Oramai la guerra, che gli romoreggiava tutto all'intorno, lo sforzava a

far nuove deliberazioni. Wukassowich, accompagnato da un principe di

Roano, conquistato il Vercellese, si era fatto avanti sino alle prime

terre del Canavese, e tutto vi metteva a romore. Keim ancor egli

tempestava sulla destra del Po, per modo che il generale Francese si

trovava spuntato da ambi i lati. Oltre a ciò i popoli del Canavese,

condotti da preti e frati si erano levati a calca contro i repubblicani.

Mondovì parimente si muoveva contro di loro; Fossano e Cherasco il

seguitavano. Ceva incitata da un ufficiale Tedesco di singolare audacia,

prese le armi, tumultuava. Alba si sommuoveva, e creato il suo vescovo

Pio Vitale, comandante delle armi, si avventava contro i Francesi ed i

democrati del paese. Si commisero sotto l'imperio del vescovo atti di

grande crudeltà. Asti stesso tanto vicino al campo di Moreau, invaso da

contadini armati, e stimolati da alcuni curati, di cui avevano le

lettere, vide saccheggiarsi il palazzo municipale, e la chiesa del

Carmine da questa plebe sfrenata, che gridava _viva la fede_, _viva San

Secondo_! Il presidio Francese non penò poco a cacciargli: pure

finalmente gli cacciò, uccidendone un centinajo. Poi venne il generale

Meusnier saccheggiando il paese per punirgli, e ne fece per giudizj

militari uccidere un altro centinajo. I compagni gli gridavano martiri.

Le terre Astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau.

Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che

non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e

Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi

alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle

di Tenda, e per la valle dell'Argentera. Mandava una grossa banda a

castigare Mondovì; come i sollevati a niuna cosa avevano perdonato, che

fosse, o paresse, o si supponesse a loro contraria, nemmeno alle donne

di coloro che chiamavano a morte, perciocchè crudelmente le

svillaneggiavano e stupravano; così i repubblicani parimente a niuna

cosa perdonarono, non salvando nemmeno l'onestà dei monasterj delle

donne. Preti e frati, capi delle sommosse, dopo di aver ucciso

crudelmente i repubblicani, furono essi medesimi uccisi soldatescamente

dai repubblicani. In mezzo a questi atroci accidenti, di cui ambe le

parti si rendevano ree, Buronzo del Signore, arcivescovo di Torino,

mandava fuori, a petizione di Musset, commissario di Francia, lettere

pastorali lodatrici del governo repubblicano, e pareggiatrici delle sue

massime a quelle del Vangelo. Poi crescendo vieppiù la rabbia dei

popoli, pubblicava una pastorale esortatoria, in cui molto amorevolmente

citando frequenti passi delle sacre scritture, confortava i popoli a

quietare, e ad obbedire ai magistrati. Questi erano veri ufficj di

pastore delle anime; ma la rabbia, e la concitazione degli altri cherici

erano più potenti delle amorevoli esortazioni dell'arcivescovo:

dicevano, che le faceva per forza, e forse era vero; altri il chiamavano

giacobino. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte

presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di genti, sul destro

dorso degli Apennini.

