confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator
Francesco, innanzichè arrivassero nuovi rinforzi dagli stati ereditarj,
tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti
fatti, e si apparecchiavano, quando gli ajuti fossero giunti, alla
oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che per essere vicina alle
frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai
Francesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era di
conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico
intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena,
che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non
solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow,
che era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Bene certamente
considerate erano queste cose pei generali della repubblica: ma si
trattava di troppo vasto disegno per le poche forze che avevano, ed il
volere tener tutto fu cagione, che non potessero conservare una parte.
Non si vede come, volendo urtare fortemente l'inimico in Piemonte, si
siano ostinati a perseverare nella possessione di Genova: il che gli
obbligava a tener presidj nella riviera di Levante, soldati, che per la
lontananza dei luoghi, e del restante esercito, a nissun altro fine
potevano essere adoprati, che a difender Genova con tener il nemico
lontano da lei. Genova, città assai grande e popolosa, e piena eziandio
di mal umore contro i Francesi, sì per l'impazienza naturale del dominio
forestiero, sì per la insolenza degli agenti del direttorio, e sì per la
penuria delle vettovaglie, che dalla chiusura dei mari ne risultava, era
cagione, che fosse loro forza di mantenervi un presidio assai grosso.
Abbisognava ancora, che custodissero tutta la riviera di Ponente con
gran numero di soldati, obbligazioni, da cui sarebbero stati esenti, se
contenti al difendere le rive della Bormida e del Tanaro avessero
abbandonato Genova, e raccolto la maggior parte delle forze loro in
quella parte degli Apennini e dell'Alpi, che più approssimano e
circondano Cuneo. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga
con sì poche forze, fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa,
si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed
affronti, che niuno effetto non solamente terminativo, ma nemmeno
d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il
raccontar tutto: perciò solo andremo sommariamente toccando i capi
supremi. Klenau ajutato dalle masse Toscane infestava a danni dei
repubblicani la riviera di Levante. Principal suo scopo era di cinger
Genova da quel lato per darvi favore ai malcontenti, e per farvi
difficoltà di vettovaglie. Venne Chiavari spesse volte in contesa, ora
Klenau si faceva padrone di Rapallo, e s'innoltrava anche insino a Recco
in poca distanza dalla capitale; ed ora prevalendo i repubblicani
mandati da San Cyr, e governati da Miollis, cacciavano Klenau, non che
da Recco e da Rapallo, da Chiavari e dalla Spezia, e lo risospingevano
fin oltre Sarzana sull'estremo confine del Genovesato. La contesa
principale si riduceva sul forte di Santa Maria, che sta a difesa del
golfo della Spezia: finalmente dopo eventi diversi, ora prosperi, ora
sinistri per le due parti, cadde il forte in potestà degl'imperiali; il
quale accidente aperse libero l'adito alle navi d'Inghilterra in quel
magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'innoltrarsi di
nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova,
donde la poterono cingere d'assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi
imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte
d'occidente.
Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla
Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si
ritrovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra
infuriate. Novi venuto in contesa parecchie volte cedeva ora alla
fortuna di Francia, ora a quella d'Austria; ma niuna cosa si scopriva
certa, se non gli oltraggi e le rapine dei forestieri, o amici o nemici
che si qualificassero. Successe nondimeno un giorno un fatto di qualche
importanza, per cui condotti i Francesi con molt'arte e valore da San
Cyr, ruppero i soldati di Kray, e gli rincacciarono fin oltre a Tortona.
Alloggiaronsi i Francesi al Bosco: ma poco tempo dopo i Tedeschi venuti
più grossi, gli facevano tornare indietro, obbligandoli a cercar
ricovero sotto la rocca di Gavi. Nel Piemonte superiore calarono i
repubblicani per le valli dell'Argentiera, di Pratogelato, di Susa e
d'Aosta: occuparono nella prima Demonte, nella seconda Villar e Perusa,
e poi anche Pinerolo, nella terza Oulx, Icilia e Susa; fecero anche un
motivo insino a Rivoli, donde vedevano le torri della perduta Torino.
