Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern,

passando per Reggio e Parma, d'onde il duca, temendo dei repubblicani,

si era ritirato sulla sinistra del Po, condotto in Piacenza, nella quale

era entrato il dì quindici di giugno. Quindi gli si era accostato

Victor, che mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno,

varcati i monti Liguri per Sarzana e Pontremoli, e poscia calatosi per

Borgo di Taro e per Fornuovo, era arrivato al suo destino. Macdonald,

volendo prevenire il nemico, e romperlo prima che fosse fatto più

grosso, nè forse sapendo, che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito

sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto,

come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo

antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il

Tidone, ed a correre sino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo

passo i cavalleggieri della repubblica condotti dal generale Salm. Ma

Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow

di arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas,

udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di

Froelich, che sostenne la impressione dei Francesi: poscia sopraggiunse

opportunamente la vanguardia Russa, e tutte queste genti insieme unite

fecero un tale sforzo, il principe Bagrazione coi suoi Cosacchi sulla

dritta, il principe Korsakow con altri Cosacchi, e con soldati leggieri

d'Austria sulla sinistra, e finalmente Otto spalleggiato da Froelich sul

centro, che i repubblicani, quantunque con molta costanza

contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse

la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni, e dalle ferite. Erano i

due eserciti separati dal torrente Tidone. In questo momento

s'incominciavano a vedere gli errori di Macdonald, dei quali resterà

facilmente capace chi vorrà considerare quello, che si conveniva a

Suwarow di fare. Molto importava al generale di Russia di venire

subitamente alle mani col Francese, e di romperlo innanzi che Moreau

scendesse per le valli della Trebbia e della Scrivia ad assalirlo sul

fianco suo destro ed alle spalle; perchè, se non rompeva Macdonald prima

che Moreau arrivasse, gli era necessità di retrocedere; il che apriva la

strada ai due generali Francesi di congiungersi; o se avesse perseverato

nel proposito di guerreggiare a Piacenza, con Macdonald tuttavia intero

a fronte, e con Moreau alle spalle, al quale davano anche appoggio le

due fortezze d'Alessandria e di Tortona, sarebbe stato condotto a

qualche pessimo partito. Adunque se importava molto a Suwarow il venire

incontanente alle mani con Macdonald, importava del pari a Macdonald il

temporeggiare con Suwarow, perchè è impossibile che quello, che è utile

ad una delle parti contrarie, non sia dannoso all'altra. Bene e

lodevolmente fece Macdonald assaltando sul suo primo giunger Otto, ed

oltre il Tidone cacciandolo, perchè allora, non sapendo che Suwarow

fosse tanto vicino con tutte le sue genti, gli conveniva passare per

accostarsi a Moreau: ma quando dalle novelle avute, ed ancor più dal

duro rincalzo si era accorto, che non più con una piccola parte, ma con

tutto l'esercito nemico aveva a fare, non solo più prudente, ma ancora

necessario partito era l'astenersi, il temporeggiare, il ritirarsi lento

e cauto, finchè avesse novelle certe di quanto portasse la guerra fra

Novi e Tortona; e che Moreau venuto al piano, avesse assaltato il

nemico. Ciò non di meno si deliberava a combattere, risoluzione più

animosa che prudente, o che a ciò il muovesse una troppo viva speranza

di vittoria, o il pensiero ambizioso di essere chiamato lui solo

liberatore d'Italia, o la ripugnanza di congiungersi con Moreau, al

quale per l'anzianità del grado avrebbe dovuto obbedire.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato,

durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti

ostinate alla vittoria, o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi, che

venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere

a nissuno, comandamento barbaro, e degno di eterno biasimo, e

scannassero gridando _urra_, _urra_. Ma nel fatto i soldati mostrarono

maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano

schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al

Tidone: il destro corno governato da Olivier si distendeva verso il Po,

ed avea con lui la cavallerìa di Salm: nel sinistro si trovavano i

Polacchi con Dambrowski, e con la schiera di Rusca; contenevano il mezzo

i soldati di Montrichard, e di Victor. Dalla parte sua Suwarow aveva

ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti, Otto a

sinistra verso il Po, poi più su seguitando, prima Froelich, poi

Forster, poi Rosemberg, poi Bagrazione, finalmente un Schweicuschi,

Russo generale. Guidava le due prime schiere composte quasi totalmente

di Austriaci, quale duce supremo, Melas, le due ultime composte per la

maggior parte di Russi, Suwarow. Passato il giorno diciotto di giugno il

Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i

repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i

primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico;

