direttorio in qualità di ambasciatore di Francia, Trouvé, giovane di
spirito, e che faceva professione di amare la libertà. Si sollevarono
gli animi al suo arrivo, comparendo per la prima volta un ministro di
Francia presso quello stato nuovo, ed ognuno si stava ansiosamente
aspettando, che cosa portasse. Gl'indipendenti ne auguravano bene pel
fatto stesso; gli aristocrati quieti si rallegravano ancor essi, perchè
speravano, che un reggimento più regolato gli preserverebbe dalle
improntitudini dei libertini. Fu l'ingresso di Trouvé al direttorio
Cisalpino molto pomposo. Parlò nel suo discorso della Francia
magnificamente, della Cisalpina amorevolmente. Piacque soprattutto
agl'indipendenti il principio del suo favellare, che fu con queste
parole: che veniva in nome della grande nazione a salutare
l'indipendenza della repubblica Cisalpina. Poi continuando affermava,
che era venuto per adempire presso a lei un carico onorevole, e caro
all'anima sua, quello cioè di giungere all'ammirazione verso gli eroici
fatti, l'amore che inspira la pratica delle virtù; che tal era il
desiderio, tale il bisogno del governo Francese, che a questo generoso
fine per comandamento di lui, ed in adempimento della sua tenerezza
paterna indirizzerebbe egli tutti gli sforzi, tutti i pensieri suoi.
Allontanassero pertanto da loro, come egli allontanava da se, le
dimostrazioni vane di un'astuta politica, che adula per corrompere, che
accarezza per uccidere: allontanassero le sottigliezze, allontanassero
le ingannatrici promesse, le seduzioni, la duplicità; animi aperti e
leali, confidenza vicendevole, giustizia sincera, probità incorrotta,
unione inalterabile fra i magistrati le due repubbliche congiungessero;
congiunzione, continuava vieppiù nella sua poesia infuocandosi il
giovane ambasciatore, congiunzione gloriosa e toccante; congiunzione
giurata sull'ara della patria per difendere i principj della ragione, e
per dilatare il culto della libertà. Queste belle poesie, che coprivano
brutti fatti, giravano a quei tempi. Rispondeva all'ambasciatore di
Francia con pensieri adulatorj, e lingua Italiana sucidissima il
presidente del direttorio Constabili: il linguaggio stesso disvelava la
debolezza degli animi, la servitù dello stato.
Scriveva sulle prime, cioè il dì trenta maggio, Trouvé a Birago,
ministro degli affari esteri della Cisalpina, invitandolo ad operar per
modo che il governo Cisalpino facesse risoluzioni vigorose contro i
fuorusciti Francesi, che si erano ricoverati sul territorio Cisalpino:
gli mandava indizi sopra alcuni di loro: voleva, che a termine del
capitolo decimoquinto del trattato d'alleanza fra le due repubbliche,
essi fuorusciti fossero arrestati, onde il direttorio di Francia gli
potesse bandire, e confinar ne' luoghi, che stimerebbe; accusava, quelli
di aver combattuto contro la loro patria nelle legioni parricide, come
le chiamava, di Condè, questi, di spandere fra i Cisalpini novellamente
liberi le dottrine della schiavitù, di calunniare i repubblicani
Francesi, e di far sorgere contro di loro il fanatismo, il pregiudizio,
e tutti gli odj possibili: voleva finalmente, che il ministro della
Cisalpina pubblicasse la sua lettera, affinchè tutti i fuorusciti
sapessero, che la legazione Francese dichiarava loro una guerra, la
quale non avrebbe termine, se non quando i medesimi cessassero di
contaminare la terra della libertà. Rispose il Cisalpino ministro
all'ambasciadore di Francia, che il direttorio Cisalpino purgherebbe la
terra della libertà da quegli uomini immorali, come gli qualificava,
contaminati, ed ipocriti. Brutto principio di legazione era certamente
quello, che s'annunziava con un'opera inumana, e brutto principio ancora
di governo libero era quello che la secondava.
