Desiderava Ginguené, prima di tornare in Francia, visitare l'Italia,

perchè già insin d'allora pensava all'opera, che con sì bell'arte, e

tanto plauso dei buoni scrisse poi della storia letteraria d'Italia.

Brune, che in mezzo agli sdegni ed alle abitudini soldatesche, amava ed

accarezzava i letterati, gli offeriva denaro per far il viaggio; ma poco

tempo dopo, essendo stato scambiato con Joubert, non potè Ginguené

mandar ad effetto il suo intendimento, e tornossene direttamente in

Francia. Fu Ginguené uomo, non solo di probità apparente, la quale non è

altro che ipocrisìa, ma di probità vera, austera e reale: aveva l'animo

benevolo, e volto alla vera filosofia, amatrice degli uomini. La mente

sua ornavano le lettere, non poche e superficiali, nè quali si trovano

sulle lingue facili dei frequentatori delle compagnevoli brigate; ma

vaste e profonde; nè in lui alcuna cosa lodevole, ed egregia si sarebbe

desiderata, se in età meno pazza, ed in tempi meno strani fosse vissuto.

Ma i tempi l'ingannarono, siccome tanti altri puri e sinceri uomini

ingannarono, rimastisi al velame delle cose, non penetranti nella

sostanza; imperciocchè amava Ginguené la vera e buona libertà, ma errò

col credere che là fosse, dov'era il suo contrario; e siccome fra le

altre sue qualità aveva la fantasìa ardente, e l'opinione tenacissima,

non solo nell'error suo persisteva, ma in lui vieppiù sempre

s'internava, credendo costanza quello, che era ostinazione. Certo, ei fu

sincero nel suo inganno, e di esso si dee piuttosto compassionare, che

rimproverare. Bene quest'inganno medesimo il fece trascorrere in termini

molto biasimevoli contro il governo del re di Sardegna; ed io, che fui

suo amico, e che dell'amicizia sua mi onoro e pregio, non ho nè potuto,

nè voluto astenermi dal raccontar le azioni sue, come ambasciadore, non

secondo l'affezione, ma secondo la verità. Bene altresì dico e protesto,

che, se si eccettua la sua ambasciata di Piemonte, Ginguené fu uno degli

uomini, dei quali più debbe l'età nostra ed onorata e fortunata tenersi.

