Già porta Pradella era distrutta, le case vicine, o diroccavano, o

ardevano: sorgevano incendi pericolosi in varie parti; le fiamme

consumavano i magazzini a San Giovanni; straziato era il bastione di

Sant'Alessio, le sue batterie smontate; medesimamente le batterie del T

coi carretti rotti giacevano inutili al suolo, il Migliaretto sconcio e

fracassato non faceva più difesa; ogni governo di artiglierìe era

divenuto impossibile nella fronte della piazza opposta agli Austriaci, o

perchè erano scavalcate, o perchè ne erano morti o fugati i cannonieri:

niun parapetto intiero, niun muro non rovinato; i lavoratori di dentro

ricusavano in quell'estremo pericolo, ed in mezzo a sì spaventevole

fracasso l'opera loro; la piazza sfasciata, ed aperta da questo lato non

aveva più nè difesa d'armi d'artiglierìa, nè difesa di ripari, nè modo

di risarcirgli. Era la guernigione inabile al resistere con le armi, con

cui si combatte da vicino, perchè assottigliata dalle stragi, indebolita

dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro

mila abili alla battaglia, non era più a gran pezza pari a tanta

bisogna. Tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti, e perseverava

nella difesa, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il

colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e

certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta

delle genti Francesi sulla Trebbia, e l'essersi Moreau del tutto

ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò

Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo,

discrepando solamente un uffiziale Bouthon, comandante dell'artiglierìe,

che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo

addì ventotto di luglio, i capitoli di maggior momento furono i

seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione,

avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli

scambi, il comandante e gli uffiziali, soggiornato tre mesi negli stati

ereditarj, avessero facoltà di tornare nei paesi loro, i Cisalpini,

Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Francesi a stimarsi, e

come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e

dei feriti, dessersi tre carri coperti al generale, due agli uffiziali,

perdonerebbesi la vita ai disertori Austriaci. Entrarono i confederati

il dì ventinove nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu

dimostrato al mondo, che per viva forza ella si può espugnare in pochi

giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in

abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Fecero i Mantovani

molte feste per l'arrivo dei Tedeschi, come ne avevano fatte per

l'arrivo dei Francesi. Di questi, chi si poteva reggere, sebbene si

trovasse in estrema debolezza o per ferite, o per malattìa, accorreva, o

da se o fattosi portare, ai compagni che se ne andavano, amando meglio

perire in mezzo al nome di Francia, che andar salvo in mezzo ai Russi ed

ai Tedeschi. Pure rimasero nella fortezza dodici centinaja di soldati

malati, e due migliaja circa perirono o al tempo dell'assedio largo per

malattìe, o al tempo dell'assedio stretto per ferite. I morti ed i

feriti dalla parte dei confederati non arrivarono ai cinquecento. Fu

accusato Latour-Foissac di poco animo, e di debole difesa da alcuni, da

altri di esser aristocrata, di non amare la repubblica, di aver tenuta

continuamente informata con lettere la contessa di Artesia di ogni cosa.

Altri finalmente dissero anche parole peggiori, affermando che si fosse

lasciato corrompere per un milione, e ottocentomila franchi dati, o

promessi da Kray. Chi conosce lo stato, a cui era ridotta porta

Pradella, crederà facilmente che il generale dell'Austria non aveva

bisogno di dar denaro per entrare nella piazza, e che il generale di

Francia non aveva bisogno di accettarlo per lasciarlo entrare. Accusollo

il direttorio, accusollo Buonaparte messosi al luogo del direttorio; ma

il mondo sincero e giusto, nè mosso dalla superbia, che si compiace

dell'avvilimento altrui, ha giudicato, che Latour-Foissac abbia compito

nella difesa di Mantova, senza sospetto di macula alcuna, tutti gli

uffizj che si appartenevano a buono e leale capitano, e che l'arrendersi

in quel punto fu per lui necessità, non viltà, nè cupidigia di denaro.

Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle. È

Serravalle piccola fortezza di dizione Piemontese, posta sulla Scrivia,

dove le falde degli Apennini incominciano a sollevarsi in quegli alti

gioghi, che a grado a grado viemaggiormente innalzandosi, arrivano al

sommo vertice della Bocchetta. Era questa fortezza venuta, prima, come

abbiam narrato, in potere dei repubblicani Piemontesi, che facevano

guerra al re, poi introdotto un presidio Francese, cesse intieramente in

podestà della repubblica. Importava a Suwarow pe' suoi disegni contro

Genova che s'impadronisse di lei, poi di Gavi, che posto in più alto

sito, e sopra scoscesa rupe, è propugnacolo alla capitale della Liguria.

