impossibile, quando i cittadini son giunti a tale che l'amore della
patria collocano nelle esagerazioni; perciocchè la natura delle cose è
inflessibile e resiste, e se si può vincere, solo si può col
vezzeggiarla, non con l'assaltarla. Ne seguitava, che, per le immoderate
cose che si dicevano in quei ritrovi, i popoli si alienavano. Peggio
poi, che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi,
violentissimi in Napoli, non dicessero, per stravagante ed eccessiva che
si fosse, contro il governo proprio, e contro coloro che il componevano.
Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la
potenza. Eppure era vero, che eglino erano per dottrina, per virtù, e
per amore di patria dei più ragguardevoli del regno. Adunque queste
moleste e brutte improntitudini dimostravano, il che non solamente si
vide in Napoli, ma ancora in tutta Italia, che non l'amore della
libertà, ma l'amore della potenza muoveva coloro che le facevano. Fatto
il moto contro il governo antico per ambizione, volevano anche fare il
moto contro il nuovo per l'ambizione medesima, e dove questa ambizione
cupidissima fosse per arrestarsi, non si può affermare, se non forse là
dove un solo di questi uomini sfrenati, spenti tutti gli altri,
acquistasse il dominio. Quando prevale il costume che gli uomini più
eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè
occupano le cariche dello stato e tengono i magistrati, ogni libertà
diviene impossibile, e lo stato è preda degli ambiziosi. Questa è stata
la principale infezione della moderna Europa, e che fu ed è cagione che
la libertà non vi si possa fondare, e non so, se i posteri più rideranno
di lei per le sue pazzìe, o più la compatiranno per le sue disgrazie.
Tal era la condizione del governo Napolitano che odiato dagli
aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Francesi, non aveva
modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della
repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo
conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per
quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi, ed a secondare gli
sforzi di coloro, che più avevano in animo l'ordinare un buono stato,
che il signoreggiarlo. Accadde, che il direttorio di Francia, il quale
sapeva, che i guerrieri erano soliti a fare a modo loro, non a modo suo,
aveva mandato a Napoli, per soprantendere ai frutti della conquista, una
commissione civile, di cui era capo quel Faipoult, già mescolato nelle
rivoluzioni Genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando, che,
quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni, Championnet fosse stato
troppo indulgente, pubblicava un editto, con cui dannando quanto il
generale avea fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse
trascorso, affermava, che niun altro magistrato che la commissione
civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra
cassa, che in quella della commissione, male pagherebbe. Ad atto tanto
ardito contro un capitano vittorioso non si sarebbe mosso Faipoult, se
non avesse saputo, che già il direttorio cominciava a portar mala
volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo ordinava, che in
proprietà di Francia erano caduti per diritto di conquista tutti i beni
appartenenti alla famiglia reale, spiegando, che in esso diritto
cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville,
cacce e simili, ma ancora i beni Farnesiani, che erano di proprietà
privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i Costantiniani, i
Gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei
banchi, che altro non erano che un deposito del denaro dei particolari,
e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni.
Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito, e al
tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendita, per cui potesse
supplire. Sdegnossi gravemente Championnet all'ardimento del
commissario, e lo cacciava soldatescamente da Napoli. Era discordia tra
i Francesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il
terrore delle armi solo sosteneva lo stato. Preparavasi in questo mentre
un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in
disgrazia del direttorio, perchè non contento allo aver rincacciato
dallo stato Romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi
comandamenti, invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con
l'Austria, e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Ebrestein,
forte propugnacolo di Alemagna, desiderava il direttorio di
temporeggiare. A questa cagione dei tempi presenti se ne aggiungeva
un'altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si
apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re
quell'ultima parte de' suoi dominj; della qual cosa sperava poter venire
facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia,
sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo
giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, che credeva,
che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di
Championnet contro di quell'isola non erano segrete, e già aveva mandato
soldati in Calabria sotto colore di combattere certe bande di regj, che
scorrazzavano il paese. Questo intento toccava certi tasti molto
reconditi. Il ministro Taleyrand voleva, che si facesse ai Borboni il
minor male che si potesse. Fors'anche intrinsecamente nodriva il
desiderio di vedergli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti,
ricoverati in Sicilia, lo tenevano, siccome corse fama, con avvisi
segreti bene edificato verso la famiglia reale di Napoli, ed
instantemente gli raccomandavano il re Ferdinando. Per la qual cosa
egli, che molto acconciamente sapeva far queste cose, accennando col
direttorio in un luogo col pretendere il motivo, che bisognasse frenare
quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un
altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. A questa
medesima risoluzione cooperarono i desiderj di Macdonald, che dopo
l'invasione del regno, in cui aveva combattuto tanto egregiamente, ed
acquistata principalmente Capua, se ne viveva in poca concordia col
generalissimo; e siccome quegli, che uomo valoroso era, ambiva molto, e
forse troppo di mostrarlo. Lasciate le sue squadre vincitrici, partiva
Championnet libero da Napoli; ma, arrestato fra Napoli e Roma, fu
condotto, prima nella cittadella di Torino, poi in Francia: il volevano
processare sì per le anzidette cagioni, e sì per aver cacciato Faipoult.
