La fama della vittoria di San Severo ridusse ad obbedienza le contrade

vicine, il monte Gargano, i monti Liburni, Corvino e Lecce stessa:

aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza pei

Francesi. Restava in poter dei regj la città di Trani, con la quale

ancora consentivano Andria e Molfetta. Le nimichevoli inclinazioni erano

tenute vieppiù vive dalla vista delle navi Russe e Turche, che correvano

l'Adriatico. Avrebbe desiderato Duhesme acquistare quelle terre alla

repubblica; ma dappoichè licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto

il governo, non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma

ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso a Napoli. Le

quali cose saputesi dai regj, inondavano di nuovo la provincia, e

tagliavano le strade della Puglia a Napoli. Solo Foggia continuava a

tenersi, per la forza dei repubblicani che vi erano dentro: pure era in

pericolo di perdersi, se non si soccorreva. Fu ben forza allora, se non

si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistar le terre

perdute, ed a rompere quella testa di regj, che si era adunata in Trani.

Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove:

le porte, eccetto una sola, murate, e chiuse con un fosso ed un

parapetto, le contrade rotte, e serrate con fossi e con isteccati, le

case merlate, le porte abbarrate, pieno tutto d'uomini armigeri,

rabbiosi e risoluti al difendersi. S'incominciava l'assalto da Andria;

in tale modo Broussier, al quale era commessa la cura di tutta questa

impresa, l'ordinava. Doveva il conte Ettore, che era intento in questo

fatto per esser Andria sua patria (le cose che fece, e che disse

quest'uomo tremendo, secondo l'impeto delle sue cupidità, e tirato da

fini smisurati, non si potrebbero raccontare così facilmente), assaltare

con la sua legione, e con pochi Francesi la porta Comozza, Ordonneau

quella di Barra, Broussier quella che accenna a Trani: ad estremo

pericolo era per succedere estrema barbarie.

Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli

assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minor animo si

difendevano gli assaliti; nè i primi facevano frutto di momento. Già

venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar

di un obice atterrava la porta di Trani. Precipitaronvisi i Francesi

condotti da Broussier; a loro si accostavano i Napolitani condotti dal

conte Ettore, ed i soldati stessi di Ordonneau, che avevano fatto

infelice pruova delle loro armi per la ostinata resistenza dei difensori

alla porta di Barra; fattosi da tutti insieme un impeto, entrarono

sforzatamente. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da

tutte le case i regj, scagliando dai tetti e dalle finestre ogni sorte

di armi sopra gli odiati repubblicani. Ogni casa era fortezza, i

difensori più che uomini. Non venne la città intieramente in poter dei

repubblicani, se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze

furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti, nè tanto sangue

bastarono: non fu contento il destino, se non alla distruzione totale

della misera terra. Irritati i vincitori dalla resistenza, dalle ferite

proprie, e dalla morte di tanti compagni, fecero quello da che avrebbero

dovuto abborrire, e che quantunque sia solito a vedersi nelle guerre

civili, e nelle piazze prese d'assalto, non iscusa per questo, anzi

accusa la barbarie degli uomini. Seimila Andriotti furono in poco d'ora

mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le

donne, i fanciulli soli, e neanco tutti, furono risparmiati. Le ceneri e

le ruine d'Andria attesteranno ai posteri, che gl'Italiani non son vili

nelle battaglie, e che la umanità era del tutto sbandita dalle guerre

civili di Napoli. Forestieri antichi, forestieri moderni, e talvolta i

paesani stessi straziarono l'Italia, e se ella è ancor bella, certamente

non è colpa degli uomini.

