Arrivava Suwarow a fronte del nemico, e senza soprastare, si risolveva a

combatterlo. Suo pensiero era stato, dappoichè aveva il freno dei

collegati, d'insistere sulla destra verso i monti, piuttosto che

seguitare il corso del Po, perchè desiderava di disgiungere i Francesi,

che combattevano in Italia, da quelli che guerreggiavano nella Svizzera.

Per la qual cosa andava radendo le falde dell'Alpi, ed amò meglio

tentare il passo del fiume più verso il lago, che verso il Po. Divideva,

come i Francesi, i suoi in tre parti: commetteva la prima che marciava a

destra al generale Rosemberg, che aveva con se Wukassowich, guidatore

dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in

qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana guidata da

Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e

d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza, che camminava a

sinistra, commessa al valore del generalissimo Austriaco Melas, andava

porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Francesi

a Cassano. Francesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion del

mondo.

Serrurier, dopo di aver combattuto, e respinto con sommo valore i Russi

condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del

ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro,

lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per

cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte dei ventisei aprile

Wukassowich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo

riattato il ponte, varcava, e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava

guardie di sorte alcuna. Nè noi possiamo restar capaci, come in tanta

vicinanza del nemico, ed in tanto sospetto di una battaglia imminente, i

Francesi non abbiano riguardato questo passo importante con un gagliardo

presidio. Passato, correva Wukassowich la vicina contrada, e non trovava

vestigia di nemico, se non se ad Agliate, ed a Carate. Ciò non ostante

molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel

medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler generale

dell'imperator Francesco, capitano audacissimo e di molta sperienza,

sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di

Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle

piatte, e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e

profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte.

Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però fatto lavorar

sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole

necessarie, tanto s'ingegnò, che alle cinque della mattina del

ventisette mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori,

che vi si appiattavano, senza che i Francesi se ne accorgessero, e poco

poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezza schiera armate

alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo

conseguito da Wukassowich, marciava per combatterlo, e si trovava a

Vaprio. Ma da quell'uomo valente ch'egli era, raccolti subitamente i

suoi, anche quelli che erano stati fugati da Trezzo, ingaggiava la

battaglia col nemico, non ben ancor sicuro della possessione della

destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati,

e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al

riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la

battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni

reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale

valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria,

quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano

inclinar la fortuna in favor degli alleati; perchè dopo un sanguinoso

affronto cacciarono i Francesi da Pozzo, e gli misero in fuga. Un

colonnello Austriaco fu morto in questo combattimento, il generale

Francese Baker fatto prigione. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio

le genti rotte, ma indarno, perchè assaltato dagli Austriaci e Russi fu

rotto ancor esso, ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso

Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a

ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier

respinto all'insù, ed intieramente separato dall'altre parti

dell'esercito.

Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori,

Melas più sotto non se n'era stato ozioso. Avevano i Francesi con forti

trincee munito una testa di ponte sul canale Ritorto, pel quale avevano

l'adito libero sulla riva sinistra. Melas, che sebbene fosse già molto

innanzi con gli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col

fiore de' suoi granatieri questa testa di ponte; ma vi trovava un duro

intoppo, perchè con estremo valore ostarono i Francesi, ed anzi

parecchie volte il ributtarono. Infine dopo molto sangue e molte morti,

superava tutti gl'impedimenti, e si rendeva padrone del passo del canale

Ritorto. Restava a superarsi, opera molto più difficile, la testa del

ponte sull'Adda molto fortificata. Quivi fuvvi il medesimo furore per

l'assalto, il medesimo valore per la resistenza. Ma crescevano ad ogni

momento i soldati freschi ai confederati, per modo che spingendosi

avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il

parapetto, con le bajonette in canna superarono il passo, e fecero

strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era

mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto

il ponte, si ritirassero. Ciò mandarono ad effetto, aspramente seguitati

dal nemico. Ebbero comodità di rompere, non tutto, ma solamente una

parte del ponte: sulla opposta riva attendevano a riordinarsi. Ristorava

prestamente Melas il ponte, ed una nuova, ed ugualmente aspra battaglia

ingaggiava coi repubblicani, che animati dalla presenza e dai conforti

del loro generalissimo virilmente si difendevano. Ma già la fortuna più

poteva che il valore; già tutte le schiere superiori erano o separate, o

volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas passata a Cassano, una

novella squadra, che aveva varcato a San Gervasio, urtava i Francesi per

fianco: già Moreau medesimo era in pericolo di esser preso dai

vincitori, che il cingevano d'ogn'intorno.