Prese Macdonald il governo supremo dei Francesi; tornò Faipoult in
Napoli ad estenuare i miseri Partenopei.
Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica,
moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i
baroni il nuovo stato, manco ancora i Francesi, e siccome tutti avevano
bande di bravi, che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni
facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che
dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano, che sebbene fossero
vezzeggiati in quei primi principj del governo, erano da lui veduti
malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero, promuovevano
le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi
voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei
luoghi più lontani ed inaccessi: quivi attendevano a fomentare discordie
e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati
dell'esercito regio, i quali dopo di essersi dimostrati pronti a servire
i repubblicani, da loro non curati, o per necessità per la penuria
dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente
partiti, e condottisi nelle province, quivi con le parole incendevano, e
con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi
erano anche confortati da qualche corpo di gente armata, che dopo
l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi, od erano mandati
dalla Sicilia appunto coll'intento di sostenere quei moti, che si
manifestavano sulla terraferma in favore della potestà regia. A questi
motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate
Turche e Russe, che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con
grossi soccorsi di genti da sbarco in favore dei regj. Era vero infatti
che, conclusa la pace tra la Russia e la Turchìa, aveva un'armata Russa
passato i Dardanelli, e congiuntasi con quella del gran signore si era
impadronita di tutte le isole Veneziane dell'Arcipelago o dell'Ionio,
aveva posto assedio alla principale di Corfù, e principiava a mostrarsi
sulle spiagge del regno. Questi ajuti parte veri, parte ancora esagerati
dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni,
che già avevano concetti. Tanto era l'odio che si portava al nuovo
stato, che popoli cattolici, condotti da vescovi e da preti,
volonterosamente si univano a genti scismatiche e maomettane per
ispegnerlo.
Dimostravano quanto fossero deboli nelle province i fondamenti del
governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni
fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire,
che di combattere; conciossiachè trovavansi eglino in Taranto ad
aspettare un vento propizio per Corfù o per Trieste, quando vi fu
bandita la repubblica e per timore se ne fuggirono per la strada di
Monteasi alla volta di Brindisi. A Monteasi, detto ad una donna che gli
alloggiava, per procurarsi miglior servizio, essere con loro il principe
ereditario, spargevasene la voce, un Girunda contadino, uomo di seguito
nella terra, gli secondava, la provincia si levava a romore, tutti
gridavano; _viva il re_, _muoja la repubblica_. Arrivavano questi Corsi,
piuttosto portati dalle spalle dei popoli, che da se, a Brindisi, dove
il supposto principe dava ordini; i popoli gli obbedivano, come se
principe fosse. S'imbarcava per la Sicilia, promettendo di andare dal re
suo padre, perchè mandasse genti soccorritrici alle fedeli popolazioni.
Lasciava, come esecutori de' suoi comandamenti, due suoi generali, come
diceva, i quali altri non erano che due oscuri Corsi per nome
Boccheciampe, e de Cesare. Si fermava il primo nella terra di Otranto,
sottomessa la città principale di Lecce; se ne giva il secondo a far
tumultuare la terra di Bari, soggiogate in sul correre Martina ed
Acquaviva, terre, che si erano scoperte favorevoli alla repubblica.
Insomma il moto fu d'importanza: accorrevano buoni, e cattivi, nobili,
plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran
fondamento a far risorgere in quelle parti l'autorità del re.
Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il
cardinale Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime,
chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia
Winspear, e l'uditor Fiore. Scrivono alcuni, che il cardinale desse
anche a voce, che fosse fatto papa. Ciò dissero di lui, perchè lo
credevano capace di dirlo. Questo debole principio in poco spazio di
tempo cresceva a dismisura, e produceva un moto, che fu cagione di
accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore
Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il
cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale gli si
aggiungeva, e finalmente chi voleva il re, o le vendette, o il sacco, a
lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le
terre aperte, finalmente le murate, e tanto crebbe la sua potenza, che
presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la
Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo
scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle
parole, anzi seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava
Cosenza, capitale della Calabria citeriore, e quantunque ella fosse una
forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce, se ne
impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola,
bellissima città di Calabria, la prese, e l'arse per l'animoso contrasto
fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili.
Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava, e gli dava in mano tutte le
Calabrie insino a Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore
della provincia di Bari.
Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le province, anche le più
vicine a Napoli, più quiete: gente sfrenata guidata da capi ancor più
sfrenati commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo
regio, e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno
Sciarpa antico soldato, uomo tanto audace, quanto feroce, aveva posto a
romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno, non
che gl'importasse del re, ma, siccome quegli che si gettava volentieri
ai partiti estremi, disprezzato dai repubblicani, ai quali si era
offerto, si vendicava della repubblica sotto nome di affezione al
governo regio. Fecero i Lucani quanto per loro si era potuto, per
impedire la congiunzione di Sciarpa con Ruffo, ma si sforzarono indarno,
perchè niun soccorso arrivava loro da Napoli; così le sommosse si
dilatavano. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto
pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima
mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere
indegnissime. Uccise con palle soldatesche più di cento prigioni fatti
in guerra, saccheggiò, ed incese più terre, che tutti gli altri capi
delle sollevazioni insieme; aveva carceri orribili, inventava tormenti
nuovi, e nuove fogge di morti: per avvezzarsi al sangue, come se bisogno
ne avesse, beveva salassato il sangue proprio, si pasceva in cospetto di
teschi sanguinosi, beveva in un cranio: si dilettava di lamenti d'uomini
tormentati, purchè repubblicani fossero ed anche qualche volta, ancorchè
repubblicani non fossero, e cercava pretesti per isfogare l'incredibile
sua barbarie: questi erano gli stromenti, che ajutavano Ruffo a riporre
in seggio il re. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le
sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si
erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa
e più importante sommossa, dopo quella del cardinale, ardeva nella
Puglia, sì perchè era molto grossa per se, sì perchè a lei si erano
congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle Pugliesi rive avevano adito le
armate Russe, Ottomane ed Inglesi, e sì finalmente perchè la Puglia per
la feracità delle sue terre nodrisce la popolosa Napoli.
A questo modo, non ostante la gloriosa vittoria di Championnet, da
Napoli in fuori, e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i
repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato, che con
isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore dal re,
quantunque i modi, che si usavano, non fossero degni nè del re, nè di
alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose
della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i
Francesi per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione,
ed ogni giorno più si rendeva necessario, che con qualche nuovo e
segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie
di Napoli il valore, e che da quella opinione si riscuotessero, in cui
erano venuti, che se san bene resistere e vincere gli eserciti giusti ed
ordinati, non sanno parimente resistere e vincere, quando vengono alle
mani con popoli sollevati. Per la qual cosa erasi deliberato Championnet
(queste cose accadevano prima della sua partenza), a fare due
spedizioni, una contro la Puglia, massime contro San Severo e Trani,
dove erano le adunate più forti dei sollevati, l'altra contro la
Calabria, quella principalmente per vincere, questa per contenere.
Commetteva la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, che era
suo aderente molto affezionato, la seconda al generale Olivier, dedito a
Macdonald, emolo di Championnet. Accompagnava Duhesme, da parte del
governo Napolitano con una legione Napolitana, ma con le compagnie ancor
non piene, il conte Ettore di Ruvo, che già sopra abbiam nominato,
giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce, e capace di tentare
qualunque più difficile e pericolosa impresa. Già fin quando era ancora
in Napoli lo stato regio, si era il conte Ettore mostrato amante di
novità, e mescolato in varie congiure, ancorchè fosse maggiordomo del
re, e suo padre primo maggiordomo di corte. Era nemicissimo di Medici,
aveva fatto stampare in Napoli la constituzione di Robespierre. Scoperte
le sue trame, le quali anche poco ascondeva, per la sua natura animosa e
temeraria, fu carcerato in castel Sant'Elmo per opera di Medici; ma una
fanciulla, figliuola di un ufficiale del presidio, innamoratasi di lui,
il calava con corde per le mura del castello, poi pel monte molto
dirupato. Ricoverossi in casa di alcuni suoi parenti in Portici; poi per
sentieri rimoti ed ermi arrivava a salvamento in Milano. Quivi, siccome
quegli che molto entrante era ed animoso, piacque ai Francesi, e venne
in grazia con Joubert, che conosciuta l'indole del giovane, giudicò, che
fosse stromento potente a turbare, quando che fosse, le cose di Napoli.
