Io sono nel presente libro per raccontare il martirio del re di

Sardegna. Nella quale narrazione si vedrà, quanto possa l'abuso della

forza contro il debole, e come non abbia incresciuto al più potente, non

solo di usare la forza soverchia, ma ancora di aggiungervi la fraude,

colorandola con le dolci parole di lealtà, e di santa osservanza dei

patti. Si vedrà, come uomini, per ogni altra parte di dottrina e di

virtù compiti, si siano fatti, per le illusioni dei tempi, stromenti di

sì condannabili eccessi. Racconterò dall'altro lato uomini ridotti

all'ultimo caso mostrare più animo, e maggiore virtù, che non quelli ai

quali obbedivano quasi tutte le forze d'Europa; e se qualche contentezza

si pruova nello scrivere storie, questa è di poter purgare dalle

calunnie di tempi perversi gli uomini eccellenti.

Il re di Sardegna serrato da ogni parte dalle armi di Francia, aveva

posto l'unica speranza nella sincerità della sua fede verso il

direttorio, non che nel più interno dell'animo non desiderasse altre

condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami il suo male, ma vedeva,

che era del tutto in potestà dell'oppressore il sovvertire i suoi stati,

prima solo che l'Austria il sapesse. Così la repubblica di Francia

voleva la distruzione del re, sebbene s'infingesse del contrario, ed il

re voleva serbar fede alla repubblica, quantunque altri desiderj avesse.

Reggeva il Piemonte il re Carlo Emanuele quarto, principe

religiosissimo, e di pacata natura, ma che trasportando i precetti della

religione nelle faccende di stato, era poco atto a destreggiarsi in un

secolo tanto rotto, e sregolato.

Sedevano appresso ai potentati d'Italia, come ambasciatori o ministri

della repubblica Francese, Ginguené a Torino, Trouvé a Milano, Garat a

Napoli, Sottin a Genova. Erano Ginguené e Garat avversi ai governi,

presso a cui erano mandati, e desideravano la mutazione, ma non la

procuravano apertamente, mentre Sottin non s'infingeva contro il sovrano

del Piemonte da quel suo nido di Genova. Principale secondatore di

mutazioni si mostrava Brune, a questo tempo generale dei Francesi in

Italia, sì per se, e sì per gli stimoli dei fuorusciti Piemontesi, che

gli stavano assiduamente ai fianchi. Questi, non contraddicendo i

repubblicani di Francia, padroni del paese, fulminavano senza posa sì

dalla Liguria, che dalla Cisalpina contro il re Carlo Emanuele; il che

giunto ai mali umori, che già erano gonfiati in Piemonte, partoriva

effetti tanto più forti, quanto più parevano essere aiutati dai

Francesi. Oltre a questo l'ambasciador Cisalpino Cicognara, che sedeva

in Torino, giovane di singolare ingegno, e di natura generosa, vedeva

molto volentieri coloro che desideravano la mutazione, e dirizzava le

cose secondo le opinioni dei tempi, in pro sì della Cisalpina

particolarmente, che dell'Italia universalmente; onde i novatori

prendevano novelli spiriti. Consultavano coll'ambasciator Cisalpino

massimamente coloro, che volevano cambiare gli ordini politici in

Piemonte per unirlo alla Cisalpina, o che si volesse fare di tutta

l'Italia una sola repubblica, come alcuni bramavano, o che si preferisse

di farne due, dell'una delle quali sarebbe capo Milano, dell'altra Roma;

imperciocchè questi pensieri appunto cadevano negli animi dei novatori

Italiani.

In mezzo a tutti questi umori era arrivato l'ambasciatore Ginguené in

Torino. Era Ginguené uomo di tutte virtù, ma molto incapriccito in su

quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli stati

repubblicani. La filosofia l'aveva allettato, e la forza straordinaria

di quella sua repubblica gli faceva una sembianza di felicità e di

libertà, come se la felicità e la libertà potessero vivere negli stati

disordinati e soldateschi. Ma l'orgoglio che nasce dalla potenza,

massime negl'ingegni vivi, fa di queste illusioni, ed anche delle

peggiori. La paura ancora operava qualche cosa in una fantasia tanto

vivace; imperciocchè, siccome Ginguené si era molto nodrito degli

scrittori Italiani, e specialmente di Machiavelli, così egli si era dato

a credere, che l'Italia fosse piena di Machiavelli e di Borgia, ed aveva

continuamente la fantasia spaventata da immagini di tradimenti, di

fraudi, di congiure, di assassinj, di stiletti, e di veleni. Stimava,

che la sincerità, e la lealtà fossero solo in Francia; nè le insidie, ed

i tradimenti di Buonaparte, e del direttorio in Italia, quantunque

fossero tanto manifesti, l'avevano potuto guarire. Con questi spaventi

in capo, veduto prima il ministro Priocca, in cui scoverse, come diceva,

non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo ingresso al re.

Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio, e del

direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere, si aveva

Ginguené apparecchiato un bello e magnifico discorso, non considerando,

che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli apparati di lei

sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia. Traversate le

stanze piene di soldati bene armati, e di cortigiani pomposi, entrava

Ginguené in abito solenne e con una sciabola a tracollo, nella camera

d'udienza, dove si trovò solo col principe. Stupì l'ambasciator

repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del Piemonte.

Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare il

discorso, perchè e le adulazioni, ed i rimproveri erano ugualmente, non

che intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, così favellava al

re. «Sire, il direttorio esecutivo della repubblica Francese,

desiderando nodrire la buona amicizia testè introdotta tra la Francia ed

il governo Piemontese, mi manda a vostra maestà. Porto con me da parte

del direttorio fede, lealtà, rispetto ai trattati, rispetto all'ordine

pubblico, rispetto al diritto delle genti. Spero trovare nei ministri,

ed in tutti gli agenti di vostra maestà i medesimi sentimenti. Un

operare sincero ed aperto solo conviensi ai governi veri. La nazione,

che per le sue vittorie acquistò il nome di grande, non ne conosce

alcuno diverso da questo. Ella fa della doppiezza e dell'astuzia nei

negoziati la medesima stima, che della viltà nelle battaglie. Ella

lascia con disprezzo i gabbamenti, e le machiavelliane fraudi a quei

vili governi corrotti, e corrompitori, che da sei anni turbano l'Europa

con le loro macchinazioni, e comprano a peso d'oro l'umano sangue. Quali

frutti raccolto hanno dai perfidi consigli le docili potenze? Io non

sono già, o Sire, per irritar quelle ferite, che il tempo solo, la pace,

e la concordia possono saldare. Solo ho intento di dire, parlando a

vostra maestà, a tutti i governi, che, come ella, sonsi ricondotti a

consigli pacifici, che la prosperità loro, che la loro gloria, nella

costanza e nella sincerità loro verso la Francese repubblica sono

massimamente ed unicamente riposte. Piacemi sperare, o Sire, che quanto

io dico, sia conforme all'animo di vostra maestà. Sarà per me gran

ventura, se la mia condotta, ed i miei principj conosciuti nelle

tempeste che turbarono la mia patria, potranno anticipatamente darvi

buon concetto di me, se la elezione del direttorio nel mandarmi a vostra

maestà le parrà segno delle sue intenzioni verso di lei, e se finalmente

nel corso di questa mia tanto onorevole missione, io riuscirommi a

dimostrare, che bene ha il direttorio esecutivo posto la sua fede in me,

e che non indarno io ho sperato meritare la stima di vostra maestà».

Questo discorso, che ritraggo di maggior semplicità, ed è molto più

purgato di quello tanto astruso, e tanto lambiccato di Garat al re di

Napoli, non sarebbe, se non da lodarsi, se non fossero quelle punture

date al governo del re; perchè, salve le precauzioni oratorie, esso

niun'altra cosa voleva significare se non questa, che il governo

Piemontese non era nè sincero, nè amico della repubblica di Francia, nè

scevro dalle corruttele Inglesi. Le quali cose certamente credeva

Ginguené, ed ebbele volute dire. Da un'altra parte quale sincerità fosse

nelle parole di Ginguené, è facile giudicare. Portava egli opinione, e

lo scrisse anche al suo governo, che un governo regio qual era quello di

Piemonte, non poteva più lungamente sussistere, essendo posto fra tre

repubbliche incitatrici, e che perciò era d'uopo operarvi buonamente una

rivoluzione, la quale avrebbe potuto essere senza sangue; che se al

contrario si aspettava ch'ella da se medesima nascesse, sarebbe violenta

e sanguinosa: pareva a Ginguené, che il re dovesse restar contento della

Sardegna. Ora qual fede, e qual lealtà verso il re vi fosse nel voler

fare una rivoluzione ne' suoi stati, e cacciarlo dal Piemonte, ciascuno

sel vede. Così chi poneva le cagioni, voleva anche gli effetti; e dalla

necessità delle cagioni argomentava poi alla giustizia degli effetti.

