Questa vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a

Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Da tutto questo

chiaramente si vede, che se Macdonald fosse, come pare che potesse,

arrivato più presto, o avesse combattuto più tardi, avrebbe la fortuna

inclinato di nuovo a favor dei repubblicani: per un intervallo di

ventiquattr'ore stette, che i vinti non fossero vincitori, e che

l'Italia, in vece di essere Russa e Tedesca, fosse Francese.

Scaramucciossi il giorno diecinove, ed il venti sulle rive della

Bormida. Il ventuno, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante

genti potè dal campo sotto Alessandria, e da altre terre vicine, facendo

stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse

in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar

i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy

a San Giuliano, e dopo una dura zuffa lo sforzava a ritirarsi.

Accorrendo con nuove genti Grenier in soccorso di Grouchy ristorava la

battaglia: il generale Tedesco, che sulle prime aveva respinto, fu

respinto. In questo mentre Bellegarde arrivava a fare spalla a

Seckendorf con una forte squadra di genti fresche, ed entrato nella

battaglia faceva piegare i Francesi: venivano in poter suo San Giuliano,

e Spinetta; continuamente i Tedeschi guadagnavano del campo. Fu forza,

che Moreau venisse in ajuto de' suoi, che si trovavano in gran pericolo.

Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano

gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, che in

questo fatto si portò da soldato molto valoroso, radunati e riordinati i

suoi, che erano stati disordinati e dispersi, dava dentro, serrandosi

addosso con molto impeto agli Austriaci, gli rompeva, e gli sforzava ad

andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della

Bormida. Un loro retroguardo lasciato al Bosco, e circondato dai

Francesi si liberò a furia di bajonette. L'estrema coda delle genti

Austriache, deposte per la forza sopravvanzante degli avversarj le armi,

si diede in poter dei vincitori. Perdettero gl'imperiali in questo fatto

molta gente, ma non tanta, quanta pubblicarono i Francesi, nè tanto poca

quanto pubblicarono i Tedeschi, certamente nel novero di due in tre mila

soldati tra morti, feriti e prigionieri; nè è dubbio, che la vittoria

non sia stata dalla parte dei repubblicani. Quivi ebbe Moreau le novelle

dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo, che per

allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola

strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito, era quella

di ritirarlo prestamente là, dond'era venuto, condottosi con frettolosi

passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle

stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente

presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure Tortonesi gli

rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per

maggiore sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta

e Serravalle, che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli,

assunto al grado di generale, ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre

valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle pianure

bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia

fortificate, e munite con buoni presidj.

In questo forte sito, ed avendo frapposto fra di lui ed il nemico, come

baluardo naturale e forte, tutto il concatenato giogo degli Apennini, se

ne stava aspettando, che cosa portassero le sorti dalla parte di

Francia, che ancora non voleva, malgrado di tante rotte, pazientemente

sopportare, che l'imperio d'Italia le uscisse dalle mani. Tornato

Suwarow dai campi tanto gloriosi per lui del Tidone e della Trebbia,

andava a porsi ad alloggiamento sulle sponde dell'Orba per impedire ogni

motivo, che i Francesi potessero fare a soccorso delle fortezze di

Tortona e di Alessandria cinte, dopo il suo arrivo, di più stretto

assedio, e che sperava avessero fra breve a cedere alle sue armi.

Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Francesi in Italia,

che, non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto

principio in quest'anno, perdute sette battaglie campali, e le fortezze

di Peschiera, e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella

di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente

loro fortuna altro sostegno più non aveva, che i gioghi dei monti

Liguri, ed alcune fortezze. Noveravansi fra queste principalmente i

castelli di Napoli, il castel Sant'Angelo, Ancona, Mantova, e le

fortezze Piemontesi di Alessandria, Tortona e Cuneo. Conoscevano gli

alleati, che l'imperio d'Italia non si renderebbe in mano loro sicuro,

se non quando tutte le anzidette fortezze conquistate avessero. Ma

principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova stimata il

più forte antemurale d'Italia, se non di effetto, almeno di nome, e

delle fortezze del Piemonte; conciossiachè il presidio di Mantova

essendo grosso di circa diecimila soldati, poteva ajutare efficacemente

una nuova calata di Francesi, se la fortuna divenisse loro più

favorevole; le fortezze Piemontesi, per essere vicine a Francia,

potevano facilmente servire di appoggio e di scala a nuove imprese dei

repubblicani. Agevolavano agli alleati la conquista di tutti questi

propugnacoli le vittorie conseguite, i popoli favorevoli, le armi Russe,

Inglesi e Ottomane, che o già tenevano, o minacciavano l'inferiore

Italia. Per la qual cosa non così tosto Moreau si era riparato nel suo

sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla

cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchj, sperando per

l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse

forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.

