resistenza, che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto
impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra: le rotte sulla
sinistra gli tagliavano ogni strada a potersi congiungere col grosso
dell'esercito, e niun altro scampo gli lasciavano, che quello di aprirsi
il passo per forza, o di conseguirlo di queto dal vincitore, o di
retrocedere per andarsi a rimbarcare in Orbitello. Rifulse in sì estremo
accidente la virtù del conte; poichè non isgomentatosi punto, se ne
continuava a marciare con settemila soldati da Baccano verso Roma.
Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo ajutante
Bonami a sapere, che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte,
che voleva passare o per amore, o per forza per ritornare nel regno; ed
ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che
Bonami non aveva dato tempo per altro motivo, che per far accorrere
nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo,
incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla
Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani: ma
difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare a ritirarsi.
Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellerman da
Borghetto. Incontratisi repubblicani e regj a Toscanella, si
travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, contuttochè fosse
ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere
valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si
difendevano anch'essi con molta costanza: nè si spiccarono dalla
battaglia, se non quando per l'arrivo delle cavallerìe di Kellerman, era
diventata troppo disuguale. Intanto non aveva omesso il conte, mentre
col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi
vieppiù coll'antiguardo, e col grosso della schiera, ad Orbitello.
Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte, tostamente vi
s'imbarcarono sulle navi Napolitane, che quivi le attendevano. Restava,
che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente
seguitato dai Francesi; ma non così tosto il conte col retroguardo
medesimo (imperciocchè sebbene molto patisse della sua ferita, aveva
sempre in mezzo a quest'ultima parte del suo esercito combattuto) vi
entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di
volersi difendere. Si appiccava intanto una pratica tra di lui e
Kellerman, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte
d'imbarcarsi con tutte le sue genti, solo lasciando in mano dei Francesi
le artiglierìe. Bello e lodevole fatto del conte Ruggiero fu questo, e
che dimostrò, che se i buoni soldati fanno i buoni generali, ancora e
molto più i buoni generali fanno i buoni soldati. Viterbo vinta ed
occupata dal vincitore, pagò le pene dello aver anteposto lo stato
antico e dispotico, allo stato nuovo e tirannico. Ciò non ostante non vi
furono vendette esorbitanti, ed il giovine Kellerman vi si portò più
moderatamente che i tempi non comportavano.
Riconquistata Roma, ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad
assicurarsi, e ad ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un
esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno,
tuttavia, considerato il loro valore, l'efficacia della fresca vittoria,
il terrore dei nemici, e la forza delle opinioni favorevoli, che da
lungo tempo e largamente vi si erano sparse, e che ora più potentemente
operavano per la vicinanza dei Francesi, e per la sconfitta
dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era
necessario il debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la
fortezza della città, per la profondità delle acque del Volturno, e per
avervi Mack adunato tutte le genti, ancora forti, se non per valore
almeno pel numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi
in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da
Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini,
doveva, là dove è meno grosso per la prossimità de' suoi fonti, varcare
il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Caprano, e al tempo stesso
dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui
a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di
Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di
acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi
comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso
del disegno; perchè e Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli,
arrivavano alla destinata oppugnazione sulle sponde del Volturno. Ai
passi stretti e forti di Fondi e d'Itri fecero i Napolitani debole
resistenza: a Gaeta, piazza forte per sito e per arte, e con un presidio
di più di tremila soldati, con provvisioni e munizioni abbondanti,
niuna. Vennero a Gaeta in poter dei vincitori circa cento pezzi di
cannoni, piatte per ponti, barche armate, e barche annonarie provviste,
e vettovaglie in copia. Precipitavano a gran rovina le cose del regno,
non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il
caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti, come
speculatore ed apritor di strade, quell'arrisicato condottiere Rusca,
sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli
assalti improvvisi delle popolazioni mosse a romore, ed armate di ogni
sorte d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Principalmente
nelle contrade del Tronto, e verso Teramo, i paesani mossi a romore, e
condotti dai preti, infestavano le strade, davano addosso agl'isolati,
ed impedivano le comunicazioni tra l'una parte e l'altra dei
repubblicani. Ciò ritardava l'impeto dei Francesi, che da questa parte
non poterono seguitare di pari passo le genti vincitrici di Championnet,
e di Macdonald. Tuttavia appoco appoco prevaleva il valore regolato.
Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in
abbondanza. Poi si conduceva a Sulmona, dove mettono capo tutte le
strade dell'Abruzzo, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più
vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di
Duhesme era Pescara, città, che con la sua fortezza situata in luogo
eminente domina tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva
il mare, per la quale possono passar le artiglierìe. Questa era la
principale piazza dei Napolitani su quei lidi, sì per l'importanza del
passo, e sì perchè difende la foce del fiume Pescara, che si distende a
guisa di porto. Due mila soldati la presidiavano; ma non fecero miglior
pruova dei difensori di Gaeta; perchè, come prima i soldati leggieri
della repubblica si mostrarono sulle alture che stanno a sopracapo al
ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianella ed a Civita di Penna, il
comandante pensò alla dedizione, dando in mano dei Francesi quel luogo
tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del
regno. Vi trovarono i vincitori armi, e munizioni in copia. Acquistata
Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi per la strada di Popoli con
Lemoine a Sulmona, donde varcato il sommo giogo dell'Apennino,
condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua.
Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora
cominciavano a precipitare a manifesta rovina.
Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre le sconfitte dei regj, aveva
udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva
occupato Lucca, e si apparecchiava ad andarlo a combattere, imbarcate le
genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.
Non erano senza fortezza i nuovi alloggiamenti di Mack. Posto il campo
col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a
difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un
presidio di diecimila soldati. Tra per questi, e le genti del campo,
aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Francesi, e
se avesse avuto o migliori soldati, o più fedeli capitani, o minore
capriccio in una certa squisitezza d'arte, che gli faceva sempre
moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor
tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò, che Capua si
poteva difendere, e si perdè non per forza, ma per accordo. Ma già i
casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite
insieme. Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora
ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello, che in
breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila,
di Pescara, e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo del nemico al cuore
stesso del regno, i soldati o dispersi, o fuggitivi, che per escusazione
propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli,
venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria
delle vittorie dei francesi in Italia, e il terrore delle armi loro
rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento d'animo in chi
sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i
consiglieri di Ferdinando sul partito, che fosse a prendersi, alcuni
propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse
tostamente a ritirarsi oltre il faro. Intanto il volgo, fattesi alcune
instigazioni, anche da parte del governo, si armava da se: la città fra
il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro, e, come si usa
in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i
ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversari o veri o
supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un
Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a
Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli,
restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso
tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re,
gridando orrendamente i feroci uccisori, e l'invasata moltitudine, che
gli accompagnava, _muojano i traditori, viva la santa fede, viva il re_.
Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fresca uccisione del
corriero aveva persuaso a Ferdinando, che, tralasciando anche la forza
Francese, che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con
dignità, nè fors'anche con sicurezza. S'aggiunse che Mack, non
confidando di poter far guerra felice con quei soldati, che per altro
quanto potessero valere aveva dimostrato l'esempio del conte Ruggiero,
consigliava un accordo.
Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche
congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei
sofferti supplizj, fecero prevalere la sentenza di coloro, che
consigliavano, che il re si ritirasse in Sicilia. Fatta la
deliberazione, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e
confusione, come suole in simili accidenti; l'ultima notte del
novantotto, s'imbarcarono sulle navi Inglesi e Portoghesi, che erano
sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di
Napoli, le gioje della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano
meglio di venti milioni coniati, ed oro, ed argento vergati in quantità:
a queste ricchezze s'aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.
Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il
principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di concludere un
accordo coi Francesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè
la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la
notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton, ed i
cortigiani. Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti
contrarj, sorse uno spettacolo miserabile; poichè, fatte uscir prima le
navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece
Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il
Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del
re, che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco, che le
proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso
le barche armate della costa di Posilippo, ed i magazzini dell'arsenale:
la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città
desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo
sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando, affinchè restasse
proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua, ma fu
negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da
trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì due gennaio,
infelice pell'aspetto terribile di Napoli, che ancora agli occhi dei
naviganti appariva, più infelice pei venti avversi e le tempeste, che
poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe la
mestizia ed il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re,
fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè
l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre.
Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le
dimostrazioni amorevoli dei Siciliani, mitigarono l'amarezza concetta
per l'esiglio, e per la fresca orbezza del morto figliuolo. Accrebbe una
calunnia l'infelicità della madre, poichè trovo scritto, che la regina
avesse, partendo, comandato, che si armasse il volgo a furia, che Napoli
s'incendesse, che anima vivente, che sopra la condizione di notajo
fosse, non vi restasse. Bene mostrò soverchia asprezza Carolina ai
tempi, che seguirono, ma che abbia ordinato una immanità tanto barbara,
non è da credersi, se non da coloro che si lasciano tirare dalle
passioni estreme, e dall'amore detestabile delle parti.
