che bisognava pensar ad altro, perchè il disordine ammazzava se, e
l'ordine gli altri: s'avvisarono dunque di creare un capo, che gli
ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni, figliuolo del
principe di Marsiconuovo, giovane ardente, e che aveva dato segni di
valore nelle fazioni di Capua contro i Francesi. Poichè fu eletto, gli
facevano intorno le più pazze grida del mondo, ed ei se la godeva,
perchè era ambizioso, ed aveva altre mire. Prima cosa, diede opera a
piantar certe forche smisurate in parecchj luoghi con minaccia, che
impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava
ufficiali municipali, e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e
con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti, e a
dar qualche sesto alle cose. Ed ecco spargersi subitamente voce,
marciare i Francesi contro Napoli; già essere giunti ad Aversa. Infatti
Championnet, saputo il tumulto, ed i preparamenti fatti a' suoi disegni
de' suoi partigiani, ed un altro accidente di tutti questi più efficace,
che si racconterà poco appresso, non volendo trasandare la occasione, si
avviava velocemente verso la commossa città. Fu Moliterni a parlamento
con lui nei campi d'Aversa. Riportonne, che il generale di Francia non
voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in
mano i castelli, e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato.
Qui non è bisogno aggiunger parola, perchè per poco stette, che non
facessero Moliterni a pezzi, e l'avrebbero anche fatto, se non si fosse
schivato, gridandolo a furore assassino e traditore. Nè volendo più
udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul
saccheggiare, ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il
duca della Torre, uccisero suo fratello, Clemente Filomarino, ambi
rispettabili per ingegno e per virtù, maltrattarono con infami
improperii Zurlo, ministro che era stato delle finanze. Nè più
guardavano ai forestieri che ai nazionali: trucidarono un ufficiale di
marina Inglese, trucidarono un fuoruscito Tolonese: facevansi della
barbarie gioja. Un forestiero venuto loro in sospetto, alla porta di una
bottega mani e piedi inchiodarono, e sì a colpi di scuri e di bajonette
il martirizzarono. Lacombe San Michele, ambasciadore di Francia, essendo
chiamato a morte dal popolo furioso, fu nascosto, e salvato da alcuni
amatori del nome reale, che più risguardarono all'umanità che alle
opinioni. I popoli sommossi penetrano bene la natura degli uomini, ai
quali hanno dato il governo di se stessi, perciocchè il sospetto aguzza
l'intelletto, e raddoppia l'attenzione. Certo è, che Moliterni non
secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad
affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Francesi,
verisimilmente perchè credeva, che quello fosse il solo modo di salute
che restasse. Per arrivare a questo suo fine, poichè nell'abboccamento
di Aversa Championnet gli aveva affermato, che non entrerebbe, se prima
non gli fosse assicurata la possessione del castel Sant'Elmo, aveva
introdotto in questa fortezza molti de' suoi aderenti, e molti ancora
che parteggiavano per la repubblica; ed inoltre armandone quanti più gli
venne fatto di armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni.
Trovo consegnato nei ricordi delle storie, che, essendosi di ciò prima
indettato con Championnet, abbia propagato ad arte la opinione fra
l'acceso volgo, che era necessario andare ad assaltar i Francesi che
venivano contro Napoli, con dire, che il picciol numero loro sarebbe
facilmente oppresso dalla sopravvanzante moltitudine del popolo.
Avvisavano Championnet e Moliterni, che il vincere i lazzaroni in Napoli
tanto numerosi, coraggiosi, ed arrabbiati sarebbe stato piuttosto
impossibile che difficile; perchè ogni casa sarebbe diventata per loro
una fortezza, ed il sapere le strade era per loro di grandissima
importanza, e le città, e le abitazioni proprie sono più patria, e con
maggiore animo si difendono, che le campagne e le abitazioni aliene. Il
combattere poi in paese piano ed aperto faceva ai Francesi, quantunque
fossero in picciol numero, le condizioni migliori, perchè avevano
qualche nervo di cavallerìa, artiglierìe meglio ordinate, più perizia di
battaglie. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il
popolo più impetuoso, che esperto di battaglie, a combattere contro i
Francesi, che per la speranza di Sant'Elmo, e di trovare in Napoli una
parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. S'affrontarono le
due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda.
