destra guidata da Olivier accosto agli Apennini, coll'intento di
riuscire per la strada di San Germano, Isola, Ferentino, Valmontone, e
Frascati, verso Roma. La sinistra condotta da Macdonald seguitava verso
la capitale medesima dello stato Romano la strada più facile della
marina. Erano con questa le più grosse artiglierìe, e le principali
bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue,
parecchie volte per condursi al suo destino. San Germano si oppose con
le armi, fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter
arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene
armati: assaltarono i Francesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del
passo, la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione, che un
accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva
il fine. All'ultimo cacciati di casa in casa a viva forza, si
ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali
sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo
mandato avanti per trattare l'accordo del passo, ed alla tanto ostinata
resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la
terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti
ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano
sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per forma che
il furore della presente ebbrezza congiunto col furore della precedente
battaglia gli fece trascorrere in opere abominevoli. Nè più davano retta
ai loro ufficiali, o generali, che gli volevano frenare, che alla
ragione od alla umanità. Sorse la notte: era una grande oscurità,
pioveva a dirotta. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle,
incesero la città, che in poco d'ora fu da se stessa tanto disforme, che
non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.
Così Isola perì per furore, prima proprio, poi d'altrui. Passarono i
Francesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a
Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì sedici maggio nelle
sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse, e con
discorsi di rammemorazione delle cose fatte dai repubblicani di Francia,
lasciate, per marciare più spedito, le artiglierìe, e gl'impedimenti più
gravi e guernite di presidj le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di
Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia
succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi, in cui i
Francesi insistevano coi presidj, tutti gli altri si erano voltati in
favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa
mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore, e con tanta
ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che
queste.
La sede principale della sollevazione erano Arezzo, e Cortona, le quali,
siccome vicine allo stato Romano, avevano preso animo a far tentativi
dai moti, che in lui poco innanzi erano sorti. Il sito le rendeva
sicure, essendo poste sopra monti alti, ed erti. Arezzo si era con ogni
miglior modo, che alle guerre tumultuarie si appartenga, fortificata;
anzi ogni edifizio era fortezza: vedevansi feritoje aperte in ogni muro,
i tetti la maggior parte levati, le sommità delle case appianate,
acciocchè i difensori potessero insistervi a ferire il nemico; i capi
delle contrade muniti di cannoni, ed assicurati con isbarre e con
isteccati. Numerose squadre di gente venuta dal contado, e variamente
armata custodivano le porte, e curiosamente, e diligentemente
esaminavano chi entrava, e chi usciva. Uffizj divini si celebravano ogni
giorno nella cattedrale dal vescovo, e dal clero in ringraziamento delle
vittorie acquistate dagli alleati, e dai Toscani contro i Francesi.
Stava appeso a guisa di trofeo alla volta della chiesa un cappello con
gallone in oro, che era stato di un ajutante generale Polacco ucciso
nelle vicinanze di Cortona con una coltellata per inganno da un prete,
mentre era venuto a parlamento con lui. Muovevansi sospetti ad ogni
tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, a ragione o a
torto, di giacobino, e mal per chi non aveva i capelli in coda, e chi
non gli aveva, gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardor gli
trasportava, si avventavano alle persone che conoscevano, gridando:
«Giur'a Dio, se sapessi, che lei è giacobino, gli passerei il cuore con
questo coltello». E sì brandivano il coltello, e facevano l'atto di
ferire. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia
quest'uomini tanto sfrenati contro i Francesi, e contro coloro che
avevano o che parevano aver odore di essi, si mostravano obbedientissimi
al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo
un magistrato supremo sotto titolo di suprema regia deputazione, in cui
entravano preti, nobili, e notabili. Un cavaliere Angelo Guilichini
presidente; uomini nè sfrenati, nè feroci, ma non potevano impedire il
furore del popolo: solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Dì e
notte sedevano per esser sempre pronti ai casi improvvisi. Facevano
disegni di nuove sommosse in favor del gran duca continuamente; traevano
a suo nome tutti i magistrati, mandavano ordini alle città tornate a
divozione, mescolavano ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle
guardie urbane i soldati regolari, che già avevano vestito l'abito, e le
insegne del governo ducale; e poichè pensavano a far vera guerra,
avevano calato certo numero di campane con intendimento di fonderle ad