Bagrazione guidava la vanguardia; ma essendo la campagna piena di fossi

e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Francesi, vedutolo

venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di

lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano,

e sarebbero anche andati in rotta, s'ei non fosse stato presto a

soccorrergli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò,

che non solo la fortuna della battaglia si ristorava dal canto degli

alleati, ma ancora i Francesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti

loro. Il quale accidente vedutosi da Macdonald, mandava alcuni

reggimenti di Victor, che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo

piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva

Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si

attaccava in questa parte un'asprissima battaglia, che durò molte ore.

Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia composta massimamente di

Cosacchi, e di uno squadrone Austriaco si attaccava con la vanguardia

repubblicana, e dopo un ostinato conflitto la sforzava a piegare.

Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnìe, ed urtando a

forza la vanguardia Francese, che già si ritirava, la ruppe. L'impeto

delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani,

lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato,

oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva, che in questo fatto andava la fama propria, e la

fortuna della battaglia, rannodò di nuovo i suoi, facendo in questo

tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Congiunse con loro

alcune compagnìe della schiera di Olivier, e gli mandava nuovamente a

combattere sulla sinistra del fiume, gli animava quantunque fosse molto

impedito dalla ferita avuta nel combattimento di Modena, con la voce,

con la mano, e con l'esempio. Riempiva con arte eccellente i luoghi

vacui fra gli squadroni dei soldati a piedi con drappelli di cavallerìa,

affinchè potessero maggiormente allargarsi, e non fosse fatta facoltà al

nemico di ficcarsi in mezzo. Così ordinato, e di nuovo confidente

marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce:

Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto, se Froelich,

veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo

avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la

fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Francesi, cioè verso il Po, si

combatteva anche egregiamente per la repubblica, e per l'impero; perchè

e Francesi ed Austriaci, memori gli uni e gli altri degli odj antichi, e

delle recenti battaglie, mostravano una grandissima costanza, i primi

incoraggiati da Olivier, e da Macdonald medesimo, che era accorso, i

secondi da Otto, da Froelich, e da Melas; forti tutti, e periti

capitani. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio,

e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei

confederati, che prevalevano di cavallerìe, e di artiglierìe. Fu rotto

Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra:

tutti furono obbligati a cercar ricovero straziati dalle ferite, e

bruttati di sangue sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia

orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti, o

moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e

munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava

sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda

strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia

non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova

battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani

innanzi che Moreau gli romoreggiasse alle spalle. Pensava medesimamente

Macdonald per la sua pertinacia insolita ad esser vinta, od a piegarsi,

di assaltare alla nuova luce quel nemico, che già per due volte aveva

tentato con tanto danno de' suoi, e con sì poco frutto. Nel che come si

possa scusare, noi non possiamo restar capaci; e se si può lodare di

coraggio, certamente non si può di prudenza: perchè se dubbio era, che

vincesse il diciotto, ancor più dubbio era per l'efficacia dei

precedenti fatti, che potesse vincere il diecinove, e la rotta del suo

esercito importava la ruina di quello di Moreau, e di tutte le cose

Francesi in Italia. Solo stabile speranza poteva essere per lui l'essere

ajutato da Moreau; ma che questi fosse per arrivare a combattere

l'inimico nel momento stesso della battaglia, era cosa molto incerta, nè

Macdonald la poteva sapere: che se dopo la medesima fosse arrivato,

sarebbe stato il suo arrivare inutile, nè avrebbe potuto riguadagnare la

battaglia perduta. Adunque pare a noi, che la ostinazione di Macdonald

dell'aver voluto tornar al cimento non sia da lodarsi, e qualunque sia

il biasimo, che Moreau abbia meritato per non essere venuto a tempo,

Macdonald non può schivar quello di non lo aver aspettato.

Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi

Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva

alle undici della mattina del diecinove di giugno le sue genti contro

l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima, che

nei giorni precedenti. Ordinava nel suo pensiero il generalissimo di

Francia di circuire, stando fermo sul mezzo, e dopo di aver passato il

fiume, con le due ali estreme il nemico, cioè di spuntarlo e verso i

monti, e verso il Po. Con singolare intrepidezza passarono i

repubblicani la Trebbia, ancorchè aspramente fossero bersagliati dalle

artiglierìe nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che

ferivano a scaglia. Rusca, e Dambrowski s'attaccarono sulla sinistra

verso i monti con Bagrazione. Nissuno creda che maggior valore nelle più

aspre battaglie si sia mostrato mai di quello, che in questa mostrarono

e Francesi, e Polacchi, Russi, ed Austriaci. Pinsero Rusca, e Dambrowski

con grandissimo impeto Bagrazione, e col medesimo impeto gli rispingeva

Bagrazione, quanto era urtato riurtando. Cominciarono a balenare i

soldati di Dambrowski; Rusca accorreva con un grosso di genti scelte in

suo ajuto. Menò egli sì terribilmente le mani, che non solo il Russo

piegava, ma ancora i Francesi, preso nuovo ardire, assaltavano

Schweicuschi con tanta energìa, che lo conciarono per la peggio,

tagliarono a pezzi un intiero reggimento, lo rispinsero lungo spazio, e

lo cacciarono dalla terra di Casaliggio, della quale s'impadronirono.

Lampeggiava in questo punto la speranza della vittoria pei Francesi, e

l'avrebbero anche ottenuta, se non fosse venuto in soccorso delle

schiere pericolanti di Russia il generale Austriaco Dalheim con un

grosso rinforzo di genti Tedesche: efficacemente il secondava la

cavallerìa Russa, che già si era riordinata. Si rinnovava la mischia più

fiera di prima, nè questi cedevano, nè quelli; diè Dambrowski segni di

disperato valore: due volte respinto, due volte tornò più animoso al

combattere, nè si partì dalla battaglia, se non quando arrivò Rosemberg

con un forte apparecchio d'artiglierìe leggeri, che fulminando i

contrastanti, gli costrinsero, sebbene tuttavia combattenti, alla

ritirata sulla destra riva del fiume. Fu questo affronto

sanguinosissimo, e mortale per ambe le parti, la legione Polacca vi fu

conquassata, e lacerata all'estremo. Ma se i repubblicani vi perdettero

molta gente, gl'imperiali ve ne perdettero altrettanta.

Non era stata nè meno ostinata, nè meno sanguinosa la battaglia sui

campi, che avvicinano il Po. Quivi contuttochè Melas si fosse molto

affaticato con le artiglierìe per impedire ai repubblicani il passo

della Trebbia, dalle quali avevano molto patito, erano ciò non ostante

riusciti sulla sinistra del fiume, ed avevano principiato a dare

esecuzione al disegno ordinato da Macdonald. Una colonna urtava di

fronte Otto, mentre un grosso di cavallerìa difilandosi lungo il Po,

s'ingegnava di riuscire oltre l'ala estrema degl'imperiali. Le fanterìe

Tedesche già cedevano all'impeto delle Francesi, quando venne in

soccorso loro con una gagliarda squadra di cavallerìa il principe di

Lichtenstein. Diè la carica alle fanterìe Francesi, e le respinse: diè

la carica alle cavallerìe accorse in ajuto delle fanterìe, e le

respinse. Arrivava in questo dubbioso punto con la seconda squadra dei

suoi fanti Olivier, e facendo uno spaventoso trarre di artiglierìe

leggieri, disordinava i cavalli di Lichtenstein, e gli costringeva alla

fuga. Fra la furia del rinculare percossero nel reggimento dei

granatieri di Wowerman, e il disordinarono, e se le fanterìe di Francia

si fossero fatte avanti per usare la occasione aperta dalle artiglierìe

leggieri, sarebbe nato in questa parte qualche gran sinistro per

gl'imperiali; ma esse, non so perchè, si sostarono. Intanto

Lichtenstein, che era uomo prode, ed i granatieri di Wowermann, che

erano uomini forti, ed esercitati nelle battaglie, si riordinarono, e

tornarono al cimento: trassero con loro un grosso rinforzo del

reggimento di Lobkowitz. Il rincalzo fatto da tutte queste genti unite,

ed animate da Melas, da Froelich, e da Otto diventò sì forte, che

Olivier disperando la vittoria, la lasciò in mano del nemico, sulla

destra riva dell'insanguinata Trebbia ritirandosi. Salm, che co' suoi

cavalli correva lungo il Po per circuire Otto, veduto che per la

ritirata di Olivier restava solo esposto all'impeto di tutta la schiera

vincitrice, velocemente correndo, si ritirava ancor esso agli

alloggiamenti oltre il fiume.

