Rispose la repubblica, che non consentirebbe mai a dare il passo; solo

prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di

allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti.

Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad

ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più

condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio Ligure

per andar ad assaltare i regj, ed intraprendevano le vettovaglie, che

per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e

svaligiavano i corrieri. Nel che non la perdonarono nemmeno al corriero

Ligure, a cui tolsero i pieghi diretti ai ministri regj, ed aprirono

quelli dei ministri di altre potenze.

Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto il

mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano

d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche

perizia militare. Avvertinne il governo Ligure, avvertinne l'ambasciator

di Francia, avvisando, che solo fine della spedizione era di cacciare i

sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar

quiete a' suoi stati.

Sentì sdegnosamente l'ambasciadore questa mossa d'armi, e rescrivendo al

ministro Priocca, intimava, facesse incontanente, se ancor fosse tempo,

fermar le genti, che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse

possibile di assaltar questa terra senza violare il territorio Ligure;

la quale violazione non poteva non portar con se gravi, e pericolosi

accidenti. A questo modo l'ambasciatore presso ad una potenza, non

solamente amica, ma ancora alleata, sofferiva pazientemente, che i

ribelli di lei passassero pei territorj Liguri per andarla ad assaltare,

e non tollerava, anzi si sdegnava, se essa potenza per riacquistare il

suo toltole violentemente dai ribelli, attraversasse i medesimi

territorj pei quali non avendo altra strada, le era necessità di

passare.

Il re, stretto da tanti nemici, ed oppresso da chi doveva l'aiutare, non

si perdeva d'animo, volendo, che il suo fine fosse, se non felice,

almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la

ragione avesse che fare nel dominio della forza. Spiegava il regio

ministro, che a norma dei principj del diritto pubblico, quando un

principe è impossibilitato per impedimenti naturali a pervenire ad un

territorio che gli appartiene, e che gli è stato tolto, se non col

passare per quello, che da ogni parte il circonda, non vi poteva essere

dubbio sulla legittimità del passo; e poichè la repubblica Ligure non

aveva voluto nè rimuovere le cagioni, nè dare il passo, siccome dell'una

e dell'altra cosa era stata richiesta, così a lei, non al re la

violazione del territorio doveva imputarsi. I soldati regj, attraversato

il territorio Ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio,

e si facevano padroni della terra. Poscia, per maggior sicurezza,

munirono di guardie tutte le alture circostanti.

A tale atto gli scrittori di gazzette in Genova ed in Milano si

risentirono gravemente; le cose che scrissero, sono piuttosto pazze che

stravaganti. Un Francesco Serra, figliuolo che fu di Giacomo, avanzò

ogni altro con una scrittura tanto esorbitante, ed eccedente ogni modo

di procedere civile, che se sola passasse ai posteri, non so con qual

nome chiamerebbero l'età nostra. Ma Sottin non si ristava alle parole,

anzi accesamente appresso al direttorio Ligure instando, operò di modo

che finalmente lo spinse a chiarire il re di Sardegna nemico della

repubblica, e ad intimargli la guerra. Brune si rallegrava, che le cose

gli andassero a seconda, ed aprissero l'adito a' suoi disegni ulteriori.

Non dubitava, che quanto più il re fosse stretto da difficoltà, e quanto

più bassa la sua fortuna, tanto meno sarebbe renitente al consentire

alla Francia quello, ch'egli aveva in animo di domandargli, e che era

piuttosto di estrema, che di somma importanza; proponendosi in tale modo

il generale della repubblica di tirare a benefizio di lei la guerra, che

fomentava egli medesimo sottomano contro Carlo Emanuele.