Già altri fatti si apprestavano all'Italia. Non ignorava il direttorio,

che di nuovo contro di lui si collegavano i principi, e si riforbivano

le armi d'Europa. Tuttavia, avendo il suo miglior esercito, ed il

miglior capitano in lidi lontani, le finanze in condizione povera e

sregolata, l'esercito Italico pieno di mala contentezza, se ne andava

temporeggiando, e migliori condizioni aspettando; che se di nuovo gli

era necessità di correre all'armi, voleva almeno non far la parte di

aggressore: aspettava, che lo assaltassero. Dal canto suo l'Austria

attendeva, che arrivassero sui campi, in cui si doveva combattere, i

soldati di Paolo imperatore. In questo stato dubbio venne ad accelerar

le sorti la subita presa d'armi del re di Napoli. Da questo fatto non fu

malagevole al direttorio l'accorgersi, che il terrore delle sue armi era

molto intiepidito nella mente degli uomini, e che la gran macchina, che

si andava apprestando contro di lui, era, più che non aveva creduto,

vicina a scoppiare. Non gli pareva dubbio, che il re Ferdinando non si

sarebbe deliberato ad affrontare tutta la mole della repubblica di

Francia da se solo, se non avesse avuto speranza di pronti e grossi

soccorsi. Adunque bene considerate tutte queste cose, e poichè non

poteva non far guerra a Napoli, stantechè Napoli la faceva a lui, e

dubitando di un subito assalto dell'Austria sulle rive dell'Adige e

dell'Adda, perciocchè gli Austriaci occupavano il paese de' Grigioni,

deliberossi di assicurarsi almeno alle spalle con impossessarsi del

tutto del Piemonte, che fu sempre stimato dai Francesi scaglione

opportunissimo a salire alla signoria d'Italia. Inoltre ei si era

persuaso, che l'amicizia di Sardegna fosse mal sicura, e dubitava, che

ove le genti repubblicane, o venissero alle mani con l'Austria sui

territorj Veneti, o s'affrontassero coi Napolitani sullo stato Romano,

il re, facendo una mutazione improvvisa desse, coll'accostarsi ai

confederati, il crollo alla bilancia. Sapeva il direttorio le ingiurie

fatte a Carlo Emanuele, sapeva l'oppressione, sotto la quale era stato

tenuto, e il dolore del perseverare in tante molestie; perciò non

dubitava, ch'ei non pensasse a risorgere ed a vendicarsi. Alla quale

opinione tanto più volentieri si accostava, quanto più il re aveva

perduto la speranza, per la forma definitiva data alle repubbliche

Cisalpina e Ligure, e per la protezione di Spagna verso Parma, di essere

ricompensato della Savoja e di Nizza. Che nel più intimo del cuore il re

non amasse il governo di Francia, era cosa piuttosto certa che

verisimile, ma che di fatto macchinasse contro di lui, che tutta la sua

salute non avesse posta nell'amicizia di Francia, che non fosse fedele

ai patti giurati con lei, che alla prima mossa d'arme non fosse per

congiungere con debita fede le sue genti a quelle della repubblica,

nissuno, che di sana mente sia, sarà mai per affermare. Dalle quali cose

conseguita, che quand'anche cauta si potesse stimare la risoluzione, che

fece il direttorio di dichiarar la guerra, e di torre lo stato al re di

Sardegna, certamente non si potrà affermare, che non sia stata iniqua,

perchè questo principe nè ruppe fede a Francia, nè era per romperla, nè

nissuna congiunzione segreta aveva con Napoli; e manco ancora con

l'Austria.

Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era

l'ambasciadore Balbo accarezzato da tutti i ministri, e massimamente da

Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert in Italia

con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoja, e di far

rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo, che i

tempi stringevano, non frappose indugio al mandar ad effetto ciò, che

gli era stato commesso. Ma prima di venirne ad una deliberazione del

tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Musnier con ordine di

richiedere il re, che desse incontanente i diecimila soldati, ai quali

era obbligato per trattato d'alleanza, e gli mandasse a congiungersi coi

Francesi, ed oltre a ciò che rimettesse in mano di lui l'arsenale di

Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella

città stessa, e vicino alla cittadella.

Rispose, che darebbe incontanente i diecimila soldati: mandò il giorno

stesso della richiesta gli ordini, perchè si adunassero; spedì un

ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo

del marciare dell'esercito Piemontese verso il Francese, e del vivere, e

del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse,

non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato

d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo a posta, affinchè questo

emergente si accordasse col direttorio.

Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe

contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che

gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la

possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei

repubblicani. Perlocchè il generalissimo vi mandava a governarla il dì

venzette novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, che era

stimato od abborrente per natura da sì gravi ingiurie, o non alieno dal

favorire gl'interessi del re. Aveva Grouchy da Joubert il mandato di

fortificar vieppiù la cittadella, di fornirla di munizioni, di

moltiplicar le artiglierie sulla fronte che guarda la città: sperava,

che col terrore potrebbe indurre il governo Piemontese a venire a

qualche accordo. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per se

stesso, senza che si venisse all'esperimento delle armi. Ora che dirà la

posterità di quello sdegno di Ginguenè, solo al pensare, quando

addomandava la cittadella di Torino che il re potesse sospettare, che i

Francesi fossero per abusare della possessione di lei contro di lui, e

di quel gridare, e di quel lamentarsi che faceva, che un tale sospetto

era un insulto fatto alla lealtà Francese? Non sapeva egli, che il

direttorio non aveva fede, e che i Francesi obbedivano al direttorio?

Perchè ingaggiar lealtà di Francia, quando la lealtà di Francia non

dipendeva dai Francesi? Ma dubitando, che l'apparato della forza non

bastasse a muovere l'animo di Carlo Emanuele, si usò anche l'astuzia.

Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte

le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese, e di

quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e del

ministri, e sopratutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono

gli agenti del direttorio, sapendo quanto Carlo Emanuele fosse dedito

alla religione, dal tentar mezzi insoliti di seduzione con volersi

insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla

rinunziazione. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano, che il re

per l'atto stesso della rinunzia ordinasse ai Piemontesi, ed a' suoi

soldati, che non si muovessero, ed obbedissero al governo temporaneo che

sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul suo primo

giungere si era tenuto nascosto, a procacciarsi segrete intelligenze con

uomini di importanza, poichè a lui non solo concorrevano cupidamente gli

amatori di cose nuove, ma ancora alcuni nobili che avevano cariche, si

facevano rapportatori di quanto sapessero della corte, e dei ministri.

Ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine

del confessore. I nobili subornati gettavano in corte parole

dei pericoli che sovrastavano, delle minacce dei Francesi,

dell'impossibilità del resistere, della necessità del venirne ad una

risoluzione terminativa. Tutti questi maneggi erano indarno, perchè, se

non altro, la religione confortava Carlo Emanuele. Moltiplicavansi

intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva;

chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino

con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano; e chiamavano a rovina

e la reggia, e i popoli, e Piemonte. Già i repubblicani ordinati da

Joubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con

ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice

de' suoi tetti, e dei suoi penetrali stessi, ed al quale altro

fondamento non restava, consolativo, ma insufficiente, che la fede del

soldati, e la divozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì cinque

decembre queste parole: «La corte di Torino ha colmo la misura, ed ha

mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commessi; sangue

di repubblicani Francesi, sangue di repubblicani Piemontesi fu versato

in copia da questa corte perfida: sperava il governo Francese, amatore

della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar

i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con

istinguere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia

vilmente ingannata delle sue speranze da una corte infedele ai trattati.

Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar

fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di

portar pace, e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito

repubblicano corre ad occupare i dominj Piemontesi.»

Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Dessoles raunatisi colle

schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso, ed a Buffalora,

passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno

stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa

Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante

generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard

di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regj, facendone

prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava

ad Asti, donde spingendosi più avanti, andò a piantar gli alloggiamenti

sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del

regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciadori di

Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella; il che

tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro

repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di

proietti, poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sottosopra, e

d'incendiare Torino, se l'esercito francese fosse obbligato di

rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportassero di

nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni di ogni genere,

procurandosi in tale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo.

Era di non poca importanza pei repubblicani, che in loro potere

recassero Chivasso, terra munita di un forte presidio, e per cui Victor

doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine, e per

obbedire al generalissimo, mandava Grouchy segretamente una colonna di

buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso, ed

aiutati dai soldati di nuova leva, che quivi per accidente alloggiavano,

l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto, e per ogni parte

lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli

estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse

dichiarata.

Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di

Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di

cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un

solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse,

incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra

non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli

abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli

che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro.

Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle,

che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino

era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie

sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in

condizione di prigioniere. Vide allora il re, che ogni speranza era

spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno,

che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine.

Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che

i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il

dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri,

pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al

pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale

Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua

sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di

essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di

Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli

rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad

altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici

di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano

timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici

trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della

repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese

le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei

patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di

allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai

aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di

generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia,

sebbene oltrepassassero le sue obbligazioni, e riuscissero di sommo

aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha

consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino:

invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate

nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso

della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la

riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al

generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di

regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi

per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione

dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata

al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune

interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo

Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi

stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di

difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella

l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo

stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da

Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di

Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara,

Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì

inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non

ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per

mezzo de' suoi ministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte

amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare

ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua

Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di

fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia

a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al

cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che

sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei

quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».

Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste

generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo

interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della

forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.

Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e

gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i

Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo

di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo

alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di

decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e

per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi

di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di

torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a

ritrattarsi pubblicamente del manifesto del giorno sette, ed a mandar

Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e

come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi

che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro,

e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso

sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine

dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele

con queste parole: _io prometto di non dare impedimento all'esecuzione

di questo trattato_. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua

famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato

alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che

fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai

repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati

e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non

piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse

gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non

imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò,

che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando

pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva

richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio

per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le

rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu

cagione, che il re il presentasse della celebre tavola di Gerardo Dow,

in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.

Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua

potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo

temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a'

suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero

al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette,

e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il

governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della

cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e

le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il

potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e

di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero

ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i

diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia

ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi

palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta

mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano

eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il

potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si

suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero

nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.

Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto

che i tempi permettessero un assetto definitivo, reggesse il Piemonte.

Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San

Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono,

Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo

Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate

qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù,

o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte

queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi

sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se

l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere,

quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa

propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la

confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui

si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato

nome dei buoni per compagnìa.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a

giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto

sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti

tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad

alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le

stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente

correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i

capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato.

Poco stante arrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale

continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i

repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire

di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano

assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo

feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 8 / 26 段