Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio, e quanto si credeva
poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In
mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci, ed il conte
Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della
data libertà, il tenessero bene edificato, ed esplorassero qual fosse il
suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte. S'appresentarono
anche per mandato espresso al conte Balbo, perchè si era udito dei
denari mandati dal re al suo ambasciadore, del conto del ricevuto denaro
richiedendolo. Rispose, al re solo potere e volere render conto; nè
volle riconoscere le mutazioni fatte in Piemonte. Fu l'intromessione del
conte Balbo molto utile al re in Parigi, nè bisogna giudicare
dell'operato dall'evento; perchè i tempi troppo furono contrari, e se
corruppe alcuno con denari, il che non è da lodarsi, maggior biasimo
meritano coloro, che si lasciarono corrompere. Non era alieno il conte
dall'amare un reggimento più largo, ma più per ragione che per indole,
perchè per questa amava piuttosto i reggimenti stretti: non credeva una
moderata libertà biasimevole, ma detestava con tutti i buoni il modo,
col quale in Francia si era voluto recare ad effetto. Del resto uomo
d'ingegno non mediocre, letterato di valore, dotto anche in materie
scientifiche, affezionato alle lettere Italiane, amico ai letterati,
amatore del giusto, conoscitore della natura umana, erano in lui tutte
le parti, che in chi s'ingerisce nello stato si richieggono, se non
forse una grande pertinacia non le guastava, quando però non si voglia
credere, ch'ella, come spesso la sperienza dimostra, sia anche una delle
buone. Questa tenacità medesima usava nella comune vita, e perciò le sue
affezioni, come le avversioni, fondate o no, erano indomabili.
Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò
vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu
sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si
era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di
nobiltà, e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.
Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti Piemontesi, si
moltiplicavano, e s'inasprivano. Chi voleva esser Francese, chi
Italiano, chi Piemontese. I primi argomentavano dalla servitù delle
repubbliche Italiane, dalla potenza della Francia, dalla vicinità dei
luoghi; i secondi dalla bellezza del nome Italiano, dalla lingua, e dai
costumi; i terzi dall'antichità, e dalla fama dello stato Piemontese,
dagli ordini suoi tanto diversi da quei di Francia e d'Italia, dal suo
esercito tanto valoroso, che si conveniva conservare col proprio nome.
Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato
Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Risplendeva in Bossi una
natura molto nobile, benevola, amica all'umanità. Per questo gli piaceva
la libertà, perchè gli pareva, che al ben essere dell'umanità
conferisse. Ciò nondimeno per la qualità dell'animo amava egli piuttosto
il tirato. Aveva a vile la loquacità, e le sfrenatezze dei democrati di
quei tempi, perchè s'accorgeva, siccome quegli che nelle faccende di
stato era di giudizio finissimo, e forse unico al mondo, ch'esse non
potevano condurre a niun governo buono, e manco ancora al libero. Del
resto, quantunque alcuni amatori di libertà l'avessero per sospetto,
parendo loro ch'egli amasse piuttosto il comandare che l'obbedire, se si
vuol fare stima di lui, come uomo privato, nissuno amico più tenero de'
suoi amici, nissun uomo più retto, o più generoso di lui si potrebbe
immaginare. Non dirò del suo ingegno piuttosto mirabile che raro, perchè
è noto a tutta Italia, e gli scritti suoi ne faranno ai posteri perpetua
testimonianza. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da
Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio
voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse
l'essere congiunto con chi comandava, che con chi obbediva, si era
deliberato a proporre in cospetto del governo il partito dell'unione
colla Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo favellato con
singolare eloquenza, e confermato il suo favellare con raziocinj
speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo,
vinse facilmente il partito, non avendovi nissuno contraddetto, perchè
alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era
inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono
tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono
volentieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima
importanza, perchè essendo conforme a quella del governo, facilmente
tirava con se tutto il paese. Si mandarono commissari nelle province a
far gli squittini per l'unione. I popoli non l'intendevano, e certamente
ripugnavano. Ma l'autorità del governo, e la presenza dei Francesi
facevano chiarire i magistrati in favore. I più sospetti di avversione
allo stato presente si scopersero i primi favorevolmente: vescovi,
abbati, canonici, preti, frati sottoscrissero la maggior parte per il
sì: parve partito vinto generalmente. Mandavansi a Parigi per portar i
suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato
valore, e di gran fama in Piemonte; ma vissuti discordi in Parigi,
produssero discordia nella patria loro.
Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il
popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano
per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle
rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era
tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro
il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento
contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza
cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma
egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il
manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.
La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione
di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella
provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico,
ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere
la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai
Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia.
Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il
commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con
maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i
municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui,
Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi
andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati
disordinati si ritiravano. Vi andava per calmarlo Della Torre, vescovo
di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati
Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del
pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone,
Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine
disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di
Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo
incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali.
Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane
cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di
tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che
potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli
altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un
Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per
raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si
udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella
sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente
ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente
male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada
facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare,
saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non
gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le
mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler
venire a parlamento, sperando che si facesse dentro dal popolo qualche
movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a
tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli
Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati
Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole
tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio,
dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle
ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era
perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che
Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto
l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano.
Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano,
_viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia_, e qualche volta, _viva
il re_. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si
promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a
ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar
armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere
in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte
incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero
l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore.
In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la
verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al
furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si
sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle case
dei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della
repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in
numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy
accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia
Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu
fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy
continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di
assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi.
Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai
sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella
travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti
Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.
Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia,
che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era
divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di
commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia
Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si
voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici.
Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati
distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per
riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed
anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese,
perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi,
che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando
nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto
accese.
Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova
e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la
prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri
vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da
importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza,
apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai
confini d'Italia.
Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali
abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che
da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva
a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva
l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle
sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi
nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a
suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese
dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni
per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si
estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra
sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione
dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della
Svizzera, dalla quale potevano facilmente, ove le ostilità si
rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una
parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo
disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto,
come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del
Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti,
commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati
capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui
Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche,
e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla
guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati
di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del
Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare
cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati
tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo
ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A
tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le
forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali
l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare
sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i
disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era
l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano
raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, od
alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.
Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre
eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato
il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il
secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare
gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti,
di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia.
Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di
Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva,
passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per
conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se
congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi
generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza,
di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei
depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il
direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo
di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto
volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader
l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con
intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più
ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva
Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la
semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciò fece
anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a
ricominciare; ognuno stava di mala voglia.
Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra
le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi
dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo.
L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre
poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si
congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame,
Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio,
e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero
i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero,
l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue,
e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare.
Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla
guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual
cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che
l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso
Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno
dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza
però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e
Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il
seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre
tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schierati
nella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo
alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di
munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra
la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di
Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i
reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi
ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il
Mincio e le Alpi.
Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella
all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta
mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta.
Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo
la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e
di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di
presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo,
perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva
l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad
apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero
introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray
fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di
Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per
facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a
Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti
nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmente accorrere a
soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra
celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque
miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto
finalmente a Bussolengo.
Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si
poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era
risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che
avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che
s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica,
Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana.
Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel
momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi
inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue
stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo,
conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di
fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva,
qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella
pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da
insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati
Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del
palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed
occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del
gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui
magazzini Inglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio,
recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati
continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese.
Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con
tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli
occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo
Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano
mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle
piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti
schiamazzi, come altrove.
Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli
Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di
Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati.
Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo
termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di
Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a
partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso
della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di
un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se
per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste
popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato
in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi
concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di
potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi
cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli,
quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà
può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle
cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.