Prevalevano i Francesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i
Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati
eventi la battaglia. Le artiglierìe di Francia fulminando in quelle
spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile, ed atterravano le file
intere. Rimettevansi i lazzaroni, e più aspramente di prima menavano le
mani, cercando di avvicinarsi, e di venire alle strette col nemico, per
fare con lui una battaglia manesca. Le artiglierìe gli guastavano da
lontano, le bajonette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi
piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni ruppero parecchie volte i
repubblicani; ma questi, come destri, e sperimentati soldati, tosto si
rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si
udivano le grida dei combattenti, al bujo più si udivano quelle degli
straziati; e pure neanche di notte si perdonava alle ferite ed alle
morti. Accresceva il terrore, che in tutti i villaggi circonvicini un
suonare di campana e martello spesseggiava senza intermissione, ed i
contadini accorrevano in folla variamente armati in ajuto dei cittadini
combattenti. Non era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e
dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi
grossi, o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti, e fra
guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine; vi si
aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre
dell'Abruzzo, del Sannio, e della Campania, che la rabbia di guerra, e
la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte.
Nuovi vespri siciliani, e nuove vendette di vespri siciliani si
agitavano. Un Proni assassino guidava le genti arrabbiate, i curati coi
crocifissi le animavano; solito costume dei civili furori, e delle
popolari guerre. Fumava Castelforte arso da Rey: mescolavavisi alle
fiamme il Napolitano sangue sparso dal capitano Francese, perchè tal era
stata la resistenza, e tale la ostinazione dei difensori, che gli
abbisognò prender d'assalto non solamente le mura, ma le case ad una ad
una, dalle quali piovevano palle, sassi, travi, acqua, ed olio bollenti.
Grondava sangue l'egregia Isernia per opera di Monnier irritato pel
valore più che umano, col quale i terrazzani, ajutati dalla gente venuta
dal contado, l'avevano difesa; d'assalto presa, fu sottoposta a quanto
di più crudele, e di più empio sogliono pruovare le infelici città prese
d'assalto; ma qui le abbominevoli cose furono anche maggiori, perchè era
una guerra tra gente stimata nemica di Dio, e tra gente stimata
assassina: nascevano opere da una parte e dall'altra più che di barbari.
Le Caudine Forche superate con singolar valore ed arte da Broussier,
tiepide ancor esse di sangue paesano ed estero, attestavano le battaglie
valorosamente combattute da ambe le parti, ma più felicemente, che
nell'antichità, dagli esteri, più infelicemente dai paesani. In questa
guisa travagliavano al tempo medesimo gli Abruzzi, il Sannio, la
Campania, e la popolosa Napoli. Città incenerite, turbe uccise,
superstiti addolorati, un calpestìo di guerra tremendo tra Capua e
Napoli, e dove mancavano le forze, suppliva il furore. Non mai i
Francesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzìa
sostennero un urto di guerra. Infine un buon consiglio fece
sopravvanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine, e Duhesme a
ferire con truppe fresche, strigatesi testè dagl'impacci dei monti, il
fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla
fatica e dalla strage, andarono in volta, sparsi e sanguinosi
riparandosi in Napoli.
Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano,
non solamente il castello di Sant'Elmo per mezzo de' suoi fidati, ma
ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorito in
segno di pace e di possessione verso Championnet. Spediva anzi a lui
uomini a posta, perchè accordassero il modo di rimetter in poter suo la
città. Tentò anche il castello del Carmine; gli fu sdegnosamente
risposto dal presidio. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata
uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto
tornarono su i furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler
impedire ai francesi la possessione. Facevano esortazioni, parte feroci,
parte ridicole, ordinavano processioni di San Gennaro, si armavano, si
rannodavano, s'incitavano: da capo ricominciarono a dire, che non
temevano nè santi, nè diavoli, nè Francesi, e che non volevano
repubblica, e che l'avrebbero veduta. Nè si rimasero alle minacce;
perchè assaltato impetuosamente Capochino e Capodimonte, ne ebbero a
viva forza cacciati i Francesi, che poi tornati più forti rincacciarono
di bel nuovo i lazzaroni. A porta Capuana succedeva una battaglia
asprissima, prima colla peggio dei Francesi, poi colla peggio dei
Napolitani: magnifici edifizj incesi a bella posta per necessità dai
Francesi. Facevano anche forza di entrare verso il palazzo reale per la
protezione dei castelli Sant'Elmo, e dell'Uovo; ma i lazzaroni
essendosene accorti, contrastavano con grandissima gagliardìa il passo.
Pendeva tuttavìa in bilico la fortuna, quando ecco calare dai castelli
Moliterni con le sue genti, ed assaltar alle spalle coloro, che loro
capo l'avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i
popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli
avversarj, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Francesi,
benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le
strade con isteccati, e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi,
si fecero forzatamente strada sino al palazzo reale, e l'occuparono.
