In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguené, come se

desiderasse torgli non solo la forza, ma ancora la mente ed il tempo di

deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo

con importune richieste, muovendolo a ciò fare, parte i comandamenti del

direttorio, parte i propri spaventi. Chiedeva perciò, ed instantemente

ricercava Priocca, operasse, che il re cacciasse da' suoi stati i

fuorusciti Francesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte, gli

stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re, se nol

facesse, che disperdesse i Barbetti, che infestavano le strade, ed

assassinavano i Francesi. Alle due prime richieste rispondeva Priocca,

che quanto ai fuorusciti Francesi, desiderava sapere, se la Francia, e

l'ambasciador suo intendessero, ch'e' fossero perseguitati, o che la

qualità loro di fuorusciti fosse certificata in giustizia, o ch'ella

avesse nissun fondamento legale, e solo fosse effetto dell'odio

personale, dell'invidia e delle fraudi; desiderava sapere, se volessero

parlare di una emigrazione di fatto, o di una emigrazione di dritto. Se

di fatto, e' bisognava che l'ambasciadore si risolvesse a rendersi

complice di tutti gli atti d'ingiustizia e di violenza commessi da

agenti subalterni per interesse o per vendetta contro un numero infinito

di Savoiardi e di Nizzardi. Non di tutti parlerebbe il ministro; solo

rammenterebbe il conte Selmatoris, nato in Cherasco di Piemonte,

impiegato ai servigi militari, ed in corte del re da più di trent'anni,

il quale stato solo in tutto il tempo della sua vita quindici giorni

nello stato di Nizza, era stato scritto nella lista dei fuorusciti di

quel paese. Rammenterebbe altresì il cavaliere di Camerano, il quale,

chiuso dall'ottantaquattro in poi nell'ospedal dei matti di Torino, era

stato ancor esso nella lista fatale notato. Osservava oltre a ciò

Priocca, che il trattato di pace, lasciando al re la facoltà di

conservare a' suoi servigi i Savoiardi ed i Nizzardi, aveva riservato

alla repubblica Francese il diritto di addomandar l'allontanamento di

coloro, che si rendessero sospetti. Ora vorrebbesi forse, insisteva, che

tali stipulazioni guardassero indietro, o statuire il principio, che

ogni qualunque denunzia senza pruove faccia un uomo sospetto? E potrebbe

ella forse, questa valorosa e virtuosa nazione, imputare a delitto ad un

ufficiale del re l'aver guidato contro di lei soldati, che poco dopo

ella credè potere far compagni delle sue fatiche e delle sue vittorie?

Finalmente, concludeva, la giustizia è il primo dovere delle grandi

nazioni; ella è anzi bisogno, non che dovere, se esse non vogliono

rimanersi alla triste gloria di dominar con la forza, e col terrore. Ora

la giustizia domanda, anzi comanda, che non s'incrudelisca contro

persona per accuse meramente date da chi è mosso da brama detestabile di

vendetta, o da sete vile d'interesse.

Rispetto agli stiletti ed alle coltella, affermava Priocca, non potersi

i portatori di tali armi pel solo fatto del portarle punire colla pena

di morte, senza una considerabile alterazione nel corpo delle leggi, e

che nè la giustizia, nè la umanità permettevano, che per solo termine di

polizia e di prudenza, si usasse il mezzo estremo della morte. Se si

punisce di morte colui che portava un'arme, qual pena si darebbe ad un

omicida? Bene si maravigliava Priocca, che queste atroci dottrine si

professassero, e l'uso loro anche con minacce s'inculcasse da coloro,

che continuamente avevano in bocca parole di filosofia e di umanità.

Certamente non erano queste le dottrine di Beccaria.

Quanto agli assassini dei Francesi, allegava il ministro, che se gli

autori ne fossero conosciuti, sarebbero incontanente castigati, e che a

questo fine si era ordinato a tutti i magistrati sì civili che militari,

che la sicurezza e la vita dei Francesi diligentemente preservassero; ma

che sapeva bene l'ambasciatore, ed era anche vero, che intieramente non

si potevano impedire gli effetti dei risentimenti particolari suscitati

dagl'insulti, e dalla cattiva condotta dei Francesi; che il mutare la

natura degli uomini, ed il fare che non si risentano alle ingiurie, è

cosa del tutto impossibile.