Mentre Sottin spingeva la repubblica Ligure contro il Piemonte, Ginguené

voleva impedire, che egli si difendesse da lei. Esortava con grandissima

instanza Priocca a desistere dall'invasione, gravemente ammonendolo

degli effetti di questa discordia. Al che il ministro rispondeva

proponendo, a fine di prevenire il sangue, e di mostrar desiderio di

pace, che Carrosio si sgombrasse dalle genti regie, e si depositasse in

mano dei Francesi. Solo domandava, che la repubblica Ligure cessasse le

ostilità, e non desse più ricetto a masse armate contro il Piemonte. Non

dispiacque all'ambasciadore la proposta, e mandava il suo segretario a

Milano per farne avvertito il generalissimo. Ma il governo Piemontese,

non aspettate le intenzioni di Brune, volendo, o per amore di concordia,

o per timore di Francia gratificare all'ambasciadore, aveva operato, che

le truppe si ritirassero da Carrosio, e ritornassero nei dominj

Piemontesi oltre i confini Liguri. Per la ritirata dei regj non

cessavano le ostilità; anzi i Liguri venuti avanti coi novatori

Piemontesi sotto la condotta del generale Siri s'impadronirono, dopo un

violento contrasto, della fortezza di Serravalle. Da un'altra parte i

Liguri guidati da due capi valorosi Ruffini e Mariotti si erano fatti

signori di Loano. I soldati Piemontesi presi in questo fatto furono

condotti dai vincitori a guisa di trionfo nel gran cortile del palazzo

nazionale di Genova, dove sedevano i consigli legislativi. Sorsero molte

allegrezze. Le solite imprecazioni contro i re, massime contro quel di

Sardegna, montarono al colmo.

Già le ordite trame erano vicine al compirsi, già per far calare il re a

quello, che si voleva da lui, gli si facevano suonare intorno mille

spaventi. Già Ginguené parlando con Priocca aveva tentato per ogni modo

di spaventarlo. Affermava, che in ogni parte apparivano segni di una

feroce congiura contro i Francesi in Italia; che già Napoli armava; che

già l'imperatore empiva gli stati Veneti di soldati; che in ogni parte

si fomentavano sedizioni; che in ogni parte con infiammative

predicazioni si stimolavano i popoli contro i Francesi; che questo fuoco

covava universalmente in Italia, e che chi l'attizzava, era

l'Inghilterra. Non forse doveva muovere a sospetto la repubblica

Francese il vedere nella corte di Torino, che si protestava alleata di

Francia, non solamente un ministro di Russia, ma ancora un incaricato

d'affari d'Inghilterra? che essi potevano dar denari al re, dei quali

quale uso egli facesse, ben si sapeva; che i fuorusciti Francesi, che le

macchinazioni dei preti, che la parzialità dei magistrati, che il

parlare tanto aperto e tanto imprudente contro i Francesi della gente in

ufficio non lasciava luogo a dubitare, che qualche gran macchina si

ordisse contro Francia.

A così gravi accusazioni rispondeva il ministro, non per persuadere

l'ambasciador di Francia, poichè sapeva che non era persuadevole, ma per

purgare il suo signore delle note che gli si apponevano, che bene si

maravigliava, che s'imputassero al re i preparamenti, o veri o

immaginari, di Napoli o dell'Austria, poichè sua maestà non aveva alcuna

intima congiunzione con Napoli, nissuna con Toscana; che assai

freddamente se ne viveva coll'Austria; che di ciò poteva far

testimonianza Bernadotte, ambasciatore di Francia a Vienna; che

l'Austria aveva in Torino solamente un incaricato d'affari temporaneo,

quasi senza carattere pubblico; che quanto alle congiunzioni recondite,

e quanto ai corrieri, ed altri mandatari segreti, poteva con una sola

parola rispondere, cioè che tutto era falso, e che sfidava l'ambasciador

di Francia alle pruove; che ne seguitava, non essere in alcun modo il

Piemonte partecipe di quanto accadesse negli stati monarcali d'Italia,

ed essere del tutto assurdo, ch'ei partecipasse nelle cose del Nord; che

non era mai stato obbligo di niuna potenza di derogare alle amicizie con

altre potenze, nè di cacciare i loro agenti, solo perchè con una potenza

amica di quella avevano guerra; che risultava dal trattato d'alleanza,

avere il re facoltà di conservare appresso a se i ministri delle potenze

nemiche della Francia; che la presenza loro in Torino era un mero

cerimoniale senza importanza alcuna; che Stakelberg, ministro di Russia,

che Jacson ministro d'Inghilterra non avevano forse due volte in un anno

fatto ufficj al governo, e questi ancora per cose di nonnulla: che

potevano pel Piemonte fare la Russia, e l'Inghilterra così lontane? «Che

volesse pur il cielo, sclamava Priocca, che denaro ci potessero dare!

