Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì
ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la
destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la
mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese
esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città;
Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva
carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e
Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di
Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere
andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta
uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo
romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal
colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie
esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi,
le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con
grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago,
presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova.
Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad
Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva
gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a
Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente
maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i
Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano
più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata
resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre
Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con
perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di
perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e
Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si
erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la
seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante
erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i
due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di
questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e
valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente
per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione
di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un
terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse
per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei
Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le
mura di Verona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala
loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece
fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i
repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il
sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che
consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e
teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con
tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si
difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che
questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per
modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di
correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte
degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo
stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più
oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai
monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata
Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali
custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti
cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette
cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano
Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si
erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre
i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti,
perchè Wukassowich era uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella
proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj
s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala
destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava
a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona,
per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava
il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava
Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a
cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse
intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non
fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di
Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti
e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar
sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in
possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i
Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona.
Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe
potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva
sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli
uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani
che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto
loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che
l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le
partite in favor dei confederati.
Adunque alle dieci della mattina del trenta marzo, i Francesi condotti
da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero,
assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto con genti
fresche Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor si
innoltrava verso i luoghi superiori della valle, ed in Montebaldo verso
la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti ai quali si
appoggiavano i Tedeschi, e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i
Francesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato
molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio
e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori
ottomila soldati, e partitigli in tre colonne, gli sospingeva ad urtare
i Francesi. La prima gli assaliva dalla parte di Parona, la seconda per
la strada del Tirolo verso Rivole, la terza lungo le montagne di
Mantico. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale
prevalsero gli Austriaci, ed i Francesi pensarono al ritirarsi, non
senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto per frenare
l'impeto del vincitore, e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera
egregia la cavallerìa Piemontese. Restava che si potesse ripassare a
salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti
con la cavallerìa, e rottogli per mezzo dei granatieri di Korber,
Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti, che, deposte le
armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai
monti, fu in questa guisa superata e presa. Noverarono i Francesi mille
soldati tra morti e feriti: dodici centinaja venuti sani in poter delle
genti imperiali ornarono il trionfo di Kray. Non conquistarono i
Tedeschi alcuna artiglierìa, perchè un solo pezzo aveva con se condotto
Serrurier. Perdettero gli Austriaci poca gente, sì per le buone mosse
ordinate dal generale loro, e sì per l'ardore inestimabile, col quale
andarono all'assalto, e che sopraffece in breve tempo il nemico.
Dalle raccontate fazioni si vede, che Scherer aveva con arte lodevole
ordinato la battaglia di Verona, ma che fece errore nel non seguitare
subitamente l'aura favorevole della fortuna sull'ala sinistra, che era
nel primo fatto rimasta vittoriosa; poichè se il giorno medesimo della
battaglia, cioè il ventisei, od almeno il ventisette avesse fatto passar
il fiume a tutta l'ala medesima, e l'avesse spinta gagliardamente contro
il fianco di Verona, se ogni probabilità non inganna, avrebbe rotto
Keim, che solo si sarebbe trovato a combattere, ed acquistato la città,
innanzi che Kray arrivasse in ajuto con le genti vincitrici di Legnago.
Ognuno vede, quali effetti avrebbe partoriti la presa di una città così
nobile, e di sito tanto importante, con la sconfitta di due ali
degl'imperiali. Non errò dunque Scherer per difetto di arte, ma bensì
per mancanza d'ardire tanto più da condannarsi, quanto più quello fu il
solo adito, che la fortuna in tutta questa guerra gli abbia aperto alla
vittoria. Narrasi, che Moreau lo confortasse al raccontato partito, ma
che non vi si volle risolvere.