Poco poscia un'altra squadra di Francesi preceduti da novatori del
paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo, e
se ne fecero signori. Tuttavìa combattevano ancora sparsamente i
lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio: il castel del Carmine
appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue, e
terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi,
uomini astuti, per suggerimento dei novatori, insinuarono ai lazzaroni,
che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono quegli
uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da
tante ferite ricevute in difesa del re (io narro cose strane ma vere) si
calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie.
Alcuni dei Francesi fra i più perduti, che alla guardia del palazzo se
ne stavano, si mescolarono coi rapitori Napolitani nella medesima
infamia. Restava, che il castello del Carmine cedesse. Si venne
all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo.
Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei
repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro. Ma rimarrà
eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale, ancorchè
fosse privo di capi, per poco non metteva a distruzione un esercito
famoso per tante vittorie, e l'avrebbe anche fatto, se alla forza non si
fossero congiunte le insidie.
Il generale della repubblica fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per
l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico, ch'egli frenava i suoi
soldati, desiderosi di vendicare il sangue dei compagni morti nelle
battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva, essere i
Napolitani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli
strazj sofferti da lui: però rientrassero in se stessi, esortava,
deponessero le armi nel Castelnuovo, e con questo conserverebbe la
religione, le proprietà, e le persone salve ed intatte: al tempo stesso
arderebbe le case, e darebbe a morte coloro, che contro i Francesi
usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il
passato, e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì
questo manifesto l'effetto, che Championnet se n'era promesso; Napoli fu
ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono, chi per timore dei
Francesi, e chi per timore del volgo. Ma siccome non bastava mettere in
calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo stato, seguendo
Championnet il suo talento repubblicano, creava un governo, a cui
chiamava venticinque persone, la più parte assai risplendenti o per
dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità
congiunte insieme. I più amavano la libertà con animo sincero e
benevolo. Alcuni, essendosi mescolati nelle congiure precedenti, erano
stati dannati dal governo regio o all'esilio, o al carcere, o forse più
ancora odiavano l'antico stato che amassero la libertà. Del rimanente
uomini tutti, dico i Napolitani, sinceri d'opinione, continenti da quel
d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto
inabili a governar la nave dello stato in tempi tanto tempestosi. Furono
quest'essi: Abbamonti, Albanese, Baffi, Bassal Francese, Bisceglia,
Bruno, Cestari, Ciaia, De Gennaro, De Filippis, De Rensis, Doria,
Falcigni, Fasulo, Forges, Laubert, Logoteta, Manthoné, Pagano,
Paribelli, Pignatelli-Vaglio, Porta, Riario, Rotondo. Partironsi,
secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà
esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la
legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile,
in undici spartimenti. Chiamaronsi della Pescara con Aquila capitale,
del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con
Napoli, del Sangro con Lanciano, dell'Ofanto con Foggia, del Sele con
Salerno, dell'Idro con Lecce, del Brendano con Matera, del Grati con
Cosenza, della Sagra con Catanzaro. Fatti gli spartimenti, crearonsi i
distretti, poscia i municipj, ogni cosa a norma delle fogge Francesi:
tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.