Trani tuttavìa si teneva pei regj, nè lo sterminio d'Andria

l'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con ottomila difensori

usi alle armi, ed accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva

piuttosto atta a pigliarsi per assedio, che per assalto. Ma il tempo

stringeva, ed i repubblicani, sì Francesi che Napolitani, erano pronti a

qualunque più pericolosa fazione. Andavano all'assalto di Trani nel

seguente modo ordinati da Broussier. I Napolitani da una parte, una

banda di Francesi dall'altra facevano le viste di dare la batterìa sui

fianchi, mentre Broussier conduceva i suoi a dare il vero assalto

all'altra parte della terra. Ma i regj, essendosi accorti del disegno,

si assembrarono grossi ad aspettarlo al luogo destinato. Ardeva la

battaglia, e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito

del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori,

tutt'intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le

difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione

prevalendosi tosto i repubblicani, se n'impadronirono, e voltarono i

suoi cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le

difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, perchè si

sforzavano contro una tempesta assai fitta di palle, saliti sulle mura

facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regj continuavano

a difendersi ostinatamente, essendo, come in Andria, ogni casa ed ogni

contrada fortezze. Sarebbe stata ancor lunga e sanguinosa la battaglia,

se Broussier non avesse avvisato di far salire, rotte le porte delle

prime case, i suoi sopra i terrazzi, che coronano per l'ordinario le

case in quei paesi. Per tale modo di terrazzo in terrazzo andando,

dall'alto all'imo combattendo, i repubblicani sforzavano i regj a

sgombrare successivamente le case, e già da quei luoghi sublimi si

avvicinavano al grosso forte di Trani. Come poi accosto a lui furono

giunti, si attaccò fra di loro ed i difensori che dai luoghi superiori

del forte combattevano, una battaglia strana e quasi aerea. Sparso molto

sangue in una pertinacissima difesa, i regj, assaliti donde non

aspettavano, abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi,

che nel porto erano allestite, per fuggire. Ma nemmeno in questo

trovarono scampo; poichè Broussier, avendo preveduto il caso, aveva

armato alcune navi, che vietarono loro il passo. Alcune delle regie

furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi

fuggiva sul lido era senza misericordia, e remissione alcuna ucciso dai

trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data

al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli, che o portavano, o

potevano portar armi, mandati a fil di spada; carnificina orribile di

guerra civile, nè fia l'ultima che noi avremo a raccontare. Quietava, ma

non del tutto, la Puglia per queste vittorie; nuove adunazioni di genti

regie si facevano a Bitetto ed a Rutigliano, non molto minacciose pel

presente, molto per l'avvenire.

Schipani mandato a combattere i sollevati, ed a sopire le cose di

Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e

conflisse infelicemente, ed irritò con parole ed atti repubblicani molto

estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo

provocasse. Prese sul primo impeto Rocca di Aspide e Sicignano; ma

assaltata la terra di Castelluccio, forte pel sito, e per la pertinacia

di chi la difendeva, ne fu risospinto con grave perdita di soldati e di

riputazione. Per questo infelice caso non gli giovarono gli sforzi di

Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, e Capaccio, terre che

parteggiavano fortemente per la repubblica, e fu costretto a ritirarsi.

I sollevati di questa provincia ebbero facoltà di unirsi con le bande

del cardinal Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la

terra di Bari sollevate a romore impugnavano coll'armi in mano la

recente repubblica. Nè i Francesi potevano porvi rimedio, perchè non si

fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa

di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto

a mantenersi nella capitale, che a conquistare le provincie. Schipani,

tentate invano le Calabrie, se ne giva a far guerra contro i sollevati

di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Vi fece opere

repubblicane secondo i tempi; esortava, confortava, esaltava il governo

della repubblica, e per passatempo ardeva i ritratti del re e della

regina dove gli capitavano alle mani. Ma fu lasciato dire, e i popoli

gridando viva il re, lo combatterono per guisa che fu costretto ad

andarsene. Vi si condussero i Francesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne

tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i

Lavriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di

Salerno, e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del

regno. Accresceva il pericolo l'avere gl'Inglesi occupato, non senza un

valoroso fatto di Francesco Caracciolo, che gli combattè per molte ore,

le isole d'Ischia e di Procida, che, per esser situate alle bocche del

golfo di Napoli, ne danno la signorìa a chi le tiene. Così ardeva la

sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, e

s'incominciava a temere, che l'impresa di Championnet fosse stata più

imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe

le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regj poscia i

repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le case, e

gli edifizj tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa,

siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli

abitatori e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e

religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli

contro i padri, fratelli contro i fratelli, e perfino mariti contro le

mogli, e mogli contro i mariti. Nè i preti si ristavano; perchè preti

repubblicani, combattevano contro preti regj, preti regj contro preti

repubblicani, e la croce, ed il vessillo di Cristo l'uno contro l'altro

cozzavano nelle sanguinose battaglie. Pretendevano questi e quelli

parole di vangelo alla impresa loro, gli uni chiamandolo pieno di

precetti democratici, gli altri affermando, che quel dettato divino

aveva statuito, niun'altra cosa essere al mondo, che chiesa e Cesare, e

quello che della chiesa non è, essere, non del comune, ma di Cesare. Per

atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori addì quattro marzo un

aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni

stravolgano gli uomini.

