nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè
non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non
si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede
stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse
con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il
giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso,
ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla
strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a
trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se
medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a
perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed
ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo
ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero
mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano
contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo;
la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine
grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella
molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti,
coi ribalzi, e coi rimandi loro avevano rotto tutte le traverse,
fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il
suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi
abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente
traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in
molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva
avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva
Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più
forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La
caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano:
una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi
trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior
parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la
piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda
circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e
gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano
vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato
piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si
fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio
uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse
libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede
di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli
altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli
scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa
tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono
trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta
obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in
grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così
breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la
cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in
una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro
un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i
cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero
opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di
un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico
governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle
sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove
fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili,
militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i
regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne
tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o
che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di
Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo
Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia
giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia
tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.
Per la conquista fatta dagli alleati dello stato di Milano, del
Piemonte, e delle tre legazioni, ne seguitava, che una moltitudine quasi
innumerevole di repubblicani italiani d'ogni sesso, d'ogni grado, e
d'ogni età, che si erano scoperti per la repubblica, fuggendo la furia
boreale che gli perseguitava, si erano ricoverati in Francia
massimamente nei dipartimenti vicini del Montebianco, dell'Isero, delle
Alpi alte, basse, marittime, e delle bocche del Rodano. Coloro che si
trovavano in maggiori angustie, si fermarono in questi dipartimenti,
sperando, che presto la Francia, dalla bassa fortuna in cui era caduta,
riscuotendosi, avrebbe di nuovo aperto loro le strade per tornarsene
nella patria. I più ricchi o i più ambiziosi, andarono ai piaceri ed
alle ambizioni di Parigi. Erano fra tutti diversi umori. I più timidi,
deplorando l'esiglio, che riusciva loro insopportabile, e stimando che
fosse aver diletto di ingannarsi da loro medesimi il nutrire speranza
che la Francia fosse per risorgere, perchè per le rotte d'Italia pareva
loro impossibile fermare tanta rovina, considerato massimamente che le
sinistre novelle ogni giorno più si moltiplicavano, desideravano di
rappattumarsi coi vincitori. I più costanti volevano aspettare qualche
tempo per vedere a qual cammino fossero per andare quelle acque così
grosse. I più animosi, non dubitando che la vittoria potesse visitar di
nuovo le insegne di Francia, facevano ogni opera per stimolarla a non
lasciar cadere le cose d'Italia, e con ogni istanza sollecitavano una
nuova passata dei repubblicani. Mettevano avanti la ricchezza del paese,
l'importanza di lui per la repubblica, la gloria acquistata, le menti
sdegnate alle enormità dei confederati, i desiderj rinnovellati di
Francia; cose tutte, che accrescevano facilità alla vittoria.
Promettevano, si offerivano, la potenza loro oltre ogni ragione
magnificavano.
Intanto il tempo passava, l'esiglio si prolungava, le speranze
scemavano, i bisogni crescevano, il forestiero aere diveniva loro ad
ogni ora più grave e più nojoso. In tanto infortunio la Francia gli
raccoglieva benignamente; conciossiachè, oltre qualche soccorso, col
quale il governo alleggeriva la sventura loro, trovarono nella cortesìa
dei Francesi ospitalità tale, che a loro tutte le cose erano in pronto,
salvo quelle che la sola patria può dare. Nè in questo pietoso ufficio
le opinioni operavano, perchè molti Francesi furono visti, ai quali era
in odio la repubblica, avere sollecitamente cura dei fuorusciti, nelle
case loro ricoverandogli, e con ogni più amorevole servimento
consolandogli. Tutte le terre Francesi, alle quali lo spettacolo degli
esuli era pervenuto, nel far loro benefizio emolavano le une alle altre.