che ci verrebbe ad un bel bisogno; il che Ginguené ottimamente sapeva;

ma che bene l'Austria e la Russia avevano altri usi a fare del denaro

loro, che quello di darlo a chi nulla poteva per loro». Che finalmente

per favellare dei fuorusciti, dei preti, dei magistrati, degl'impiegati,

o erano falsi i rapporti, od opere d'uomini privati, che siccome dal

governo non procedevano, così non potevano ragionevolmente dar

fondamento di giudicare sinistramente di lui, nè impedire, ch'ei potesse

sostenere in cospetto d'Europa di aver sempre conservato fede inviolata

ai trattati; che pertanto il governo regio si trovava innocente di tutti

i carichi che gli si davano, non con altro fine, che con quello di

perderlo. Concludeva il ministro, che sarebbe stato meglio, e più

onorevole per la Francia lo spegnerlo, che il martirizzarlo.

Arrivavano per maggiore spavento lettere del ministro degli affari

esteri di Francia a Ginguené, che manifestavano uno sdegno grandissimo

pei rigori usati, come pensava, contro i sollevati: essere, scriveva il

ministro, la crudeltà del governo Piemontese nel suo colmo; i mezzi di

dolcezza e di persuasione non potersi più usare; voler riferire al

direttorio lo stato del Piemonte; non dubitare, ch'egli fosse per

abbracciare i consigli di Ginguené; voler proporre per condizione prima,

che si allontanasse il conte Balbo, il quale col rendere sicuro il suo

governo, il portava a commettere tutti i delitti, di cui era Ginguené

testimonio, ed a credere che sarebbero impuniti. Pure il conte non fu

mandato via; perchè o il ministro non propose, il che io credo, o il

direttorio non accettò la risoluzione dell'allontanarlo, sicchè continuò

a starsene in Parigi insino alla ruina totale del regno.

In mezzo a tanti terrori erano Priocca e Ginguené venuti alle strette

per negoziare sulle condizioni dell'indulto, che il direttorio per

pacificare il Piemonte voleva, che si concedesse ai sediziosi. Avrebbe

l'ambasciator di Francia desiderato maggiore larghezza. Ma Priocca, che

aveva avuto avviso dal Balbo da Parigi di quanto il governo Francese

esigesse, non volle mai consentire ad allargarsi, e convenne con

Ginguené nelle seguenti condizioni: che il perdono comprendesse

solamente i delitti politici anteriori, e non gli estranei alla

sedizione; non guardasse nel futuro, ed in modo alcuno non impedisse il

governo di usare la sua potenza a mantenimento della quiete; che in

terzo luogo i perdonati si allontanassero dal Piemonte con aver tempo

due anni a vendere i loro beni, ed in nissun modo, nè con pretesto

alcuno ripigliassero le armi contro il re.

Brune, al quale Ginguené aveva annunziato le condizioni dell'indulto, e

che evidentemente mirava più oltre, che alla servitù del re verso

Francia, non si mostrò contento; che anzi le medesime aggravando,

voleva, che si domandasse la consegnazione, quale deposito, in mano dei

Francesi, della cittadella di Torino. Voleva inoltre, che il re

licenziasse i suoi ministri, che si negoziasse per lo scambio di

Carrosio, e pei compensi dovuti alla repubblica Ligure. Quanto alla

cittadella, domandassela Ginguené, e se la domanda gli ripugnasse,

domanderebbela egli. Per tal modo a quel soldato repubblicano pareva,

che lo spogliare il sovrano del Piemonte dell'ultima fortezza, che gli

fosse rimasta, che il voltar le bocche dei cannoni della repubblica

contro la sua stessa reale sede, che il torgli per forza i servitori più

fedeli, che lo sforzarlo a dare un compenso alla repubblica Ligure per

avere, lei fomentato i suoi nemici, e corso armatamente contro di lui,

fossero cose di poco momento, e da domandarsi con un girar di discorso.

