Mentre con tanto valore si combatteva alle trincee di Nicopoli,

succedeva nella vicina Preveza un fatto non meno del raccontato

maraviglioso, e che in se non ebbe nè minore crudeltà dall'un de' lati,

nè minor valore dall'altro. Era al governo di Preveza un Tissot,

capitano della sesta, con ottanta Francesi. Avendo egli inteso della

fiera battaglia che ardeva a Nicopoli, lasciati alcuni de' suoi alla

guardia, si era avviato coi restanti al soccorso dei compagni; ma già la

fortuna aveva concluso la tragedia di Nicopoli, e già Lasalcette era

venuto in poter dei barbari. Di ciò ebbe le novelle Tissot, e la forza

del nemico, che d'ogni intorno correva la campagna, gliene dava anche

manifesto argomento. Ritraeva il passo verso Preveza, continuamente

assalito da torme innumerevoli di Albanesi a cavallo, dalle quali,

ristretti i suoi in gomitolo, ed usando l'opportunità dei luoghi, con

immenso valore si difendeva. Ma il nemico, che tanto abbondava di

soldati corridori, si era condotto a Preveza, dove aspramente combattuta

la piccola guernigione lasciatavi da Tissot, e combattuto anche

aspramente da lei, si era impadronito di una parte della terra. Giunto

il capitano Francese in Preveza tanto fece con la sua debole squadra,

che, uccisi quanti Albanesi se gli pararono davanti, e calpestando i

mucchi dei cadaveri loro, riusciva sul porto, donde poco lontano

discopriva una nave bombardiera della repubblica, ed alcune barche

venute da Santa Maura, che gli arrecavano qualche ajuto di genti e di

munizioni. Sorgeva nuova speranza in coloro, ai quali niun'altra

speranza era rimasta, se non quella di una morte onorata; perciocchè gli

Albanesi raccolti a torme inondavano Preveza e le campagne, e troncavano

ogni via di scampo. Ma la speranza non fu lunga: succedeva una

disperazione tanto più dolorosa, quanto più la speranza era stata viva

ed inaspettata. Un Prevezano affezionato a Tissot si offeriva per andar

ad avvertire il capitano della nave del pericolo de' suoi compatriotti,

acciocchè accorresse prestamente in soccorso, se non per vincere, che

ciò era impossibile, almeno per iscampargli. Facevalo il Prevezano, non

curando le armi dei barbari, che gli suonavano d'ogni intorno. Ma un

Francese, tace la storia il nome di questo piuttosto mostro che uomo,

messosi sulla barca del generoso Prevezano, e con questo condottosi alla

nave, affermava, avere veduto con gli occhi suoi proprj l'uccisione di

tutti i Francesi, nè restar loro altra salute, se non quella di

allontanarsi tostamente da quei disumani e sanguinosi lidi. La crudele

bugia allignava; la nave bombardiera con le barche Mauritane, voltate le

vele, se ne tornava là dond'era venuta. Che cuore fosse di Tissot e dei

compagni nel vedere le andantisi vele, non so in quale lingua, nè con

quali parole dire adeguatamente si potrebbe. Fatto in quel mortale caso

il capitano Francese maggiore di se medesimo, gridava: «Saran dunque, o

compagni i nostri giuramenti indarno? Insulteremo noi, quai pusillanimi

soldati, alle ombre dei nostri compagni eroicamente morti nelle presenti

battaglie? No, noi morrem piuttosto, se vincere non possiamo, e la tomba

accorrà coloro, che nel momento estremo hanno onorato la patria loro:

lasciamo segni terribili del nostro valore, ed i nemici nostri all'udire

le battaglie di Nicopoli e di Preveza, ed al rammentare il nome di

Francia stupiscano di maraviglia, e tremino di terrore».