Incominciato con dire, sapere, che uomini prezzolati dagl'Inglesi, e dai

furti di una corte infame e perfida, correvano le città e le campagne

per traviare il popolo, e stimolarlo alla ribellione, e che preti

fanatici ordinavano trame per ispegnere il governo, ed ammazzare i

repubblicani, veniva ordinando, che ogni comune che si sollevasse,

sarebbe tassato soldatescamente e soldatescamente trattato; che i

cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i parochi, e tutti gli

altri ministri della religione, fossero tenuti personalmente dei tumulti

e delle ribellioni; che ogni ribelle preso coll'armi in mano fosse

incontanente fatto passar per l'armi; che ogni prete, o ministro della

religione che fosse arrestato in qualche unione di sollevati, fosse

anch'egli fatto morire senza processo; che fosse autorizzato il governo

ad arrestare i sospetti; che chi denunziasse, o facesse arrestare un

fuoruscito Francese, od un agente dello scaduto re di Napoli, avesse una

larga ricompensa, ed il suo nome non si palesasse; che similmente chi un

magazzino segreto di armi sì da fuoco che bianche denunziasse, si

ricompensasse; che quando battesse la raccolta, ognuno tostamente si

ritirasse; che in caso di terrore improvviso le campane non si potessero

suonare, e ne andasse la vita a chi le suonasse, ed essere a ciò tenuti

tutt'insieme i preti, i religiosi, e le religiose; che chi spargesse

false novelle, fosse punito come ribelle, e chi le propagasse, come

sospetto si arrestasse e si esiliasse; che a chi fosse dannato a morte,

si sequestrassero e confiscassero i beni sì mobili che stabili a

benefizio delle repubbliche Francese e Napolitana; che ogni licenza di

cacciare si intendesse abolita, e chi fosse trovato con un fucile da

caccia, come ribelle fosse punito; che di nuovo egli protestava, e

confessava di portar rispetto alla religione ad al culto, e prometteva,

che sotto la protezione vivrebbero sì i suoi ministri, come le proprietà

e le persone; che infine i magistrati eseguissero questi suoi

comandamenti, ed i parochi gli leggessero dal pulpito. Nè contento a

questo pubblicava il generalissimo Macdonald il dì nove del medesimo

mese un manifesto molto eccessivo contro il re per animare i popoli a

difendersi contro le truppe ed i sollevati regj; imperciocchè il re

aveva fatto sapere, che fra breve sarebbe tornato nel regno.

Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani

instituiti in Italia, e contro i Francesi, si accresceva vieppiù dalle

sommosse, che nate ora in un luogo ed ora in un altro travagliavano lo

stato Romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini, ed

impedivano le strade fra Terni e Spoleto, e quantunque il generale

Grabruschi co' suoi Polacchi si affaticasse per sottomettergli, non

poteva venirne a capo, perchè spenti in un luogo pullulavano in un

altro, e già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i

nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla,

ancorachè con palle infuocate la combattesse. Stroncone, e Alatri

parimente romoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione, ed

ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si

dilatava: ogni luogo era o mosso con le armi impugnate, o poco sicuro

anche nella quiete.

Non ostante i pericoli, che correvano, il direttorio di Francia, o non

curandogli, o facendo sembianza di non curargli, si era risoluto a far

mutazioni nel governo di Napoli. Sapeva, che il commissario Faipoult non

era grato all'universale, e che Championnet sul suo primo giungere non

aveva ordinato le cose per modo che nè per l'opinione nè per la forza

potessero partorire quegli effetti ch'egli desiderava. Si aggiungeva,

che le grida, le vociferazioni, le calunnie di coloro che ambivano le

cariche, contro quelli che le avevano, e principalmente contro i membri

del governo, avevano fatto perder loro, od almeno ai più, ogni

riputazione. Tutto questo considerando il direttorio, aveva mandato a

Napoli un uomo pratico e dabbene, acciocchè riordinasse ogni cosa, e con

le virtù sue rattemperasse gli sdegni produtti dalle insolenze dei

precedenti commissari ed agenti, rimedio buono, se fosse stato

accompagnato dalla libertà, non in parole, ma in fatti, e se fossero

stati lontani i pericoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del

direttorio, il quale prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli

uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze, e fecene

delle lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini

politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non

avuto alcun riguardo al modello della constituzione proposto dalla

congregazione Napolitana, e di cui abbiamo sopra parlato. Creò fra gli

altri un direttorio, imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in

se di cattivo correggeva con le persone. Chiamovvi Ercole d'Agnese,

Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanese, e Melchior

Delfico, uomini tutti migliori dei tempi, e di non ordinaria virtù.