Infatti quando Championnet si mosse alla spedizione, Joubert mandò con
lui il conte Ettore, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del
regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo Napolitano,
conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre
pasceva l'animo di pensieri smisurati, e si mostrava più inclinato a
comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano
le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio, e pieno di
parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità, e per
pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanco se
questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie, e fece
depredazioni incredibili, non considerando nè come, nè contro chi, o
repubblicani, o regii che si fossero: soldati e denaro per pagargli,
questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era
egli il solo uomo capace di puntellare quello stato cadente: l'avrebbe
anche fatto, ma forse per se, non per la repubblica. Pure da cosa nasce
cosa, e primo pensiero dei repubblicani doveva esser quello di tener
lontano il re.
Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani,
piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale,
che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa, e dell'astuto ed animoso
cardinale. Se le guerre con le parole si vincessero, avrebbe questo
condottiere repubblicano potuto vincere; ma altro è parlare in aringa,
altro veder in viso il nemico, non ch'ei non avesse animo, che anzi era
coraggiosissimo, ma non conosceva le guerre. Partivano Duhesme ed il
conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e d'assalti
improvvisi in un paese sollevato: marciavano spigliati e divisi per
ispazzare largamente il paese: con loro, e con ciascuna schiera
marciavano le diete, o vogliam dire i consigli militari, sempre pronti a
dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono, ed
incontanente uccisi. Così dall'un cauto Duhesme ed il conte Ettore
incrudelivano coi supplizi contro i regj, dall'altro Sciarpa, Mammone e
Ruffo incrudelivano anche coi supplizi contro i repubblicani. Le ire
erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le
vendette le ire. Era disegno del generale Francese, prima, di pacificar
il paese tra Napoli e la Puglia, poi di andar a disfare quella testa
grossa di regj a San Severo. Aveva con se preti e vescovi, che
predicavano per la repubblica, gli avversari avevano preti e vescovi,
che predicavano pel re: il fanatismo religioso si mescolava alla rabbia
civile. Marciava Duhesme spartito in tre colonne, una per Avellino,
Ariano e Bovino alla volta di foggia: l'altra per Arienzo, Benevento e
Troia a Lucera: la terza, che era il retroguardo, per la strada di
Arienzo, Benevento, Ariano e Bovino a Foggia. Troia, Lucera e Bovino,
deposte le armi, si davano in potestà dei repubblicani. Foggia, che
abbondava di repubblicani, lietissimamente riceveva i Francesi. Barletta
e Manfredonia, che assaltate dai regj pericolavano, furono preservate.
Ma tumultuavano tutti i popoli all'intorno per le speranze di San
Severo, nè altre terre possedevano i repubblicani che quelle, in cui
avevano le stanze. Perlocchè si deliberava Duhesme ad andare all'assalto
di San Severo, perchè, distrutto quel nido principale, sperava, che gli
altri si sottometterebbero. Erano i regj in San Severo grossi di dodici
mila combattenti fra soldati vecchi, e gente collettizia. Prese le
stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura
sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati
contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito.
Accorgendosi i regj che i repubblicani si distendevano a sinistra per
assaltargli di fianco ed alle spalle, si calarono con grandissimo
ardire, ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Da sì
sfrenati sdegni credevano alcuni dover sorgere il governo regolato del
re, ed il governo libero della repubblica. Durò lunga pezza la battaglia
con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei
due eserciti nemici, e se prevalevano i regj di numero, prevalevano i
repubblicani di perizia. Infine andarono i primi in volta per lo scontro
più efficace delle genti regolari, e già al punto stesso il generale
Forest arrivava loro alle spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che
uccisione, perchè i regj avviluppati e rotti male si potevano difendere,
ed i repubblicani con una rabbia incredibile intendevano ad ammazzare.
Tre mila sollevati vi perdettero la vita: tutti, o la più parte,
l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito
squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere
umilmente ed instantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e
dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse
molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti. Senza
questa pietà nuova, intenzione era di ardere San Severo, nel che aveva
anche per confortatore il conte di Ruvo, perchè ed era San Severo sede
principale della sollevazione, ed avevano i San Severini, per la rabbia
delle opinioni, ucciso alcuni preti ed il vescovo stesso, perchè
parteggiavano pei Francesi e per la repubblica; ma il fatto parve a
Duhesme troppo orribile, essendo San Severo terra grossa e fiorita, però
se ne rimase mosso anche dai pianti e dalle preghiere degli abitatori.