Adunque contro la fortezza di Serravalle mandava Suwarow le sue genti,

dando carico a Schwaicuschi di tenere il nemico a bada, a Dalheim di

passare la Scrivia presso Cassano Spinola, a Mitruschi di accamparsi tra

Novi e Gavi per mozzar le strade agli assediati. Aprironsi le trincee,

piantaronsi le batterie, furono fracassate, e ridotte inutili le

artiglierìe della piazza: il comandante richiesto di resa, negava:

ricominciossi la batteria; fracassato il muro, restava la breccia

aperta. Si arrendeva a discrezione il dì sette agosto. Trovarono i

vincitori nella fortezza dieci cannoni, un mortajo, con qualche

provvisione sì da bocca, che da guerra.

Le rotte d'Italia, e la presa di tante fortezze, massimamente quella di

Mantova, intorno alla quale si era affaticato Buonaparte quattro mesi,

avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano

restar capaci, siccome quelli, che ancora avevano la memoria fresca di

tante vittorie, del come soldati, sì sovente ed in tanti segnalati fatti

superati dai repubblicani, fossero adesso, e tutto ad un tratto divenuti

sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione, che

tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i

tradimenti per opinione. Fuvvi ancora chi disse solennemente orando in

tribuna, che palle di legno ricoperte artifiziosamente di laminette di

piombo fossero state date ai soldati repubblicani nelle battaglie. Si

accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si

accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano: nè

trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non

si dava carico di tradimento a Moreau per corruzione di denaro, che in

questo fu stimato sempre, ed era veramente di natura integerrima, gli si

dava quello di repubblicano tiepido, e dell'amministrare la guerra non

con quella vigorìa, che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi,

pretessendo alle parole loro l'amore di libertà, accagionavano il

direttorio delle calamità presenti, e facevano ogni opera per

espugnarlo, conciossiachè i più fra coloro che gridavano libertà, non

altro modo in Europa sapevano tenere per fondarla, che questo di disfare

i governi per mettersi nei luoghi loro, ambizione pessima, che corrompe

il buono, e fa venir ai governi certe voglie, che forse non avrebbero,

ed a cui pure sono di per se stessi pur troppo inclinati. Insomma tanto

si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col

subillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro

tre altri, che erano stimati repubblicani di più forte e più sincero

conio. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi

rincominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima,

dicendo, che non valevano meglio degli scambiati. Tanto era impossibile

il fondare un governo libero con quei cervelli pazzamente ambiziosi! In

questi schiamazzi e vociferazioni tanto s'infuocarono, che produssero

poco dopo, come si dirà, una nuova mutazione; ma a questa volta posero

in seggio chi gli fece poi tacer tutti. Intanto su quei primi calori dei

tre nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze, parendo, che un pensare

più vivo in materia di repubblica avesse anche a dare armi più forti.

Siccome poi niuna nazione è tanto capace di fornire imprese

straordinarie, quanto la Francese, quando è usata in su questi rigogli,

così i nuovi reggimenti si deliberarono di non mettere tempo in mezzo

per dimostrare al mondo, quanto potesse quella Francia, quando ella si

scuoteva, e quale urto fosse il suo, quando l'animo vivo fosse secondato

da un governo vivo. Applicarono adunque l'animo a riscaldare l'affezione

della repubblica, l'amore del nome Francese, la ricordanza dei gloriosi

fatti. Per tal modo diveniva ogni giorno più la materia ben disposta;

delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere

in Svizzera, in Savoja, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella

Liguria quante genti regolari potevano risparmiare dei presidj interni.

Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve

in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volentieri, perchè le

sconfitte recenti e le vittorie passate con la necessità di mantener

illibato il nome Francese con accesi colori si rappresentavano dalle

gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi la barbarie dei Russi, la

nimistà degli Austriaci, le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si

dipingevano.

Questi tentativi su quegli uomini pronti ed animosi efficacemente

operavano, e già Francia si muoveva con animo confidente contro la lega

Europea; moto certamente onorevole dopo tante disgrazie. Pensiero era,

non certo di menti avvilite, di assaltare al tempo stesso e Svizzera e

Piemonte, e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di

gran fama. Già nella Svizzera Massena animosissimamente combatteva,

spesso con evento pari, talvolta con prospero, contro l'arciduca Carlo.

