Addì tre di luglio entravano i Francesi condotti da Kister nella

cittadella di Torino, essendone uscito al tempo stesso il reggimento di

Monferrato, che la presidiava. Fuvvi dolore pei fedeli, festa pei

novatori, sdegno per chi abbominava le violenze e le fraudi. Le curiose

donne, ed i galanti giovani concorrevano volontieri, essendo il tempo

bellissimo, a vedere quest'ultimo sterminio della patria loro. Così

contro la fede data, e contro ogni rispetto sì divino che umano, viveva

il re di Sardegna sotto le bocche dei cannoni repubblicani di Francia.

Al fatto della cittadella i ministri di Russia e di Portogallo, e

l'incaricato d'affari d'Inghilterra instarono appresso ai sovrani loro

per aver licenza di ritirarsi da Torino, allegando essere Carlo

Emanuele, non più re di Sardegna, ma servo di Francia, e l'ambasciator

Francese, vero e reale sovrano del Piemonte.

Comandava il direttorio ai Liguri, per mezzo di Belleville, incaricato

d'affari a Genova, cessassero le ostilità: quando no, gli avrebbe per

nemici. Obbedirono molto umilmente. Comandava al tempo stesso, per mezzo

di Ginguené al re, sotto pena di guerra, cessasse dall'armi. Si

uniformava Carlo Emanuele all'intento, non senza però lamentarsi, e

protestare con forti e generose parole contro quella insolente

imperiosità del direttorio. Cessò intanto la guerra sui confini, solo i

regj fecero ancora alcune dimostrazioni per ricuperare Loano, ed altri

paesi perduti nella contesa precedente; le quali raccontare sarebbe

troppo minuta, e fastidiosa narrazione.

Mi accosto ora a raccontare un fatto orribile in se, orribile per le

cagioni, e forse ancora più orribile per gli autori. Erano i Piemontesi,

nemici del nome reale, tornati a stanziare, ed a far massa in Carrosio,

dopochè il re, per gratificare alla repubblica, aveva ritirato le sue

genti da quella terra. Quivi ebbero, non che sentore, certo avviso da

quelli stessi, che più intimamente assistevano ai consigli segreti di

Brune, dell'accordo, che si trattava tra Francia e Sardegna, per la

rimessa della cittadella, e per la quiete del Piemonte. Nè parendo loro,

che quello fosse tempo da perdere, perchè se seguiva l'accordo, ogni

speranza di poter turbare il Piemonte diveniva vana per essere obbligati

a risolvere le loro masse, si deliberarono di prevenir il divieto con

fare un moto, il quale confidavano, avesse ad allagare, se non tutto,

almeno parte considerabile del Piemonte. Era il fondamento di questa

macchina, che i repubblicani di Carrosio si muovessero improvvisamente

verso Alessandria; gli ufficiali del generale Menard, che comandava a

tutte le truppe Francesi in Piemonte, avevano loro dato speranza, che le

truppe repubblicane di Francia, che stanziavano in quella città, si

accosterebbero loro ad impresa comune contro il re. Non dubitavano, che

un moto di tanta importanza, accresciuto dalla fama della congiunzione

delle armi di Francia, non voltasse sossopra tutte le province che

bevono le acque del Tanaro; il che giunto all'occupazione della

cittadella di Torino, persuadeva ai novatori, che anche le province del

Po si leverebbero a cose nuove: una compiuta vittoria aspettavano di

tutto il Piemonte. Era stato l'indulto pubblicato in Torino il lunedì

secondo giorno di luglio, ed il giorno seguente erano i Francesi entrati

nella cittadella.

La mattina del cinque molto per tempo uscivano i sollevati in numero

circa di mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Francesi, che

presidiavano la piazza, facessero alcun motivo per impedirgli,

marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta

alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto

pericolosa, se Solaro governatore di Alessandria, non avesse avuto

avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un prete Castellani, il

quale per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era

consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa

Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla

Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti, e cento

cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati da

Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso

ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto;

imperciocchè uscendo i regj alla impensata dall'agguato, e con repentino

remore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a

tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, gli ruppero facilmente

togliendo loro due cannoni, e bestie da soma cariche di non poche

munizioni. I soldati regj, salvo nel primo impeto della battaglia, si

portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi: ma

si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di

natura, ed avversa al nome Francese, ed a coloro che l'amavano. Costoro

crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro

alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali, ed

ai soldati regj, che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare

il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa

e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti, chi qua chi

là per le selve, pei vigneti, e per le campagne feconde di biade, erano

spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Ad ogni

momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte

dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia, che

battaglia, e piuttosto carnificina, che uccisione. Perirono seicento:

morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e

che non ebbe altro difetto, se non di opinioni false, ed esagerate in

materia di libertà.

Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far

rivoltare gli stati del re. Allegossi, avere lui a bella posta indugiato

sino ai sei del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle

masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo

fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere

incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi

dell'avergli traditi col rivelare al governo regio tutto ciò che

macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco di quei tempi,

se si considera la natura di Menard. Certo è bene, che gli ufficiali,

che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard, spendevano presso ai

sollevati il nome loro per far credere, che questi due generali

secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è

certo, che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni

partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio

dell'avere, dopo di aver per forza consentito all'indulto, in tale modo

ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo

piacere il sangue a copia, ed affermossi, che il governator

d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della

qual cosa gli autori di sì perversa opinione pigliavano indizio da

questo, che l'indulto pubblicato ai due in Torino, non fu pubblicato se

non ai sei in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni; colpa,

dicevano, del governatore, che aveva sete di sangue. Scrissene molto

risentitamente Ginguené a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro,

che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo

dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo

dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che

se in questa faccenda vi era perfidia, certamente con era dalla parte

degli agenti del re; parole terribili, e pregne di cose molto sinistre.

Poscia aggiungeva, che troppo infame esorbitanza era quella di

calunniare un uomo tanto savio, qual era il governator d'Alessandria,

uomo del quale tanto si erano per le sue virtù lodati tutti i commissari

Francesi; che pur troppo assurdo era l'imputargli l'indugio della

pubblicazione dell'indulto in Alessandria, stantechè negli ordini del

Piemonte ai governatori non s'appartiene il fare tali pubblicazioni; che

l'unica e vera cagione dell'indugio era nello avere spedito da Torino il

manifesto per lo spaccio ordinario, che partiva il mercoldì quattro del

mese, giorno appunto precedente a quello, in cui i sollevati si erano

mossi al tentativo; che del rimanente, e per certo non ignoravano essi

l'indulto, del che si offeriva a dare pruove autentiche ed

irrefragabili; che infine non poteva restar capace, come si potesse aver

per male, che una popolazione fedele e minacciata d'aggressione avesse

prese le armi per la difesa comune.

L'occupazione della cittadella di Torino per parte delle genti

repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati e le promesse,

essere cagione di concordia fra le due parti, e di sicurtà pel Piemonte,

partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette, ch'ella non

facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Francesi ed i Piemontesi

nel grembo stesso della real Torino. Solevano i Francesi sul battere

della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la

città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenevano neanco

da quelle, che tutto il mondo conosceva essere state composte in

ischerno, e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione.

Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi

non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci, e motti

ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale

Collin, il quale, siccome quegli che faceva professione di repubblicano

vivo, e teneva pratiche coi novatori, che ad ogni ora lo infiammavano,

si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste

intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva, che ogni sera accorrevano da

tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per

scioperìo, i novatori per disegno, e si faceva calca presso alle mura

della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla

salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo; ma essi,

udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima

rabbia si concitavano, ed a mala pena potevano frenar se stessi, che non

venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano le ire

soldatesche, ed un nembo funestissimo era vicino a scoppiare sul

Piemonte. Il marchese Thaon di Sant'Andrea, governatore, aveva con

iterate istanze pregato Collin, acciocchè si astenesse da usi tanto

pericolosi. Rispondeva il repubblicano, ora negando parte dei fatti, ora

allegando, che pure i repubblicani dovevano suonare le loro arie

repubblicane, come i regj le regie. Le tresche continuavano, il pericolo

cresceva. In questo estremo caso scriveva Priocca a Ginguené il dì

quindici settembre, che la sera dei quattordici, oltre la solita musica,

si eran fatte sentire parecchie volte dalla cittadella grida indecenti,

ed ingiuriose alla persona del re; che il governo guarentiva la quiete

di Torino, se non si provocasse il popolo; ma che, se con nuovi stimoli

se gli stesse continuamente ai fianchi, se ogni sera se gli desse

occasione di far calca, non poteva più promettere alcuna cosa, e

l'ambasciadore sarebbe tenuto dei funesti accidenti che ne

seguiterebbero.

Rispose l'ambasciadore, che non rifiutava il carico, ma che bene si

maravigliava dello stile dello scritto; che del rimanente l'aveva

comunicato a Collin. Dal che si vede, che i repubblicani di quei tempi,

che con solenni scritture chiamavano quasi ogni giorno il governo

Piemontese crudele, traditore e perfido, non potevano poi, per la

superbia loro, sopportare, che il governo medesimo, le cose col proprio

nome chiamando, gli avvertisse, e gli imputasse dei pericoli, ch'essi

stessi evidentemente eccitavano.