Chambery, Grenoble, e Marsiglia si dimostrarono per questi benigni
risguardi piuttosto mirabili, che singolari. In mezzo al conforto ch'io
provo nel raccontare questa Francese umanità, non so s'io mi debba dire
una cosa orribile: pure per far conoscere l'età, io non sarò per
tacerla, e questa è, che a questi sfortunati Italiani si dimostrarono
duri, spietati, ed inesorabili la maggior parte di coloro, che erano
carichi delle spoglie d'Italia. Costoro altri fra gl'Italiani non
vedevano, se non quelli che avevano tenuto loro il sacco, e gli uni e
gli altri in mezzo alle gozzoviglie, dell'Italia e della Francia
ridevano. Avrebbero veduto con ciglia asciutte rovinare, e gir
sottosopra il mondo, se del mondo pei loro male acquistati piaceri non
avessero avuto bisogno. Così il ricco ed il povero, il repubblicano ed
il regio, gli amatori e gli odiatori dell'impresa d'Italia davano sulla
ospitale terra di Francia, quanto era in facoltà loro, ed
amorevolissimamente ai miseri Italiani. Solo coloro che principale
cagione erano, ch'eglino fossero caduti in quel caso estremo, e che
dall'Italia solamente avevano acquistato quello, che gli metteva in
grado di beneficare altrui, pane alcuno, neppure l'amaro, ai depredati
offerivano. Che anzi non solamente dalle laute e lascive mense loro gli
allontanavano, ma ancora dagli atrj, e perfino dalle porte crudelmente
gli ributtavano. Così al tempo stesso si vedeva quanto la umanità ha di
più tenero e di più generoso, e quanto l'avarizia ha di più duro e di
più spietato: tanto è vero che un sol vizio gli tira a se tutti, ed una
sola virtù tutte!
Gl'Italiani ricoverati in Francia, dico quelli che si erano acquistato
maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi, che in
tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere l'Italia, e ad
ajutare lo sforzo della Francia per ricuperarla, fosse il pretendere il
disegno di unirla tutta in un solo stato; perchè non dubitavano, che a
questa parola di unità Italica, gl'Italiani bramosamente non
concorressero a procurarla. Per la qual cosa volendo trar frutto
dall'occasione, si appresentarono, oltre le esortazioni non istampate, e
presentate ai consigli legislativi, con una rimostranza stampata, e
diretta al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti, la quale
favellando della necessità di creare l'unità d'Italia, con queste parole
incominciava: «Il tradimento e la perfidia hanno soli dato la vittoria
ad un nemico barbaro e crudele. Chi con maggiore efficacia gli favoriva,
reggeva allora la vostra Francia. Voi foste, come noi, ingannati, voi,
come noi, traditi da coloro, che dell'assoluta potestà dilettandosi,
volevano voi tutti in un con la libertà dei popoli precipitare in
quell'abisso, che le empie mani loro avevano aperto. Per pochi giorni
stette, che gli abbominevoli disegni loro, accompagnati da atroci
delitti, non si compissero; per pochi giorni stette, che voi, come noi,
più non aveste nè patria, nè leggi. Violando essi i vostri diritti più
santi, vendettero a prezzo, come gli spietati padroni vendono gli
schiavi loro, la libertà vostra, la libertà dei vostri alleati. Ma ora
s'incomincia a sperare. Quanto dolce ai nostri cuori mostrossi la vera
ed amichevole ospitalità, che in Francia trovammo, e quanto ella è
diversa dalle avare vessazioni degli agenti, dei somministratori, delle
compagnìe, che hanno spogliato l'Italia! Gli ajuti da quest'uomini vili
non ci vennero, nè noi gli avressimo accettati. Il gittare i nostri
liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenticanza, se fia
possibile, la grandezza dei mali, che da tutte le tirannidi sofferto
abbiamo, rintracciarne le cagioni, mostrarne i rimedj, collocare le
speranze nella giustizia, nella lealtà dei Francesi, e nei principj che
hanno manifestato, pruovare, che i popoli d'Italia debbono essere amici
ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi,
porre in chiaro finalmente, che l'unità d'Italia è necessaria alla
felicità, ed alla prosperità dei due popoli, fia l'argomento dello
scritto, che indirizziamo al popolo Francese, ed a' suoi
rappresentanti».
