero. Così avevano fatto tutte le matrone della
nobiltà, sollecite della loro buona fama e della prosperità della loro
famiglia. Livia anzi doveva tanto più inflessibilmente irrigidirsi nei
sacri doveri della tradizione perchè i tempi non potevano non apparire
minacciosamente pericolanti ad una donna allevata all’antica in una
antica famiglia. Se le guerre civili avevano decimata l’aristocrazia di
Roma, la pace ne minacciava gli avanzi con una nuova e più insidiosa
rovina. Quando Livia toccava i quarant’anni, verso il 18 a. C. già
la generazione nuova, quella che non aveva visto le guerre civili,
perchè appena nata o ancora bambina quando queste finivano, entrava
nella vita, avida di lusso, di dissipazione, di godimenti, di libertà
e di tutte quelle novità che sotto sotto minavano la repubblica
aristocratica, ricostituita con tanti sudori. Le donne ricominciavano a
ribellarsi ai matrimoni per ragione di Stato; il celibato si diffondeva
isterilendo le stirpi più celebri; troppi vizi e disordini erano
tollerati nelle famiglie più illustri; l’aristocrazia così semplice
e austera, nel buon tempo antico, si buttava al lusso, a mano a mano
che l’Egitto conquistato conquistava Roma e che le antiche arti del
lusso, fiorenti ad Alessandria sotto i Tolomei, si trapiantavano a
Roma, sperando di ritrovare tra i nuovi dominatori i clienti perduti
con la caduta del regno d’Egitto. Le donne si invaghivano delle nuove
fogge orientali, chiedevano ai mariti stoffe di gran lusso e gioielli,
prendevano in uggia l’antico emblema della donna, il telaio. Tra i
giovani delle grandi famiglie troppi voltavano le spalle alla milizia,
alle magistrature, alla giurisprudenza, ossia a tutti gli oneri e gli
onori che erano stati l’ambito e duro privilegio della nobiltà, e chi
preferiva la filosofia, chi soltanto occuparsi dei propri beni, chi
vivere negli ozî voluttuosi di Roma e di Baia: onde il laticlavio
era troppo spesso rifiutato e schivato da chi doveva fregiarsene;
quasi tutti gli anni per le cariche più numerose, come la questura,
c’eran più posti che candidati; e non era cosa facile neppure trovare
nell’aristocrazia tutti gli ufficiali superiori, di cui le legioni
avevano bisogno.