Risultava dalle due battaglie di Verona, che gli Austriaci passavano
l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer
si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della
Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi: aveva fermato
il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni
ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarli sui fianchi
ed alle spalle con truppe armate alla leggiera. Wukassowich, sceso dal
Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il
colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il
campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il
navilio, che i Francesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar
ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi
dall'ala sinistra Austriaca con soldati corridori, era comparso sul Po,
aveva messo a romore le due sponde, precipitato in fondo le navi
Francesi, e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara, o in
Ostiglia. Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave
pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo
esercito scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era
divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo
non isfuggiva a Scherer, che a Suwarow, ritardato solamente dalle piogge
insolite, che avevano fatto gonfiare oltre modo i fiumi ed i torrenti,
si accostava: il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico se
prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente.
Ricordavasi delle antiche vittorie, considerava esser quei medesimi
Francesi, vincitori di tante guerre, avvertiva, quelle terre medesime,
sulle quali insisteva essere state poco tempo innanzi testimonio di
tante e sì gloriose loro fazioni. Mosso da tutto questo, nè mancando
anche d'animo per se medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col
nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a
Verona. Dall'altro lato il generale Austriaco, non fuggendo il tentar la
fortuna da se solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva
dar tempo al nemico di riordinarsi, e riaversi dall'impressione delle
rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi tanto più
imbaldanziti dalle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate,
mentre era ancor fresca la memoria di tante loro sconfitte. Forse ancora
Kray nel più interno del suo animo desiderava una nuova battaglia per
operare, che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che
arrivassero il generalissimo Melas, ed il forte maresciallo di Paolo. Se
tale fu il suo pensiero, come è da credersi, e' bisognerà confessare,
ch'egli avesse una gran fede in se medesimo, e nissun dubbio della
vittoria; perchè se perdeva coi possenti ajuti tanto vicini, avrebbe
meritamente incorso molta riprensione per aversi commesso colle sole
armi Austriache alla fortuna. Ivano all'affronto i due nemici divisi in
tre schiere, il dì cinque aprile. La destra dei repubblicani guidata da
Victor e Grenier marciava all'assalto di San Giacomo: la mezzana
governata da Montrichard e Hatry, sotto guida suprema di Moreau, doveva
sloggiare l'inimico da' suoi posti tra Villafranca e Verona. La sinistra
sotto la condotta di Serrurier aveva il mandato d'impadronirsi di
Villafranca e di andarsi approssimando all'Adige. Delmas, soldato
animoso, e molto arrischiato, accennava con un po' di antiguardo a
Dossobono per fare spalla alla mezzana. Il generale Austriaco col fine
di superare il campo di Magnano, e di cacciare i Francesi oltre il
Tartaro ed il Mincio, aveva ordinato i suoi per modo che il generale
Zopf guidasse la destra, Keim la mezzana, ed il generale Mercatin la
sinistra: un antiguardo condotto da Hohenzollern assicurava Zopf, ed un
grosso retroguardo di tredici battaglioni sotto guida di Lusignano, non
obbligandosi a luogo alcuno, era presto per accorrere ai casi
improvvisi, e soccorrere quella parte che inclinasse. Al tempo stesso
Kray aveva comandato al presidio di Legnago, che uscisse a percuotere
nel fianco destro del nemico, ed a Klenau, che turbasse viemaggiormente
le rive del Po. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Francesi
fossero inferiori di numero guadagnavano nondimeno, valorosissimamente
combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Si vedeva in tutto
questo ed il valore solito dei soldati repubblicani, e la perizia dei
loro capitani. Serrurier, risospinto prima ferocemente da Villafranca,
fatto un nuovo sforzo, e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si
spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con eguale prudenza e
valore. Victor e Grenier sforzavano San Giacomo, e vi si alloggiavano.
Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girar un grosso corpo a fine di
attaccar il Francese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava
impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a
duro partito Moreau, s'ei non fosse stato quell'esperto capitano ch'egli
era. Ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì
pericoloso accidente, invece di camminare dirittamente, si voltava con
grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro, che
disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa tanto bene ordinata
mossa gli Austriaci furono rotti, e fugati verso Verona, a cui si
accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne: già il
terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia
pei Tedeschi: ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo, che
si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il
nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu questo urto dato
con tanto ordine ed impeto, che i Francesi, svelta per forza la vittoria
dalle loro mani, se ne andarono rotti in fuga. Così chi aveva vinto con
sommo valore, era stato vinto con pari valore. A questo decisivo passo
ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo, che loro restava,
quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non
solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano
del tutto la mezzana schiera degl'imperali, e fugavano Keim fin quasi
sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano
i restanti battaglioni del retroguardo. Se essi fallivano, la fortuna
Austriaca era vinta, ed i trionfi dei Francesi ricominciavano su quelle
terre già tanto famose per le segnalate fatiche loro. Serraronsi i
freschi battaglioni Alemanni, adoperandosi virilmente Lusignano sui
Francesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma
s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale, che pareva che più
che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la
vittoria, e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti,
era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la tenacità Tedesca prevaleva
all'impeto Francese; i repubblicani furono piuttosto che cacciati,
svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi
impetuosamente contro i vinti i vincitori, e ne fecero una strage
grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intiera, e
tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico,
non senza scompiglio nelle ordinanze, pel caso improvviso, lasciando il
fardaggio, le artiglierìe, ed i feriti in poter del vincitore. Non fu
fatto fine al perseguitare, se non quando sopraggiunse la notte.
Perdettero i repubblicani più di quattromila soldati tra morti e feriti,
con tremila prigionieri: rimasero in preda al vincitore diciasette pezzi
d'artiglierìa, con salmerìe, munizioni e bagaglie in quantità.
Noveraronsi fra i feriti Beaumont, Dalesme, Pigeon e Delmas. Nè fu la
vittoria senza sangue per gl'imperiali, perchè desiderarono circa
tremila soldati tra uccisi e feriti. Quasi un ugual numero erano venuti
come prigionieri in mano dei Francesi, ma la più parte furono riscattati
durante la rotta. Mercantin, capitano in molta stima presso gli
Austriaci sì pel suo valore, come per la dolcezza della sua natura, fu
tra gli uccisi. Morirono altri uffiziali di grado e di nome, fra i quali
il maggiore Voggiasi, che avendo combattuto valorosamente nel precedente
fatto di Legnago, si era meritato la croce di Maria Teresa. Durò la
battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il
valore vi fu uguale da ambe le parti, la vittoria utilissima alle armi
imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e
di Suwarow.
Scherer, scemato il numero de' suoi, e scemato altresì l'animo loro per
le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse
fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra
dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar
l'inimico, e difendere la capitale della Cisalpina. A questa
deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la
grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze Russe per guisa
che sommava a sessantamila combattenti, non noverati quei di Wukassowich
e di Klenau, che romoreggiavano sui corni estremi, mentre il suo, tolti
i pressidj, ch'era obbligato a lasciare in Mantova ed in Peschiera, ed
in altre fortezze di minor importanza, non passava i ventimila. La
medesima deliberazione rendevano necessaria i progressi fatti, e che
tuttavia facevano Wukassowich e Klenau, il primo verso i monti sulla
sinistra dei repubblicani, il secondo sulle rive del Po, dove metteva
ogni cosa a romore. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie
Tedesche, e dell'arrivo dei Russi, gente strana, e riputata
d'invincibile valore, non considerando, se il dominio Austriaco e Russo
avesse a mostrare maggiore benignità, che quello che volevano levarsi
dal collo. Ma il presente sempre noja i popoli, mentre il futuro gli
alletta, perchè giudicano del primo col senso, del secondo
coll'immaginazione.
Bene è da condannarsi, che i comandanti Russi ed Austriaci queste mosse
popolari in paesi estranei a loro con parole, con iscritti e con fatti
suscitassero e fomentassero. Perciocchè nelle sollevazioni dei popoli, e
nelle guerre civili ogni più peggior male si contiene, ed ai forestieri;
che non possono vincere con le sole armi, l'umanità prescrive che se ne
astengano, e che lascino riposare altrui. Le guerre bisogna lasciarle
fare a chi ha il carico di farle, non a chi ha il carico di pagarle.