Così affermava Priocca, che il governo regio, per quanto stava in lui,

fosse molto vigilante a render sicuri i Francesi in Piemonte, e quello

che diceva, anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno, che

secondo gli umori, od alla prima favola raccontata all'ambasciator di

Francia dai democrati, che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a

domandare, anche con termini molto imperativi, la liberazione

degl'incolpati. Agitavasi la causa di un Richini, detto per soprannome

Contino, capo di Barbetti, il quale accusato di grassazione contro un

commissario Francese, che viaggiava da Torino a Susa, era stato

arrestato per ordine regio, e tuttavia era sostenuto nelle carceri del

senato a Torino. A costui fu suggerito da alcuni democrati, che se ne

stavano carcerati con lui, un bel tratto, e questo fu, che affermando

cose orribili ordite per suo mezzo dal governo regio contro i Francesi,

l'avrebbero eglino scampato dal pericolo. Nè fu la risoluzione sua

diversa dal consiglio; perchè testimoniò per iscritto, che il re defunto

Vittorio Amedeo, il principe reale di Piemonte stato, dopo la morte di

Vittorio, assunto al trono, ed il duca d'Aosta, figliuol secondogenito

di Vittorio, gli avevano comandato, che se ne andasse nel contado di

Nizza e nella riviera di Genova, e quivi avvelenasse tutti i fonti, ai

quali necessariamente andassero ad abbeverarsi i Francesi; che quello,

che gli era stato imposto, aveva mandato ad effetto; che per questo era

sorta una grande mortalità così nei Francesi, come nelle bestie loro.

Aggiunse questo Contino, che se n'era andato parecchie volte, per ordine

espresso dei tre principi, ad arrestar i corrieri sulle strade, e che

aveva da essi principi avuto la facoltà più ampia di ordinare sul colle

di Tenda bande d'uomini armati col fine di assassinare i Francesi; ma

che i principi medesimi per far vedere, che non l'avevano mosso a tutte

queste enormità, l'avevano fatto carcerare, ed ordinato che se gli

facesse, come affermava, un processo simulato. Io mi sento muovere a

grandissima maraviglia, pensando che un ambasciatore di Francia, uomo

del rimanente civile e buono, soffocata in lui la prudenza

dall'illusione, non abbia abborrito dall'udire, credere, e rapportare,

come fece, al suo governo calunnie tali contro principi religiosi e pii.

Certo un deplorabile fantasma era quello, che gli occupava la mente. Il

seguito fu, che Ginguené a nome del direttorio richiese solennemente il

re, che gli desse Contino, ed il re gli satisfece dell'effetto, dandogli

incontanente, e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un

Francese: vergognosa vittoria per un governo, ed un ambasciatore di

Francia.

I terrori di Ginguené erano anche fomentati dalle esorbitanze dei

democrati più ardenti, i quali, veduto che i Francesi a tutt'altro

pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler

camminare da se, ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandogli

di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, prese occasione

di un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i

ministri, che si trovavano alle stanze di Torino, si misero a dire le

cose più smodate, che uomo immaginar si possa. Nè contenti alle parole,

mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguené.

Egli era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi

massimamente patriotti, ed amici sinceri della libertà e dell'umanità,

ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i dritti

degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno,

che a loro voleva opporsi; ella ha rovesciato il suo trono, ella ha

disperso tutte le forze dei confederati d'Europa, che erano accorsi in

suo ajuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti, perchè ha trovato

dappertutto uomini, che e conoscevano la giustizia della sua causa, e

non esitarono a dichiararsi per lei contro la tirannide. Si era la

Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i

popoli, e promettendo di ajutar quelli, che, com'ella, portassero odio

ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo

ch'ella si è proposto, è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna

stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta

tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra

del trionfo dei dispoti. Gli agenti, che manda presso a loro per

compiacere al loro orgoglio, e per istringere gli empj nodi della loro

amicizia, in vece di vestirsi a lutto per la morte degli amici per la

libertà, celebrano feste scandalose, e bevono nelle medesime coppe dei

tiranni. Il sangue di coloro, che amici della libertà si protestano,

scorre a rivi, e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della

patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarla. Gli

splendori del trono gli rendono spettatori insensibili dell'orribile

ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli

si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la

guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi, che l'oro dei

tiranni corrompe! Popoli della terra, ascoltate le voci di un uomo, che

è spettatore di tante sceleragini, e che ne pruova un dolore orribile.