Dette poscia molte altre cose parte vere, parte di poca entità
sull'unità d'Italia, terminavano dicendo: «Se la repubblica Francese
finalmente non dichiara l'unità d'Italia, essa non potrà mai purgarsi da
quella opinione, in cui è venuta, quantunque ingiustamente, di perfidia
nei negoziati, di fraude nei patti, alla quale il direttorio ha dato
occasione di sorgere in tutta Europa per mezzo de' suoi agenti tanto
perfidi, quanto corrotti. In nome della repubblica Francese osarono essi
cacciare con le bajonette il popolo dalle assemblee primarie; in nome
della repubblica Francese esclusero dai consigli legislativi i
rappresentanti più fedeli, per sostituire ai luoghi loro gli agenti
dell'aristocrazìa, i fautori dei tiranni; in nome della repubblica
Francese obbligarono ad accettare trattati ingiusti, poi gli violarono;
in nome suo il libero parlare, ed il libero scrivere fu spento, in nome
suo cacciati dagli uffizj arbitrariamente gl'impiegati, in nome suo
rotto, anche di nottetempo, l'asilo sacro dei cittadini, in nome suo
tolto loro per forza le proprietà, confuse le potestà civili e
criminali: in nome suo dichiarati licenziosi e nemici della libertà
coloro, che ancora avevano il coraggio di amare la virtù, e di opporsi
ai loro scialacqui ed alle loro depredazioni, in nome suo rifiutarono le
armi ai repubblicani, e chiarirono ribelli coloro, che volevano
difendere le native sedi contro il tradimento di Scherer, in nome infine
della repubblica Francese introdussero la oligarchìa, contaminarono con
istudiate corruttele il retto costume, e per tale guisa prepararono le
sollevazioni dei popoli sdegnati da tanta oppressione e licenza. La
repubblica Francese, che va a gran destino, debbe dimostrare al mondo
con fatti, che opera di lei non sono tanti mali prodotti, tanti delitti
commessi, e cui ella è debitrice di ricorreggere. Dicelo il popolo
Francese ne' suoi scritti indirizzati al corpo legislativo; diconlo
aringando i rappresentanti suoi, pieni di sdegno alle disgrazie
d'Italia: palesano questi scritti, palesano questi discorsi l'affezione,
che si porta all'Italia. Nel loro giusto sperare i repubblicani d'Italia
d'ogni ingiuria, e d'ogni danno dimenticandosi, nell'esiglio loro solo
sono intenti a ristorare la patria loro, dalle immense sue ruine
liberandola. Pruovarono, che la ragione eterna, che la naturale legge
richieggono la libertà e la unità d'Italia, e si persuadono, che la
giustizia e l'affezione dei Francesi, quello, che la natura vuole, con
la volontà loro confermando, s'apprestino ad incamminare a tal destino
questa bella, ed infelice parte d'Europa». Onorati e numerosi nomi
sottoscritti davano autorità, e valore al discorso.
Gravi parole erano queste, e parte ancora vere, e parte ancora eccelse,
ma mescolate ancora di non comportabile intemperanza; perchè, se era
lodevole e generoso il richiedere dai Francesi la libertà e l'unità
d'Italia, bene era da biasimarsi quel voler giudicare il governo
Francese, quel volersi intromettere nelle faccende domestiche di
Francia, quel chiamar traditore un capitano, a cui mancò piuttosto la
fortuna, e forse l'animo in un solo fatto, che la rettitudine e la fede
verso la patria. Il direttorio disprezzava queste improntitudini, perchè
l'unità della nazione Italiana, come emola, ed essendogli molesta la sua
potenza, non gli andava a grado. I rappresentanti anche i più vivi, e
che si dimostravano più propensi agl'Italiani, abborrivano ugualmente
dall'unità d'Italia, non avendo inclinazione alla sua grandezza; ma di
queste cose si servivano nei discorsi ed orazioni loro, per isbattere la
riputazione e la potenza del direttorio, ed aspreggiare i popoli contro
di lui. Intanto le armi settentrionali viemaggiormente prevalevano; nè
era conceduto dai cieli ai gridatori di Parigi, od ai capitani che
allora tenevano il campo in Europa per la repubblica, di rintuzzarle, e
di restituire alla Francia il dominio d'Italia.
LIBRO DECIMOSETTIMO
SOMMARIO
Guerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre
possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi.
Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau
per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per
venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore.
Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie
tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie
della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano,
poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di
Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte
del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati.
Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.