Altro consiglio non gli restava se non quello di partirsi prestamente

con tutte le sue genti, lasciando intieramente la vittoria in poter di

coloro, che l'avevano acquistata. Ma questa risoluzione non era facile a

condursi ad effetto, perchè gli Austriaci vincitori da ogni parte

baldanzosamente instavano. Pure pel disperato valore de' suoi soldati,

che amavano meglio perdere la vita, che il loro capitano, Moreau si

riscattava da quel duro passo, e perduta intieramente la battaglia, e

lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a

presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow

si ricongiunsero a Gorgonzola. Da quanto si è fin qui raccontato si

vede, che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato

dai due corpi riuniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un

valore degno di lui e de' suoi soldati; e sebbene il combattimento fosse

tanto disuguale pel numero, tanto fece, che si condusse intero a

Verderia, e quivi affortificatosi con molta prestezza ed arte attendeva

a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del

nemico, dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e

tempestando da tutte le bande le artiglierìe nemiche sopra uno spazio

assai ristretto, chiese i patti, e gli conseguì molto onorevoli. Gli

ufficiali avessero la facoltà di tornarsene sotto fede in Francia, i

soldati fossero i primi ad avere gli scambi. Combatterono in questo

fatto con molta fede e valore i reggimenti Piemontesi condotti dal

generale Fresia. Serrurier e Fresia furono trattati umanamente dai

vincitori. Un presidio lasciato in Lecco sotto il colonnello Soyez,

imbarcatosi sul lago, e giunto con prospera navigazione a Como, arrivava

a salvamento sulle rive del Ticino; difficile, e coraggiosa impresa.

Mancarono in questa battaglia di Cassano, che fu una delle più aspre e

sanguinose che si siano vedute, dei Francesi meglio di due mila uccisi,

ed altrettanti feriti: cinque mila prigioni vennero in poter del

vincitore; tra questi Serrurier, Baker e Fresia. Furono scemati

gl'imperiali di tre mila soldati o morti, o feriti. Molte armi e

bandiere conquistate accrebbero l'allegrezza loro. Più di cento cannoni

venuti in poter loro attestarono massimamente la grandezza della

vittoria. Errarono, come è evidente, i Francesi in questa battaglia,

prima per aver troppo disteso le ali loro, poi per negligenza nel

sopravvedere: il che diè comodità a Wukassovich ed a Chasteler di

passare a Brivio ed a Trezzo; del resto combatterono col solito valore.

Debbonsi lodare i confederati di un valor pari, di molta destrezza, e di

maggior audacia nell'aver passato. Tuttavia, se non era Chasteler, che

prestamente accorse in ajuto dei passati con genti fresche, la cosa si

sarebbe ridotta dal canto dei confederati in gravissimo pericolo, e

probabilmente la loro audacia sarebbe stata stimata temerità.

La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e

faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli

alleati tutta la Lombardia, ed il Piemonte. In tanta disuguaglianza di

forze militari, ajutate dalle inclinazioni dei popoli, non si comprende

come i Francesi si siano risoluti a lasciare tanti presidj nelle

fortezze dei paesi abbandonati, era evidente, che sarebbero stati

costretti a capitolare, atteso massimamente che le più non erano

difendevoli lungo tempo. Mantova sola poteva, e doveva guardarsi, perchè

abile a sostenersi, e ad aspettare i sussidj di Francia, e quanto

portassero i destini da Napoli per opera di Macdonald. Se dopo le rotte

di Verona e di Magnano, si fossero chiamati i presidj a congiungersi

colla parte principale avrebbero potuto combattere del pari, e tenere in

pendente la fortuna. Ma avendo voluto combattere spartitamente, furono

anche spartitamente debellati, colpa o di soverchia confidenza in se

stessi, o di poca avvertenza dei loro generali.

Le genti Russe più affaticate delle Austriache per lungo viaggio, si

riposarono dopo la battaglia. Fu perciò commessa la cura a Melas di

condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano già vinto prima che

occupato. Importava altresì, che un paese Austriaco fosse dagli

Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con

grandissima sospensione di animi, perchè i reggitori della repubblica,

con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in

tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia.

I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze,

e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno

pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare

in suo pro. Gli amatori del governo imperiale buoni compassionavano i

repubblicani, stimandogli piuttosto fanatici che malvagi, i cattivi gli

volevano perseguitare, i pessimi denunziare, i profligati calunniare.

Questi umori covavano. Era un gran fatto, che la sede di una repubblica

riconosciuta dalla maggior parte dei potentati d'Europa, e che poc'anzi

pareva, a tanti gloriosi gesti, ed alla forza dei Francesi

appoggiandosi, che fosse per durare molti secoli, ora con tanto

precipizio cadesse, ed al nulla si riducesse. Il pensare da una parte

agli ordinamenti sì civili che militari, che vi regnavano, alle pompe

che vi si spiegavano, ai discorsi che vi si facevano, agli scritti che

vi si pubblicavano, ai trionfi che vi si menavano, alle imprese ed alla

militare gloria di Buonaparte che vi risplendevano; dall'altra alla

sembianza, ch'ella, non che fra pochi dì, fra poche ore avrebbe, dee

soprapprendere con maraviglia e con istupore qualunque uomo, anche di

quelli che più sono avvezzi a considerare queste umane vicissitudini.