Non abborrì l'animo di Ginguené da sì insolente proposta, dalla quale

nondimeno avrebbe potuto facilmente esimersi, stantechè il generale, si

offriva a far da se. A questa moderazione avrebbe dovuto tanto più

volentieri attenersi quanto più gli era pervenuto comandamento espresso

da Parigi di non aggravar le condizioni, e di stipularle tali quali il

governo gliele aveva mandate. Ma siccome aveva molta fede in Brune, ed

era continuamente aggirato dai democrati, consentì a quello, da che ed

il carattere suo d'ambasciadore, e la sua qualità d'uomo civile lo

avrebbero dovuto stornare. Insistè adunque con apposita scrittura

appresso al ministro Priocca notificando, che Brune si era risoluto a

non accettar le condizioni. Aggiunse di proprio capo, che i Liguri

gridavano vendetta per le ingiurie sì recenti che antiche; che i

Cisalpini erano pronti ancor essi a correre ai risentimenti; che dai

Liguri e dai Cisalpini avevano i sediziosi soccorsi di consiglio, d'armi

e di denaro; che già cresciuti di numero e di forze minacciavano il

cuore del Piemonte; che le campagne erano in armi, che il fanatismo

spingeva i contadini ad ammazzare i Francesi; che i fuorusciti di

Francia, ed i nobili del Piemonte ammassavano genti per correre contro i

Francesi, che ogni cosa vestiva sembianza da nemico, ogni cosa mostrava

odio irreconciliabile, ogni cosa prenunziava la guerra; che in tale

condizione di tempi, e per sicurezza sì del presente che dell'avvenire

una sicurtà era necessaria, e quest'era la cittadella di Torino; che

questo gran preliminare desiderava la Francia dal Piemonte, utile per

ogni lato, dannoso per nissuno; che questa fede del Piemonte

appianerebbe la strada a buona concordia; che i democrati armati

deporrebbero le armi, vedendo l'indulto guarentito da tale atto;

poserebbero la Cisalpina e la Ligure repubblica, e sarebbe la quiete

dello stato stabilmente confermata. Quale difficoltà, quale timore

potrebbe opporsi a sì sana risoluzione? Forse il timore, che i Francesi

di questa nuova condizione fossero per abusare, per non adempire i patti

dell'alleanza fin'allora tanto scrupolosamente da loro osservati? Avere

testè salvo ed incolume il Piemonte, un grosso esercito repubblicano

attraversato questo paese: temere, che i Francesi vogliano abusare della

possessione della cittadella contro il governo Piemontese sarebbe far

ingiuria alla repubblica Francese; che se i Francesi nodrissero tali

pensieri, non avrebbero, per mandargli ad esecuzione, bisogno della

cittadella; sperare pertanto, concludeva, sperare l'ambasciatore,

sperare il generale, che per l'amore e per la stabilità della pace

consentirebbe il re alla consegnazione della cittadella; dal quale atto

ne seguiterebbe incontanente, ch'egli con ogni più efficace mezzo, e con

intatta fede procurerebbe la pace, e la quiete del Piemonte.

Persistettero Ginguené e Brune nel volere la cittadella, sebbene il

ministro Taleyrand scrivesse di nuovo all'ambasciatore, che le

condizioni non si dovevano aggravare, che la sana politica, la

sicurezza, la gloria e gl'interessi del popolo Francese, stante le

disposizioni d'animo dei potentati d'Europa verso la repubblica, ciò

richiedevano dalla Francia; che per questa cagione, e per avere Sottin

trasgredito questi ordini, l'aveva il direttorio richiamato da Genova, e

soppresso la carica d'ambasciatore presso la repubblica Ligure. Infatti

era stato Sottin richiamato per essersi mostrato troppo acceso nello

spingere i Liguri alla guerra contro il re di Sardegna. Alla quale

deliberazione del direttorio aveva non poco contribuito con le sue

instanze e diligenze il conte Balbo a Parigi.