La guerra, che insanguinava le terre Italiche, non risparmiava le
Greche. Le isole del mare Ionio tolte sotto specie di amicizia dai
repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, vennero per forza
d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Dominavano i confederati
l'Ionio con le armate loro, e già con molta felicità si erano
impadroniti delle isole di Cerigo, Zante, Cefalonia, ed Itaca, delle
prime con l'opera efficace degl'isolani mossi a tumulto dai nobili
contro i Francesi, dell'ultima non senza grave rammarico degli
abitatori, ai quali in quei grandi pericoli non rifuggì l'animo dal
mostrarsi favorevoli ai repubblicani, e dall'accarezzargli con ogni
segno di affezione insino all'ultimo. Bene e meritamente, come pare, fu
biasimato dagli uomini periti di guerra il generale Chabot, che reggeva
tutti quei paesi nuovamente acquistati alla Francia, del non avere,
quando vide avvicinarsi un nemico più potente di lui, ristretto,
abbandonando le altre isole, tutte le sue genti in Corfù; perchè
all'ultimo a chi rimanesse l'imperio di quest'isola rimaneva quello
delle possessioni Joniche. L'avere tenuto le sue forze spartite fu la
cagione, che più di mille buoni soldati vennero in poter dei confederati
nelle isole poco difendevoli, che abbiamo sopranominate, e Corfù non
ebbe per la vastità delle fortificazioni presidio sufficiente al
difendersi. Solo il castello di Santa Maura si difendè gagliardamente, e
lungo tempo, ma finalmente fu costretto di cedere alla fortuna del
vincitore con la prigionia della valorosa guernigione. Pel medesimo
errore aveva Chabot munito con presidj i luoghi della terra ferma, che
essendo di antico dominio veneziano, erano venuti in mano dei Francesi.
Nè alcuno può restar capace, come egli sperasse di potervisi mantenere
contro tutta la potenza di Alì, Pascià di Ianina, che già, meno per
obbedire ai comandamenti della Porta Ottomana, che per ingrandire se
stesso in quel rivolgimento di stati, si era risoluto a combattere i
Francesi. Era Alì uomo di perfida e feroce natura: aveva vezzeggiato i
Francesi, quando, trovandosi forti, pensava che la forza loro fosse per
tornare in sua utilità propria. Ma ora, abbassatasi la fortuna, si era
indotto a dar loro l'ultima pinta: o per inganno, o per forza, che sel
facesse, non gl'importava. Aveva sperato che i Francesi, quando già
erano minacciati, gli avrebbero dato in mano Corfù, perchè poteva
spendere molto denaro, e misurava altrui da se stesso. Di ciò aveva anzi
mosso parole con Chabot, il quale, siccome quegli che per integrità e
per fede verso la sua patria non era a nissuno secondo, aveva
sdegnosamente ricusato. Per questo Alì si era apprestato, avendo
considerato che le fraudi non fruttavano, a combattere con tutte le
forze i repubblicani, che tuttavia tenevano piede nel continente a
Butintrò, a Parga, a Preveza, ed a Nicopoli. Ma già la guerra
romoreggiava intorno a Corfù; Butintrò, combattuto aspramente dagli
Albanesi e dai Turchi di Alì, era stato sgombrato da Chabot, non senza
grave perdita di parecchi valorosi soldati. Fu ferito in questo fatto un
Petit colonnello, uomo di squisitissimo valore. Fe' anche sgombrare
Parga, del che non poco dolore sentirono i Parganiotti, che si erano
affezionati ai Francesi, e temevano la ferocia di Alì. Ma già le cose si
riducevano alle strette in Corfù, a Preveza, ed a Nicopoli: imperciocchè
i confederati comparsi con l'armata nel braccio di mare, che separa
l'isola dal vicino Epiro, impedivano i soccorsi, che da Ancona avrebbero
i repubblicani potuto mandare, ed avendo sbarcato genti in sull'isola, e
piantato artiglierìe sul monte Oliveto dall'una parte, sul monte
Pantaleone ed alle Castrate dall'altra, avevano incominciato a battere
la fortezza. Al tempo stesso parecchie sommosse sorte nell'isola,
principalmente alle Benizze, luogo abbondante di acque chiare e dolci,
ajutavano gli assalitori, e travagliavano gli assaliti. In queste
sollevazioni si mescolavano volentieri i Corfiotti, accesi in questa
disposizione da alcuni nobili, i quali poco amavano il nome Francese, e
molto il Russo; nel che procedevano con maggiore affetto il conte
Bulgari, personaggio di ottima natura, ricco, e di molta dipendenza
nell'isola, e la famiglia dei Capo d'Istria. La religione anch'essa
operava efficacemente in quei capi Greci tanto vivaci, e tanto facili a
dar la volta. Hanno i Greci la medesima religione che i Russi, e pareva
loro, che il dominio Russo importasse per loro il divenire da servi
padroni. Fra tutti un grave tumulto contro i Francesi sorgeva nel
Mandruccio, sobborgo della città posto sotto tutela del monte Oliveto, a
frenare il quale spesero i Francesi molta fatica e molto sangue.