Ma ben altri pensieri che questi nodriva l'ambasciadore nella sua mente
e per se, e per comandamento di chi il mandava. Aveva il direttorio
osservato, che la vivezza dei libertini era stata cagione, che i popoli
Cisalpini, che sono generalmente di natura quieta e savia, si fossero
messi in mal umore. I medesimi libertini, siccome quelli, dico i
sinceri, che senza freno parlando accusavano continuamente di prepotenza
e di ladroneccio gli agenti del direttorio di Francia, operavano, che
l'odio contro i Francesi moltiplicasse ogni giorno. Tenevano nei due
consigli, massimamente in quello dei giovani, il predominio, e le
proposte che vi si facevano, ed i decreti che vi si pigliavano,
indicavano molta ardenza negli animi. Già insospettiva la Francia, che
sapeva, che la smoderatezza può dare contro ogni cosa, ed ella non
voleva che si desse contro di lei. L'opposizione tanto gagliarda, che
era sorta nei consigli contro il trattato d'alleanza, accresceva ancora
maggior colore a questi pensieri e sospetti, dimodochè divenne certo pel
direttorio, che se non domava quei partigiani tanto risentiti di libertà
e d'independenza, la sua superiorità in Cisalpina sarebbe sempre stata
incerta e vacillante. Infatti si vedeva, che il medesimo spirito
d'opposizione, che nei consigli ed in una parte del direttorio si era
manifestato, si radicava anche nei magistrati subalterni, ed ognuno
gridava libertà ed independenza, con tali grida accennando non più ai
Tedeschi, che ai Francesi. Parve, che fosse arrivato il tempo per
Francia di aggravar la mano e di porre il freno, perchè per la pace
fatta con l'imperatore d'Austria essendo passata la stagione di fomentar
le rivoluzioni in Lombardia, pensava, che alla sicurezza sua in Italia,
così in pace come in guerra, si appartenesse di farsene un appoggio,
introducendovi un vivere più quieto, e che più piacesse ai più ricchi, e
notabili cittadini. Per la qual cosa Trouvé, usando così i cattivi, come
i buoni, sì veramente che favorissero i suoi disegni, fece in sua casa
un'adunanza segreta, in cui si esaminarono i cambiamenti da farsi nella
costituzione Cisalpina. Ajutavano questo moto principalmente Sopransi,
antico ministro di polizia, per vendicarsi del direttorio che l'aveva
licenziato, Adelasio quinqueviro, e Luosi, ministro della giustizia. A
loro si accostavano Aldini di Bologna, Beccalozzi di Brescia, Villa di
Milano, Martinelli, ed Alborghetti di Bergamo, uomini meno odiati
dall'Austria, che amati dai Francesi. Era il progetto di ridurre la
constituzione a forma più aristocratica con diminuire il numero dei
membri dei consigli, e così ancora quello dei dipartimenti, e dei membri
dei magistrati distrettuali. Si voleva altresì accrescer forza al
direttorio, perchè si era non senza ragione osservato, ch'egli si
trovava nella constituzione molto impari ai due consigli, e quasi
schiavo loro. Con questo si voleva frenare la libertà della stampa, e
serrare i ritrovi politici, per la quale e pei quali i pensieri buoni si
facevano cattivi per la esagerazione, i cattivi peggiori per l'impeto.
Certamente questa riforma era da lodarsi, e sarebbe piaciuta ai buoni,
se al tempo medesimo si fosse data la independenza alla Cisalpina; ma
con la servitù ogni legge è cattiva, e le peggiori sono le buone, perchè
portano con se la menzogna, e fan credere che vi sia ciò che non v'è.