uso di cannoni. Delle nappe, e dei colori non parlo, perchè fra quelle
turbe tumultuarie chi portava l'insegna di un santo, chi di un altro,
chi della Madonna, chi del papa, chi dei Russi, chi degli Austriaci, chi
del Gran Duca, chi tutte queste insieme; e chi era stato tinto nelle
faccende precedenti, più ne portava, col fine di allontanar da se quel
nembo tanto pericoloso. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale come
quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si
mettevano, perchè le cose dei Francesi erano ancora in essere, e
potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure
Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono
cagione, che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i
confederati vi arrivassero; proponimento lodevole, ma bruttato da fatti
scelerati. Fu Cortona messa a dura pruova. Polacchi venuti da Perugia
accorrevano per tornarla a divozione di Francia. Seguì una fiera zuffa a
Terontola, dove i Cortonesi erano andati ad incontrargli, poi a
Campaccio a piè del monte, perchè i Polacchi prevalendo per arte di
guerra, si erano fatti avanti. Infine venne il conflitto sulle mura
stesse della città. Tentavano i soldati forestieri di sforzare le porte
di San Domenico, e di Sant'Agostino, e di dare la scalata; ma quei di
dentro si difesero sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero,
avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna Francese molto forte, che
era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto, che fossero
salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.
Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a
Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva la intimazione. Mandò contro
gli Aretini un bando terribile, che passerebbe a fil di spada, che
darebbe la città al sacco ed alle fiamme, che rizzerebbe sulla piazza
d'Arezzo una piramide con queste parole: _Arezzo punita della sua
ribellione_. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il
Francese non si accinse a domargli, lasciando pendenti le cose loro,
perchè non era parata l'occasione di vendicarsi. Era Arezzo città forte,
e fuor di strada, ed ei voleva camminar veloce alla impresa. Un Andrea
Doria mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i
Francesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andaronvi i
Francesi, saccheggiarono, ed arsero la terra. Simili spaventi
succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta, e
sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non
avesse intoppi di ammottinamenti di truppe per mancanza dei soldi,
perciocchè da lungo tempo non erano espedite dei loro pagamenti,
Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e
Reinhard, come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor
denaro. Ordinava Bertolio, con intervento del governo servo di Roma, una
tassa sui domestici, sui cavalli, sulle botteghe, sulle porte, un'altra
del due per centinajo sui capitali fidecommissarj dichiarati liberi, ed
ambe dovessero pagarsi nel termine di dieci giorni; il che come fosse
possibile, potranno facilmente giudicar coloro, che hanno conosciuto le
ruine dei Romani. Reinhard comandava, che da tutte le chiese, monasteri,
e conventi, e dalle sinagoghe, e da altri tempj, di qualsivoglia rito
fossero, si togliessero le argenterie superflue, ed il ritratto
s'investisse in benefizio dell'esercito. Già si erano espilati i monti
di pietà, e solo quando vennero i pericoli estremi, e quando il
restituire era paura, non generosità, si erano restituiti i pegni di
valuta minore di dieci franchi. Erano a questo tempo le genti dei
confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di
Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese, il principe
Hohenzollern il Modenese, Otto stava sugli Apennini, massime a
Pontremoli, Bellegarde venuto dai Grigioni, circondava d'assedio
Alessandria e Tortona, Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar
sesto al governo, per ridurre a divozione alcune valli dell'Alpi, e per
osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni o
verso Cuneo, o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata
era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau
poteva tornare più grosso da Francia. E' pare anzi certo, che se i due
generali Francesi si fossero meglio accordati fra di loro
nell'esecuzione del disegno concetto da Moreau, qualche grande
infortunio sarebbe venuto addosso ai confederati, e si vede meglio in
Suwarow l'arte di ben condurre una battaglia, che di modellare pensieri
larghi e lontani di guerra, della quale perizia massimamente debbonsi
lodare gli eccellenti capitani. Infatti non fece egli motivo
d'importanza per proibire il passo degli Apennini a Macdonald, nel che
consisteva tutta la fortuna della guerra. Bastò, che la legione Polacca
romoreggiasse intorno a Pontremoli, perchè il debole presidio, che vi
stava a guardia, si ritirasse. Nè il generale Russo, avendo le
popolazioni amiche, e molta cavallerìa, poteva temere, che i presidi
delle fortezze, che ancora si tenevano pei Francesi, gli facessero
qualche moto d'importanza alle spalle. Laonde ci poteva sicuramente
stare grosso e rannodato per opprimere Moreau e Macdonald là dove si
fossero mostrati, e chi vincesse la battaglia, avrebbe anche vinto le
fortezze. Gli accidenti posteriori mostrarono, quanto abbia errato
Suwarow nello alloggiare tanto spartito.