Certamente non era colpa del re di Sardegna, se si era creata una

repubblica incitatrice in Francia, e simili, ed ancor peggiori

repubbliche avevano i repubblicani Francesi creato in Lombardia, ed in

Liguria.

Al discorso tanto squisito del repubblicano non rispose il re, non

essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio, e

della buona salute dell'ambasciatore: poi toccò delle infermità proprie,

della consolazione che trovava nella moglie, che era sorella di Luigi

decimosesto re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguené le

parole, disse, ch'ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà e di

virtù. Si rallegrava a queste lodi della regina il Piemontese principe,

e mettendosi ancor egli sul lodarla, molto affettuosamente spaziò nel

favellare delle virtù e della bontà di lei, degli obblighi che le aveva,

dei difetti di cui ella l'aveva corretto, massime di quelli della

ostinazione e della violenza, della confidenza intiera che aveva in lei,

e della pace, e del buon accordo, che, mercè le sue virtù, regnavano in

tutta la famiglia. Poi seguitando, addomandava all'ambasciadore, se

avesse figliuoli. Rispose del no. Al che il principe, tutto su l'orbezza

propria intenerito, rispose, _nè anch'io ne ho, ma mi consolo per la

virtuosa donna_. Queste cose io ho voluto raccontare, perchè mi parvero

fare un dolce e consolatorio suono in mezzo alle stragi ed ai tradimenti

del secolo. Ritirossi dalla reale udienza l'ambasciador di Francia, e

sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di quei tempi, si

sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta bontà,

semplicità, e modestia del sovrano del Piemonte. Pure questo fu il

principe, che divenne bersaglio di tanti oltraggi, di tanti furori, e di

tante disgrazie.

Frequentavano la casa dell'ambasciator di Francia i desiderosi di novità

in Piemonte, principalmente quelli, che volendo due repubbliche in

Italia, portavano opinione, che il Piemonte dovesse essere unito colla

Francia. Nella quale opinione concordavano alcuni nobili delle

principali famiglie, o per amore di libertà, o per invidia di potenza

verso la casa reale. Stando costoro continuamente ai fianchi di

Ginguené, gli rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando

il vero col falso sulle condizioni del Piemonte, e sulla facilità di

operarvi la rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a versi

delle sue opinioni, così ei se gli credeva molto facilmente. Per la qual

cosa sentiva egli sempre sinistramente del governo, e volendo tagliarvi

i nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse

il re a licenziare i sei reggimenti Svizzeri, che tuttavia conservava a'

suoi soldi.

Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori,

vedendogli volentieri, e dando facile ascolto ai rapportamenti loro e

dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i

mali semi producevano in Piemonte frutti a se medesimi conformi.

Sorgevano in diverse parti moti pericolosi suscitati da gente audace con

intendimento di rivoltar lo stato. Il più principale pel numero e pel

luogo, ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio, terra di qualche

importanza, che obbediva al Piemonte, quantunque situata dentro al

dominio Genovese, e cinta da ogni parte delle terre della repubblica

Ligure. Quivi erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti Piemontesi,

sì quelli, che per iscampo loro e per essersi mescolati nelle congiure

precedenti, erano stati obbligati a spatriarsi, come quelli che per

opinione abborrendo la potestà regia, si erano volontariamente condotti

in paesi forestieri. Avevano fatto elezione di questo luogo, parte

perchè per lui potevano facilmente insinuarsi nei siti montagnosi del

Tortonese e delle Langhe, parte perchè non credevano che il re s'ardisse

andar ad assaltargli, stantechè era per lui necessario passare pel

territorio Ligure, e parte finalmente perchè i capi loro avevano forti

aderenze nel Genovesato, massimamente in Genova. Nè le speranze

riuscivano senza effetto: circa due mila soldati Liguri, partitisi

improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza

ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi.