Intanto Alì, radunato il suo esercito, in cui si noveravano meglio di
undici migliaja di combattenti, la maggior parte a cavallo, si
apparecchiava a dar l'assalto a Preveza, e massimamente a Nicopoli, dove
era ridotto il maggior campo dei Francesi, circa settecento soldati, fra
i quali sessanta Sullioti, e ducento Prevezani. Era questo campo
fortificato con alcune trincee, ma ancora imperfette, ad al governo del
generale Lasalcette, che udito il pericolo di Nicopoli, vi si era
trasferito da Santa Maura, dove aveva le stanze, per non defraudare i
suoi in quell'estremo accidente della sua presenza, e del suo esempio.
Era fatale, che non pochi valorosi Francesi perissero in istranj lidi,
non di buona, ma di barbara guerra, perchè fossero soddisfatti i
desiderj smisurati di chi colà gli aveva mandati, ed all'ambizione di
cui pareva, che il mondo non potesse bastare. Si avventava Muktar,
figliuolo di Alì, contro i Nicopolitani alloggiamenti ferocemente, e più
ferocemente ancora ne era dai difensori ributtato. Nasceva nelle barbare
schiere uno schiamazzare orribile: gli uni stimolavano gli altri alla
vendetta, perchè le armi repubblicane, massimamente la scaglia, avevano
di loro fatto molta strage. Le grida e le imprecazioni atrocissime, e le
minacce, e l'impeto nuovo, e gli squadroni grossi dei barbari
spaventavano i capitani Prevezani, che con le loro genti tenevano il
mezzo dell'esercito repubblicano; davansi alla fuga, e fuggendo traevano
con se quasi tutti i soldati loro. Questo impensato accidente disgiunse
le due ali estreme dei Francesi, e fu lasciato fra di esse uno spazio
vuoto. Del quale favor di fortuna subitamente valendosi Muktar, ed Alì
medesimo, che in su quel fatto con tutte le genti era sovraggiunto,
mettendosi di mezzo, perchè Lasalcette, quantunque avesse voluto, non
era stato a tempo di rannodarsi, inondarono tutto il campo, troncando ai
loro nemici ogni speranza di salute. Vide quel Greco suolo, già tanto
famoso per le battaglie di Augusto e d'Antonio, i medesimi miracoli di
valore dall'un canto, maggior barbarie dall'altro; poichè non mai la
virtù Francese nelle battaglie si mostrò tanto eminente, quanto in
questa, nè mai una scelerata barbarie tanto infierì contro infelici e
buoni guerrieri quanto in questo, e dopo questo miserando fatto. Rotti e
scompigliati gli ordini dei Francesi dai barbari, che da ogni parte
insultavano, era la battaglia ridotta in affronti particolari in cui
venti combattevano contr'uno. Perivano i Francesi, ma dopo vendette a
cento doppi fatte; perchè in loro quel che non poteva la forza naturale,
poteva l'incredibile coraggio. Lasalcette medesimo, ed un Hotte,
colonnello della sesta, con le mani loro si difendevano al pari dei
gregarj. Combattevasi dai Francesi non per altra cagione che per morire
onoratamente, e da uomini forti; ma anche in questo era la fortezza
maggior di quel che appare; posciachè, che le generose opere loro
venissero raccontate ai posteri, siccome quelle che in terre prive di
ogni civiltà si commettevano, era nelle menti loro più che incerto.
Adunque combattevano piuttosto per virtù propria, che per lode altrui.
Infine fattosi dai Francesi, non quello, ma più di quello, che per la
natura umana si può, piuttosto per stanchezza insuperabile, che per
libera volontà, si diedero in poter dei vincitori, forse cento soldati,
soli superstiti di sì grosso corpo. Lasalcette, e Hotte incontrarono la
cattività medesima, nè non ignoravano, che quella gente barbara tra capi
e subalterni non avrebbero fatto differenza.