Sono i Napolitani, siccome Greci, di natura molto acuta, trascorrenti
nelle astrazioni, e misuratori delle cose secondo l'immaginazione, non
secondo la realtà. Se si aggiunge la qualità molto favellatrice, sarà
facile far concetto in quante reti ed andirivieni s'inretino e
s'impaccino, sì che vogliano il bene, e sì che vogliano il male. Il
persuadergli ed il ravviargli non è cosa agevole; perchè più ciò fare
t'ingegni, e più si ravviluppano nelle astrattezze, e nel loicare, e
finiscono con avvilupparvi anche te. Ora pensi il lettore, se
sottilizzassero, e se oltre portassero quei principj politici di
filosofia Francese, i quali starian forse bene fra uomini migliori di
noi, ma in questa età, sono, pur troppo, come bei colori su legni
fradici. Compiacevano a se stessi con immagini lusinghevolissime: la
repubblica di Platone pareva loro non solo possibile, ma ancora non
sufficiente; una maggior perfezione sognavano, e si promettevano. In
queste chimere i migliori, ed i più sapienti avevano più capriccio degli
altri. Cirillo, Conforti, Logoteta, Russo, e più di tutti Mario Pagano,
dei quali e di molti altri compagni loro non si potrà mai tanto ammirare
la virtù, nè piangere la fine, che non meritino molto più, erano nel
sognare queste felicità singolarissimi. Nè le donne si rimanevano: la
virtuosa, dotta, e sventurata Eleonora Fonseca Pimentelli risplendeva
fra le prime, e, siccome donna, spandeva attorno di se raggi più soavi
dell'amorevolezza comune. I più belli, i più cortesi, i più colti
spiriti con esso lei conversavano, e già virtuosi, a maggiore virtù per
le esortazioni ed esempio suo si accendevano. Platone dominava:
dolcissimi affetti da sì copiosi fonti in ogni parte scorrevano e
s'insinuavano. Io mi sento muovere ad una compassione grandissima
pensando, che un sì felice immaginare, un sì pietoso desiderare, un sì
giocondo ammaestrare s'abbattessero in un campo pieno di ire tanto
sfrenate, di strazi tanto crudeli, di latrocinj tanto violenti, di
uccisioni tanto disumanate. Parmi, quanto l'esile creatura umana
immaginar può, che Dio avrebbe dovuto fare i buoni esenti dal contatto
dei malvagi, e lasciar questi straziarsi da se: certo la funesta
mescolanza mi spaventa. Sognava nella sanguinosa Napoli Pagano misero la
felicissima repubblica: i lazzaroni intanto saccheggiavano, e gli
Abruzzesi con le armi, con le mani, e perfino coi denti i Francesi
laceravano, e con pari furore i Francesi gli Abruzzesi straziavano. Nè i
romori tanto detestabili, che d'ogni intorno risuonavano di tradimenti,
di morti e di rapine, potevano svegliare dal dolce sonno quegli uomini
benevoli. Argomentavano sottilmente del bene e del meglio, quando il
male ed il peggio signoreggiavano, e più s'accendevano nelle speranze,
quando e più vi era luogo a disperazione. Non s'avvedevano, che il
predominio era dei ladri e dei tiranni, e che i ladri ed i tiranni,
gridando libertà, di loro e della libertà si ridevano. Ed essi pure con
la mente occupata, come di malattia dolce ed incurabile, non se ne
accorgevano, e traevano dietro alle utopìe. Età strana e feroce, che
produsse i buoni per perdergli, i tristi per fargli trionfare. Queste
cose abbiamo vedute in tutte le parti della desolata Italia, ma nella
gigantesca Napoli più che in tutte. Là più santi corpi si ruppero, là
più grossi rivi di sangue scorsero. La posterità ne avrà pietade e
spavento insieme: gli uomini odierni o non sentono, o ridono, od
applaudono, e pazzo chi vuol seminar fra di loro semi salutiferi. I
frutti soavi son diventati veleni per l'infausta terra. Così il gridare
virtù fia creduto bugia, il gridare vizio fia creduto verità, e la
scorza civile, che ci copre, ben cela schifosi aspetti. Se un benigno
risguardo del cielo non ci salva, il dispotismo fia stimato rimedio,
perchè non si è saputo nè ordinare, nè usare, nè sopportare la libertà,
ed a questo dolce fiore concorsero in troppo gran numero insetti
pestiferi.
Di tale benevolenza, e di tali errori furono segnate le operazioni del
governo nuovo di Napoli. Ma prima di raccontar le cose da lui fatte,
necessario è per noi il descrivere, come Championnet operasse per
solidare l'impresa nel regno. Era egli uomo dabbene, il che è qualche
cosa più che uomo ingegnoso; perciocchè l'ingegno suo era piuttosto
sufficiente che grande; ma come buono si rimetteva facilmente
nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni riputava. Laonde, volendo
far di Napoli altro che quello, che si era fatto di Roma, intendeva non
solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno, non
della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa
di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo Francese, e
della grande nazione la libertà e l'independenza degli stati Napolitani,
rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di
mettere per una volta tanto una contribuzione militare per dare a' suoi
soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque
milioni, compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia
assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volentieri, se non
fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a
quei medesimi soldati, che già pagavano. Sapendo poi, quanto
importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti a religione,
mandava una guardia d'onore a San Gennaro, e detto a chi l'aveva in
custodia, ch'ei desiderava, che il santo facesse il miracolo, il santo
il faceva, e i lazzaroni applaudivano, sclamando, non esser poi vero,
che i Francesi fossero empj, come la corte aveva fatto spargere; nè mai
si sarebbero risoluti a credere, che la volontà di Dio non fosse, che i
Francesi stanziassero in Napoli, poichè in presenza loro si scioglieva
il sangue del santo. Non ometteva il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo
di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di
confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove
potestà, la libertà e l'egualità, come conformi ai precetti del vangelo,
lodando e raccomandando. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie, e
vieppiù confermavano la quiete. Championnet mostrava in tutti i suoi
discorsi, ed in tutti gli atti desiderio di alleggerire ai Napolitani il
peso del forestiero dominio, e di fondare nel regno una repubblica
libera e indipendente.