Sapevano i capi della repubblica, quale ruina sovrastasse, ma le cattive

novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose si dicevano, ora di

vittorie francesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora

di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure

eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte, e prossima

ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano

diligentemente, e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il

vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta

Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata,

carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose,

ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze;

la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano;

scortati da qualche squadra di cavalleria alla volta di Torino i

direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e

con loro quasi tutti coloro, che, o nei gradi fossero, o no, avevano

maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio

con se denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara: venne

poco dopo in poter degli alleati. Rimase in Lombardìa Adelasio, uno dei

quinqueviri, avendo trovato grazia appresso agl'imperiali per aver loro

svelato i depositi dei denari, e degli archivj della repubblica. Degli

altri repubblicani Italiani che fuggivano, e con loro le donne ed i

figliuoli, che erano uno spettacolo compassionevole, i più se ne

partivano poveri, perchè ai ladronecci avendo mostrato piuttosto sdegno

che imitazione, potevano meglio essere accusati d'illusione che di vizj.

Nè il duro dominio, di cui erano stati testimonj e vittime, nè le

Tedesche grida che loro suonavano alle terga, gli svegliavano dal

lusinghevole sonno; che anzi varcando miseri, esuli, e squallidi le Alpi

durissime, andavano ancora sognando la loro felice repubblica, sì forte

era la malattia, che gli occupava. Quanto a quelli che non avevano

sognato, le stesse Alpi in cocchi dorati coi depredatori della patria

loro varcavano.

Arrivava il vincitore Melas il dì ventotto aprile in cospetto della

città. Gli andavano all'incontro sino a Cressenzano, l'arcivescovo, ed i

municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla,

e con lietissime grida salutandolo. Udivansi le voci: _Viva la

religione, viva l'imperatore Francesco secondo_. Cresceva ad ogni

momento la calca; pareva, che tutta la città si versasse a vedere, ed a

salutare i soldati, e le insegne dell'antico signore. La sera si

accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi

d'allegrezza: dimostrazioni tutte, che si erano fatte per lo innanzi ad

ogni novella di rotte Austriache. La bontà del popolo Milanese

risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria, nè minaccia

ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le

persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il

palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di quest'uomini

facinorosi in paese tanto riputato per la dolcezza degli abitatori,

l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad

astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e

persecuzioni l'allegrezza comune. Avvisava inoltre, che chi non

obbedisse, sarebbe castigato. Volendo Melas, ed il commissario imperiale

Cocastelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano, che al

governo solo s'apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse

vendette private, o turbasse il pubblico, sarebbe senza remissione

punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le

intemperanze popolari. Solo, poco tempo dopo, si udì il mal suono, che

erano stati arrestati alcuni dei capi dello stato repubblicano, che poi

si mandarono carcerati alle bocche di Cattaro. Fu questa, non so se

cautela o castigo, cagione di grave dolore e terrore, perchè i presi

erano uomini ragguardevoli per dottrina e per virtù. Si sentiva tosto

un'altra voce sinistra, che le cedole del banco di Vienna avessero a

spendersi come contante: parve enorme in quel fiorito paese, in cui era

ignota la peste delle carte pecuniarie. Incominciossi a temere delle

persone e degli averi: ciò contaminava l'allegrezza recente. Arrivava

intanto Suwarow; il guardavano come un nuovo uomo: disse

all'arcivescovo, essere venuto a rimettere la religione in fiore, il

papa in seggio, i sovrani in onore. Si maravigliavano i popoli a tanto

amor del papa: si taceva che fosse scismatico. Soggiunse ai municipali

venuti a fargli riverenza, che gli vedeva volentieri; che solo

desiderava, che come suonavano le parole loro, così avessero i

sentimenti. Dal che si vede, che Suwarow vecchio se ne intendeva.

Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse

il procedere dell'avversario: quest'erano, o di premere a destra per

disgiungere i Francesi d'Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare

sulla stanca, passando il Po, per impedire la congiunzione di Macdonald

con Moreau. Sulle prime, non ben certo della risoluzione del generale di

Francia, accennava all'una parte ed all'altra, mandando dall'un lato

Wukassowich grosso ad invadere il Novarese ed il Vercellese, dall'altro

Rosemberg, grosso ancor esso a romoreggiare sul Vogherese. Così

aspettava a pigliare deliberazioni più risolute, secondo che

insegnassero gli andamenti del nemico.

Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila

combattenti, aveva considerato, che senza pericolo di estrema ruina, non

poteva starsi a difendere la fronte del Ticino, siccome quella che era

troppo estesa, e non corroborata da alcuna fortezza. Pertanto si era

risoluto ad abbandonarla, portandosi più indietro. Ma a quale parte gli

convenisse condursi, stava in dubbio; perchè o doveva ancor egli pensare

al tenersi accosto all'Alpi per consentire con Massena, che continuava a

combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po

per dar la mano a Macdonald, al quale aveva mandato ordine, che da

Napoli partendo, e prestamente viaggiando venisse a congiungersi con

esso lui sulle sponde della Trebbia. Elesse questo secondo partito, nè

perchè non si sia deliberato a condursi direttamente a Genova, passando

il Po tra Pavia e Voghera, a noi non appare, se forse non fu per dar

animo con la sua propinquità ai comandanti delle fortezze assediate di

sostentarsi. Per la qual cosa visitato Torino, e quivi informatosi

diligentemente, se le strade da Genova a Piacenza fossero praticabili

per le artiglierìe, nè temendo di essere seguitato così presto, perchè i

grossi torrenti del Canavese si erano per le pioggie smisurate gonfiati

strabocchevolmente dietro a lui, e le strade ne erano soffocate,

conduceva l'esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un

sito molto forte. L'ala sua destra era assicurata da Alessandria e dal

Tanaro, la sinistra da Valenza e dal Po. Per tal modo non abbandonava

del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini.

Per la quale deliberazione del capitano di Francia fu necessitato

Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po, e la catena di quei

monti. Erano cinte d'assedio dagli alleati Peschiera, Pizzighettone, il

castello di Milano, e Mantova. Ma non indugiarono lungo tempo ad

arrendersi Peschiera ed il castello, fatto leggiere difese;

Pizzighettone si tenne più lungamente, infine un caso fortuito di una

conserva di polvere, che accesa da una bomba, aveva intronato tutta la

terra, diè causa di dedizione ai difensori. Rimanevano in favor dei

Francesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore

importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del

Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnato le

fortezze conquistate, e fatti arditi dalle sollevazioni dei popoli in

loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza

da quel forte nido, in cui si era ricoverato. Ma credendo, che egli

fosse più debole, o i Francesi più perduti d'animo, in vece di andar

all'incontro con forze grosse ed unite per venirne ad una battaglia

giusta, giudicarono di poterlo snidare con dimostrazioni parziali, e con

romoreggiarli all'intorno. Passarono i confederati, massimamente Russi,

il dì undici maggio, il Po a Bassignana; i Francesi, essendo andati ad

urtargli, gli ruppero, e tuffarono nel fiume. Ripassaronlo più grossi il

giorno seguente, ed assaltarono virilmente i repubblicani; ma essi più

virilmente ancora resistendo, rimasero superiori, ed uccisero gran

numero d'imperiali; i superstiti cacciarono nel fiume. Nè quale utilità

avessero questi assalti particolari, io non lo so vedere, perciocchè,

quando puoi vincere con tutte le forze, non ti devi mettere a pericolo

di perdere con una parte. Dall'altro lato Keim, acquistato

Pizzighettone, era venuto ad ingrossare Rosemberg sulla destra del Po, e

fatto forza contro Tortona, facilmente la recava in suo potere,

essendosi i Francesi ritirati nel forte. Tentata invano l'ala sinistra

di Moreau, avvisarono i confederati di far pruova, se minacciando sulla

destra, il potessero sforzare alla ritirata. A questo fine si

appresentarono molto grossi a San Giuliano, che accenna a Marengo, luogo

vicino ad Alessandria. Ma Moreau, che conosceva l'arte, ed aveva

penetrato l'intento del nemico, ricusava il combattere, difendendosi con

la fortezza degli alloggiamenti. Ciò fu cagione, che Suwarow pensasse a

fare il principale sforzo della guerra sulla sinistra del Po. Della qual

cosa accortosi il generale di Francia, usciva, traversata la Bormida,

dal suo campo, ed assaltava con impeto grandissimo Keim e Froelich, che

avevano le stanze a San Giuliano, ed obbedivano a Lusignano.

S'ingaggiava una battaglia molto viva, traendo i Francesi a scaglia, e

caricando con la cavallerìa. Avrebbero anche vinto quella pugna, se per

caso fortuito non sopraggiungeva con genti fresche Bagrazione, che

entrando nella battaglia nel momento, in cui già i confederati

piegavano, gli sostenne, ed obbligò Moreau a tirarsi indietro. Ritirossi

infatti, ma intiero e minaccioso, tornando nel suo sicuro alloggiamento

fra i due fiumi. Fu sanguinosa la zuffa da ambe le parti, ed ambedue si

attribuirono la vittoria. Così Moreau dimostrava, che era ancor vivo, e

che gl'infortunj presenti non gli avevano tolto nè la mente, nè la

fortezza d'animo.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 16 / 26 段