Ardete le dichiarazioni frodolente dei diritti dell'uomo, ch'eglino vi

hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce, che risplende dal tempio

della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro,

abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non

atterra più troni; essa gli difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto

fatto alla tirannìa: con una mano opprime i popoli, ai quali per suo

proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni, che

divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena

bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e

non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni

e ruine».

Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato, e principalmente diretto

contro Ginguené, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la

mente inferma, del cammino, a cui si andava con quegli amatori di

libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare.

Intanto tutta l'ambascerìa di Francia n'era mossa a romore. Ginguené

prese contegno con Cicognara, a cui si era sempre dimostrato amico, ed

egli a lui. Poi parendogli cosa d'importanza, ne scriveva al direttorio,

con molta instanza pregandolo, operasse efficacemente col direttorio

Cisalpino, affinchè Cicognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in

ciò andarvi la salute di Francia.

L'ecatombe mentovata nello scritto fu questa. Eransi, come già abbiam

narrato, i Piemontesi nemici al nome reale adunati sotto la guida di

Seras e di Léotaud sulle rive del lago Maggiore, e già condottisi fin

oltre Gravelona, marciavano contro i regj che loro venivano incontro.

Erano stati armati, e forniti d'abiti, d'armi e di munizioni con secrete

provvisioni del governo Cisalpino. Si noveravano nell'esercito regio

circa quattro mila soldati descritti sotto le insegne dei reggimenti di

Savoja, della Marina, di Peyer-Im-Off, di Zimmerman, e di Bacman. Le due

parti si preparavano alla battaglia. Si combattè tra Gravelona ed

Ornavasso. L'ala sinistra dei repubblicani, donde poteva venire il più

grave pericolo, pareva fatta sicura dal fiume Toce, insino al quale ella

si distendeva; ma siccome tutta l'importanza del fatto dipendeva dal

vietare il passo del fiume ai regj, vi aveva Léotaud, per maggior

sicurezza, collocato una compagnia di gente eletta, granatieri

massimamente. Cominciavano i feritori alla leggiera una battaglia

sparsa; poi le genti più grosse l'ingaggiarono per modo, che a mezzo

giorno tutte le schiere menavano molto valorosamente le mani. La rabbia

era uguale da ambe le parti, siccome di guerra civile, ma l'impeto

maggiore da quella dei repubblicani. Questo era cagione, che i regj,

quantunque fortemente resistessero, perdevano del campo, e pareva la

fortuna inclinare del tutto a favore dei loro avversarj. Tanto bene

ordinato era questo moto, sebbene avesse in se qualche cosa di

tumultuario, e tanto era l'ardore, che animava a cose nuove quei giovani

repubblicani! Mentre in questo modo si mostrava la fortuna favorevole

agli sforzi dei novatori, ecco levarsi il grido, che i regj, aspramente

urtata e rotta la compagnia guardatrice della Toce, avevano varcato il

fiume, ed assaltavano, fremendo, le squadre repubblicane alle spalle. Nè

era senza verità il grido spaventevole; imperciochè sei compagnìe di

granatieri dei reggimenti di Savoja, e della Marina, con gagliardìa

estrema combattendo, avevano e sbaraglialo i guardatori del varco, e

passato il fiume, e già assaltavano alle terga i repubblicani. Questa

mossa fe' del tutto prevalere i regj; i repubblicani assaliti da fronte

e da dietro, e sopraffatti dal numero soprabbondante degli avversari che

su quel forte punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono

in rotta; nè fu più possibile ai capi di rannodargli, ancorchè Léotaud

in questa bisogna virilmente si adoperasse. Cencinquanta repubblicani

perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori.

Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo

la battaglia, in poter dei regj. Perì, fra gli altri, Angelo Paroletti,

giovane di costume angelico, e d'ingegno maraviglioso. I superstiti

furono condotti nel castello di Casale, dove si fecero loro i processi

militarmente; trentadue condannati a morte.

