Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella

resistenza, che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto

impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra: le rotte sulla

sinistra gli tagliavano ogni strada a potersi congiungere col grosso

dell'esercito, e niun altro scampo gli lasciavano, che quello di aprirsi

il passo per forza, o di conseguirlo di queto dal vincitore, o di

retrocedere per andarsi a rimbarcare in Orbitello. Rifulse in sì estremo

accidente la virtù del conte; poichè non isgomentatosi punto, se ne

continuava a marciare con settemila soldati da Baccano verso Roma.

Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo ajutante

Bonami a sapere, che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte,

che voleva passare o per amore, o per forza per ritornare nel regno; ed

ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che

Bonami non aveva dato tempo per altro motivo, che per far accorrere

nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo,

incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla

Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani: ma

difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare a ritirarsi.

Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellerman da

Borghetto. Incontratisi repubblicani e regj a Toscanella, si

travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, contuttochè fosse

ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere

valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si

difendevano anch'essi con molta costanza: nè si spiccarono dalla

battaglia, se non quando per l'arrivo delle cavallerìe di Kellerman, era

diventata troppo disuguale. Intanto non aveva omesso il conte, mentre

col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi

vieppiù coll'antiguardo, e col grosso della schiera, ad Orbitello.

Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte, tostamente vi

s'imbarcarono sulle navi Napolitane, che quivi le attendevano. Restava,

che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente

seguitato dai Francesi; ma non così tosto il conte col retroguardo

medesimo (imperciocchè sebbene molto patisse della sua ferita, aveva

sempre in mezzo a quest'ultima parte del suo esercito combattuto) vi

entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di

volersi difendere. Si appiccava intanto una pratica tra di lui e

Kellerman, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte

d'imbarcarsi con tutte le sue genti, solo lasciando in mano dei Francesi

le artiglierìe. Bello e lodevole fatto del conte Ruggiero fu questo, e

che dimostrò, che se i buoni soldati fanno i buoni generali, ancora e

molto più i buoni generali fanno i buoni soldati. Viterbo vinta ed

occupata dal vincitore, pagò le pene dello aver anteposto lo stato

antico e dispotico, allo stato nuovo e tirannico. Ciò non ostante non vi

furono vendette esorbitanti, ed il giovine Kellerman vi si portò più

moderatamente che i tempi non comportavano.

Riconquistata Roma, ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad

assicurarsi, e ad ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un

esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno,

tuttavia, considerato il loro valore, l'efficacia della fresca vittoria,

il terrore dei nemici, e la forza delle opinioni favorevoli, che da

lungo tempo e largamente vi si erano sparse, e che ora più potentemente

operavano per la vicinanza dei Francesi, e per la sconfitta

dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era

necessario il debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la

fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno, e per

avervi Mack adunato tutte le genti, ancora forti, se non per valore

almeno pel numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi

in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da

Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini,

doveva, là dove è meno grosso per la prossimità de' suoi fonti, varcare

il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Caprano, e al tempo stesso

dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui

a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di

Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di

acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi

comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso

del disegno; perchè e Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli,

arrivavano alla destinata oppugnazione sulle sponde del Volturno. Ai

passi stretti e forti di Fondi e d'Itri fecero i Napolitani debole

resistenza: a Gaeta, piazza forte per sito e per arte, e con un presidio

di più di tremila soldati, con provvisioni e munizioni abbondanti,

niuna. Vennero a Gaeta in poter dei vincitori circa cento pezzi di

cannoni, piatte per ponti, barche armate, e barche annonarie provviste,

e vettovaglie in copia. Precipitavano a gran rovina le cose del regno,

non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il

caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti, come

speculatore ed apritor di strade, quell'arrisicato condottiere Rusca,

sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli

assalti improvvisi delle popolazioni mosse a romore, ed armate di ogni

sorte d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Principalmente

nelle contrade del Tronto, e verso Teramo, i paesani mossi a romore, e

condotti dai preti, infestavano le strade, davano addosso agl'isolati,

ed impedivano le comunicazioni tra l'una parte e l'altra dei

repubblicani. Ciò ritardava l'impeto dei Francesi, che da questa parte

non poterono seguitare di pari passo le genti vincitrici di Championnet,

e di Macdonald. Tuttavia appoco appoco prevaleva il valore regolato.

Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in

abbondanza. Poi si conduceva a Sulmona, dove mettono capo tutte le

strade dell'Abruzzo, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più

vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di

Duhesme era Pescara, città, che con la sua fortezza situata in luogo

eminente domina tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva

il mare, per la quale possono passar le artiglierìe. Questa era la

principale piazza dei Napolitani su quei lidi, sì per l'importanza del

passo, e sì perchè difende la foce del fiume Pescara, che si distende a

guisa di porto. Due mila soldati la presidiavano; ma non fecero miglior

pruova dei difensori di Gaeta; perchè, come prima i soldati leggieri

della repubblica si mostrarono sulle alture che stanno a sopracapo al

ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianella ed a Civita di Penna, il

comandante pensò alla dedizione, dando in mano dei Francesi quel luogo

tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del

regno. Vi trovarono i vincitori armi, e munizioni in copia. Acquistata

Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi per la strada di Popoli con

Lemoine a Sulmona, donde varcato il sommo giogo dell'Apennino,

condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua.

Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora

cominciavano a precipitare a manifesta rovina.

Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre le sconfitte dei regj, aveva

udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva

occupato Lucca, e si apparecchiava ad andarlo a combattere, imbarcate le

genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.

Non erano senza fortezza i nuovi alloggiamenti di Mack. Posto il campo

col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a

difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un

presidio di diecimila soldati. Tra per questi, e le genti del campo,

aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Francesi, e

se avesse avuto o migliori soldati, o più fedeli capitani, o minore

capriccio in una certa squisitezza d'arte, che gli faceva sempre

moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor

tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò, che Capua si

poteva difendere, e si perdè non per forza, ma per accordo. Ma già i

casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite

insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora

ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello, che in

breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila,

di Pescara, e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo del nemico al cuore

stesso del regno, i soldati o dispersi, o fuggitivi, che per escusazione

propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli,

venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria

delle vittorie dei francesi in Italia, e il terrore delle armi loro

rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento d'animo in chi

sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i

consiglieri di Ferdinando sul partito, che fosse a prendersi, alcuni

propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse

tostamente a ritirarsi oltre il faro. Intanto il volgo, fattesi alcune

instigazioni, anche da parte del governo, si armava da se: la città fra

il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro, e, come si usa

in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i

ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversari o veri o

supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un

Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a

Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli,

restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso

tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re,

gridando orrendamente i feroci uccisori, e l'invasata moltitudine, che

gli accompagnava, _muojano i traditori, viva la santa fede, viva il re_.

Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fresca uccisione del

corriero aveva persuaso a Ferdinando, che, tralasciando anche la forza

Francese, che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con

dignità, nè fors'anche con sicurezza. S'aggiunse che Mack, non

confidando di poter far guerra felice con quei soldati, che per altro

quanto potessero valere aveva dimostrato l'esempio del conte Ruggiero,

consigliava un accordo.

Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche

congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei

sofferti supplizj, fecero prevalere la sentenza di coloro, che

consigliavano, che il re si ritirasse in Sicilia. Fatta la

deliberazione, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e

confusione, come suole in simili accidenti; l'ultima notte del

novantotto, s'imbarcarono sulle navi Inglesi e Portoghesi, che erano

sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di

Napoli, le gioje della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano

meglio di venti milioni coniati, ed oro, ed argento vergati in quantità:

a queste ricchezze s'aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.

Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il

principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di concludere un

accordo coi Francesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè

la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la

notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton, ed i

cortigiani. Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti

contrarj, sorse uno spettacolo miserabile; poichè, fatte uscir prima le

navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece

Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il

Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del

re, che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco, che le

proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso

le barche armate della costa di Posilippo, ed i magazzini dell'arsenale:

la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città

desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo

sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando, affinchè restasse

proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua, ma fu

negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da

trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì due gennaio,

infelice pell'aspetto terribile di Napoli, che ancora agli occhi dei

naviganti appariva, più infelice pei venti avversi e le tempeste, che

poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe la

mestizia ed il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re,

fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè

l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre.

Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le

dimostrazioni amorevoli dei Siciliani, mitigarono l'amarezza concetta

per l'esiglio, e per la fresca orbezza del morto figliuolo. Accrebbe una

calunnia l'infelicità della madre, poichè trovo scritto, che la regina

avesse, partendo, comandato, che si armasse il volgo a furia, che Napoli

s'incendesse, che anima vivente, che sopra la condizione di notajo

fosse, non vi restasse. Bene mostrò soverchia asprezza Carolina ai

tempi, che seguirono, ma che abbia ordinato una immanità tanto barbara,

non è da credersi, se non da coloro che si lasciano tirare dalle

passioni estreme, e dall'amore detestabile delle parti.