Ebbero i democrati ardenti avviso del disegno da un Montaldi
rappresentante, che chiamato alle congreghe segrete, nè appruovandole,
aveva svelato ogni cosa al consiglio dei giovani. Il romore fu grande;
le parole nei ritrovi non ancora chiusi, gli scritti nelle gazzette non
ancora frenate, furono in gran numero. Grande impressione massimamente
fece nel pubblico una orazione che sotto il nome supposto di Marco
Ferri, fu composta, data secretamente alle stampe, e sparsa
copiosissimamente in ogni parte della Cisalpina da un giovane
Piacentino, che aveva già stampato in Milano molte cose con non poca
lode. Grave, e forte orazione era questa: «E donde in te, uomo da nulla
(sclamava rivoltosi al giovane Trouvé il giovane Piacentino) donde in
te, piccolo straniero, barbaro per l'Italia, la podestà di tante e sì
gravi cose a dispetto nostro operare nella nostra repubblica? Dal tuo
direttorio? Ma come mai il direttorio Francese munito ti avrebbe di così
tirannica autorità, di una autorità, che in nessun tempo, in nessun caso
mai non fu delegata ad ambasciadore presso popolo amico? Come potrebb'ei
contraddire a se stesso, e detestare nella Cisalpina quello statuto, cui
con tanto fervore, con tanta severità protegge, e difende nell'ampio
recinto di sua giurisdizione? Come vorrebbe rapire in un istante a
repubblica sorella l'independenza, che, pochi mesi sono, le ha
guarentita con solenne trattato, e che tu, pochi dì fa, con sue patenti
lettere, e in apparato quasi trionfale a salutar sei venuto? Chi oserà
mai accagionare quei gravissimi quinqueviri dell'atroce e vile perfidia
d'avere occultamente preparata la violazione di un trattato nell'atto
medesimo, che di adempirlo fan pubblica testimonianza; di un trattato,
che ottenuto avendo la sanzione dei legislatori di Francia, non può
senza il loro consenso essere alterato, come non senza il previo
concerto coi direttori Cisalpini? Chi potrà mai credere, che quel tuo
governo, il quale non ha ricevuto che la delegazione di eseguire le
leggi in terra Francese, e sopra cittadini Francesi, usurpar voglia in
paese straniero, ed alleato l'autorità elettorale, legislativa,
esecutiva, tutta insomma la sovranità nazionale? Li Cisalpini sono
troppo giusti per recare a que' supremi governanti sì grave ingiuria.
No, non è vero, che fidata abbianti la missione di rovesciar lo statuto,
per cui esistono eglino medesimi: l'hanno difeso contro Europa tutta:
come nol faran trionfare di pochi oscuri oligarchi?
«Sei tu, novello Lisandro (benchè solo in male, e peggio a te s'attagli
siffatto nome) che vuoi poterti dar vanto di avere ricostituita una
repubblica in estranio paese, tu, che nel tuo proprio non meritasti mai
di sedere fra i settecento cinquanta, che le ordinarie leggi sanzionano.
Che altro infatti dimostra il giro tortuoso de' tuoi clandestini
maneggi? Per riverire, qual inviato di Francia, l'independenza
Cisalpina, ti recasti con pubblica magnifica pompa al palagio nostro
direttoriale, e il dì venti pratile andrà chiaro nei fasti della nostra
repubblica; per colpire oggi di morte questa independenza, ti rintani
nella più secreta parte del tuo alloggiamento; vi chiami un ambizioso, e
ribelle congedato ministro, un deputato adolescente, e tal altri da te
compro o ingannato; e con questi soli tenti, e disponi il tenebroso
lavoro. Nè sa nulla il supremo governo, nulla li ministri, nulla il
senato legislatore, nulla il popolo. Ma la patria vigilanza s'adombra e
bisbiglia, va in traccia dell'ambasciadore, e il cospiratore ritrova.
«Questa è dunque la fede, l'amicizia, la fraternità, che di Francia ne
apporti? questi li modi e le forme, onde la prima ambascerìa Francese
presso la novella repubblica condisci, ed onori? Questa la libertà, la
prosperità, che in Italia pretendi? Qual vasta materia di dire per que',
che mai non posero ne' tuoi fidanza! Diranno, che voi non prometteste
libertà agli Italiani, che per più agevolmente dominargli e spogliargli;
che oggi sotto pretesto di riforma, gli caricate di nuove catene, onde
viemmeglio continuare ad ismungergli, a dissanguargli; che l'oro, non la
libertà, è l'unico idolo vostro; che quella, d'ogni virtù maestra e
fonte, non è fatta per voi, nè voi per ella; infine, che la libertà
Francese sta tutta nelle parole, e negli scritti, negli ululati di
furibondi tribuni, e nelle declamazioni di perversi impudenti sofisti.