Restava, che agli eserciti, che dovevano far impeto contro il Piemonte e

contro l'Italia, venissero preposti generali di nome, accetti ai

soldati, accetti agl'Italiani. Nè in questo stette lungo tempo in dubbio

il direttorio; perchè, trattone Buonaparte tanto lontano, in nissuno

tutte queste condizioni maggiormente si lodavano, che in Championnet e

Joubert. Entrambi conoscevano l'Italia, entrambi nell'Italiane guerre si

erano mescolati, entrambi di vita continente, e nemici dei depredatori,

cosa di grande importanza per voltare a se gli animi degl'Italiani;

entrambi finalmente repubblicani sinceri, ed amici per indole e per

massima dell'independenza altrui. Avevano anche voce l'uno e l'altro di

amare il nome Italiano, perchè nè Joubert aveva voluto dar le mani ai

disegni di Trouvè e di Rivaud contro il governo Cisalpino, nè

Championnet tollerare l'imperio insolente e rapace dei commissarj a

Napoli. La loro principale speranza avevano i repubblicani Italiani

collocata in Joubert, perchè sapevano che suo intento era o volesse il

governo Francese, o no, di ridurre l'Italia in una sola repubblica unita

e independente, purchè fosse strettamente congiunta d'amicizia con la

Francia. Conoscevano l'animo di lui ardito e forte, nè mai tanta

inclinazione d'animi benevoli, ed attenti alle cose avvenire vi fu verso

alcuno reggitore di popoli o d'eserciti, quanta fu questa degl'Italiani

verso Joubert. Nè ignoravano, ch'egli era d'animo civile e temperato, nè

temevano che quando avesse corso vittorioso l'Italia, fosse per

sottometterla al giogo soldatescamente; perciocchè non era loro ignoto,

che esortato da partigiani di diversa sorte in Francia, perchè, disfatto

il governo, s'impadronisse della somma delle cose, aveva sdegnosamente

rifiutato la proposta.

Quelli fra i repubblicani d'Italia, che cacciati dalla patria avevano

cercato riparo in Francia, molto insistevano e con le parole, e con gli

scritti, e con le opere in questo proposito dell'independenza, e

dell'unità Italiana, persuadendosi, che con questo nome in fronte

avessero i Francesi, e chi sentiva con loro, e far correre i popoli in

loro favore.

Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava

altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo

il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e

confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo

potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti,

che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in

Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il

Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle:

il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del

Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di

liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli

alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente

aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza

avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi

di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo

tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet

non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così

grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati

nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non

poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come

sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva

l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani

di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della

Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo.

Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed

infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari,

perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe

desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che

dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar

la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei

confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa,

sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert

si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona

per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse

fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione

per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau,

che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno:

«Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed

ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di

comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come

supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo

ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la

venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la

temperanza del suo animo! Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed

ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che

si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico

esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le

venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso

Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si

ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per

ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i

repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco

per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava

ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di

vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che

vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano

attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso,

come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il

vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei

repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze;

funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse

comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne

parlava anche di più.

Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era

governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine,

e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra,

ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori

disegni. La mezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore

del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e

Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e

Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una

fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale

occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla

strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba,

spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze

verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa

quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla

Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e

dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di

soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a

questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della

Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi

erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni

piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal

modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta

pianura.

Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua

dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto

dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo

governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui

soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta

consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di

Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri

Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di

fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di

Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse:

erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno

all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva

differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per

ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che

non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un

de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento

per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta

militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di

opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che

si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del

direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un

campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il

nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire

di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva

sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più

bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle

difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti,

toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certa

vittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al

nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere

venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva

delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non

coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a

quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere,

prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della

repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di

cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e

piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro

delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto

loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne

guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti:

menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto

si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto

massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in

premio.

Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella

campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi

ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi

per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi

tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per

arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano

si scendesse, dove un solo errore, dove uno spavento improvviso sarebbe,

in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il

valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere

stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane

tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era

arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato

Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con

tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora

si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere

dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà

addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che

se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il

direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato,

che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che

meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere

a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza

dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità:

se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei

confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani,

nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi

intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo

l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche

volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della

repubblica avevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora

esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche

quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale

via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al

piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli

conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le

imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera

di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta

da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza,

quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale

dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi

l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non

temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria

con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a

cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste

trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo

modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi

ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che

miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che

l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si

attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati

aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con

tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non essere

scesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si

vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati

d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio

questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva,

quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il

nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.

Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che

loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi

all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano,

quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non

lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi

montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai

Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima

perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la

seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure

Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate

le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un

esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere

pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in

favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere

quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si

dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose;

stanche, e consumate essere le genti imperiali dal tanto e fresco

marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè

l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato,

i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di

malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio

dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà

ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi

dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non

giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad

imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare

gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la

necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne

dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la

necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi.

Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e

consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion

di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui

all'incendio della guerra.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 23 / 26 段