Nella quarta s'impadronirono del passo difficile della Tuile, e della
città d'Aosta, per modo che gl'imperiali impotenti al resistere,
calarono a serrarsi nel forte di Bard. Melas, ponderate tutte queste
cose, lasciando Kray alla guardia dei paesi, in cui la Scrivia e la
Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra
con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili
pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello
che posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere
i moti, che potessero fare i Francesi da Mondovì, di cui erano in
possessione, dal colle di Tenda, e dalle valli della Stura, e di
Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo, come a centro
comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte,
e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che
aspettava, per andar a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Francesi per le
considerazioni, che sopra abbiamo narrato, ricusavano il cimento. Aveva
Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del
Reno, era investita l'autorità suprema sopra tutte le genti, che si
distendevano dalla Magra per tutto il circuito dei Liguri Apennini e
delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a se la schiera di Victor,
annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso
ordinava, che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per
Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal
generale Duhesme.
Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in
numero a quello di Melas: la guerra sin allora sparsa e vaga si
riscontrava in un sol punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle
vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per
definirsi quell'ultimo atto dell'Italiana contesa, ed il destino di
Cuneo. Dopo vari alloggiamenti presi dai capi dei due eserciti, di cui
il fine per Championnet era di accostarsi a Duhesme, che veniva da
Saluzzo per quinci pruovarsi di rompere l'ala destra dei Tedeschi, e
tagliar loro la strada verso Torino, per Melas di rompere il centro dei
Francesi prima della congiunzione di Duhesme: erano la mattina dei nove
novembre ordinati nella seguente forma. La schiera di Duhesme, che
componeva la sinistra dei Francesi, marciava da Saluzzo verso
Savigliano, e quindi contro Marene, in cui stanziava l'ala destra dei
Tedeschi. La mezzana, in cui comandavano Grenier e Victor, alloggiava a
Savigliano ed a Genola, avendo un forte retroguardo a Lavaldigi. L'ala
destra dei Francesi, che obbediva a Lemoine, fermava le sue stanze a
Morozzo. Tal era dunque il sito delle genti repubblicane, che Duhesme si
muoveva sulla sinistra della Grana, Grenier e Victor tra la Grana e la
Stura, il primo a Savigliano, il secondo a Genola, Lemoine sulla destra
di quest'ultimo fiume. Dalla sua parte Melas con la destra alloggiava a
Marene, con la mezza a Fossano, con la sinistra parte pure a Fossano,
parte verso la Trinità. Obbediva la prima a Otto, e con lui doveva
cooperare Mitruschi alloggiato a San Lorenzo, la seconda ad Esnitz, la
terza a Gottesheim. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani;
il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di
combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di
Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di
Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel
momento stesso si avventava contro l'altro il dì suddetto. I primi ad
attaccarsi furono Grenier, ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano
e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare
uguali da ambe le parti. Studiavansi i Francesi di circuire la punta
destra dei Tedeschi, i Tedeschi la sinistra dei Francesi, perchè i primi
non volevano restar separati da Duhesme che si avvicinava, i secondi gli
volevano separare. Fu lunga, e forte, e variata la mischia; gli uni con
gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci
per le cavallerìe (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo
avversario sui campi aperti) furono finalmente i Francesi costretti a
ritirarsi in Savigliano. Gli seguitarono acremente i Tedeschi, dando
l'assalto alla piazza prima che avessero avuto tempo di riordinarsi. Ciò
nondimeno fecero una forte resistenza, e forse non sarebbe venuto Otto a
capo di scacciarnegli, se in quel punto non fosse arrivato con tutti i
suoi Mitruschi da San Lorenzo, e che diede da un'altra banda la
battaglia alla terra. Non potendo Grenier resistere a questo doppio
assalto, fu costretto a retrocedere, incamminandosi a Genola, e
lasciando in poter del vincitore Savigliano. Le cose succedettero
diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano aveva
assaltato il secondo a Genola; ma il Francese gli rispose con tanta
gagliardìa, che quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente
la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno. Si fece Esnitz
ajutare da Gottesheim, tutti e due insieme non ebbero miglior fortuna,
che un solo. In questo mentre il generale repubblicano Richepanse con un
piccolo corpo di cavallerìa, si faceva avanti, ed urtata con gran valore
la cavallerìa Tedesca, sforzava Esnitz a ritirarsi più che di passo
dentro le mura di Fossano. Quivi nemmeno non era sicuro, e già pensava
al modo di abbandonar la piazza per retrocedere più lontano; tanto era
stato il danno, che aveva patito in quella forte rincalzata. Ma gli
sopravvennero in questo punto le novelle della vittoria acquistata sulla
destra da Otto; il che il confortò a star fermo in Fossano, avvisandosi
che Victor avrebbe pensato a tutt'altro piuttosto che a nojarlo. Infatti
Championnet, per aver considerato il caso sinistro di Grenier, aveva
comandato a Victor, che retrocedesse, e venisse a posarsi a Lavaldigi,
divenuto l'alloggiamento principale dei Francesi. Esnitz, usando la
occasione, usciva da Fossano, acquistava Genola, e perseguitava
continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo
dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava
Lavaldigi, e dopo un lungo conflitto se ne impadroniva. Ritiravansi i
Francesi parte a Centallo, parte a Morozzo. In questo mentre giungeva
Duhesme sul campo, in cui si era combattuto sul principio della
battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva
padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto
pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima,
sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente
in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio
contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva,
che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il
giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale Francese
breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei
compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.
Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava, che l'usassero.
Il giorno seguente attorniarono un grosso squadrone lasciato da
Championnet a Ronchi, e lo sforzarono a darsi. Un'altra squadra più
grossa, che stanziava a Murazzo, tagliatole il ritorno per Cuneo, fu
anch'essa obbligata a cedere in potestà del vincitore. Non pochi
repubblicani, che fecero pruova per salvarsi di passar la Stura a nuoto,
vi restarono affogati. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra del
fiume per dar addosso a Lemoine, ma inteso che i Francesi avevano fatto
due campi, uno alla Madonna dell'Olmo, l'altro a Caraglio con intenzione
di preservare Cuneo, rinunziando al pensiero di varcare, condusse le sue
genti vincitrici, dividendole in due colonne, contro quei nuovi
alloggiamenti del nemico; i Francesi, non aspettandolo, si ritirarono ai
monti. Ma premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè la
oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, gli
perseguitava da tutte bande. Esnitz, seguitando Grenier per la strada
del Vernante lo sospingeva sino a Limone. Poco dopo, assalito da Melas,
non trovò altro scampo alla sua fortuna caduta, se non quello di
salirsene sul difficile ed erto giogo di Tenda. Otto cacciava avanti a
se i repubblicani per le valli di Stura e di Grana, e si faceva signore
di Demonte; poi spintosi più in su, occupava le Barricate e
l'Argentiera. Latterman insistendo sulla Maira, e traversando il borgo
di Busca, saliva sino a Dronero. Keim, che aveva la custodia particolare
del paese all'intorno di Torino, seguitando Duhesme, lo sforzava a
tornarsene nella valle d'Icilia alle radici del monte Ginevra, dond'era
venuto. Restava, che gli Austriaci togliessero ai Francesi Mondovì, dove
si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione,
perchè sloggiati i Francesi sforzatamente dai due sobborghi per opera di
Mitruschi, e dalle eminenze, che dominano la città, per quella di
Lichtenstein, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della
valle del Tanaro. Fuvvi a Bagnasco un duro incontro tra il retroguardo
Francese e l'antiguardo Tedesco; nè fu senza grave rischio, e fatica,
che il primo potè farsi strada al suo cammino. Occuparono i Tedeschi,
sempre ritirandosi i Francesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti
sino al ponte di Nava, che è il passo più difficile e quasi la chiave
della strada, che porta su quelle alture da un lato all'altro, non so se
mi debba dire dell'Alpi, o degli Apennini, perchè là è appunto il
confine fra le due corone di monti, che si chiamano con questi due nomi.
Per tale guisa i varj corpi di Championnet, che partendosi da diversi
punti di una larga periferia, erano venuti a concorrere, quasi come in
centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la
battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di
Genola, dispersi, e di nuovo l'uno dall'altro discostandosi, si
allargarono, ed ai punti medesimi della periferìa ritornarono.
Acquistaronne gli Austriaci facoltà di attendere alla espugnazione di
Cuneo sicuramente: il che era lo scopo principale di tante mosse, e di
sì ostinata guerra. Perdè Championnet in tutti questi fatti tra morti,
feriti e prigionieri circa la terza parte delle sue genti, che è quanto
a dire otto mila soldati. Mancarono dal lato dei Tedeschi più di due
mila. Ritirossi il capitano del direttorio a Nizza, dove tra il
cordoglio dell'esser vinto, e del vedere la depressione della
repubblica, l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di
peste infuriava, e lo sdegno concetto, perchè Buonaparte tornato
dall'Egitto si era fatto padrone di Francia sotto nome di primo consolo,
passò di questa all'altra vita. Ei fu capitano debole, ma uomo dabbene;
amò la repubblica per lei, quando tanti altri l'amavano per loro.
Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte, e di molta
importanza pel suo sito. Conoscevano quest'importanza i generali
dell'imperatore, e però sebbene la stagione già divenisse sinistra alle
opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar
con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo. Si alloggiava
Melas col grosso delle genti a Borgo San Dalmazzo per impedir ai
Francesi il calare dal colle di Tenda verso la piazza assediata. Intanto
il principe di Lichtenstein, al quale era stata commessa l'espugnazione,
cinta tutto all'intorno la fortezza, si era principalmente alloggiato
tra il Gesso e la Stura, che le scorrono, uno a destra, l'altra a
sinistra. Intento suo era di far trincee, e di dar la batterìa di quella
parte, che sta a fronte della Madonna dell'Olmo. Infatti la notte dei
ventisei novembre principiò a scavare, e ad innalzar terra contro la
strada coperta, che cingeva il bastione di Sant'Angelo.
Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di duemila
cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte, e pel desiderio di
tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia, oltre a
questo non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca, nè da
guerra, perchè e per l'ingordigie solite, e per l'angustia dei tempi non
ne era stata mal sufficientemente empiuta. L'esercito stesso, quando
guerreggiava nelle vicinanze, era stato obbligato, non avendo da
pascersi altronde, a consumare una parte dei viveri d'assedio. Ciò non
ostante Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano
valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo
a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierìe contro coloro,
che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria,
e tanti i paesani accorsi parte per amore, parte per forza, parte per
speranza del guadagno, perchè Lichtenstein, spendendo anche del suo,
usava molte larghezze: che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione
la prima parallella, e vi si piantarono diecinove batterìe pronte a
bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il due decembre,
che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori,
ritirandosi di tutto all'interno della piazza. Al tempo stesso arse una
conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle
fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori la occasione, facendo la
notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar
avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un'altro magazzino
scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco rapidamente distendendosi
minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo,
perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati
non avevano più consiglio la tempesta mandala continuamente dal nemico
accendeva l'intero: tanta era la quantità, che soprabbondevolmente
gittava Lichtenstein di palle, di bombe, e di granate reali. Mandarono i
Cuneesi pregando, che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse
le case, posciachò eglino non combattevano. Rispose il Tedesco, non
farsi alcun divario, quando si oppugnano piazze fra chi combatte, e fra
chi non combatte: capitolasse il Francese: cesserebbe la tempesta.
Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era
straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da
nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi.
Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai cinque decembre,
che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che
deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come
prigioniera, negli stati ereditarj, che si avesse cura degli ammalati e
dei feriti: erano ottocento. Volle Clement provvedere ai Piemontesi, ed
assicurar le loro condizioni con domandare, che non potessero esser
ricerchi per opinioni, o fatti politici precedenti. Gli fu risposto, che
si apparteneva allo stato, non ai soldati a giudicare. A questo modo fu
domato per forza, in men che non fa dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto
la gara contro le forze di Francia nel 1691, e nel 1744. Dal quale
accidente due conclusioni si possono dedurre, la prima che non vi è
piazza, a cui con gli approcci si possano accostare gli oppugnatori, che
possa resistere lungo tempo, se non è spalleggiata da un esercito alla
campagna; la seconda, che Parte degli approcci, e delle artiglierie è
divenuta tanto potente, che vi è adesso troppo enorme disproporzione tra
i mezzi di oppugnazione, e quei di difesa.
La presa di Cuneo, e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra
nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte
fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato a nome dei re, in
fatto egli era a divozione dell'Austria, la quale non volle mai
consentire ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta, che aveva voce
d'intendersi di guerra, ed a cui i soldati Piemontesi portavano
affezione, vi comparisse.
Intanto fu anno molto doloroso alla famiglia reale di Sardegna pei mali
veri, e per le speranze vane: perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo
del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona;
passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato,
fratello del re, giovane, siccome già abbiamo notato altrove, di ottima
natura, e di costumi dolcissimi.
FINE DEL VOLUME IV.
INDICE DEL PRESENTE VOLUME
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