In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava

al cupo ravviluppamento dei tempi, che si accagionassero dal governo di

Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essere loro medesimi

gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguené con instanti parole

descritto al suo governo i supplizj del Piemonte. Il direttorio, che

poteva meramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le

accuse e l'inganno. Scriveva il dì diciotto maggio Taleyrand a Ginguené,

che i moti d'Italia, quelli sopratutto, che erano sorti in Piemonte,

mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il

direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di

certa scienza, che si era ordita una congiura col fine di far

assassinare tutti i Francesi in Italia; che sapeva ugualmente, che moti

sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè soccorsi

di Francesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le

loro forze per la spartizione s'indebolissero, e fosse per tal modo

fatto abilità agli assassini di uccidergli. Sapeva finalmente, che non

contenti al dare compimento a sì scelerato proposito, volevano ancora

imputarlo a coloro, che si credevano amici della Francia, affinchè la

morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva,

di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguené ciò, che il

direttorio aveva risoluto per salvare e l'Italia e i Francesi e gli

amici della repubblica, dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava

pertanto, che si appresentasse al governo del re, della orribile

conspirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze

straniere, e nemiche della Francia, e dimostrasse, volere il governo

francese risolutamente, ch'ella e per cagioni e per pretesti

intieramente fosse diradicata; volere, che prima di tutto, offerisse il

governo del re indulto leale ed intiero a tutti i sollevati, sì

veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero;

volere, che il re adoprasse le sue forze contro i Barbetti, che

desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare,

che le strade tra Francia ed Italia fossero libere e sicure. A queste

condizioni, e per allontanar il timore che le repubbliche Cisalpina e

Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua

autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune,

che apertamente, ed espressamente comandasse ai sediziosi, che

dissolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso

importante, ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia,

le anzidette condizioni, perchè tanti giudizj arbitrarj, tanti supplizj

crudeli contro uomini ragguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo

parevano essere stati condotti all'ora estrema, perchè erano amatori

della repubblica Francese, non permettevano che si frapponesse indugio.

Se il governo Sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe

manifesto, essere lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui

fomenterebbe in segreto, fingendo di temerle in palese. Del rimanente

badasse bene Ginguené a non chiamare mai i sediziosi, patriotti, ma sì

sempre amici della Francia. Nel che io non saprei giudicare, se vi sia

derisione o fraude; perchè se i sediziosi erano incitati dall'Austria e

dall'Inghilterra, come si dava sospetto, non si vede come si potessero

chiamare amici della Francia; e da un'altra parte, se veramente era la

Francia amica del re di Sardegna, come tutte le parole espresse

suonavano, non si comprende, come ella chiamasse suoi amici i ribelli,

che con le armi in mano apertamente combattevano l'autorità e la potenza

del re.

Fece Ginguené molto efficacemente il dì ventiquattro di maggio

l'ufficio. Vi aggiunse di per se parecchie parti, che furono quest'esse;

che si cacciassero i fuorusciti, che attivamente si punissero gli

uccisori dei Francesi, che con pena di morte si proibissero le coltella

e gli stiletti, che si castigassero quei preti, che seminavano odj

contro una nazione amica.

Ma parendo all'ambasciatore, che lo sforzare il re a perdonare ai

ribelli, ed il chiamare amici di Francia coloro, che macchinavano contro

il suo stato, fors'anche contro la sua vita, non bastassero a

constituirlo in compiuta servitù, voleva, ed instava presso al

direttorio, che la Francia dovea avere piena ed assoluta autorità in

Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva sforzare il re a

cambiare tutti i suoi ministri, ed a richiamare il conte Balbo da

Parigi. Su questo punto principalmente insisteva l'ambasciatore:

affermava, essere il conte l'agente di tutta la confederazione d'Europa

in Parigi, spargervi, e spandervi denari in copia, seminarvi corruttele

in ogni parte, rendere co' suoi dispacci il re sicuro, scrivere a

Torino, che badassero a stare coll'animo riposato, che i rigori usati e

da usarsi sarebbero approvati a Parigi, che gli agenti di Londra, e di

Vienna, benchè fossero d'infimo grado, si adoperavano efficacemente

contro Francia, e che del rimanente la repubblica rovinerebbe prima del

Piemonte. Per tutti questi motivi richiedeva Ginguené, che si rivocasse

il conte da Parigi, e che in oltre si eleggesse a sua scelta il

successore.

Il governo Piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi

minacce, ordinava il dì venticinque di maggio, che si sospendessero sino

a nuovo ordine i processi dei non condannati, e si soprassedesse alle

pene dei Francesi, che si fossero mescolati nelle ribellioni.