Ma v'è di più. Quei cangiamenti, che di tua despotica possanza, e con
tanta leggerezza effettuare intendi nello stato politico della
Cisalpina, saranno l'infallibil segnale della caduta della stessa
repubblica. Questo primo funesto esempio ne trarrà altri dopo di se. Ciò
sta in principio, ma sta molto più, se si badi al carattere dei
dominatori di una nazione. Nulla è durevole in Francia, dove
signoreggiano soltanto foga di novità, ambizione di dominio, furore di
parti, disorbitanze. Offeso in tal guisa l'Italiano nell'opposto suo
carattere, insultato così, ed isvilito, non avendo potuto ancora
riconoscersi, ordinarsi come a lui si conviene, sviluppare il suo genio,
e le sue forze, non potrà che abbandonarsi al primo conquistatore, che
si parrà a lui d'innanzi. Non è nei modi, che tu, di frivoli maestri più
frivolo allievo, apparasti sulla Senna, che le antiche repubbliche
Italiane stabilite, ed assodate si sono. Giudicane, se capace ne sei,
dalla loro durata a traverso dei secoli. Più di quattordici ne contava
la Veneta. Che è ella divenuta in due giorni nelle mani de' tuoi? Ti
vanta adunque di poter tu fortificare la repubblica Cisalpina....! Per
indole natìa, per l'esempio de' tuoi, per la forza pretoriana onde sei
cinto, forse potrai distruggere; edificare, consolidare non mai: non si
consolida distruggendo».
Sentì molto gravemente Trouvé il fatto, e condottosi in pompa al
direttorio, il richiedeva con parole aspre ed imperiose dell'arresto
dell'autore dell'orazione, per avere, come diceva, insultato la
repubblica di Francia. Gli fu risposto, non trovarsi in Milano i
caratteri di tale stampa, esser venuta di fuori; cercherebbero,
farebbero, non dubitasse: ma se la passarono con parole, perchè il
direttorio non ancora riformato amava il moto dell'oratore. Intanto
rimostrarono i consigli legislativi, rimostrò il direttorio, mandando
anche un uomo a posta a Parigi. Vi andò eziandio espressamente il
generale Brune, che era succeduto a Berthier, per rimostrare, perchè gli
piacevano i governi più popolari, e faceva professione di amatore
ardente di libertà.
Tutto fu indarno; Trouvé, al quale il direttorio, massimamente
Lareveillere-Lepeaux, per cui passavano principalmente le faccende
d'Italia portavano molta affezione, mandava ad effetto le accordate
deliberazioni. La notte dei trenta agosto chiamava in sua casa
centodieci rappresentanti, che non erano la metà di tutti: leggeva la
nuova constituzione, e le nuove leggi. Le appruovarono, chi per amore,
chi per forza, perchè aveva intimato loro, che tale era risolutamente la
volontà del direttorio di Francia, e che se non l'accettassero di buon
grado, l'avrebbe eseguita per forza. Nonostante alcuni ricusarono, e
sdegnati si ritirarono. Il giorno seguente l'opera si recava ad
esecuzione. Le soldatesche circondavano la sede dei consigli,
ributtavano con le bajonette i rappresentanti non eletti dalla riforma;
cacciavano dal direttorio Savoldi e Testi; vi surrogavano Sopransi e
Luosi: i rappresentanti renitenti scacciati dai consigli; Fantoni,
Custodi, Borghi, amatori vivissimi di libertà, e capi degli altri, posti
in carcere. La forza predominava. Fece Trouvé la nuova constituzione, e
finalmente dichiarò, parendogli di avere operato abbastanza, e bene
solidato l'imperio Francese in Lombardia, rimettere di nuovo l'autorità
legislativa nei consigli. In tale guisa venne fatta una riforma negli
ordini della Cisalpina, buona in se, viziosa pel modo. Ed ecco una
scena: una gran turba seguitava Ranza gridando, _che vuol Ranza, che
scartafaccio è quello_? Lo scartafaccio era la constituzione disfatta da
Trouvé, che Ranza vestito a lutto andava a seppellire nel campo del
Lazzaretto.
Brune, che era tornato a Milano, si mostrava scontento. Il direttorio,
che lo voleva mitigare, richiamava Trouvé, dandogli scambio con Fouché.