A così strana domanda, si commosse il governo Piemontese, e già certo

del suo destino, elesse di favellare onoratamente, giacchè combattere

felicemente non poteva contro una forza tanto soprabbondante. Mandò

primieramente il marchese Colli a Milano, affinchè facesse opera con

Brune, che rivocasse la superba domanda. Poscia Priocca scriveva

all'ambasciador di Francia queste parole, che, siccome pare a noi,

potrebbero servir d'esempio ai governi ridotti agli estremi casi da chi

fa suo dritto la forza. Il terzo capitolo dell'indulto, enunziava, solo

fare difficoltà; consentire il re a rinunziarvi, quantunque ei

conoscesse essere necessario alla quiete del regno, ed alla sicurtà

personale sua, ma rinunziandovi, richiedere il governo Francese, ed i

suoi rappresentanti di giustizia; importare massimamente al re il

soggetto presente; però richiedere la Francia di giustizia: volere la

Francia procurar salute a coloro, ch'ella chiamava suoi amici;

consentire il re alla salute loro, consentire anzi, che fossero liberi

da ogni molestia: ma volere forse la Francia, che per le trame e

macchinazioni di costoro fosse continuamente il Piemonte in pericolo di

nuove turbazioni? Fosse la sicurezza del re, suo alleato, insidiata? Non

potere volerlo senza ingiuria della giustizia, senza ingiuria della

lealtà, senza ingiuria dell'interesse suo: non potere volerlo senza

taccia di connivenza nelle opere criminose loro, cosa contraria a' suoi

principj, alle sue promesse, ai patti giurati: non volere il re fare

alcun male a coloro, che avevano voluto, e tuttavia volevano fargliene,

ma dover assicurare la tranquillità del regno, la conservazione del suo

governo; avere di ciò non solo dritto, ma dovere; quanto alla repubblica

Francese, il vantaggio, ch'ella procurava a' suoi nemici, essere per lei

un obbligo di più ad interdir loro in modo positivo ed efficace ogni

tentativo ulteriore; volere e domandare, che il manifesto da pubblicarsi

per ordine del direttorio da Brune fosse accompagnato da provvedimenti

di tal sorte, che ne fossero il Piemonte ed il suo governo fatti sicuri

delle loro macchinazioni. Circa il preliminare della cittadella, che

l'ambasciador domandava per ordine di Brune, certamente dovere

l'ambasciatore medesimo di per se pensare, quanto il re ne fosse stato

maravigliato e commosso; sapere essergli questa domanda fatta senza

ordine, e contro l'intenzione del direttorio; per questo l'ambasciadore

medesimo avere appruovato, che il re mandasse un suo ufficiale appresso

al generale della repubblica per farlo capace della falsità dei

rapporti, per dimostrare la lealtà del governo Piemontese, per isvelare

la perfidia de' suoi nemici; credere il ministro debito suo essere di

osservare in poche parole all'ambasciadore di Francia, che l'armarsi

delle campagne era falso, che qualche omicidio cagionato in parte dai

disordini commessi dai soldati Francesi non pruovava un fanatismo

micidiale contro i medesimi; che non conosceva il governo, sebbene

attentamente vegliasse, ed ogni cosa sopravvedesse, un armarsi di

fuorusciti, e manco ancora di nobili, cosa del rimanente del tutto

assurda negli ordini attuali del Piemonte; che primo e principal suo

desiderio era di conoscere, per raffrenarle, queste opere ancor più

contrarie ai diritti del regno, ed alla quiete del paese, che alla

sicurezza dei Francesi; che del resto crederebbe il re far torto a se

medesimo, se giustificasse in cospetto del mondo per una condiscendenza

tanto decisiva, e tanto eminente le calunnie tanto assurde, quanto

atroci, con cui i malvagi il perseguitavano.

Brune, che fomentava le sollevazioni contro il re con pensiero di

ridurlo agli estremi spaventi, perchè rimettesse in sua mano la

cittadella di Torino, non voleva a modo niuno udire, che ella non gli si

consegnasse: ed ora spaventando con minacce di nuove ribellioni, ed ora

allettando con isperanza di quiete, se si acconsentisse alla sua

domanda, perseverava tenacissimamente nel suo proposito. Invano

rappresentavano instantemente in contrario i ministri, che in un caso

tanto grave, ed in cui il generale non aveva avuto da Parigi

comandamento alcuno, si rimetterebbero volentieri in arbitrio del

direttorio. Si risolvettero finalmente a consentire, in ciò mostrando

una debolezza inescusabile, a quella condizione, che toglieva al re le

ultime reliquie della sua dignità, e della sua independenza. E perchè i

posteri conoscano qual fosse la natura di quel governo repubblicano di

Francia, dirò, che, non che biasimasse e castigasse Ginguené e Brune

dello aver trasgredito in un caso di tanta importanza i suoi ordini,

lodò, e si tenne cara la cittadella rapita con inganno evidente, e con

disubbidienza formale a quanto aveva loro prescritto.