Nè dubbio alcuno vi poteva essere sugli incitatori; perchè ed uscirono

sotto condotta di un ufficiale Ligure, che poi se ne tornò sicuramente a

Genova, ed erano ottimamente forniti di denaro. Al tempo stesso si

recitava sulle scene Genovesi una commedia intitolata _Furbo per furbo_,

piena di molti strazi e villanìe contro il re, e ad ogni tratto

gridavano gli spettatori, _viva la libertà, morte al tiranno

Piemontese_. L'inviato che quivi si trovava presente, per lo men reo

partito elesse di ritirarsi. Le Gazzette poi di Genova, anche quelle che

si pubblicavano sotto l'autorità del governo, continuamente laceravano

il re, chiamandolo con ogni più obbrobrioso nome, ed innalzando fino al

cielo l'impresa dei fuorusciti di Carrosio. Promettevano altresì, che

quello che si tentava dalla parte della Liguria, si sarebbe anche

tentato dalla parte della Cisalpina, e con parole infiammatissime

pronosticavano la prossima ruina di Carlo Emanuele. Capi principali del

moto di Carrosio erano uno Spinola, nobile, Pelisseri, e Trombetta

popolani, gente oltre ogni modo ardita, ed intenta a novità. Un

Guillaume, ed un Colignon Francesi erano con loro. Nissuno pensi, che

uomini incitatissimi abbiano mai pubblicato cose più immoderate contro i

re di quelle, che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna. Poi

per dar maggior terrore, e per far credere che non si consigliassero con

fondamenti falsi, spargevano ad arte voci, che la repubblica Francese

loro dava favore, e che appunto coll'intento di far sorgere la

rivoluzione in Piemonte, il direttorio aveva scambiato il suo legato,

mandando in vece di Miot, uomo, come dicevano, di pochi pensieri e

repubblicano tiepido, Ginguené, amatore vivo di repubblica, e d'animo

svegliato e forte.

Intanto dalle parole passavano ai fatti, e con infinita insolenza

procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci,

bruttissimo preludio di libertà. Fatti poscia più audaci dal numero

loro, che ogni giorno andava crescendo, marciarono armatamano contro

Serravalle, la quale combattuta vanamente, ed assaliti gagliardamente

dalle genti regie, se ne tornarono con la peggio. Parecchj altri assalti

diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero, ed ora avverso.

Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.

Si moltiplicava continuamente il dispiacere, che riceveva il re dalle

sommosse democratiche: infatti il prenunzio di romori di verso Cisalpina

non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non

senza intesa del governo Cisalpino, e del generale Brune, in Pallanza

sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e

faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile, e la

fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano, come capi principali,

questo moto, Seras, originario di Piemonte, ma ai soldi di Francia, ed

ajutante di Brune, ed un Léotaud Francese con un Lions Francese ancor

esso, ajutante di Léotaud. Noveravansi in questa schiera meglio di

seicento combattenti, bene armati, e partiti assai regolarmente in

compagnìe. Risplendevano fra di loro non pochi giovani ingenui, e di

natali onesti. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati;

conciossiachè avendo udito, che i regj giunti prima in Arona, poi già

arrivati a Stresa, si apparecchiavano a combattergli, si deliberarono di

prevenire i loro assalti con impadronirsi della fortezza di Domodossola;

nella quale effettualmente, fatto un impeto improvviso, entrarono, non

aspettando i regj una così repentina fazione, nè la fortezza essendo

all'ordine per resistere. Vi trovarono i repubblicani alcuni cannoni,

opportuno sussidio per loro, e se gli menarono per servirsene contro le

truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era

discesa da Abriez nelle valli dei Valdesi, e già aveva occupato Bobbio,

ed il Villard, moto molto pericoloso perchè accennava a Pinerolo, terra

aperta, e poco lontana dalla città capitale di Torino. Trovavasi il

governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore

stesso del Piemonte, che tuttavìa perseverava sano, avesse a fare

qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva, se non lontano, ed

inabile ad ajutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la

Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina. Pure intendeva

all'onore, se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si

vedeva giunto al fine, di perir piuttosto per forza altrui, che per

viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un

editto, in cui mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a

vedere, che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender se

stesso nell'avversità, che in chi assalta altrui con impeto nella

prosperità. Andava in primo luogo rammentando quanto aveva operato,

dalla sua assunzione in poi, pel sollievo dei popoli; si lamentava, che

a malgrado di tante sue cure, e di tanta sollecitudine, spiriti

sediziosi e perversi avessero il precedente anno volto a ribellione una

moltitudine di persone, parte ree, parte imprudenti, le quali avevano

empiuto il Piemonte di confusione, di terrore e di rapina; raccontava,

che mercè della divina provvidenza, e coll'ajuto dei sudditi fedeli

erano stati frenati i turbatori ed interrotto il corso alle indegne

opere loro; che non ostante avevano trovato ricovero in grembo alle

potenze vicine, donde avendo raccolto nuovi partigiani, novellamente

s'attentavano di correre le province conterminali; che egli aveva

mandato contro di loro truppe a sufficienza; ma perchè meglio i sudditi

fossero tutelati, voleva, che tutte le città, che tutti i comuni, di

concerto coi giudici regj, e sotto guida dei governatori, e dei

comandanti delle piazze ponessero le armi in mano a tutti gli uomini

dabbene ed affezionati, acciocchè, ove d'uopo ne fosse, potessero

congiungersi con le genti regie, e correre insieme alla difesa comune;

che sapeva altresì, e di certa scienza novellamente affermava, che ogni

giorno riceveva tanto da parte dei generali, quanto da quella degli

agenti del governo Francese, dimostrazioni non dubbie di buona amicizia;

che finalmente con la sua reale sopportazione consigliandosi, offeriva

perdono a chi pentito de' suoi errori se ne volesse tornare al suo

grembo paterno.