Ciò detto, si avventava con furiosissima pinta in mezzo ai barbari;

seguitavanlo i compagni; Preveza vedeva una battaglia senza pari. Pochi

uomini assaltavano una moltitudine innumerabile, nè solo l'assaltavano,

ma la ributtavano, e la cacciavano piena di maraviglia e di spavento. Le

contrade, le piazze, i portici di Preveza abbondavano di cadaveri,

fumavano di sangue. Datosi dagli animi, che sono instancabili, quanto da

loro si poteva dare, incominciavano a mancare i corpi, le cui forze

lungamente non possono durare in isforzo estremo. La fame, la sete, la

fatica, l'impeto stesso delle volontà avevano dato luogo alla

estenuazione, e se non erano rotti gli animi, erano consumate le forze,

nè più si combatteva pei repubblicani con tanto ardore. Accortisi i

barbari dell'insperato cessamento, tornavano alla battaglia con grida

spaventevoli: l'avidità della preda, la rabbia della vendetta gli

stimolavano. Vinse la moltitudine fresca contro pochi e lassi. Chi non

fu morto, fu preso, e chi non volle andar preso, a tale salse un

coraggio indomabile, si uccise da se stesso con le armi tinte del sangue

dei barbari; alcuni cercarono la morte, nell'avaro mare gittandosi.

Degli ottanta, solo otto col capitano Tissot restarono superstiti, e

questi furono tutti dal truculento vincitore dannati a vita tale, che di

lei migliore è la morte. Veduti minacciosamente da Alì, erano mandati a

strettissima prigione con quattrocento Prevezani, uomini e donne, presi

nell'infelice patria loro. Per addolorargli, e per ispaventargli,

conducevangli a riva il golfo, perchè quivi vedessero sul sanguinoso

campo, dove avevano combattuto, le miserande reliquie dei loro compagni

uccisi: cadaveri laceri, membra tronche, teste difformi, e bruttate di

sangue, e di fango. Riconosceva, ciascuno con pianti e con querele chi

aveva avuto o per parentela, o per amicizia più caro. Godevano i

barbari, insultavano, minacciavano, il dolore stesso prendevano a

scherno: peggiore governo di loro, affermavano, doversi fare di quello,

che dei morti si era fatto; avere ad essere fra pochi momenti le teste

loro vive pari a quelle degli ammazzati. Faceva Alì tormentare ed

uccidere non pochi Prevezani in cospetto dei Francesi cattivi, ed ei se

ne stava mirando, godendo, e compiacendosi delle miserabili grida dei

tormentati e dei morienti. Condotti i vinti sulla piazza di Preveza,

così ordinando il tiranno, un Albanese scotennava con rasojo le morte

teste, poi le salava; poi comandava ai Francesi, che anch'essi così

facessero. Ricusarono dapprima per onore e per orrore; ma battiture

dolorosissime gli domavano; davansi a scotennare le teste degli uccisi

compagni, spettacolo doloroso ed orribile. Gli atti nefandi a questo non

si ristavano. I quattrocento Prevezani, legati, e sanguinosi dalle

battiture furono condotti nell'isola Salagora, e quivi tutti senza

pietade alcuna, nè con più riguardo verso l'un sesso che verso l'altro,

nè verso la canuta che verso la verde età, crudelmente uccisi. Le

compassionevoli preghiere per perdono, e per grazia di coloro, di cui si

laceravano le membra, vieppiù inviperivano la ferocia di quell'aspra, e

selvaggia gente, e chi si taceva, era l'ultimo chiamato a morte. Grondò

Salagora di sangue umano a rivi, poi biancheggiò, e forse biancheggia

ancora di ossa rotte, e di teschi ammaccati. Menavansi a Lorù, grossa

terra poco lontana, i prigioni di Preveza e di Nicopoli; poi si

avviavano verso l'Arta per alla via di Ianina. Viaggiando, quella torma

di disumanati carnefici gli sforzava a portare a volta a volta le teste

ancora stillanti sangue degli uccisi amici, e chi ricusava l'orrendo

carico, era barbaramente tormentato. Gli Albanesi, quasi a modo di

passatempo, straziavano a coda di cavallo Caravella Prevezano: straziato

il lasciavano respirare, perchè raccogliesse nuova lena ad essere

ritormentato, poi di nuovo sforzavano a corsa, flagellando, il cavallo,

e così fra i tormenti ed i respiri il condussero, alzando essi al cielo

festevoli grida, ad acerbissima morte. Arrivarono all'Arta, poi a

Ianina; si offersero agli occhi loro le teste dei compagni conficcate

sui merli dell'atroce reggia di Alì. Da Ianina per la Grecia, e per la

Romanìa s'incamminavano a Constantinopoli. Dov'eran le strade più

sassose e più aspre, toglievano loro i barbari per diletto le scarpe:

dov'erano più assetati, e dove più scorrevano le acque fresche e chiare

gli proibivano dal dissetarsi: chi non poteva o per stracchezza, o per

fame, o per sete, o per ferite seguitare, tirato a forza sulla sponda

dei fossi, vi era inesorabilmente dai crudeli accompagnatori decapitato;

i compagni sforzati a portar le teste sanguinose. Sopportarono i miseri

Francesi, dico i superstiti, perchè i più perirono, con inenarrabile

costanza tormenti tanto insopportabili, Lasalcette, e Hotte i primi.

Quando io penso dall'un de' lati alla natura tanto sensitiva dell'uomo,

e con quanto amore, e con quanta difficoltà si allevino i figliuoli per

fargli adulti, d'altro allo strazio, che gli uomini fanno degli uomini,

spesso per nonnulla, spessissimo per cagioni lievi, qualche volta con

allegrezza, sempre senza dolore, sto in dubbio, se animali feroci, o

uomini io me gli deggia chiamare; che anzi al tutto mi risolvo, ed in

questo pensiero mi fermo, che piuttosto uomini, che animali feroci si

debbano chiamare, perchè non vedo, che le tigri facciano delle tigri

quello strazio, che gli uomini fanno degli uomini; e peggio, che quando

essi non possono con le coltella, si lacerano con le lingue. Bene sto

sempre in dubbio, a che cosa servono la ragione e la compassione, che

solo sono date agli uomini. I lacerati giunti a Costantinopoli, furono,

Lasalcette e Hotte, serrati nelle Sette Torri, gli ufficiali ed i

gregarj posti al remo sull'Ottomane galere.

Intanto l'oppugnazione dell'isola di Corfù si continuava gagliardamente

dai Russi e dagli Ottomani. Ogni dì più cresceva il numero degli

assalitori: mandava Alì i suoi Albanesi, e genti Turche continuamente

arrivavano. Per avere gli alleati occupato le eminenze del monte Oliveto

e di San Pantaleone, erano gli assediati ristretti nei forti, e niuna

via restava loro per allargarsi nell'isola. Il Mandruccio venuto in

poter dei Russi, le Castrate spesso infestate dai Turchi e dagli

Albanesi, che calavano dal vicino Pantaleone, San Salvatore venuto

spesso in contesa, quantunque sempre valorosamente difeso dai

repubblicani. L'assalto di Corfù tirava in lungo, l'oppugnazione

diveniva assedio, perchè i Francesi difendevano la piazza virilmente, ed

ella è molto forte, ed i Turchi, quantunque assai coraggiosi, non sanno

condurre con arte le oppugnazioni delle fortezze. In questo l'ammiraglio

di Russia Ocsacow, che governava con suprema autorità la guerra, pensava

ad una fazione di non difficile esecuzione, e che di certo gli avrebbe

dato la piazza in mano, se avesse avuto, come non dubitava, felice fine.