Certamente, se i fatti non fossero stati tanto contrari, e se una nuova

piena non fosse venuta a sobbissare l'Italia dal settentrione, avrebbe

questo buon Francese corretto in Napoli quanto il soldatesco furore, e

la civile cupidigia vi avevano guasto e corrotto. Diede egli pruova

notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald

mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di

Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era

levata a romore contro i Francesi; imperciocchè operò col generale che

la casa dei discendenti della sorella del poeta, quando la terra fosse

presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Diè molto volentieri

Macdonald, ed a modo di generosa gara con Abrial, ordini accomodati al

comandante della fazione, acciocchè l'effetto seguisse. Fra le

uccisioni, gl'incendj e le ruine dell'infelice Sorrento, pruovarono i

discendenti del cantore di Goffredo, quanto potessero in animi civili la

memoria, ed il rispetto verso quel principal lume dell'Italiana poesia.

Vollero riconoscere la conservata salute, offerendo a Macdonald, perchè

non sapendo di Abrial, a lui la riferivano, il ritratto del Tasso

dipinto dal vivo, come si crede, da Francesco Zuccaro. Il ricusava

Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del

benefizio, ed essa, l'immagine del poeta salvatore ad Abrial offerendo,

pagava con segno di gratitudine unico al mondo un immenso beneficio.

L'accettava di buon animo Abrial, e molto caro se lo serbava, e tuttavia

serba, dolce e pietosa conquista; e volesse pure il cielo, che i

repubblicani di Francia non altre conquiste che di questa sorte avessero

mai fatte in Italia!

Il piacer non dura nello scrivere le storie dei nostri tempi. Restava,

che i due fiori d'Italia, dico Lucca e Toscana, si guastassero. Di Lucca

dirò adesso, di Toscana più sotto. Entrava sul principiar dell'anno in

Lucca accompagnato da quattrocento cavalli Serrurier, che tornava dalla

Toscana: tosto si pubblicava le solite lusinghe dell'esser venuto non

per distruggere il governo, ma per fare, che si portasse rispetto alle

persone, alle proprietà, ed alla religione, come se queste cose non si

rispettassero in Lucca, e bisogno avessero di soldati forestieri, perchè

si rispettassero. Il fine primo, ma non primario, dell'invasione

Lucchese era il pretesto di due milioni di franchi, che dai Lucchesi si

richiedeva, pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla

mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario; nè

pareva, nè era cosa possibile, che in mezzo a tante romorose democrazìe

una quieta aristocrazìa si conservasse. Già Lucca era serva, poichè

l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno, se non

appruovato da Serrurier: quest'era il rispetto che si portava

all'independenza. Miollis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi

s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di

gennajo tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna,

addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello stato

popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e

forestiere.

Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che

deliberanti, e cedendo al tempo, stanziarono, che fosse abolita la

nobiltà, che il popolo Lucchese riassumesse la sovranità, che dodici

deputati si eleggessero per ordinare una constituzione democratica

secondo il modello di quella, che reggeva Lucca prima della legge

Martiniana. Furono eletti Giacomo Lucchesini, Paolo Garzoni, Cosimo

Bernardini, Alessio Ottolini, Lelio Manzi, Vannucci, Pellegrino

Frediani, Rustici, Pio Poggi, Paoli, Samminiati, Francesco Burlamacchi;

la maggior parte nobili, che non erano alieni dal voler ritrarre lo

stato ad una forma repubblicana più larga, ma conforme piuttosto agli

ordini Lucchesi che ai Francesi. I democrati pazzi non vollero udire

parole Italiche; però fecero accettare le forme Francesi. Nacquero

adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma,

i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar

l'erario di denaro, le armerìe di armi, i granai di vettovaglie, in poco

d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza Lucchese furono

dissipati e guasti: le vettovaglie si mandarono in Corsica ad uso dei

presidj, le artiglierìe, sopra tutt'altre bellissime, a far corpo con

quelle dell'esercito Francese, massime ad assicurare il golfo della

Spezia. Lucca serva principiò a parlare con lingua servile, e non so, se

sappiano più di adulazione, o di sconcio di lingua Italiana gli atti del

governo Lucchese di quei tempi. Quindi vi sorsero le parti, perchè chi

voleva vivere Lucchese, e chi unito alla Cisalpina. Si arrosero le

solite tribolazioni di dover vestire, pascere, alloggiare, pagare i

soldati forestieri, che andavano, e venivano, o stanziavano, ora Liguri,

ora Cisalpini, ora Francesi, con molte altre molestie, accompagnature

insolenti del dominio militare. Brevemente la fiorita ed intemerata

Lucca divenne sentina di mali, e ne fu desolata. Questo le fecero i

repubblicani, prima per darla in preda a se stessi, poi per darla in

preda ai re.

Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del

re, un governo ch'io non so con qual nome chiamare, poichè nè monarcale

nè aristocratico era, e manco ancora democratico, si conobbe tostamente,

che le recenti mutazioni non erano a grado dei popoli. I soldati

massimamente non vi si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per

le passate instigazioni ai soldati Francesi, e questi, in grado di vinti

tenendogli, non gli trattavano di compagni. La qual cosa gli muoveva a

sdegno grandissimo. Si aggiungevano le solite insolenze, che

infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era

adunque in Piemonte quiete apparente, e sostanza minacciosa. Parve

principalmente a tutti cosa enorme lo spoglio fatto, come già abbiam

narrato, non da Piemontesi, del palazzo del re coll'averne rotto i

suggelli. Venne il governo, per non aver potuto impedire un fatto sì

grave, in voce di quello che era veramente, cioè di servo d'altri, e fu

tolta fede alle sue parole. Il suo buon concetto diminuiva anche l'avere

mandato in sul primo sorgere, i capi di famiglia della primaria nobiltà,

come ostaggi, a Grenoble. Mandovvi fra gli altri Priocca, mandovvi quel

Castellengo, vicario di polizia in Torino. Priocca se ne viveva molto

modestamente nella capitale del Delfinato; Castellengo, per istinto,

spiava ogni cosa, ed il bene ed il male, e più ancora il male che il

bene, investigatore assiduo di mercati, di taverne, di bische e di

ritrovi sì pubblici che privati; uomo veramente di abilità singolare nel

conoscere gli uomini fu costui, ed i repubblicani ebbero torto a non

vezzeggiarlo; ma essi erano meri partigiani, e dello stato non

s'intendevano.

Grande scapito poi alla riputazione di chi reggeva aveva recato la

faccenda dei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne

il valore, poi il risecava dei due terzi, il che fu grave ferita a

coloro che gli possedevano. Bene, e necessario era il farlo; poichè il

debito dello stato era tanto enorme, che lo spegnerlo, o diminuirlo in

altro modo, si vedeva impossibile: ma quell'aver detto di non voler fare

quello, che pochi giorni dopo fece, il rendè disprezzabile. Questi

biglietti erano una perpetua molestia, perchè scapitando sempre del loro

valore, anche ridotto, la fede dei contratti si contaminava, le casse

dell'erario accettandogli al valor legale, ne venivano a scapitare della

differenza. Per ajutarsi dei beni ecclesiastici a spegner questi

biglietti, il governo gli vendeva, ma il mezzo non bastava per ritornare

questa molesta carta all'intera riputazione, e sempre disavanzava. Non

si omisero, ma indarno, vari altri rimedi: infine si voltarono, come

lettere di cambio, ai ricchi, massime a quelli che si erano dimostrati

più accesi in favore dell'antico stato, ed essi erano per legge

obbligati ad obbedirgli con pagarne la valuta, e si compensassero coi

beni della nazione. Riuscì di qualche efficacia il temperamento, ma

sopravvennero nuove mutazioni, e non ebbe se non debole effetto.

Sobbissava il Piemonte pei debiti, nè poteva bastar alle spese.

S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo,

delle stanze, dei passi pei soldati forestieri. Rovinava a precipizio lo

stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigi

Piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze, meglio di

trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva; il

mancar di fede era inevitabile: si prevedeva, che altro fra breve non

sarebbe rimasto ai Piemontesi, se non le terre, e queste ancora incolte;

se non le case, e queste ancora guaste. La desolazione e la solitudine

erano imminenti.

Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo

detto in parte ciò, che rendeva il governo poco accetto. Seguitava, che

i municipali di Torino, imitando in questo quei di Parigi ai tempi della

rivoluzione, l'emolavano, e traevano con se molto seguito. A questo

erano stimolati da alcuni repubblicani Francesi in grado, i quali si

lamentavano di non aver avuto dal governo Piemontese quelle ricompense,

che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese

aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 13 / 26 段