Non ignorava il re, che la rabbia e la ostinazione delle opinioni

politiche non lasciano luogo alle persuasioni. E però facendo maggior

fondamento sulle armi, che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore

parecchj reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i

novatori dell'alto Novarese, e ritogliendo dalle loro mani Domodossola

la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe

sufficienti per difendere le frontiere verso la Liguria contro

gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati, per frenare e

spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.

Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo, in cui la repubblica di

Francia sentirebbe tutte queste Piemontesi sommosse; perchè, se ella le

fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva

fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse,

qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo

Francese. Ragionava egli, e certamente con molto fondato discorso, che

importava al re, che il direttorio si risolvesse sulle sorti Piemontesi;

poter bene, allegava, resistere a questi nuovi insulti, ma non potere

più lungamente sussistere nella condizione in cui era; rendersi perciò

necessario, o che la Francia gli desse mezzi d'esistenza, o che a modo

suo ne disponesse: «Se è destinato dai cieli, diceva, che noi abbiamo a

cessar di essere una potenza, se il corso delle cose, se la forza degli

umani accidenti a ciò portano, che noi abbiamo ad essere spenti, noi

preferiamo, noi anzi domandiamo, che una nazione grande, potente, e

nostra alleata sia quella, che giudichi il destin nostro, ed eseguisca

essa stessa quello, che abbia giudicato, piuttostochè vederci minacciati

dai nostri stessi sudditi, che è indegnità insopportabile, piuttostochè

vederci consumare appoco appoco, e languire in uno stato tale, che la

morte non è peggiore».

Questi estremi lamenti della cadente monarchìa Piemontese non sono

certamente segni di animo doppio, e non sincero; che anzi la sincerità è

tale, che non solamente induce persuasione nella mente, ma ancora muove

vivamente il cuore.

Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del

direttorio: che il governo Francese a modo nissuno fomentava quei

movimenti; che l'animo suo verso il re era sempre il medesimo; ch'ei

voleva adempire lealmente le condizioni dei trattati; che se un nemico

esterno assaltasse il re potrebbe egli far capitale delle bajonette

Francesi, ma che nel presente caso si vedevano sudditi volere la

distruzione del suo trono; che per verità i suoi soldati avevano

prevalso nei primi assalti; che sei mila fuorusciti Piemontesi, a cui

stava a cuore la libertà, e che bramavano la vendetta, privi di ogni

cosa necessaria al vivere, si aggiravano sull'estreme frontiere del

regno; che si adunavano in grembo di nazioni libere; che quivi si

accordavano ai disegni loro, e che coll'armi in mano assaltavano il re.

Conviensi forse alla Francia implicarsi in tale faccenda? Certamente non

conviensi. Ha la Francia armi potenti in Lombardìa, ed in Liguria: se in

queste due repubbliche nascessero moti contrari al governo, se questo di

per se non fosse abile al resistere, e richiedesse di ajuto la

repubblica Francese, accorrerebbe ella certamente in soccorso di lui, e

dissiperebbe i ribelli. Ma quando Piemontesi amatori di libertà si

adunano per conquistarla, e per far la loro patria libera, volere che i

Cisalpini, i Liguri, od i Francesi a loro si oppongano, è cosa del tutto

sconveniente e vana. A questo dire aggiungeva Ginguenè rimprocci sul

modo, con cui il governo Piemontese reggeva i suoi popoli, favellando

degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle

finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle

imposizioni. Concludeva, che i moti di sedizione non portavano con se

alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli;

ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori,

desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: che però,

esortava, preoccupassero il passo, e prevenissero la rivoluzione col

dare spontaneamente al popolo tutto quello, che si prometteva dalla

rivoluzione. I rimproveri dell'ambasciadore sul mal governo del Piemonte

erano, come di forestiero, inconvenienti; che la Francia poi non fosse

obbligata a mantenere lo stato quieto al re, era falso, perciocchè a

questo si era solennemente obbligata nel trattato d'alleanza.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo IV · 第 4 / 26 段