Stipulavasi il dì ventotto giugno a Milano fra Brune da una parte, ed il

marchese di San Marsano dall'altra un accordo, i principali capitoli del

quale erano i seguenti: che i Francesi occupassero il dì tre di luglio

la cittadella di Torino; che il presidio Francese di lei non potesse mai

passare armato per la città; che il parroco si rispettasse, e

liberamente, e quietamente potesse esercitare il suo officio, nè fosse

lecito ad alcuno insultare, o cambiare quanto si appartenesse alla

religione; che il governo Francese si obbligasse a cooperare alla quiete

interna del Piemonte, e nè direttamente, nè indirettamente desse

soccorso, o protezione a coloro, che volessero turbare il governo del

re; che Brune con atto pubblico ordinasse, e procurasse con ogni mezzo,

che in suo poter fosse, che le cose quietassero sulle frontiere del

Piemonte; che infine usasse il generale tutta l'autorità, e tutti i

mezzi suoi, perchè ogni ostilità da parte della repubblica Ligure

cessasse, la Cisalpina da ogni aggressione si astenesse, e la buona

vicinanza, e l'antico assetto di cose si rinstaurassero. Per tutto

questo si obbligava il re a perdonare agli amici di Francia sollevati, a

consentire, che ritornassero a vivere sotto le sue leggi; se a ciò non

si risolvessero, potessero godere i loro beni, o disporne a loro

talento; che farebbe finalmente ogni opera, perchè il viaggiar per le

strade del Piemonte fosse a tutti libero, e sicuro.

Per condurre ad effetto l'accordo di Milano pubblicava il re patenti

d'indulto a favore dei sollevati. Brune da Milano il dì sei di luglio

pubblicava queste cose: che l'Europa conosceva gli accidenti sanguinosi

d'Italia; che questa provincia libera dalla guerra esterna, era

straziata dalla guerra civile; che le esortazioni del direttorio della

repubblica Francese non avevano potuto frenar popolazioni pronte a

correre alla discordia, ed al sangue le une contro le altre; che

l'esercito Francese cinto da ogni parte da congiure e da guerre civili,

aveva dovuto mettersi in guardia; che in tutto questo si vedeva

chiaramente l'opera dei perfidi Inglesi, che con ogni delitto, e pur

troppo spesso ancora con usare le generose passioni stesse intendevano

continuamente a turbare la quiete del mondo; che vedeva la repubblica i

suoi nemici, che vedeva ancora in compagnìa loro amici traviati; che

voleva torre ai primi la facoltà di nuocere, tornare i secondi ad un

quieto e felice vivere; che aveva il re di Sardegna, alleato della

repubblica, ad instanza formale del direttorio, perdonato intieramente

agli autori delle ultime turbazioni, e per la sicura fede delle sue

promesse posto in mano di un presidio Francese la cittadella di Torino;

che per tale modo dovevansi spegnere tutte le faci della civil guerra, e

che la repubblica, sempre intenta alla pace d'Italia, non sarebbe per

tollerare, che di nuovo a sacco ed a sangue questo bel paese si

riducesse. Esortava pertanto, ed ammoniva tutti gli amici dei Francesi,

che a ciò condotti dalle ingiurie, dalle minacce e dalle persecuzioni

della parte contraria, avevano prese la armi per difendere la vita e

l'onore, deponessero queste armi, e tornassero alle sedi loro, dove

troverebbero sicura e quieta vita. Circa quelli poi, minacciava, che,

tenute in niun conto queste solenni ed amichevoli esortazioni, si

adunassero a far corpi armati, non dipendenti dagli ordini dell'esercito

Francese, o dalle truppe dei governi d'Italia, gli chiarirebbe nemici

della Francia, partigiani dell'Inghilterra, autori di sedizioni, e come

gente di tal fatta gli perseguiterebbe.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 6 / 26 段