Oltre a ciò, siccome gli eventi delle guerre sono sempre dubbj, poco
umana cosa è il sollevare i popoli contro coloro, che possono tornare a
vendicarsi. Queste sommosse molto ajutavano gl'imperiali, perchè
intimorivano gli avversarj, tagliavano le strade, e davano spiatori
utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo
le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel
Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Francesi nel
Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.
Arrivati i Francesi sulle sponde dell'Adda, fiume assai più grosso, e di
rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, nel seguente modo vi
il alloggiavano. Serrurier con la sinistra custodiva le parti superiori
del fiume, stanziando a Lecco sul lago, dove aveva una testa di ponte
fortificata, a Imbezzago ed a Trezzo. In quest'ultima terra si
congiungeva con la battaglia, o mezzana schiera, alla quale erano
preposti Victor e Grenier, e che, sprolungandosi a destra, si distendeva
sino a Cassano. Possedeva sulla destra del fiume una testa di ponte con
trincee munite di artiglierìe, ed oltracciò le artiglierìe del castello
dominavano questa parte. Un grosso di cavalleria (perchè essendo Cassano
posto sulla strada maestra per a Milano, i repubblicani presumevano che
i confederati avrebbero fatto impeto contro di questa terra), stava
pronto, alloggiato essendo dietro a Cassano, ad accorrere, ove d'uopo ne
fosse. La destra sotto la condotta di Delmas, si sprolungava lungo
l'Adda, con assicurare Lodi e Pizzighettone. Quest'era l'alloggiamento
preso dai Francesi sulle rive dell'Adda, in cui giudicarono poter
arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una grande
mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati
repubblicani stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti,
avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro
disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti
d'animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine
di Francia già s'appresentava alla mente dei più, e quelle terre
Italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei
Francesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a
contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva
disposizione dei propri soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il
meno che dicessero di lui, era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo
tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con
frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per nissun altro modo
potevano riaccendersi, che con quello di mutar il capo, e di surrogargli
un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste
cose, e conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in
mano di Moreau, e con pregare il direttorio, che commettesse in luogo di
lui la guerra al capitano famoso per le Renane cose. Piacque lo scambio:
Scherer, confidate le sorti Francesi al suo successore, se ne partiva
alla volta di Francia. I repubblicani intolleranti di disgrazie
l'accusarono in varie guise; ma se la disciplina non era buona, ciò dai
cattivi esempi precedenti si doveva riconoscere. Quanto alla perizia
nell'arte della guerra, non si vede di quale altro fatto si possa
biasimare, se non di non aver corso gagliardamente, e senza posa contro
Verona nella giornata dei ventisei, quando, rotta l'ala destra
Austriaca, si era fatto signore del passo del fiume. Del rimanente il
disegno principale di questo stesso fatto dei ventisei, e così quello
dell'asprissima battaglia di Magnano, non sono se non da lodarsi, nè la
sua ritirata dall'Adige all'Adda in circostanze tanto sinistre mostra un
capitano di poco valore: ma l'aver fatto guerra infelice in Italia in
memoria tanto fresca di Buonaparte nocque alla sua fama, ed accrebbe
l'impazienza dei repubblicani. Da un altro lato non si debbe defraudare
della debita lode Moreau per aver consentito al recarsi in mano il
governo di genti vinte, e quando già poca o niuna speranza restava di
vincere. Sapeva egli, che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda
contro un nemico tanto potente, non era possibile: ma andò considerando,
che il cedere senza un nuovo esperimento la capitale della Cisalpina,
che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi, e che era alleata della
Francia, gli sarebbe stato di poco onore, ed oltre a ciò voleva, con
ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze
del Piemonte. In questo mezzo arrivavano alcuni ajuti venuti di Francia,
dal Piemonte, e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltar
il viso al nemico, e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla
repubblica sulle sponde dell'Adda, che su quelle dell'Adige.