Intanto il dì ventisei di maggio alle ore quattro della mattina i fossi

di Casale grondavano sangue. Léotaud, aiutante del generale Fiorella, e

Lions ajutante di Léotaud, ambidue francesi di nascita, ma non di

servizio, con otto altri parte forestieri, parte Piemontesi, che per

aver combattuto nella battaglia di Ornavasso, erano stati dannati a

morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo

Piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero

veramente a pensare l'ora insolita dei supplizj, e la tardità della

staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi

nove ore in Trino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo

atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le

novelle, ed accelerato i supplizj, affinchè la salute arrivasse, quando

già morte spaziava. Adunque il sangue, adunque l'ecatombe di Domodossola

non bastavano? Bene ciò io debbo dire ai posteri, che questa crudeltà,

degna di eterna riprensione, non fu opera di Priocca, ma bensì di chi in

queste faccende camminava con più ferocia di lui. Si avvide il ministro

in quale taccia incorresse, e perciò scriveva all'ambasciator di

Francia, mostrando dolore dell'accidente, accusando il messo di

tardanza, e giustificandone il governo. La uccisione massimamente dei

due Francesi il travagliava: temeva di qualche subito sdegno di Francia.

Per la qual cosa scrivendo a Ginguené spiegava, come il dritto pubblico,

ed il dritto naturale avevano sempre voluto, che il giudice naturale di

un delitto sia quello del luogo, in cui è il delitto commesso, e che

come un Piemontese, che commettesse in Francia un delitto, dovrebbe

essere giudicato da giudici Francesi, così un Francese, che commettesse

un delitto in Piemonte, doveva esser giudicato da giudici Piemontesi.

Levò Ginguené pei due Francesi morti gravissime querele, minacciò il

governo Piemontese, scrisse a Parigi, che era oggimai tempo di purgar la

Francia dal dire calunnioso, che si faceva, ch'ella tollerasse le

carnificine dei Francesi e degli amici loro, per forza dell'oro mandato

a Parigi al conte Balbo. Poscia le proposizioni del Piemontese ministro

riprendendo circa il diritto pubblico e naturale, affermava, esser vere

nei casi ordinari, ma non negli straordinari, e che quello era caso

straordinario, da qualificarsi in realtà dritto di conquista, e quasi di

guerra aperta sotto nome di pace e d'alleanza: parole verissime, che se

giustificavano quello, che la Francia faceva contro il re,

giustificavano del pari quello, che si supponeva che il re facesse

contro la Francia. Adunque quello era tempo da cannoni, non da discorsi,

da manifesti di guerra, non da proteste di amicizia.

Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria di

Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più

molesti; poichè crescendo di numero e d'ardire, sboccavano sovente a far

correrìe sui territorj regj, dando loro facile adito i comandanti Liguri

per le terre della repubblica. Fra le altre ci fecero una spedizione

piena di molta audacia contro Pozzuolo, terra estrema verso le frontiere

Liguri, e custodita da un forte presidio. Partiti con una squadra di

circa quattrocento soldati al tramontar del sole del dì ventisei

d'aprile, e viaggiato tutta la notte, arrivarono il giorno seguente

improvvisi sopra Pozzuolo, ed investita la terra, dopo breve battaglia,

la recarono in poter loro, con aver fatto prigioni circa quattrocento

soldati. Portaronsi i Carrosiani molto lodevolmente in Pozzuolo, e non

fecero ingiuria ai soldati cattivi. Poi se ne tornarono a Carrosio,

donde di nuovo uscivano spesso a travagliare i confini.

Non ignorava il governo Piemontese, che i moti di Carrosio avevano più

alte radici, che quelle dei repubblicani Piemontesi, perchè Brune e

Sottin, segretamente e palesemente gli fomentavano. Tuttavia, non

volendo mancare al debito della conservazione degli stati, si era

deliberato a mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo

estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio,

poichè gli era forza traversare il territorio Ligure per arrivarvi,

aveva rappresentato al governo Ligure, che i suoi nemici non avevano

potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della

repubblica; che lo stesso facevano liberamente per venir ad invadere il

territorio Piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che

quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come

neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i

nemici di sua maestà, che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar

loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o

dissipargli essa medesima, o dare alle genti regie quel passaggio

stesso, ch'ella dava a' suoi nemici.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 5 / 26 段