Bene, come si è veduto dalla narrazion nostra, fu combattuta questa

battaglia dalle due ali dell'esercito Francese sul principio, male sulla

fine; il che fu cagione, che, se esse si ritirarono intiere sulla destra

della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.

Avevano i Francesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda

sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi,

bravamente resistendo, gli rincacciava. Venuta la seconda fila

repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra

breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere

di lontano, vennero tosto alle prese con le bajonette: fu quest'urto

tanto micidiale sostenuto quinci e quindi con un valore inestimabile.

Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle

file, i viventi vi si gettavano, e facevano battaglia con le sciabole, e

quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi,

e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli

fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a

ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente,

ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi condotto dal colonnello

Lowneher, che diede animo ai Russi, lo scemò ai Francesi; caricando, e

smagliando la cavallerìa, che fiancheggiava la schiera di Montrichard.

Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente,

cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta

la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se

ne desse molto pensiero, e molto vi si sforzasse. La rotta di

Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow

accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de'

suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col

suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale Francese per fianco. Pensò

allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente,

per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza

dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera, e

fieramente seguitata dalla cavallerìa nemica, si era ritirata a

salvamento oltre quel fiume, che con tanta speranza di vittoria aveva

poche ore prima passato. La Trebbia, funesto fiume per tante battaglie,

non vide mai tanto sangue, quanto a questi giorni: il suo letto orrido

pei mucchj dei cadaveri, massimamente più verso la sua foce nel Po,

perchè quivi nel passare furono i Francesi terribilmente bersagliati

dalle artiglierìe di Melas. Dei repubblicani in quelle tre giornate fu

uno scempio di circa sei mila soldati morti, o feriti; tre mila

prigionieri ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu minore il numero

degli uccisi dalla parte degli imperiali, e quasi niuno quello dei

prigionieri. Alcune bandiere dei repubblicani furono conquistate dai

confederati; pochi cannoni vennero in poter loro, perchè Macdonald per

non essere ritardato dall'impedimento dell'artiglierìe più grosse, le

aveva lasciate nello stato Romano, solo conducendo seco le leggieri.

Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi

riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che

aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi,

quantunque a ciò di mala voglia, e costretto dal parere dei compagni, si

risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta

esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del

combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune

genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita,

s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce

illustrasse l'Italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo

Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar

l'assalto al nemico nei suoi proprj alloggiamenti. Nè avendolo trovato,

ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per

la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i

Russi a Zema il retroguardo Francese governato da Victor, e l'assalirono

con molto valore, e con ugual valore fu loro risposto dai Francesi, cosa

maravigliosa dopo gl'infortuni recenti. La diciasettesima, postasi in un

luogo forte, fece spalla al ritirarsi dei compagni, ma circondata

finalmente da un nemico a molti doppj più grosso, fu costretta a deporre

le armi, dandosi prigioniera in poter del vincitore. Dall'altro lato i

Tedeschi arrivarono addosso ai Francesi presso a Piacenza, e ne fecero

molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente

Rusca, Salm, e Cambray; quest'ultimo morì fra breve per le ferite avute

nella battaglia. Rusca ebbe una gamba sconcia, Olivier una meno,

entrambi guerrieri buoni, e di forme egregie di corpo. Avrebbe voluto

Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto, che

Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla

Bocchetta, e calando dai monti minacciava di trarre a mal partito

Seckendorf, e Bellegarde, dei quali il primo stringeva Tortona, il

secondo Alessandria; che anzi il capitano di Francia avrebbe potuto fare

addosso al suo retroguardo qualche fazione di sinistro augurio.

Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a

Hohenzollern, ed a Klenau, che perseguitando facessero a Macdonald tutto

quel maggior male, che potessero. Ma prima ebbe mandato una presa di

Cosacchi a disfare quella testa di Liguri, che sotto il governo di

Lapoype stanziava a Bobbio; la qual cosa venne loro agevolmente fatta.