La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la
fortuna si dimostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi
difficoltà per le popolazioni armate, che loro contrastavano il passo,
Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le
popolazioni medesime, principalmente quelle dell'Abruzzo superiore, e
dell'antico Sannio, crescevano di numero, di forze e di furore, e già
facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa
lasciavano sicura alle spalle dei francesi. La rabbia loro era
incredibile, e commettevano contro i repubblicani, che viaggiavano alla
spicciolata, atti di ferità più bestiale, che inumana. Dei venuti in
mano loro, alcuni furono vivi tagliati a pezzi, altri legati agli alberi
a fuoco lento arsi, altri gettati a furia a rompersi sugli scogli, altri
precipitati nelle profonde valli, altri orribilmente mutilati e lasciati
vivere di una vita peggiore che la morte. A tali atti applaudivano con
forsennate grida le turbe furibonde. Già Itri, Fondi e Sessa erano in
poter dei sollevati; già San Germano si muoveva a stormo; già Teano,
alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso;
già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di
popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano, e non lasciava alcuna
speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava
Championnet ad incontrarla Rey, il quale avendo combattuto più
valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita
frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a
quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte,
che i Francesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre
procedendo nel parco di riserva rapirono le artiglierìe, fracassarono i
carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale
guasto le cartucce di provvisione vennero mancando ai Francesi: già le
vettovaglie mancavano, nè v'era modo di andar alla busca per pascere
l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle
menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato la
popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre al Garigliano
in ajuto di Capua, e dell'esercito che ancora la difendeva. Nè è da
passarsi sotto silenzio, che la virtù dei Francesi, oltre il suono delle
armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava a
indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato
Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con
danno gravissimo. Fu anzi in questo abbattimento ferito Mathieu da una
palla, che gli guastò il braccio per modo che non potè più militare in
tutta questa Napolitana guerra. Ciò dava loro a temere, che i soldati
Napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora
alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e
forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto
un pericoloso assalto a tergo dei Francesi, mentre sboccando Mack da
Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a
fronte, che si ostinava a voler difendere una città, ed un passo tanto
abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con
la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Francesi poca speranza di
salute; nè solo della perdita dell'impresa per loro si trattava, ma
della vita stessa fra sdegni tanto frenati.
La debolezza del vicario Pignatelli, per non usare parole più gravi,
aperse improvvisamente una via di scampo ai Francesi, che già
incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack, il quale
dimostrò, quando la fortuna già risorgeva, abiezione uguale a
quell'eccessivo ardimento, che aveva scoperto, quando con le fresche e
fiorite schiere assaltava lo stato Romano. Perì Napoli per mano di
coloro, ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in
quell'ora tanto pregna di dubbio avvenire pei Francesi agli
alloggiamenti di Championnet il principe di Miliano, e il duca di Gesso,
che mandati dal vicario venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle
prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva
Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere. Ma infine pregato da
coloro, che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale
le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino
alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare,
rincominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua
si consegnasse in mano dei Francesi: l'esercito di Francia occupasse il
paese alla destra dei laghi Napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si
serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si
riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni
di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte
le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a
nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica, e mandò Pignatelli
tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli, che or ora racconteremo,
nella fortezza di Girgenti.
I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose,
affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli,
dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse.
Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo
vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a
Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava
abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli,
e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti
Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor
d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e
smisurati, e strumento molto atto a turbare il regno. Questi
incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per
modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla
giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet,
repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e
l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora
con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di
Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano;
si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non
voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una
cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le
acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a
prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per
levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a
luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era
tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni
dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si
accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore
nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a
minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la
città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano
furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le
piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano:
_muojano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re_.
Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo
avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai
Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli
qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati,
e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i
lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù
inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a
morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano.
Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in
alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e
nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo,
Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e
distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori.
Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene
a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento
di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da
Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte
sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo
del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando: _viva la
patria, viva Napoli, viva il re_. Fatti più arditi dal numero e
dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di
Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per
questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto
l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col
tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a
repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla
apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza
freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti,
depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli,
fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le
minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior
terrore, _viva San Gennaro, viva la santa fede_. Durò gran pezza il
tumulto spaventevole.