perchè già insin d'allora pensava all'opera, che con sì bell'arte, e
tanto plauso dei buoni scrisse poi della storia letteraria d'Italia.
Brune, che in mezzo agli sdegni ed alle abitudini soldatesche, amava ed
accarezzava i letterati, gli offeriva denaro per far il viaggio; ma poco
tempo dopo, essendo stato scambiato con Joubert, non potè Ginguené
mandar ad effetto il suo intendimento, e tornossene direttamente in
Francia. Fu Ginguené uomo, non solo di probità apparente, la quale non è
altro che ipocrisìa, ma di probità vera, austera e reale: aveva l'animo
benevolo, e volto alla vera filosofia, amatrice degli uomini. La mente
sua ornavano le lettere, non poche e superficiali, nè quali si trovano
sulle lingue facili dei frequentatori delle compagnevoli brigate; ma
vaste e profonde; nè in lui alcuna cosa lodevole, ed egregia si sarebbe
desiderata, se in età meno pazza, ed in tempi meno strani fosse vissuto.
Ma i tempi l'ingannarono, siccome tanti altri puri e sinceri uomini
ingannarono, rimastisi al velame delle cose, non penetranti nella
sostanza; imperciocchè amava Ginguené la vera e buona libertà, ma errò
col credere che là fosse, dov'era il suo contrario; e siccome fra le
altre sue qualità aveva la fantasìa ardente, e l'opinione tenacissima,
non solo nell'error suo persisteva, ma in lui vieppiù sempre
s'internava, credendo costanza quello, che era ostinazione. Certo, ei fu
sincero nel suo inganno, e di esso si dee piuttosto compassionare, che
rimproverare. Bene quest'inganno medesimo il fece trascorrere in termini
molto biasimevoli contro il governo del re di Sardegna; ed io, che fui
suo amico, e che dell'amicizia sua mi onoro e pregio, non ho nè potuto,
nè voluto astenermi dal raccontar le azioni sue, come ambasciadore, non
secondo l'affezione, ma secondo la verità. Bene altresì dico e protesto,
che, se si eccettua la sua ambasciata di Piemonte, Ginguené fu uno degli
uomini, dei quali più debbe l'età nostra ed onorata e fortunata tenersi.
Già altri fatti si apprestavano all'Italia. Non ignorava il direttorio,
che di nuovo contro di lui si collegavano i principi, e si riforbivano
le armi d'Europa. Tuttavia, avendo il suo miglior esercito, ed il
miglior capitano in lidi lontani, le finanze in condizione povera e
sregolata, l'esercito Italico pieno di mala contentezza, se ne andava
temporeggiando, e migliori condizioni aspettando; che se di nuovo gli
era necessità di correre all'armi, voleva almeno non far la parte di
aggressore: aspettava, che lo assaltassero. Dal canto suo l'Austria
attendeva, che arrivassero sui campi, in cui si doveva combattere, i
soldati di Paolo imperatore. In questo stato dubbio venne ad accelerar
le sorti la subita presa d'armi del re di Napoli. Da questo fatto non fu
malagevole al direttorio l'accorgersi, che il terrore delle sue armi era
molto intiepidito nella mente degli uomini, e che la gran macchina, che
si andava apprestando contro di lui, era, più che non aveva creduto,
vicina a scoppiare. Non gli pareva dubbio, che il re Ferdinando non si
sarebbe deliberato ad affrontare tutta la mole della repubblica di
Francia da se solo, se non avesse avuto speranza di pronti e grossi
soccorsi. Adunque bene considerate tutte queste cose, e poichè non
poteva non far guerra a Napoli, stantechè Napoli la faceva a lui, e
dubitando di un subito assalto dell'Austria sulle rive dell'Adige e
dell'Adda, perciocchè gli Austriaci occupavano il paese de' Grigioni,
deliberossi di assicurarsi almeno alle spalle con impossessarsi del
tutto del Piemonte, che fu sempre stimato dai Francesi scaglione
opportunissimo a salire alla signoria d'Italia. Inoltre ei si era
persuaso, che l'amicizia di Sardegna fosse mal sicura, e dubitava, che
ove le genti repubblicane, o venissero alle mani con l'Austria sui
territorj Veneti, o s'affrontassero coi Napolitani sullo stato Romano,
il re, facendo una mutazione improvvisa desse, coll'accostarsi ai
confederati, il crollo alla bilancia. Sapeva il direttorio le ingiurie
fatte a Carlo Emanuele, sapeva l'oppressione, sotto la quale era stato
tenuto, e il dolore del perseverare in tante molestie; perciò non
dubitava, ch'ei non pensasse a risorgere ed a vendicarsi. Alla quale
opinione tanto più volentieri si accostava, quanto più il re aveva
perduto la speranza, per la forma definitiva data alle repubbliche
Cisalpina e Ligure, e per la protezione di Spagna verso Parma, di essere
ricompensato della Savoja e di Nizza. Che nel più intimo del cuore il re
non amasse il governo di Francia, era cosa piuttosto certa che
