con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e
della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo:
opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si
fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e
differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia
portava con se il lasciar ingrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio
ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti
imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in
dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che
questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso
numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i
soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da
sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i
Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori
soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o
starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che
stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini
inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al
primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali
usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non
fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una
qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior
coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste
avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato
ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante
larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè
le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e
d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore
concetto da tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della
vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per
onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio
l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche
improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi
e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu
deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future
dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i
confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la
battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della
repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la
presenza animato i suoi soldati, che le grida di _viva la repubblica_
fila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei
cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno
gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo
primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per
conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di
Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con
le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio, _avanti,
avanti_. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore
Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più
onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatori
dell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e
senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato
dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in
mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in
vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non
isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor
della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di
vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi
Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando
valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita
gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa
parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul
mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi
nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe,
costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava
Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad
assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden
accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente
si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono,
come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli
alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in
questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e
dell'archibuserìa di Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di
mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed
anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia.
Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra
di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la
battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era
uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè
i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto.
Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che
puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione
repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano
esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i
Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che
ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì
fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli
squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi;
che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente
erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi
avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre
prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i
petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo,
quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo
superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a
Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di
nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne
con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più
di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia
si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo
disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono
uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna
prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici,
avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano
fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le
operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già
si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non
aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I
confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi
fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel
vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo
loro.
I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto
gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj
del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la
forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna
afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero,
che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi
sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di
mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow,
sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva
imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas
avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei
repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la
possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto
questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a
combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle
quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un
grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei
battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente
marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò
d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella
confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il
tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino
a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con
una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra
Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico
alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi
granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane
guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta
dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon,
e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse
di spuntare, e di circuire quella estremità medesima dell'esercito
repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal
principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di
cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla
larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da
Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow,
rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la
battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del
nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto
in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i
Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano
ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di
Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e
rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli,
recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si
affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico.
Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata.
Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli
cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte
alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I
fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città
dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che
atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele
uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva, e su chi
non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda
colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la
sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei
torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta
a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del
potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose
succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per
conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta
l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi
alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau
andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una
ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la
vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e
terminativa battaglia.
Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti
i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la
strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò
Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male
loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente
l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori
Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde
era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra,
pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne
impadroniva, quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe
della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci
Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa,
produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo
stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche
cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava.
Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per
valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e
spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento,
ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta
corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il
consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di
arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I
gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia
concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi
inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a
quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro,
che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in
Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni,
in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore.
Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che
animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi
ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e
munizioni in proporzione.
Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra
morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti
dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti.
Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani
servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle
bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle
montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di
ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per
sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano
tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei
cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi.
Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel
sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu
l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre
fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia
contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse
cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando
quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria
signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella
memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i
mali per furore, poi gli passa per indifferenza.
Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al
fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi
l'imperio quasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto,
che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe
tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del
rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di
battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa
poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul
Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle
sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva
arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati
in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del
generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da
Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di
Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento
di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà
dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava
ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava
altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera,
dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli
alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il
colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava
Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati
sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le
forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Da
un'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad
abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era
tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei
luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il
passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di
nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le
alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di
combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe,
andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta
verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su
quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito
per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva
Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti
d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a
sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe
nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il
generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi
soldati.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che
i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità
di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine.
Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re
di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede
sopra un monte, che sta a sopraccapo della città di questo nome. Forte
piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere
d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere
lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di
viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila
Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio
si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi
d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le
trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli
assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere
interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori
della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi
giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco
frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto
con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a
lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo
di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande
di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era
uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate
vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un
guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle
artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le
riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva,
che molta fatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare
Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter
più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo
non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due
parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni,
obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine
l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la
guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei
tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più
breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli
alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso
ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza,
entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco,
munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti
trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi
superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra
questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti
prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i
soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli
repubblicani.
Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il
faceva sicuro della guerra Genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome
del re quasi tutti i dominj del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza
dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad
assicurare il Piemonte superiore dalle armi Francesi con rompere la
forza di Championnet, e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste
fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte
le genti Russe per alla guerra Elvetica. Da quanto siamo andati fino a
questo luogo raccontando, facilmente si può raccogliere, che Suwarow fu
piuttosto capitano di guerra ardito, che artifizioso, e che vinse
piuttosto con prevenire, che con usar l'arte. Gli fu aperto il corso
alla vittoria da Kray, e chiuso da Melas. Del resto, tolta la sua natura
crudele ed inesorabile nel far la guerra, nel che merita biasimo eterno,
fu di natura integra, e nemico per poca civiltà degl'inganni, e delle
fraudi degli uomini più civili. Qual sia il meglio o il peggio, coloro
il diranno, che definiranno, se più si dolga la umanità dei dolori del
corpo che dei dolori dell'animo, o più di questi che di quelli. Suwarow,
primo capitano di Russia in Italia, vi fece cose molto degne di memoria.