Partiti i Francesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte,

che Moreau passando per Torino aveva creato di quattro persone,

Pelisseri, Russignoli, Capriata e Geymet, in surrogazione di Musset

tornatosi in su quei primi romori, in Francia, andasse a far capo in

Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate

da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a

ripararsi in Francia. Quivi concorrevano tutti i Piemontesi, ed altri

Italiani, che avevano più speranza nella fuga, che nella benignità del

vincitore. Le cose erano disperate: pure quest'uomini ingannati dalle

solite fantasime, con grandissima acerbità sdegnati minacciavano ancora

i nemici, ed incitavano i popoli ad armarsi in sostegno della

repubblica. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si

moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia

politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora

l'amore del sacco, e gli odj privati producevano questi effetti. Sorse

ad accrescergli un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue

stanze di Voghera, il quale con parole aspre e minatorie spiegava le

intenzioni imperiali: che gli eserciti vincitori mandati dall'Austria e

dalla Russia in nome del legittimo sovrano del Piemonte verso il

Piemonte volgevano il passo; che venivano per rimettere il re sul trono

de' suoi augusti antenati, del quale per la perfidia loro l'avevano i

suoi nemici detruso; che venivano, perchè la religione trionfasse,

perchè il Piemonte da quel duro e tirannico giogo, al quale da' suoi

oppressori era stato posto, si liberasse, perchè il mal costume, che

essi in tutti i cuori andavano seminando, si spegnesse; che sapevano

quale amore, quale fedeltà i Piemontesi portassero all'augusta casa di

Savoja, la quale da tanti secoli con tanta gloria e sapienza gli aveva

governati; gli esortavano pertanto ad armarsi per una causa nell'esito

felice della quale tutta la felicità loro consisteva: pensassero ai loro

antenati, quelle armi in mano di nuovo si recassero, che erano state sì

spesso vittoriose contro il comune nemico; accorressero sotto le insegne

dell'esercito vittorioso, ch'egli reggeva, si unissero, e sarebbero

gl'impostori, che per opprimergli gli avevano ingannati, cacciati per

sempre dalle terre loro; che alle armi gl'invitava solo pel sostegno

della religione; che alle medesime gl'invitava solo per la conservazione

delle proprietà: che i due imperatori, ed ei per loro, promettevano

protezione, ed assistenza ai fedeli, perdono al deboli, castigo ai

scellerati. Si armassero adunque, concludeva, si armassero, ed alle

genti imperiali si accostassero: pensassero, quanto fosse pietoso il

liberare il Piemonte dalla tirannide acerbissima dei giacobini; ciò da

loro richiedere l'onore, ciò richiedere il dovere; non gli rattenessero

le false promesse: solo valere il giuramento antico, non quello prestato

ad un governo iniquo; le sublimi virtù dei due imperatori abbastanza

dimostrare, che la fede sua nel promettere o benignità o castigo,

viverebbe santa ed inviolata.

Queste parole atterrivano maravigliosamente gli uomini avversi, perchè

sapevano, che Suwarow era uomo capace di fare più che non diceva.

Dall'altro lato le genti stimolate si sollevavano: atroci fatti

seguitavano parole incitatrici. Carmagnola, città vicina a Torino, si

levava a romore, ed ammazzava i repubblicani che viaggiavano alla

spicciolata: i repubblicani accorsi armatamente da Pinerolo ammazzavano

i Carmagnolesi, ardevano le case loro, e davano inesorabilmente a morte

i frati, autori della sommossa. Queste cose succedevano a ostro di

Torino: a tramontana delle peggiori. Il Canavese, provincia dotata di

popoli armigeri e fieri, vieppiù s'infiammava; vi sorgevano opere, parte

da commedia, parte da tragedia. Un antico ufficiale in riposo d'Austria,

che Branda-Lucioni aveva nome, giudicando che quello fosse tempo da

prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso

sollevando, e depredando il Novarese ed il Vercellese, quando fermatosi

in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il

seguitavano, erano andate, strada facendo, ingrossandosi: le chiamava

masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una

terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo

luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando.

Poi trovava il paroco, e si confessava e comunicava. Nè dimenticava la

cura del corpo; perchè si dava al desinare, ed usava anche del vino

immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon

uomo. Nè gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello

stesso giorno facesse, perchè quanti villaggi visitava, tante le

ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva,

che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia o a

ruba. Chi non pagava, predato o carcerato, ma il pagar la taglia mezzo

sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretari: preti, curati e

frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole e crocifissi. Frati

erano d'ogni sorta e di ogni colore, ed armati in varie e strane guise:

un curato accinto di pistole assai ben grosse, custodiva il passo della

Stura. I villani seguitando facevano gesti e schiamazzi, parte ridicoli,

parte tremendi. Il terrore dominava il Canavese. Non solo chi aveva

opinione contraria, ma chi aveva o lite, o interesse contrario con

alcuno di quest'uomini fanatici, era chiamato a strazi, a prigionìa, ed

a morte. Nè preservava l'età, o la virtù, o l'innocenza; tutti erano da

un incomposto furore lacerati. Sonsi vedute donne tratte, per opinioni o

vere o supposte, alle ingiurie estreme da uomini sceleratissimi: sonsi

veduti magistrati rispettabili legati con corde, e svillaneggiati con

ogni obbrobrio da uomini facinorosi, che avevano anticamente, e sotto il

governo regio chiamati a giustizia per commessi delitti: sonsi veduti

vecchi infermi, o scempiati da queste masse furibonde, o fuggenti con

istento la cieca rabbia, che gli perseguitava. Le matte cose, che questo

Branda dava a credere alle sue masse, sono piuttosto di un altro mondo,

che di questo; perchè diceva, che con bastoni e con pali avrebbe preso

la cittadella di Torino, ed elle se lo credevano; che avrebbe preso

Francia, e se lo credevano; che Gesù Cristo gli compariva, e se lo

credevano; e preti e frati applaudivano, e più applaudivano, nelle

meriggiane ore, che nelle mattutine. Credo, che scena simile a questa

non sia stata al mondo mai. Intanto il buon uomo si prendeva le taglie,

ed attendeva al vino. Infine, prima i preti timorosi, poi i villani

sospettosi incominciarono a subodorar l'umore, e diedero mano al

mormorare. Brevemente, vedendosi scoperto, si cansò, e temendo, che i

generali Russi o Tedeschi, ai quali non piacevano le opere nefande, gli

dessero premio secondo i meriti, andava domandando attestati di ben

servito a questo ed a quello, massime ai preti: alcuni gliene diedero, o

per compassione o per timore; i più gli ricusarono. Il vescovo, e la

città di Novara sdegnosamente glieli negarono, fu posto pe' suoi

portamenti in carcere a Milano, e vi stette tre mesi. Durerà lungo tempo

la memoria di questo Branda in Canavese, come caso di credulità sciocca,

e di furore pazzo. Ai tempi che seguirono, e quando i repubblicani

tornarono in Piemonte, prevalse fra di loro l'uso, che chi parteggiava,

o fosse creduto parteggiare pel governo regio, Branda da questo lepido

capo si chiamasse. Intanto le masse sollevate continuavano, nè furono

sciolte, se non quando i confederati, fatti più sicuri dalle vittorie,

giudicarono, i moti composti essere migliori degl'incomposti.

Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè

essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo

risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornar all'antica

obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto

accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierìe e delle munizioni,

che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza

delle genti, che gli restavano, lasciar in Torino un presidio

sufficiente, e dalla guarnigione della cittadella in fuori non vi era

forza che potesse preservar la città quantunque fosse cinta di mura

forti, ed ordinate, secondo l'arte, a difesa. Ad un recinto tanto largo

appena avrebbe potuto bastare contro l'oppugnazione tutto l'esercito,

che il generale di Francia aveva condotto oltre i sommi gioghi dei

monti. Solo vi era dentro una guardia cittadina, che prima urbana,

poscia nazionale chiamata, ed avendo oggimai a noja e le mutazioni e le

guerre, e le grida di questo o di quello, intendeva solamente a

conservare intatte le proprietà e le persone. Arrivava Wukassowich con

genti regolari, e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva

Fiorella, volersi difendere. L'Austriaco, occupato il monte dei

Cappuccini, che dalla riva opposta del Po sopraggiudica la città, e

piantatevi alcune artiglierìe, non grosse, ma da guerra sciolta,

principiava da quel luogo rilevato a dar la batterìa; rispondevano, ma

debolmente le artiglierìe della mura. Non facendo frutto con le palle,

provò le bombe, perchè sapeva, che si resisteva piuttosto pel difetto

delle armi, e delle genti necessarie ad espugnare, che per la sufficenza

del presidio. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po; il che fra

quello strepito di artiglierìe accrebbe molto il terrore; già le menti

commosse credevano approssimarsi l'estremo sterminio. In questo punto la

guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di

Wukassovich; gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe

informi di Branda-Lucioni. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i

pochi soldati repubblicani, che alloggiavano in città, dei quali alcuni

furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in poter di Francia,

ma non era ancora del tutto in poter d'Austria, perchè su quel primo

giungere le turbe contadinesche dominavano. Per primo fatto, ed in sul

bell'entrare uccisero un Ghiliossi, ufficiale d'artiglierìa molto

riputato, il quale, quantunque fosse in voce di amare il governo nuovo,

si era mescolato, certo molto imprudentemente, coi circostanti per

vedere passare quegli uomini arrabbiati. Scoperto, _oh_, _ecco un

giacobino_, dissero, e tosto l'ammazzarono. Il suo cadavere fu lasciato

giacere nel sangue lungo tempo, e ad esso con gli scherni e con

gl'impropreri insultavano. Le feroci masse ebbre di rabbia e di vino,

correvano le contrade, riempiendo l'aria di grida orribili; si

promettevano il sacco. Un cavaliere Derossi, colla spada nuda in mano,

gli guidava ed animava, e correndo con loro gridava, e faceva che

gridassero _Viva il re_, _viva la casa di Savoja_, _muojano i

giacobini_. In mezzo a queste grida la moltitudine sfrenata dava il

sacco alle case Ferrero e Miroglio, ed al caffè di Scanz, a quelle come

di giacobini, a questo per non so quale insegna repubblicana. Derossi

faceva minacce a chi affacciatosi alle finestre, non gridasse: _Viva il

re._ Mangiari di ogni sorta, e fiaschi di vino si calavano continuamente

e so dire, molto volentieri, dalle finestre, perchè non era tempo da

esitare. I villani gridavano senza posa, _muojano i giacobini_! _dove

sono questi giacobini_? _che ci si diano qua_: _che stiam facendo_, _che

non gli ammazziamo tutti_? Giacobini e non giacobini si nascondevano,

perchè sapevano, qual discernimento abbia in simili casi il volgo.