Siede sul fianco della città, e della principale fortezza di Corfù verso

tramontana una isoletta, o piuttosto scoglio, che gli uomini del paese

chiamano di Vido, e che i Francesi chiamavano col nome d'isola della

Pace. Era questo scoglio, siccome pieno di alberi verdissimi, quieto

recesso a chi volesse ricoverarvisi a respirare dalle cure cittadine, e

dolce prospetto a chi dalla città il rimirasse. Quest'amena sede di

riposo e d'ombre aveva tosto ad essere turbata, e straziata dalla rabbia

degli uomini. Avevano conosciuto i Francesi, che chi fosse padrone di

questo scoglio, avrebbe potuto battere da vicino coll'artiglierìe la

cortina della fortezza, e farvi presta breccia. Per la qual cosa,

tagliati ed atterrati gli alberi, vi avevano fatto spianate a guisa di

ridotti, munite d'artiglierìe sui cinque siti più importanti dello

scoglio; perchè sporgendosi oltre il circuito dell'isola, facevano le

veci di bastioni. Meglio di quattrocento buoni soldati sotto il governo

del generale Piveron erano posti a guardia di questo principale

propugnacolo di Corfù. Nondimeno, malgrado dei fatti apparecchi non era

luogo, che si potesse tenere lungamente; perchè nè vi era ridotto

trincerato, dove la guernigione potesse ritirarsi a contendere il

possesso dell'isola, ove il nemico vi fosse sbarcato, nè le batterie

erano chiuse di terrati, o di steccati; il perchè, quasi del tutto senza

parapetti essendo, lasciavano i difensori esposti al bersaglio dei

nemico, che da diverse parti si avvicinasse per andar all'assalto.

Avevano anche i cannoni carretti da marina, e però più bassi, e più

difficili a governarsi. Lo scoglio di Vido era luogo buono a tenersi da

chi, come i Veneziani, essendo forte sull'armi di mare, poteva proibire,

che il nemico sicuramente vi si avvicinasse: per questa ragione non

l'avevano i Veneziani munito di fortificazioni: ma per colui, che come

allora erano i Francesi, fosse privo di naviglio sufficiente, era Vido

sito di molta debolezza.

Il giorno primo di marzo, datosi il segno dalla nave dell'almirante

Russo con due cannonate, tutta l'armata dei confederati si muoveva

all'assalto dello scoglio di Vido. Al tempo stesso, per impedire che

Chabot mandasse nuove genti a rinforzarne la guernigione, fulminavano

contro la piazza con grandissimo fracasso le artiglierìe di San

Pantaleone, e del monte Oliveto. Ciò nondimeno venne fatto al generale

di Francia di mandare allo scoglio un soccorso di duecento soldati.