Moreau, dato voce che avesse avuto grossi rinforzi di Francia, e che
maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel
Mediterraneo una flotta Francese proveniente da Brest con qualche
battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso
a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi speditamente
marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le
sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di
congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow
le poteva ignorare. Ciò nondimeno ei se ne stava a consumarsi intorno
alle fortezze, ed alle montagne Piemontesi. Ma non istette lungo tempo
ad accorgersi, che se per valore ei non era inferiore agli avversarj,
gli avversarj lo avanzavano per arte, e che aveva a far con capitani,
che per perizia nelle cose di guerra erano fra i primi del mondo. Già
Victor camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a
congiugersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia
si approssimavano al loro compimento. Macdonald, chiamate a se tutte le
genti che stanziavano in Toscana, salvo le guernigioni di Firenze, di
Livorno, e di alcuni altri luoghi forti sul littorale, s'incamminava
alle accordate fazioni, per le quali si prometteva la liberazione
d'Italia. L'ala sua dritta condotta da Montrichard pel passo di Lojano,
che sempre era stato tenuto dai Francesi, marciava contro Bologna; la
sinistra, conquistato prima dalla legione Polacca di Dambrowski il passo
di Pontremoli, si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo
alloggiamento in Fornuovo, luogo celebre per la vittoria di Carlo ottavo
re di Francia sulle genti Italiane governate dal marchese di Mantova.
Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald, varcato il sommo degli
Apennini a Pieve di Pelago, per la strada che da Pistoia dà l'adito a
Modena, si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro,
ed impadronitosi di Venanzio, di Sassuolo, e di altri luoghi posti sul
fiume, si era innoltrato per Casinalbo e Salicelta insino al Casino
Brunetti a piccola distanza da Modena. Moreau dal suo lato si era
ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Tortona ed
Alessandria. Già aveva mandato per dar la mano più verso il piano, e più
da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a
Bobbio.
Queste mosse dei capitani della repubblica diedero che pensare ai
generali dei due imperj, e gli fecero accorti, che era loro mestiero, se
non volevano che l'Italia fuggisse loro dalle mani, di rannodarsi con
molta prestezza; a tale strettezza erano condotte le cose, che un giorno
solo d'indugio poteva aprir la occasione di una totale vittoria ai
Francesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la
oppugnazione in assedio, andava a porsi con diecimila soldati a
Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Temeva, che
Macdonald, passato improvvisamente, e con forze preponderanti il fiume,
non gli guastasse le opere fatte contro la piazza, e la liberasse
dall'assedio. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare
spalla a Klenau, ed a Hohenzollern, che erano in pericolo di essere
pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale Francese
accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla
destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Francesi andava a
ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor, con la sinistra, Otto; e
tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma,
che calpestati da tante genti, da paesi fioritissimi erano divenuti
orridi per la fame e per la miseria. Il ducato di Parma principalmente
si trovava molto consumato per le gravi esazioni commessevi da Otto. Ma
i raccontati rimedj usati dagli alleati non erano bastanti per
distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau,
Hohenzollern, e Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.
Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di
Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di
Paolo, e volendo ricompensare con la celerità l'errore dell'aver troppo
spartito le sue genti, si mise senza indugio a correre con prestissimi
passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si
fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo, perchè il Francese
non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali Austriaci.
Pertanto marciando sulla destra del Po già si avvicinava ai campi famosi
per antiche battaglie, e che del pari erano per diventar famosi per
pruove di non minor valore date da nazioni venute anch'esse di lontano
per ammazzarsi. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del
Panaro. Il giorno dieci di maggio succedeva un grosso affronto tra i
soldati armati alla leggiera delle due parti. Sulle prime i repubblicani
caricarono con tanta forza gl'imperiali, che gli rincacciarono fin oltre
Casino Brunetti. Ma trasportati dall'impeto, essendosi troppo inoltrati,
furono sì aspramente assaliti ai due fianchi dalla cavallerìa Austriaca,
che furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si
combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti,
sforzandosi Olivier e Rusca di rompere la fronte del nemico per separare
Hohenzollern da Otto. La cavallerìa repubblicana condotta dal generale
Forest urtò con grande impeto il nemico, e già il faceva piegare, quando
il generale Tedesco spinse avanti il reggimento dei fanti di Preiss,
guidato da un colonnello molto valoroso, che aveva nome Wedenfels.
Questo reggimento diè sì forte carica ai repubblicani, usando la
bajonetta, che nol poterono sostenere, e si ritirarono verso le
montagne, lasciando la terra di Sassuolo in poter dei Tedeschi. Non
erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un
ardore inestimabile di combattere in ambe le parti, che un evento
terminativo di battaglie. Ma il dodici giugno fece Macdonald un motivo
assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che sebbene meno
grossi de' suoi il molestavano, e gl'impedivano il passo a' suoi disegni
ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione, che Hohenzollern
ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.
A questo fine, fatto calare la sua sinistra verso Reggio, le ordinava,
urtasse il nemico, e si mettesse in mezzo tra Hohenzollern, e Otto; il
che poteva agevolmente venir fatto, perchè le genti di Otto si trovavano
sparse e lontane. Egli medesimo con la mezza contro Modena dirittamente
difilandosi, voleva far opera di romperla, e d'impadronirsi della città.
Al tempo stesso, passando con la destra il Panaro, si proponeva di
spuntare da questa parte la sinistra degli Austriaci; e di separare per
questa mossa Hohenzollern da Klenau. Ma perchè quest'ultimo non potesse
accorrere in soccorso del compagno, il faceva assaltare da Montrichard,
che già colle sue genti aveva liberato d'assedio il forte Urbano. Per
questo Montrichard, muovendo due colonne, una da Bologna, l'altra dal
forte Urbano, se ne giva per attaccare Klenau, che aveva le sue stanze a
Castel San Giovanni.
Fecero egregiamente i Francesi l'opera del loro perito ed audace
capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Francesi e
dai Tedeschi, e durò molte ore: i cavalli massimamente andarono alle
prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le
fanterie vennero replicatamente alla pruova delle bajonette. Pure i
repubblicani superavano pel numero, e se tutto il disegno di Macdonald
avesse avuto il suo compimento, era già fin d'allora perduta la fortuna
dei confederati in Italia: il che dimostra chiaramente l'errore di
Suwarow dell'avere in sì fatta guisa spartito le sue genti. La sinistra
ala dei repubblicani riusciva nell'intento; perchè cacciati i Tedeschi,
ed occupata la strada, che dà a Reggio, s'intrometteva tra Hohenzollern
e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale Tedesco, dove egli
medesimo combatteva, animando i suoi, fu obbligata a piegare, e
lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto
questo corpo Austriaco, secondo il disegno ordito dal generale Francese,
circondato e preso, se Montrichard avesse vinto sulla destra, come
Macdonald aveva sulla mezza, e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando
che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i
repubblicani, che si difilavano contro di lui da Bologna, sforzandogli a
tornarsene sulla sponda destra della Samoggia. Poi si affrontò con
l'altra schiera, che gli veniva incontro dal forte Urbano, e trovatala e
combattutala a Sant'Agata, la costringeva alla ritirata. L'avrebbe anche
condotta a peggior partito, se Macdonald vittorioso dalla sua parte non
le avesse mandato genti in soccorso. La resistenza di Klenau fu la
salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si
ritirava alla Mirandola; poi non credendosi sicuro sulla destra del Po,
venuto a San Benedetto, e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava
sopra un ponte di barche a San Niccolò per andarsene ad aspettare sulla
sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto, si
condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù
dilungandosi andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco
distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi
faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra
breve per arrivare.
Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici
centinaja di prigionieri, e forse pari numero tra morti e feriti. Dei
Francesi mancarono tra morti e feriti circa un migliajo; pochi vennero
in poter dei vinti. Fu morto il loro generale Forest, mentre virilmente
combattendo con la cavallerìa, dava la carica al nemico. Macdonald fu
ferito, non da Tedeschi, nè nella mischia, ma da Francesi dopo la
vittoria. Militava sotto le insegne Austriache un reggimento di Francesi
fuorusciti sotto il nome di cacciatori Bussy. Di questi, cinquanta, dopo
di avere egregiamente combattuto, trovandosi separati dai compagni, con
animosa risoluzione si deliberarono di aprirsi il varco con le armi in
mano a traverso i nemici, che gli circondavano da ogni parte. Laonde
impetuosamente urtando quanto loro si parava davanti, rotte le guardie,
riuscirono all'alloggiamento di Macdonald, che co' suoi ufficiali, e con
pochi soldati se ne stava securamente attendendo alle bisogne della
vittoria. Fu forza, che la debole guardia di Macdonald, ed egli medesimo
cacciassero mano alle spade per difendersi da un assalto tanto
inopinato. Ne seguitava una furiosa baruffa, nella quale restò ferito il
generalissimo di Francia. I fuorusciti, che avevano la mira al salvarsi,
non al vincere, dando dappertutto segni di un valore incredibile,
attraversato il campo dei repubblicani, attraversata Modena, che in mano
dei repubblicani già era venuta, ridotti da cinquanta a sette,
riuscirono all'alloggiamento Austriaco della Mirandola. Meritarono fra
gli Austriaci principal lode di valore il reggimento di Preiss già sopra
nominato, e quello di Klebeck, sopra i quali cadde il più grave pondo
della battaglia: patirono gravemente i loro soldati.
Fu biasimato Macdonald, anche da uomini periti della guerra, del non
avere dopo la vittoria, varcato il Po, corso contro Mantova, prese le
artiglierìe, rovinato le opere degli assediatori, e fatto di modo che si
levassero dalla piazza. È vero, che tutte queste cose gli potevano
agevolmente venir fatte; anzi Kray, presentendo la tempesta, già aveva
avviato verso Verona le artiglierìe più grosse del campo di Mantova. Ma
la vittoria di Francia non consisteva nell'allargar l'assedio, e
nell'impedire agl'imperiali la ricuperazione di questa piazza, bensì era
posta nel vincere Suwarow; il qual fine non si poteva conseguire, se non
coll'insistere sulla destra del Po, e con la congiunzione con Moreau.
L'operare spartitamente sarebbe stata la ruina dei Francesi, come per
poco stette, che il medesimo operare non fosse la ruina degli alleati.
Per la qual cosa a noi pare, che Macdonald meriti di essere lodato, non
che biasimato della risoluzione presa di correre, dopo la vittoria
conseguita, piuttosto verso Parma che verso Mantova.
Era la sorte d'Italia in pendente, e doveva fra breve giudicarsi, se più
potessero Moreau e Macdonald con le armi della repubblica, o Suwarow con
quelle dei due imperi d'Austria e di Russia. Marciava celeremente
Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu per noi
narrato, una squadra di Liguri sotto il governo di Lopoype a Bobbio,
perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava
a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar
all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per
trovare o Moreau, o Macdonald, innanzi che fra di loro si fossero
congiunti.