Insomma Torino pieno di spavento aspettava qualche gran ruina, e se i

confederati non fossero stati presti ad accorrere, ed a frenare quegli

uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che

si temevano. Premevano gli animi di tutti i pensieri delle cose presenti

e future.

Quando i tumulti, che avevano conquassato il Piemonte, alcun poco

restarono, entrava a guisa di trionfatore il generalissimo Suwarow.

Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per

ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Fu ammesso molto volentieri

al bacio della pace, ed alla celebrazione dei divini misteri

dall'arcivescovo Buronzo, il quale, dopo di aver lodato alcuni giorni

prima la repubblica, ora chiamava nelle sue nuove pastorali il generale

Russo, inviato del Signore, novello Ciro. Nè si oppose al vedere certe

immagini, che si andavano vendendo, e che il volgo ignaro osservava

maravigliando, nelle quali la Russia, l'Austria e la Turchia erano

rappresentate con gli attribuiti della Santissima Trinità. Queste cose

io narro bene a mala voglia; pure son costretto a narrarle per amor

della verità, e perchè i nostri nipoti sappiano, quanto noi siamo stati

pazzi.

Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le

artiglierìe; i confederati traevano contro di lui: era vicino un altro

sterminio; i miseri Torinesi tra Francesi, Russi, Austriaci,

repubblicani, regj, dalle paure e dai dolori non potevano respirare.

Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne

andava in sobbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella

dalla parte della città, ed i Francesi non infesterebbero la città dalla

cittadella. Era Suwarow continuamente veduto, e corteggiato dai nobili;

i più savi consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.

Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba,

massime in queste faccende di stato, più volentieri udiva i primi che i

secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo le parzialità

del luogo, o i desiderj dì vendetta. Gli pareva, sebbene fosse venuto

dall'Orsa, che fosse oggimai tempo di riordinare lo stato, piuttosto che

di alterarlo con le acerbità, che generano nuove nimicizie e nuovi

sdegni. Chiamava a se il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava

carico di riordinare i reggimenti del re. Il marchese con un acconcio

manifesto esortava i soldati Piemontesi a tornare sotto le antiche

insegne, promettendo, che si sarebbero perdonate le trasgressioni, e si

aprirebbe volentieri il grembo a tutti gli sviati, che per le difficoltà

dei tempi si erano voltati a servire ai governi nuovi, e che prontamente

si rimettessero nell'obbedienza: a queste parole senza tardità i soldati

si raccoglievano. Poi Suwarow consigliandosi col marchese medesimo, e

con gli altri capi del governo regio creava, per dar forma alle cose

sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino

al ritorno del re. Riputando poi a proposito di lui il dare la potestà

ai più affezionati, vi chiamava il marchese, i capi delle tre

segreterìe, i primi presidenti del senato e della camera dei conti,

l'avvocato, ed il procurator generale, l'intendente generale delle

finanze, il contador generale, ed il reggente il controllo generale;

voleva, che i magistrati antichi riprendessero gli uffizi; ordinava, che

il consiglio supremo fra le leggi emanate dopo la partenza del re,

scegliesse quelle che si dovessero conservare. Grave peso era addossato

al consiglio: le cose scomposte oltre ogni credere, massimamente le

finanze. Oltre la voragine della guerra, e le molestie, le fraudi, e le

rapine degli amministratori degli eserciti Russo ed Austriaco,

certamente non più continenti dei repubblicani, quei biglietti di

credito laceravano lo stato. Per liberarsene, decretava che si

spendessero, e nei pagamenti si accettassero, non a valor di segno nè di

editto, ma a valor di cambio, deliberazione giusta in se rispetto ai

particolari tra di loro, non rispetto al governo. Parve decreto enorme:

gravi risentimenti aveva prodotto la legge precedente, che aveva scemato

dei due terzi il valore dei biglietti, ma questa del consiglio, sancita,

come si disse, a petizione del conte Balbo, soprantendente le finanze,

del valore che solo valessero a valor di cambio, ne partorì dei più

gravi. Oltrechè i possessori si trovarono offesi della differenza tra il

valore edittale, e quel di cambio, la legge del governo istituito dai

Francesi aveva offeso solamente gl'interessi privati, mentre questa

offendeva gl'interessi privati ed il buon costume, ed aperse la porta ad

abusi innumerabili; imperciocchè s'incominciò a far disegni, ed a

negoziare sull'aggio, pessima corruttela dello stato sociale. Grande

difficoltà era pure nel provvedere le vettovaglie necessarie alle

popolazioni paesane, ed a tante genti forestiere; perchè la vernata

essendo stata molto aspra, vi era estrema carestia; e siccome i più

forti erano i primi a procacciarsele, così i vincitori, che si

chiamavano amici ed alleati, se ne vivevano largamente, mentre gli

uomini del paese pativano all'estremo dei cibi necessarj, ed erano

tormentati dalle ultime necessità; alcuni se ne morirono di fame. I

vincitori pascevano i cavalli coi granelli della saggina o sia meliga,

che è il principal cibo dei contadini del paese, ed i Piemontesi

affamati ne domandavano invano. Furon visti uomini costretti dalla

estrema fame razzolare, crudo ed insolito spettacolo in Piemonte, nello

stallatico dei cavalli, e pascersi dei granelli superstiti, miserabili

reliquie. A questo si aggiungeva, che se i villani frenati dai capitani,

avevano cessato, sebbene non intieramente, dal sacco e dalle

persecuzioni, i Cosacchi, i Panduri, e non so qual altra peste di questa

sorte, avevano principiato a far da loro. La parzialità pei Francesi era

il pretesto, la cupidigia la cagione, la violenza il mezzo, il furto il

fine. I Piemontesi non erano sicuri nè in casa, nè fuori; le case

andavano in preda, o per forza o per inganno; le ingiurie per le strade,

ed anche per le contrade della real Torino si moltiplicavano; varie

erano le forme: alcuni rapivano gli orologi di tasca, dicendo, _Jacob,

Jacob_, come dir giacobino; e gli rapivano ai giacobini, ed ai non

giacobini ugualmente. Toccavano altri i capelli, credendo, che i

giacobini gli avessero mozzi, e se venivano, gridavano _Jacob, Jacob_, e

mettevano l'uomo per la peggiore: nelle campagne, veduto chi andasse per

la strada ai fatti suoi, tosto gridavano _Jacob_, correvano dietro, ed

era forza riscattarsi, quando non si poteva fuggire. Io ho conosciuto un

repubblicano, che era fatto fuggire su pei monti da una stretta di

Panduri, che gli teneva dietro, gridando _fermati Jacob, fermati Jacob,

che siam truppe dell'imperatore_. Quella gente zotica si persuadeva, che

perchè eran truppe dell'imperatore, il repubblicano dovesse fermarsi; ma

ei si dileguava loro davanti con migliori gambe. Insomma la guerra è

guerra, i vincitori sono vincitori, ed il ciel guardi gli stati deboli

dagli alleati potenti. Non mai il Piemonte fu tanto squallido, quanto ai

tempi della presenza degli Austriaci e dei Russi.

Non si fece sangue per giudizj civili nè sotto il governo di Joubert, nè

sotto quello di Suwarow; ma dominando il Russo, molti partigiani del

nuovo stato, fra i quali non pochi virtuosi uomini, furono carcerati,

parte per odio, parte per assicurarsi di loro massimamente perchè i

repubblicani innanzi che partissero, avevano arrestato, e condotto

ostaggi in Francia per sicurezza dei compagni, i capi delle principali

famiglie nobili del Piemonte. Il collegio dei nobili di Torino pieno di

questi prigionieri di stato: eranvi il conte San Martino, il conte

Galli, il conte Avogadro, l'avvocato Colla, il giudice Braida, e con

molti altri quel Ranza, che al suono della rivoluzione del Piemonte sua

patria, era prestamente accorso da Milano, dove secondo la sua

disordinata natura, ma pure con sincerità d'animo, non contento di cosa

che si facesse, o di anima che vivesse, scriveva contro tutti senza

freno alcuno quanto gli suggeriva la mente sua torbida ed inquieta. Gli

scherni che loro si facevano dal popolazzo erano gravi, le minacce ancor

più gravi; le medesime carcerazioni nelle provincie.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 17 / 26 段