Aboliva il governo i diritti feudatari, ed i fidecommessi, e preparava
per mezzo della congregazione legislativa la constituzione, che avesse a
reggere la repubblica. Fu questa constituzione opera principalmente di
Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di
Francia vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza, e di
utilità evidente. Fuvvi principalmente la potestà censoria commessa ad
un tribunale di cinque, il cui carico fosse di vegliare, acciocchè i
cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche
l'eforato, a cui doveva appartenersi la facoltà di veder, che la
constituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si conservasse, che
i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla constituzione
non trascorressero, quelli che trascorressero alla debita moderazione
richiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati annullasse, che
le riforme della constituzione dimostrate necessarie dall'esperienza al
senato proponesse; di modo che l'atto annullato per decreto degli efori,
quand'anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nissuno più
obbligasse, ed il corpo legislativo stesso obbedisse; gli efori solo
quindici giorni all'anno sedessero, ed il seder di più fosse caso di
stato; niun altro maestrato esercitar potessero; stessero in grado solo
un anno; fossero eletti dal popolo in ogni spartimento della repubblica,
ed uno per ispartimento, e non più si eleggesse. Potessero essere eletti
all'arcontato, che era la potestà suprema per l'esecuzione delle leggi,
se non dopo cinque anni, dappoichè erano usciti dall'eforato; al corpo
legislativo, se non dopo tre: usciti, il titolo di eforo mai non
portassero. Sono questi ordini dell'eforato degni di molta lode, ed atti
ad impedire nelle repubbliche, ed anche nei governi regj, che hanno
qualche parte di repubblica, molte gare e sovvertimenti civili.
Certamente, ove fossero confermati dall'autorità del tempo, potrebbero
arrecar grande giovamento agli stati liberi. Degni anche di
commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i
quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi
anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno;
il resto, il copiava dalla constituzione Francese, dando in tal modo a
conoscere e la capacità della sua mente, e la servilità dei tempi. Nè
debbe essere passato sotto silenzio il ragionamento, che si leggeva
preposto al modello della constituzione; opera in cui tutto l'acume dei
Greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principj astratti
con astrattezze maggiori.
Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa,
parte di Championnet, parte del governo, parte dei tempi. Era
Championnet come abbiamo narrato, di natura buona, ma non aveva nervo
tale, che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli stati
Romani e Cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati,
massime municipali, e le tolte violente erano frequenti. I popoli si
sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più
ardenti.
I baroni, come aristocrati, siccome gli chiamavano, erano scherniti con
dileggi aminti, o provocati con ingiurie, il che gl'inimicava, e siccome
quelli che avevano una grande dipendenza sì per le loro ricchezze, e sì
per l'effetto degli antichi ordini feudatari, procuravano con arti e con
istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica. Nè solo con
inconvenienti dicerie si provocarono i baroni, ma nelle tasse sforzate,
che per soddisfare ai conquistatori il governo metteva, erano con brutti
arbitrj aggravati, come se la opinione, e non le sostanze si dovessero
tassare. Nè altra libertà di stampa vi era, se non quella d'inveire
contro gli aristocrati. Aveva il governo mandato nelle provincie per far
capaci le popolazioni dei vantaggi del nuovo stato, gli amatori più
vivi. Questi per leggerezza, e per fissazione conforme alla stagione,
trascorrevano pur troppo in ischerni ed in minacce contro gli
aristocrati, e contro i preti. Spesso ancora, stimando che nei casi
straordinarj le facoltà straordinarie si dovessero usare, commettevano
atti arbitrarj, ora privando altrui degl'impieghi, ora della libertà,
cose tutte da far rovinare facilmente ogni più forte stato, non che uno
tanto tenero sui principj come era il Napolitano. Seguitava a tutte
queste un'altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui
giovani Infiammatissimi, ed invasati delle nuove opinioni, si adunavano
a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo stato. Nè i mali
prodotti in Francia da simili ritrovi gli rendevano savi, perchè con la
medesima veemenza parlavano.