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la

fortuna si dimostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi

difficoltà per le popolazioni armate, che loro contrastavano il passo,

Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le

popolazioni medesime, principalmente quelle dell'Abruzzo superiore, e

dell'antico Sannio, crescevano di numero, di forze e di furore, e già

facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa

lasciavano sicura alle spalle dei francesi. La rabbia loro era

incredibile, e commettevano contro i repubblicani, che viaggiavano alla

spicciolata, atti di ferità più bestiale, che inumana. Dei venuti in

mano loro, alcuni furono vivi tagliati a pezzi, altri legati agli alberi

a fuoco lento arsi, altri gettati a furia a rompersi sugli scogli, altri

precipitati nelle profonde valli, altri orribilmente mutilati e lasciati

vivere di una vita peggiore che la morte. A tali atti applaudivano con

forsennate grida le turbe furibonde. Già Itri, Fondi e Sessa erano in

poter dei sollevati; già San Germano si muoveva a stormo; già Teano,

alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso;

già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di

popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano, e non lasciava alcuna

speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava

Championnet ad incontrarla Rey, il quale avendo combattuto più

valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita

frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a

quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte,

che i Francesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre

procedendo nel parco di riserva rapirono le artiglierìe, fracassarono i

carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale

guasto le cartucce di provvisione vennero mancando ai Francesi: già le

vettovaglie mancavano, nè v'era modo di andar alla busca per pascere

l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle

menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato la

popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre al Garigliano

in ajuto di Capua, e dell'esercito che ancora la difendeva. Nè è da

passarsi sotto silenzio, che la virtù dei Francesi, oltre il suono delle

armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava a

indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato

Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con

danno gravissimo. Fu anzi in questo abbattimento ferito Mathieu da una

palla, che gli guastò il braccio per modo che non potè più militare in

tutta questa Napolitana guerra. Ciò dava loro a temere, che i soldati

Napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora

alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e

forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto

un pericoloso assalto a tergo dei Francesi, mentre sboccando Mack da

Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a

fronte, che si ostinava a voler difendere una città, ed un passo tanto

abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con

la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Francesi poca speranza di

salute; nè solo della perdita dell'impresa per loro si trattava, ma

della vita stessa fra sdegni tanto frenati.

La debolezza del vicario Pignatelli, per non usare parole più gravi,

aperse improvvisamente una via di scampo ai Francesi, che già

incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack, il quale

dimostrò, quando la fortuna già risorgeva, abiezione uguale a

quell'eccessivo ardimento, che aveva scoperto, quando con le fresche e

fiorite schiere assaltava lo stato Romano. Perì Napoli per mano di

coloro, ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in

quell'ora tanto pregna di dubbio avvenire pei Francesi agli

alloggiamenti di Championnet il principe di Miliano, e il duca di Gesso,

che mandati dal vicario venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle

prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva

Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere. Ma infine pregato da

coloro, che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale

le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino

alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare,

rincominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua

si consegnasse in mano dei Francesi: l'esercito di Francia occupasse il

paese alla destra dei laghi Napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si

serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si

riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni

di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte

le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a

nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica, e mandò Pignatelli

tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli, che or ora racconteremo,

nella fortezza di Girgenti.

I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose,

affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli,

dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse.

Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo

vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a

Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava

abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli,

e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti

Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor

d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e

smisurati, e strumento molto atto a turbare il regno. Questi

incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per

modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla

giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet,

repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e

l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora

con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di

Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano;

si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non

voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una

cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le

acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a

prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per

levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a

luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era

tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni

dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si

accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore

nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a

minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la

città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano

furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le

piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano:

_muojano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re_.

Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo

avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai

Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli

qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati,

e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i

lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù

inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a

morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano.

Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in

alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e

nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo,

Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e

distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori.

Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene

a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento

di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da

Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte

sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo

del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando: _viva la

patria, viva Napoli, viva il re_. Fatti più arditi dal numero e

dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di

Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per

questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto

l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col

tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a

repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla

apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza

freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti,

depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli,

fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le

minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior

terrore, _viva San Gennaro, viva la santa fede_. Durò gran pezza il

tumulto spaventevole.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 10 / 26 段