S'attelavano, sprolungandosi col fianco d'orza da ponente a greco,

venticinque navi tra vascelli di fila, caravelle Turche, e fregate

contro l'isola, e tutte traevano furiosamente. Era un novero di

ottocento bocche da fuoco, il rimbombo delle quali consentendo con

quelle dell'isola, della piazza, di San Pantaleone, e del monte Oliveto,

partorivano uno strepito tale, che e Corfù tutta ne era intronata, e le

vicine coste dell'Epiro orribilmente echeggiavano. Erano i difensori di

Vido lacerati dalle palle nemiche, e dalle schegge degli alberi rotti e

fracassati. I cannonieri di Francia per essere nudamente esposti al

fitto bersaglio del nemico, perchè i parapetti non erano sufficienti,

pativano grandemente: i cannoni stessi, rotti i carretti, si trovavano

scavalcati. Durò questa fierissima battaglia ben tre ore con danno

gravissimo dei repubblicani, con grave degl'imperiali; perchè i primi

traevano contro di loro a mira ferma. Finalmente, quando fu giudicato

dai confederati, che il guasto fatto dalle artiglierìe nei soldati e

nelle armi Francesi, avesse facilmente ad aprir loro l'adito ad un

assalto di mano, posti prestamente tutti i palischermi in acqua, e

riempitigli di gente, gli mandavano allo sbarco. Approdarono i Russi in

numero di quindici centinaja sul destro fianco dello scoglio, che si

volge verso la città; i Turchi con Albanesi misti, assai più numerosi

dei Russi, sbarcarono sul sinistro, che risguardava verso la bocca

settentrionale del porto. Nè così tosto furono sbarcati, che uccisi

barbaramente i difensori di due vicine batterìe, se ne impadronirono. I

Francesi, visto il nemico dentro, si ripararono ad alcune eminenze, non

più per contrastar la vittoria, che già era in mano degli alleati, ma

bensì per dar tempo, che quel primo furore degli Albanesi alquanto si

calmasse. Gli Albanesi e medesimamente i Turchi, quanti Francesi

venivano loro alle mani, a tanti tagliavano la testa, o che si fossero

difesi, o che si fossero arresi. Le teste gettavano nei sacchi per

portarle a Cadir Bey, vicealmirante delle navi Turche. I Russi per lo

contrario si portarono molto umanamente; imperciocchè non solamente non

uccisero nissuno fra quelli, che cedendo si erano arresi, ma ancora

preservarono molti, che già venuti in mano dei Turchi pochi momenti

avevano a restare in vita. Eransi i Russi raccolti, dopo la vittoria, in

un grosso battaglione quadrato nel mezzo dell'isola, e quivi quanti

Francesi accorsero, tanti salvarono. Furono visti ufficiali Russi, a

riscatto di Francesi venuti in mano degli Ottomani, e vicini ad aver il

capo tronco, dar denari del proprio ai barbari feroci ed avari. Un

vicecolonnello di Russia, di cui la storia con sommo nostro rammarico

tace il nome, dato tutto il suo denaro per salvar due Francesi, che i

barbari già stavano pronti per decapitare, nè contentandosene essi,

cavatosi di tasca l'orologio, il diede loro, e per tal modo scampò da

morte inevitabile i due derelitti nemici. Nè in questa pietosa

intercessione soli gli ufficiali di Russia si adoperarono, perchè e

semplici soldati, e marinari con la generosità medesima ajutarono i

Francesi. Videsi in questo fatto una estrema barbarie congiunta con una

estrema civiltà, e giacchè guerra era, pensiero consolativo è, che la

umanità vi avesse in qualche parte luogo. Piveron preso dai Russi, fu

condotto in cospetto di Ocsacow, che molto cortesemente il trattò. Quasi

tutto il presidio restò o morto, o preso.

La vittoria di Vido portava con se quella di Corfù. Era impossibile, che

la piazza fulminata da due parti potesse resistere più lungamente.

Perciò Chabot, il quale, piccolo di corpo, ma grande di animo, aveva in

tutto il corso della guerra Corcirese fatto pruova di non ordinario

valore, sforzato alla dedizione, stipulava con Ocsacow e con Cadir, che

Corfù si desse ai confederati con tutte le armi e munizioni; uscissene

il presidio con gli onori di guerra; fosse a spese, e per opera dei

confederati trasportato a Tolone; desse fede di non far guerra per

diciotto mesi contro i confederati; la nave il Leandro, e la fregata la

Bruna ai medesimi si consegnassero; Chabot, ed i suoi ufficiali ad

elezione sua potessero essere trasportati o a Tolone, o ad Ancona,

purchè fra un mese facessero la elezione. Entrarono i Russi per la porta

di San Niccolò, ed in bell'ordine procedendo per la contrada principale,

andarono a schierarsi sulla spianata, che sta in mezzo tra la città e la

fortezza. Gridavano in questo mentre i Corfiotti _viva Paolo primo_, e

sventolavano all'aura drappelli Moscoviti. Presidiarono i Russi le

fortezze, i Turchi la città. Fuvvi qualche sacco di case di giacobini,

ma subitamente represso dai confederati. Era a quei tempi un uomo nuovo,

e di umore strano a Corfù, che ve ne sono molti di tal fatta in quei

paesi, il quale in odore di santità, e quale eremita sucidamente vivendo

in una celletta vicina alla chiesa di San Spiridione, protettore

veneratissimo dell'isola, aveva più volte, quando le cose di Francia

erano più in fiore, pronosticato, che i Francesi non farebbero lunga

vita in quelle terre. Riuscito l'evento parve miracolo: il veneravano

come profeta.