Domandano molti, perchè Lapoype, invece di scendere ad ajutare

Macdonald, se ne sia stato inoperoso in un momento, in cui la più

efficace attività era richiesta: alcuni il tacciano di poco animo, altri

di animo rotto per non aver saputo svilupparsi a tempo dai piaceri di

Genova. Ma egli stava agli ordini di Moreau, non di Macdonald, e se il

generalissimo non gli aveva comandato di calarsi, non si vede come il

potesse fare da se. Pare poi cosa molto inverisimile, per non dir del

tutto falsa, che Moreau gli desse il comandamento di scendere, perchè ei

non poteva supporre, che Macdonald fosse, non so se mi debba dire o

tanto imprudente, o tanto temerario, che volesse mettere da se solo a

cimento sorti sì gravi quando temporeggiando solamente due giorni, le

avrebbe potute mettere coi due eserciti uniti insieme. Da tutto questo

si scorge, che se Suwarow avesse tardato ad arrivare solo due giorni, o

Macdonald solo due giorni a combattere, vinceva, per quanto delle

probabilità di guerra si può giudicare, la fortuna di Francia. Sonvi

alcuni, che accusano Macdonald di essere arrivato troppo tardi, perchè

tornando da Napoli giunse a Firenze il dì ventisei di maggio, e solo

partinne il dì otto di giugno: pare cosa strana quell'avere accennato sì

presto, e colpito sì tardi. Se avesse corso, affermano, difilato, con

dare solamente alle sue genti i riposi necessari, sarebbe certamente

giunto a Voghera, prima che Suwarow vi arrivasse, e la unione dei due

eserciti stata certa, e sicura. Di questo noi non vogliamo giudicare,

perchè non abbiamo scienza del marciare degli eserciti, nè dell'immenso

viluppo, che a' nostri tempi e' si tirano dietro. Certo, se

l'accusazione è vera, la posterità Francese avrà molto a dolersi di

Macdonald.

Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di

ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di

Levante condurre le sue genti all'unione in Genova con quelle di Moreau.

Ei ne venne ciò non ostante a capo con uguale e perizia e felicità.

Ordinava a Victor, che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i

sommi gioghi dell'Apennino, calasse per quella della Magra nel

Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora

sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e

felicemente, più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla

volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoja. Disperse le genti

leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il

viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a

grossa taglia, mandò presidj a Bologna ed al forte Urbano: poscia

salendo s'internava nella valle del Panaro, ed arrivava al suo

alloggiamento di Pistoja. Poco stettero Bologna, ed il forte ad

arrendersi ai confederati. Nè il generale Francese voleva pei disegni

avvenire, e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana.

Perlochè, chiamate a se le guernigioni di Livorno, e dell'isola d'Elba,

che avevano capitolato, la prima con un Inghirami, condottiere di

Toscani sollevati, la seconda con Napolitani e Toscani misti d'Inglesi,

e poste sulle navi per a Genova le artiglierìe e le bagaglie, si avviava

per la strada di Lucca alla volta dei territorj Liguri, e quivi

conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso

dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in

sembianza di vincitore che di vinto, per lo smisurato valore dimostrato.

Del resto mostrossi Macdonald in Italia uomo di generosa natura: fu

anche umano, malgrado delle cose eccessive che pubblicò a Napoli, e che

rinfrescò in Toscana: si astenne da quel d'altrui, abborriva i rubatori.

Amava più la gloria che la repubblica e la libertà, come d'ordinario

l'amano i soldati. Gli piacevano meglio i governi temperati, che gli

sfrenati. Insomma ei fu in Italia personaggio commendevole, e sarebbe

stato anche più se un amore smisurato di fama non l'avesse fatto errare.

Ebbe i difetti degli animi generosi, e non fu poco in mezzo a tanti vizj

di animi vili. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti

Francesi, che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza

di Ferdinando.

Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone,

Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e

passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di

Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di

divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava,

essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il

giorno diciotto al momento stesso, in cui Macdonald era alle mani con

gli alleati fra il Tidone e la Trebbia, Moreau assaltava gli Austriaci

nel campo loro sotto Tortona, e quantunque, condotti da Seckendorf e da

Bellegarde, si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i

Francesi di numero, furono costretti a cedere e perdettero San Giuliano;

perseguitati acerbamente dai repubblicani nel piano di Marengo,

disordinati, e rotti si ritirarono oltre la Bormida.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 21 / 26 段