L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti:

appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il sedici

settembre, o che fosse sola imprudenza giovanile, o disegno espresso,

come si credè con maggior probabilità, dei novatori, massimamente di

quei più arditi, che dipendevano dal fomite Cisalpino, si venne ad un

fatto mostruoso, che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò, che

di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meriggiane una

vergognosa, e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta

di tre carrozze, nelle quali si trovavano femmine vivandiere travestite

alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali ammascherati ancor essi

alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi

parrucche, con borse nere ai cappelli, con lunghe spade con l'else

d'acciaio, pure nere, e con piccoli capelli sotto braccio, tutto alla

foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente

all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente,

precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di

corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro ussari Francesi,

comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il

vicegerente, ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i

canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con

mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le

brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla

passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente

intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli ussari,

crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza gran romore, i

circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno.

Posta in tale guisa ogni cosa a romore con uno scherno tanto indecente

della corte, e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere

imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la

solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa

di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi

trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne,

affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della

mascherata: al tempo medesimo gli ussari menavano piattonate forti a

tutti, che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla

cittadella suonava, e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore,

che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in

Torino, o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a

discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua

regia sede; il che come disegno sinistro gli fu poscia imputato dai

repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi

moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i

soldati Piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare,

accorrevano a furore; alcuni soldati Francesi restarono uccisi. Lo

spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I

Francesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi,

e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano

armati, e pronti a far battaglia contro i regj. Una estrema ruina

sovrastava, presente il re, alla reale Torino.

In questo punto (tanto fu il cielo propizio in mezzo a quel furioso

tumulto, ai fati del Piemonte) il generale Menard, che non per ufficio,

ma per accidente si trovava a Torino, veduto, che se più oltre si

procedesse, vi andava in quel fatto la salute dei Francesi, la salute

dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin, che non si

muovesse, e con le sue esortazioni, con le sue minacce, con l'autorità

del suo grado tanto operava, che fece fermare, e tornare in cittadella i

repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e

frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe

stato funestissimo. Il governatore non tralasciò ufficio, perchè il

furore improvviso dei soldati Piemontesi si raffrenasse, e diede ordini,

perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale

del Piemonte dalla generosità di Menard, e dalla moderazione di Thaon di

Sant'Andrea.

L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava

villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso

dell'accidente, prima da alcuni uomini fidati, poscia dal governatore,

il quale già innanzi che da Menard a ciò fare fosse invitato, gli aveva

mandato per sua sicurezza una banda di soldati. Il ministro Priocca il

mandava pregando, che ritornasse tosto, della sicurtà di lui, e di tutta

la sua famiglia promettendo. Tornato l'ambasciatore la sera del medesimo

giorno, da quell'uomo diritto, e dabbene che egli era, quando non era

sviato dai soliti fantasmi, si dimostrò molto sdegnato contro Collin,

condannando con forti parole la sua condotta, e la schifosa mascherata.

Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella, e

surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo Piemontese,

che vedeva ad un uomo rotto e dipendente dai novatori, surrogato un

generale, che non amava le rivoluzioni, e non si dimostrava alieno dal

favorire la sicurezza del paese. Queste cose faceva Ginguené sano; ma

aggirato di nuovo dai novatori, tornò sul suo male, ed ingannandosi

novellamente incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti

i Francesi il giorno stesso, che si era fatta la mascherata, come se

ella, e le insolenze, e gl'insulti fatti dagli ussari e dai corrieri,

che l'accompagnavano, fossero stati opera non di Francesi, ma di gente

che gli volesse ammazzare. Ma a queste considerazioni non ristandosi, e

trasportando le congiure da coloro che le facevano, in coloro contro i

quali si facevano, e troppo facilmente condiscendendo ai desiderj di

Brune, di nuovo tormentava Priocca. Addomandava con insolente instanza,

che il re licenziasse tutti i suoi ministri, e nuovi ne creasse in luogo

loro: voleva specialmente, che togliesse la carica a Thaon di

Sant'Andrea, al conte Revello suo figliuolo, governatore d'Asti, l'uno e

l'altro qualificando, come Nizzardi, di fuorusciti di Francia. Ancora

voleva, che il re dismettesse il conte Castellengo, vicario di Torino,

ed un David, impiegato di lui, uomini, secondo che allegava, autori di

quella orribil trama di assassinamenti di Francesi. Tacque di Priocca,

perchè parlava a lui. Lo sforzare un re non solo independente ma

eziandio alleato, ad allontanare da se i suoi servitori più fedeli, con

qualificargli anche di capi d'assassini, è un atto di cui solo si

trovano esempi nei tempi sregolati, che sono il soggetto delle presenti

storie. Essendo caso d'importanza, il ministro Priocca richiese

l'ambasciatore di abboccamento; accordaronsi, si farebbe in casa di

Francia. Il ministro vi si condusse: si confortava col pensiero di non

mancare nè di fede, nè di costanza al suo signore. Incominciò a dire,

che, quanto a lui, molto volentieri darebbe luogo, e la sua licenza

chiederebbe, se credesse ciò aver a ridondare a soddisfazione dei

Francesi, ed a quiete del regno, che a parte delle faccende pubbliche

era venuto non richiedente, le abbandonerebbe non mormorante, che

nissuno meglio di lui sapeva, quanto dolorosa cosa fosse il servire in

quei tempi; che non ostante, non l'amarezza dell'ufficio, ma l'utile

della sua patria, e la salute del regno, se ciò richiedessero, il

farebbero ritrarre; che costanza aveva sufficiente per sopportar ogni

peggior male pel sovrano, ambizione non sufficiente per volere star in

carica contro gl'interessi del suo paese; che quanto alle domande

d'esclusione, perchè potesse farne proposta, era necessario, che non

generali parole, ma fatti precisi si adducessero. Ginguené rispondendo,

tornava sulle coltella, sugli stiletti, sugli assassinj: insisteva

massimamente sulla necessità di allontanare dai consigli, e dal Piemonte

Thaon di Sant'Andrea, e tutti i suoi figliuoli, come fuorusciti di

Francia. In questo punto successe un accidente, e fu, che Marivault

segretario della legazione, improvvisamente uscendo da una porta

segreta, e nella stanza, dove i due ministri Francese e Piemontese

negoziavano, entrando con un gran viluppo in mano di coltelli e di

stiletti, sulla tavola con irato piglio gittandolo, ed a Priocca

rivolgendosi, _guardate_, disse, _se non vi sono coltelli, e se non sono

stati distribuiti; poi dite, che le accusazioni sono fondate in aria_. A

questo atto del quale, il minor male, che si possa dire, è, che fu una

commedia molto ridicola, rise di disprezzo, e di sdegno Priocca:

Ginguené prima vergognoso si tacque: poi a Marivault voltosi, gli disse,

_andatevene, e portatevene le coltella; che qui non si tratta di

coltella_. Portate via le coltella da Marivault, le quali come

pruovassero, che il governo Piemontese facesse con ordini espressi

ammazzare i Francesi con le coltella sulle strade, Dio solo il sa,

ritornarono l'ambasciadore, ed il ministro sul negoziare. La somma fu,

che non potè il primo allegare fatti precisi, o pruove del suo dire.

Promise non ostante il secondo di farne rapporto; con temperate, ma

efficaci parole dolendosi, che di continuo il governo regio, come

instigatore, e pagatore di assassini, e la nazione Piemontese, come una

banda di assassini si rappresentassero.

Parlato col re, rispondeva da parte sua Priocca, che il ministro

Taleyrand, favellando col conte Balbo, ambasciatore a Parigi, aveva

detto che il governo Francese non desiderava scambio nei capi del

Piemontese; che del resto nè Sant'Andrea, nè i suoi figliuoli erano

fuorusciti di Francia, e che gli altri magistrati, di cui si addomandava

la rimozione, non solamente non erano colpevoli di quanto loro

s'imputava, ma che ancora erano stati operatori, che fosse stata in

Piemonte salvata la vita a molti Francesi: che perciò il re non voleva

far cambiamenti, poichè non gli poteva fare con giustizia.

Dalle precedenti narrazioni si raccoglie, che le cose tra l'ambasciatore

di Francia, ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè

alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava

Ginguené presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da

un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente

instava, acciocchè chiamasse Ginguené. Questi chiamava Balbo spargitor

d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo, e pericoloso di

tutta la lega Europea contro Francia. Balbo chiamava Ginguené uomo

buono, e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di

fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle folìe, ed alla

calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna

intemperante, e di natura tale che non lasciasse pur respirare un

momento quel governo, che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo

mentre le novelle della mascherata, e della domanda fatta da Ginguené

della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente, e con molta

instanza Balbo dei due accidenti, come già si era prevalso della domanda

della cittadella. Per la qual cosa giuntovi eziandio, che Taleyrand

sapeva, che la nuova confederazione contro Francia si preparava, ma non

era ancor matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali,

prevalse l'ambasciador Piemontese. Fu Ginguené, per decreto del

direttorio dei ventiquattro settembre, richiamato dalla sua carica

d'ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza

lettere, che letterato, amatore dei letterati, e di natura dolcissima,

ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria

in tempi tanto tempestosi.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 7 / 26 段