verisimile, ma che di fatto macchinasse contro di lui, che tutta la sua
salute non avesse posta nell'amicizia di Francia, che non fosse fedele
ai patti giurati con lei, che alla prima mossa d'arme non fosse per
congiungere con debita fede le sue genti a quelle della repubblica,
nissuno, che di sana mente sia, sarà mai per affermare. Dalle quali cose
conseguita, che quand'anche cauta si potesse stimare la risoluzione, che
fece il direttorio di dichiarar la guerra, e di torre lo stato al re di
Sardegna, certamente non si potrà affermare, che non sia stata iniqua,
perchè questo principe nè ruppe fede a Francia, nè era per romperla, nè
nissuna congiunzione segreta aveva con Napoli; e manco ancora con
l'Austria.
Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era
l'ambasciadore Balbo accarezzato da tutti i ministri, e massimamente da
Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert in Italia
con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoja, e di far
rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo, che i
tempi stringevano, non frappose indugio al mandar ad effetto ciò, che
gli era stato commesso. Ma prima di venirne ad una deliberazione del
tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Musnier con ordine di
richiedere il re, che desse incontanente i diecimila soldati, ai quali
era obbligato per trattato d'alleanza, e gli mandasse a congiungersi coi
Francesi, ed oltre a ciò che rimettesse in mano di lui l'arsenale di
Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella
città stessa, e vicino alla cittadella.
Rispose, che darebbe incontanente i diecimila soldati: mandò il giorno
stesso della richiesta gli ordini, perchè si adunassero; spedì un
ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo
del marciare dell'esercito Piemontese verso il Francese, e del vivere, e
del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse,
non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato
d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo a posta, affinchè questo
emergente si accordasse col direttorio.
Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe
contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che
gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la
possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei
repubblicani. Perlocchè il generalissimo vi mandava a governarla il dì
venzette novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, che era
stimato od abborrente per natura da sì gravi ingiurie, o non alieno dal
favorire gl'interessi del re. Aveva Grouchy da Joubert il mandato di
fortificar vieppiù la cittadella, di fornirla di munizioni, di
moltiplicar le artiglierie sulla fronte che guarda la città: sperava,
che col terrore potrebbe indurre il governo Piemontese a venire a
qualche accordo. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per se
stesso, senza che si venisse all'esperimento delle armi. Ora che dirà la
posterità di quello sdegno di Ginguenè, solo al pensare, quando
addomandava la cittadella di Torino che il re potesse sospettare, che i
Francesi fossero per abusare della possessione di lei contro di lui, e
di quel gridare, e di quel lamentarsi che faceva, che un tale sospetto
era un insulto fatto alla lealtà Francese? Non sapeva egli, che il
direttorio non aveva fede, e che i Francesi obbedivano al direttorio?
Perchè ingaggiar lealtà di Francia, quando la lealtà di Francia non
dipendeva dai Francesi? Ma dubitando, che l'apparato della forza non
bastasse a muovere l'animo di Carlo Emanuele, si usò anche l'astuzia.
Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte
le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese, e di
quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e del
ministri, e sopratutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono
gli agenti del direttorio, sapendo quanto Carlo Emanuele fosse dedito
alla religione, dal tentar mezzi insoliti di seduzione con volersi
insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla
rinunziazione. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano, che il re
per l'atto stesso della rinunzia ordinasse ai Piemontesi, ed a' suoi
soldati, che non si muovessero, ed obbedissero al governo temporaneo che
sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul suo primo
giungere si era tenuto nascosto, a procacciarsi segrete intelligenze con
uomini di importanza, poichè a lui non solo concorrevano cupidamente gli
amatori di cose nuove, ma ancora alcuni nobili che avevano cariche, si
facevano rapportatori di quanto sapessero della corte, e dei ministri.
Ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine
del confessore. I nobili subornati gettavano in corte parole
dei pericoli che sovrastavano, delle minacce dei Francesi,
dell'impossibilità del resistere, della necessità del venirne ad una
risoluzione terminativa. Tutti questi maneggi erano indarno, perchè, se
non altro, la religione confortava Carlo Emanuele. Moltiplicavansi
intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva;
chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino
con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano; e chiamavano a rovina
e la reggia, e i popoli, e Piemonte. Già i repubblicani ordinati da
Joubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con
ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice
de' suoi tetti, e dei suoi penetrali stessi, ed al quale altro
fondamento non restava, consolativo, ma insufficiente, che la fede del
soldati, e la divozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì cinque
decembre queste parole: «La corte di Torino ha colmo la misura, ed ha
mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commessi; sangue
di repubblicani Francesi, sangue di repubblicani Piemontesi fu versato
in copia da questa corte perfida: sperava il governo Francese, amatore
della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar
i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con
istinguere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia
vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati.
Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar
fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di
portar pace, e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito
repubblicano corre ad occupare i dominj Piemontesi.»
Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Dessoles raunatisi colle
schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso, ed a Buffalora,
passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno
stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa
Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante
generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard
di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regj, facendone
prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava
ad Asti, donde spingendosi più avanti, andò a piantar gli alloggiamenti
sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del
regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciadori di
Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella; il che
tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro
repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di
proietti, poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sottosopra, e
d'incendiare Torino, se l'esercito francese fosse obbligato di
rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportassero di
nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni di ogni genere,
procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo.
Era di non poca importanza pei repubblicani, che in loro potere
recassero Chivasso, terra munita di un forte presidio, e per cui Victor
doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine, e per
obbedire al generalissimo, mandava Grouchy segretamente una colonna di
buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso, ed
aiutati dai soldati di nuova leva, che quivi per accidente alloggiavano,
l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto, e per ogni parte
lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli
estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse
dichiarata.
Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di
Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di
cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un
solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse,
incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra
non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli
abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli
che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro.
Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle,
che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino
era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie
sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in
condizione di prigioniere. Vide allora il re, che ogni speranza era
spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno,
che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine.
Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che
i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il
dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri,
pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al
pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale
Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua
sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di
essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di
Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli
rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad
altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici
di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano
timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici
trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della
repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese
le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei
patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di
allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai
aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di
generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia,
sebbene oltrepassassero le sue obbligazioni, e riuscissero di sommo
aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha
consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino:
invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate
nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso
della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la
riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al
generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di
regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi
per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione
dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata
al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune
interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo
Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi
stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di
difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella
l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo
stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da
Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di
Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara,
Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì
inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non
ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per
mezzo de' suoi ministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte
amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare
ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua
Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di
fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia
a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al
cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che
sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei
quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».
Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste
generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo
interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della
forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.
Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e
gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i
Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo
di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo
alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di
decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e
per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi
di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di
torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a
ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno sette, ed a mandar
Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e
come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi
che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro,
e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso
sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine
dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele
con queste parole: _io prometto di non dare impedimento all'esecuzione
di questo trattato_. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua
famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato
alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che
fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai
repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati
e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non
piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse
gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non
imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò,
che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando
pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva
richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio
per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le
rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu
cagione, che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow,
in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.
Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua
potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo
temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a'
suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero
al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette,
e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il
governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della
cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e
le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il
potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e
di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero
ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i
diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia
ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi
palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta
mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano
eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il
potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si
suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero
nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.
Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto
che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte.
Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San
Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono,
Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo
Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate
qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù,
o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte
queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi
sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se
l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere,
quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa
propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la
confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui
si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato
nome dei buoni per compagnìa.
Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a
giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto
sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti
tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad
alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le
stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente
correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i
capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato.
Poco stante arrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale
continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i
repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire
di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano
assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo
feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.