Siede la cittadella d'Alessandria sulla riva sinistra del Tanaro,

separata solamente per le acque del fiume dalla città, con la quale si

congiunge per un ponte coperto a guisa di quello di Pavìa. Eravi dentro

un presidio di circa tremila soldati sottomessi al generale Gardanne,

soldato, che pel suo valore in quelle guerre Italiane, era tostamente

salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Sebbene non gli fosse

nascosto, che per le rotte toccate da' suoi poca speranza gli rimaneva

di essere soccorso, tuttavia da quell'uomo forte, ch'egli era, si era

risoluto a difendersi fino agli estremi, perchè dove non vi poteva più

essere utilità per la sua patria, voleva almeno, che risplendesse

incontaminato l'onor suo, e quello de' suoi soldati. Animava

continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni

cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa.

Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava, per venir

a capo dell'espugnazione. Aveva con se ventimila soldati fra Austriaci e

Russi, più di centotrenta pezzi di artiglierìe assai grosse, parte

dell'esercito, parte condotte recentemente dalle armerìe di Torino, con

obici e mortai in giusta proporzione. Venne per sopravvedere, ed

incoraggire gli oppugnatori con la sua presenza il generalissimo dei due

imperj. Essendo la fortezza nuova, edificata secondo l'arte, ed

abbondante di caserme, e di casematte construtte a pruova di bomba, si

bramava conoscere, quanto potesse nel contrastare alla forza di chi

l'assaltava. Si convenne da ambe le parti, che gli alleati non

molesterebbero la fortezza dal lato della città, e che ella la città in

nissun modo offenderebbe. Scavata, ed alzata la prima trincea di

circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose,

essergli stato comandato, che difendesse la fortezza, e volerla

difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni,

quarantacinque obici, cinquantaquattro mortaj. Nè se ne stava Gardanne

ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierìe.

Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande, che in poco d'ora,

o per proprio colpo, o per riverberazione ruppe la maggior parte dei

letti delle artiglierìe, sboccò le restanti, uccise non pochi

cannonieri, arse una caserma, ed una conserva di polvere con orribile

fracasso: tacque per un tempo, o debolmente trasse la piazza. Usarono

gli assedianti l'accidente, e spintisi avanti con le zappe, e compite le

traverse, arrivarono sino al circuito dello spalto, dove incominciarono

a distendersi con il cavare, e con alzare la terra a destra ed a

sinistra coll'intento di compire la seconda circondazione. Tentava

Gardanne d'impedirgli, poco potendo con le artiglierìe, con

l'archibuserìa, traendo furiosamente contro i lavoratori dalla strada

coperta. Ciò non ostante condussero a perfezione la seconda; nè mettendo

tempo in mezzo, e dell'oscurità della notte giovandosi, vi alzarono di

molte batterìe. In questi bersagli si portarono egregiamente, e fecero

maravigliosi progressi contro la piazza i cannonieri Piemontesi tornati

ai servigi del re. Nè furono senza effetto le armi Francesi, perchè

molti buoni soldati dei confederati restarono uccisi, o feriti. Morì un

nipote del marchese di Castler, fu ferito gravissimamente il marchese

medesimo con grande rammarico di Suwarow, che conosceva, quanto quel

guerriero valesse. Era intendimento degl'imperiali, compita questa

seconda circonvallazione, di far pruova di cacciar i repubblicani dalla

strada coperta. In fatti tanto fecero coi cannoni, che spazzavano i

bastioni, e con le bombe e con le granate, che rendevano pericoloso e

mortale lo starvi, che i soldati di Francia l'abbandonarono, ritirandosi

del tutto nel corpo della piazza. Sottentrarono gl'imperiali, vi fecero

un alloggiamento stabile: poi con le zappe continuamente travagliandosi,

assieparono gli angoli sporgenti della medesima strada coperta, e si

condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina

dedizione. Già erano alzate le batterìe per battere in breccia, già le

scale pronte, già le artiglierìe della piazza più non rispondevano. Di

tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi

missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente

giorno si preparava, una presa di soldati fortissimi trascelti a questo

mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle

mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato

per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i

soldati; però, inclinando l'animo alla concordia, chiese, ed ottenne

patti molto onorevoli il dì ventuno luglio. Uscisse il presidio con

tutti i segni d'onore, che danno i vincitori ai vinti; si conducesse

negli stati ereditarj, vi stesse fino agli scambi, avesse Gardanne

facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i

confederati sino allo scambio. Fu assai bravo il contrasto fatto da

questo generale di Francia; ciò nondimeno fu accusato dell'essersi

arreso, prima che la breccia fosse aperta. Ma l'accusa non ebbe effetto,

perchè vennero poco dopo tante dedizioni, che fu manifesto, che la forza

insuperabile, non la codardia, od il tradimento avevano operato.

Restarono uccisi di Francesi seicento, di Cisalpini ducento. Fuvvi anche

molto sangue fra i confederati, perchè mancarono fra di loro in ugual

numero i soldati. Trovarono i vincitori nella fortezza conquistata

settemila fucili, più di cento cannoni, la maggior parte da risarcirsi,

dieci mortai, polvere in abbondanza, e munizioni da bocca

proporzionatamente. Fu celebrata la conquista di Alessandria con ogni

maniera di pubblica dimostrazione. Poi, per metter terrore, e per

isfogar l'odio, carcerarono i giacobini, come gli chiamavano; il che

contaminò l'allegrezza, perchè molti fra di loro appartenevano alle

famiglie principali del paese. Ma Suwarow voleva quel che voleva, ed

anche il consiglio supremo il secondava volentieri.

Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista

d'Alessandria dai collegati, e dai loro partigiani in Italia, che ebbero

occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova.

Aveva Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto

col consumarla per carestìa di viveri che con lo sforzarla per

oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza, che per assedio:

perciocchè s'arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora

avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le

mura sfasciate, ed il cinto della piazza rotto gli costrinsero in breve

tempo a quella risoluzione, cui il fare ed il non fare, tanto importava

a loro, ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era

arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma

non si era fatto molto avanti con le trincee, e perchè non aveva forze

sufficienti a circuire, ed a sforzare una piazza di tanta vastità, e

difesa da una guernigione di diecimila soldati. Per la qual cosa aveva

solamente applicato il pensiero al tenere impediti i luoghi, acciocchè

nissuno ajuto di genti, o di vettovaglia vi si potesse introdurre; aveva

anche fatto opera, posciachè Peschiera e Ferrara erano state soggiogate

dalle armi dei confederati, che le barche imperiali, che avevano

acquistato il dominio del lago di Garda, per le acque del Mincio

calandosi, e così pure un'armata di navi sottili ascendendo pel Po,

venissero fare spalla all'esercito terrestre, che stringeva la piazza.