Il consiglio generale di Corfù convocato dai confederati secondo gli

ordini antichi, decretava, che si ringraziasse San Spiridione, e con

annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti Russo e

Turco, e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero

Paolo primo, Giorgio terzo, Selim terzo. Fu data la somma del governo

non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole, e territorj Ionici, ad

una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù, finchè

dai confederati vi fu ordinato un governo stabile di repubblica sotto

tutela della Porta Ottomana. A questo modo per opera, prima dei

Francesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio

d'Italia all'imperio degli oltramontani, o degli oltramarini, il dominio

del mare Ionio, che Venezia aveva saputo conservare per tanti secoli

contro tutte le forze dell'impero dei Turchi; il che dimostra quanto

siano stati sconsiderati quegli Italiani, che tanto si rallegrarono

della ruina dell'antica Venezia. Venuto Corfù in poter dei confederati,

divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza

dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia; vennervi i

cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi

Gabrielli e Massimi, il cavaliere Ricci, e molti altri personaggi, a cui

più piacevano l'ozio e la sicurezza di Grecia, che il partecipare delle

fatiche e dei pericoli del cardinal Ruffo in Italia. Le flotte Russa e

Turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le

quali siamo per raccontar nel progresso di queste storie.

Il suono dell'armi, e le grida dei tormentati richiamano l'animo nostro

agli accidenti d'Italia. Come prima ebbe Moreau il governo supremo

dell'esercito Italico, aveva applicato i suoi pensieri al far venire sul

campo delle nuove battaglie le genti, che sotto l'imperio di Macdonald

custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente

mandato a Macdonald, che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo

lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui

venisse prestamente a congiungersi. Nè del luogo, in cui avessero i due

eserciti a raccozzarsi, stette lungo tempo in dubbio; perciocchè,

sebbene per le rotte avute non fosse in grado di sostener la guerra in

Piemonte, sperava, che conservandosi in potestà della repubblica le

fortezze principali, avrebbe di nuovo acquistato facoltà, quando gli

fossero giunti gli ajuti che aspettava di Francia, di mostrarsi nelle

pianure Piemontesi; gli pareva, che i luoghi vicini alle fortezze di

Alessandria e di Tortona, che tuttavia si tenevano per la Francia,

fossero i più opportuni per tornare al cimento delle armi; poichè, oltre

l'appoggio di quelle due piazze forti, erano molto propizj a ricevere

chi venisse calando dalla Bocchetta, nè lontani a chi scendesse dalle

valli della Trebbia e del Taro. Per tutte queste ragioni, già fin quando

era passato per Torino per condursi alle stanze, prima di Alessandria,

poi di Cuneo, si era totalmente fermato in questo pensiero, che la

congiunzione dei due eserciti dovesse effettuarsi nei contorni di

Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile

alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere

le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili, e da

non dar passo alle artiglierìe, era necessitato a camminare fra

l'Apennino, e la sponda destra del Po, e temendo che fosse troppo debole

a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di

cavallerìa, nelle pianure di Bologna e di Modena, aveva mandato Victor

con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana, e del

Genovesato. Partiva Macdonald, Abrial lo accompagnava, da Napoli,

lasciati presidj Francesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli, e

nelle fortezze di Gaeta, di Capua, e di Pescara. Grave e difficile

carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice

fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità

di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in

armi, e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle

sponde del Garigliano, tumultuava lo stato Romano, e da Roma in fuori

non vi era luogo che fosse sicuro ai Francesi. Tumultuava la Toscana

molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il

passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli,

sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli

aveva cavallerìa bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie,

a far vettovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio,

che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue, che

capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire. Da un altro lato

gli si parava avanti la gloria dell'essere chiamato liberatore d'Italia,

e vincitore delle genti Russe fin a quel tempo stimate invincibili. Nè

animo gli mancava, nè mente per questo, nè desiderio vivacissimo di far

il nome suo immortale. Le vittorie di Roma e di Napoli continuamente gli

suonavano nella memoria, e sperava, che la fortuna nol guarderebbe con

viso meno favorevole sulle rive del Po, che su quelle del Tevere e del

Volturno.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 19 / 26 段