Infatti l'essere padrone di Peschiera e di Ferrara, che sono a destra ed

a sinistra a guisa di opere esteriori di Mantova, dà maggior facilità a

chi è al tempo stesso signore della campagna, di acquistare per fame o

per forza quel baluardo principale d'Italia. Ma quando dopo le rotte di

Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti

all'assedio, per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava,

il novero di quarantamila soldati, il generale Tedesco, nel quale non si

poteva desiderare nè maggior animo, nè miglior arte, si accinse a voler

fare quello, che fino allora aveva solamente accennato. Per facilitargli

vieppiù l'impresa, gli mandava Suwarow alcuni pezzi d'artiglierìe ben

grosse, trovate nelle armerìe di Torino. Con questo accostamento si

trovò Kray in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da

fuoco. Alloggiava il più grosso nervo dell'esercito assediatore, la più

parte Austriaco, per modo che incominciando sulla sinistra alla Certosa,

e girando col mezzo alla Madonna, andava con la sinistra a terminarsi a

Capilupo. Un altro corpo di genti Austriache si era posto a rincontro di

San Giorgio. Eransi i Russi accampati oltre il canale di Sant'Antonio a

destra, ed a sinistra della strada che va a Verona: carico loro era di

battere la cittadella. Ma i corpi che avevano preso il campo e contro

San Giorgio, e contro la cittadella, non avevano l'ufficio di farsi via

per forza, o per rotture di mura nelle due fortezze: solo disegnavano

d'impedire la campagna al nemico, e battendo con le artiglierìe dargli

diversi riguardi, perchè meno fosse forte a difendersi in quella parte,

che principalmente Kray aveva fatto pensiero di assaltare, e dove

intendeva di far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il

nemico ostinato oltre il dovere resistesse. Nè stette lungo tempo in

dubbio circa la elezione, perchè la parte di porta Pradella gli si

appresentò tostamente come la più debole, sì per esser dominata

dall'eminenza di Belfiore, sì per non avere altra difesa esteriore, che

un'opera a corno, nè altra difesa di fianco, che il bastione di

Sant'Alessio molto lontano, una mezza luna a sinistra, ed il bastione di

Luterana a destra, sì per essere tutte queste difese molto anguste, e

perciò incapaci di molte artiglierìe, e di spandere i tiri alla larga,

anzi capaci all'incontro di essere molestate con fitto bersaglio dal

nemico, e sì finalmente per essere in questa parte il terreno manco

paludoso, e però più atto a ricevere gli approcci. Ma a volere che gli

approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli

oppugnatori l'impadronirsi del torrione, e del molino di Ceresa. A

questo fine tirando furiosamente contro i detti luoghi, sforzarono i

difensori a ritirarsene; poi fattovi impeto con una mano di soldati

animosi, vi entrarono, e vi si alloggiarono. Quindi senza starsene ad

indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione, che le

acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si

abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di

spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi

coi tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la

principale tempesta veniva da Osteria alta, dai siti vicini alla strada

per a Montanara, da Belfiore, da casa Rossa, da Paiolo, da Valle, e da

Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria aveva piantato le sue più

grosse e più numerose artiglierìe, per battere o per diritto o per

fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta

medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola

del T, e del Migliaretto.

Mentre con tanto fracasso, e con sì viva tempesta fulminava Kray la

parte più debole della piazza, tempesta, alla quale gagliardamente anche

rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee

dell'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di

zappatori, e di palauoli ordinati a venire dalle campagne insistevano a

scavare, e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli

assediati facessero ogni sforzo per isturbargli con le artiglierìe,

giacchè con le sortite a cagione della forza prepotente degli

assediatori non potevano, la prima circondazione o come ora dicono,

parallella, che si distendeva dalla strada per a Bozzolo insino a fronte

del bastione di Sant'Alessio; poi con gli approcci o con le traverse

avvicinandosi, piantarono sei batterìe, delle quali la prima batteva il

bastione di Luterana a canto la porta Pradella, le tre seguenti

bersagliavano l'opera a corno, e la mezza luna della medesima porta, la

quinta la cortina tra la porta medesima ed il bastione di Sant'Alessio,

la sesta finalmente questo bastione. Già i confederati erano arrivati a

compire la seconda parallella, e da questa con maggior furore

scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito

il terrore della città. Per tale furioso nembo furono scavalcate quasi

tutte le artiglierìe dei difensori: l'opera a corno, e le fortificazioni

di porta Pradella lacere e quasi intieramente distrutte offerivano agli

oppugnatori mezzo poco pericoloso di attaccare la piazza, e di entrarvi.

Al tempo stesso un altro corpo di Austriaci assaltava il vico di Paiolo

sito a rincontro di porta Ceresa, e dopo un ostinato combattimento se ne

insignoriva. Il generale Austriaco Esnitz, che reggeva la schiera

oppugnatrice di San Giorgio tempestò con sì gran romore in sembianza di

volerne venire ad un assalto che i repubblicani pressati da tante altre

parti, si deliberarono di abbandonare, lasciandola in potere degli

Austriaci, questa parte delle fortificazioni di Mantova, che è divisa

dal corpo della piazza per le acque del lago di mezzo, e dell'inferiore.

Tutti questi assalti e questi vantaggi diedero abilità al corpo

principale dell'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo

stesso dello spalto degli Austriaci scavarono, ed alzarono la loro terza

circondazione. Col nemico tanto vicino, con tutte le difese demolite o

fracassate, non potevano più sperare i Francesi di conservare in

possessione loro l'opera a corno, solo antemurale della porta Pradella,

ancorchè il presidio dell'abbandonato San Giorgio fosse venuto a

rinforzare i battaglioni che la difendevano. Pensarono adunque al

ritirarsi, il che effettuarono non senza aver prima chiodato i cannoni,

che non poterono trasportare. Accortisi gl'imperiali dell'accidente,

entrarono, vi si alloggiarono, e voltando dal bastione acquistato come

da luogo più vicino, l'artiglierìe contro la porta Pradella, se alcuna

cosa ancora vi era rimasta intiera, questa disfecero e rovinarono: già

battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di

diecimila o palle, o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata

Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto

vigorosa, e tanto violenta.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 22 / 26 段