Attribuiva anche facoltà al generale di far mutazioni, non negli ordini
stabiliti dall'ambasciatore, ma nelle persone impiegate. Rimetteva in
carica i democrati più vivi; fora lungo e fastidioso il raccontare come
e quali. Le assemblee popolari, che chiamavano i comizi, accettavano la
constituzione di Trouvé. I democrati non se ne potevano dar pace. Ma tra
l'accettare e il non accettare non era differenza, la forza forestiera
reggeva lo stato. Non piacquero al direttorio nè Fouché nè Brune, l'uno
e l'altro, come credeva, troppo ardenti in quelle bisogne, e già si
vedeva apparire la nuova confederazione contro Francia. Mandava a Milano
Joubert in vece di Brune, Rivaud in vece di Fouché, strano inviluppo
d'uomini e di leggi tante volte mutate in pochi mesi da chi reggeva il
mondo con la forza, e la forza col capriccio. Non si mescolava Joubert
nelle riforme; perchè da uomo generoso e magnanimo com'egli era,
rispettava la independenza altrui, ed aveva grandi pensieri sopra
l'Italia. Rincominciava Rivaud l'opera di Trouvé. La notte dei sette
dicembre cingeva con soldatesche il corpo legislativo, che stava
deliberando sulle macchinazioni che si ordivano. Poi la mattina le
bajonette straniere cacciavano a forza i legislatori eletti da Brune,
rimettevano in carica di direttorio Adelasio, Luosi, e Sopransi cacciati
da lui. Fu imprigionato Visconti, frenata la stampa, serrati i ritrovi:
minacciaronsi i fuorusciti Napolitani di espulsione, i democrati
Cisalpini di carcere, se non moderassero le lingue, e gli scritti.
Divenne Rivaud padrone della Cisalpina. I democrati lo volevano
ammazzare, e pingevano sui loro scritti contro di lui non so che
coltello di Bruto; ma e' non fu nulla. In questa guisa la Cisalpina tra
la rabbia dei democrati, le speranze degli aristocrati, la prepotenza
delle soldatesche forestiere, il timore di tutti, se ne stava aspettando
i nuovi assalti dell'Austria.
Delle raccontate mutazioni fatte in Cisalpina per modo sì violento
levarono un grandissimo romore in Francia coloro, che o sedendo nei
consigli legislativi, o con le stampe addottrinando il pubblico,
contrastavano al direttorio. Luciano Buonaparte, fratello del generale,
servendosi dei principali pensieri dell'orazione di Marco Ferri, ne fece
una al consiglio dei cinquecento, la tirannide del direttorio, e la
violenza da lui usata in Cisalpina con gravissime parole detestando.
Questi discorsi si tenevano dagli opponenti piuttosto per odio del
direttorio che per amore della libertà, per la maggior parte di loro, e
fra tutti il primo Luciano, macchinavano già fin d'allora di mutare lo
stato, cambiar la constituzione, spegnere il direttorio, e chiamare alla
somma delle cose il generale Buonaparte. Così costoro, che per amore
della libertà, come dicevano, odiavano e laceravano di continuo gli
avvocati sedenti in direttorio, non avevano poi paura di un soldato
arbitrario e vittorioso, al quale tanto volentieri concorrevano tutti i
soldati di Francia.
Rispondevano per parte del direttorio Merlin, e Lareveillere-Lepeaux a
fine di giustificare le sue opere in Cisalpina, che la Cisalpina non
aveva mai avuto una constituzione legittima, perchè quella, che le aveva
dato Buonaparte, non era mai stata accettata dal popolo; ch'ella era
solamente un'ordinanza militare, non una vera e legittima constituzione;
che i Cisalpini si dovevano solamente riputare magistrati militari
instituiti col solo fine di governar il paese a tempo, e fino agli
ordini definitivi; che del rimanente la Francia aveva conquistato col
suo sangue la Cisalpina, e però aveva il diritto di farne il piacer suo.
Erano certamente queste risposte vere, ma sarebbero state più sincere, e
non meno oltraggiose per la Cisalpina, se fossero state confessate
prima, e quando la necessità non stringeva; perchè se la Cisalpina era
mera conquista, governata solamente alla soldatesca, e sottoposta ad un
espresso dominio militare dalla parte della Francia, non si vede che
cosa volessero significare le voci d'independente, che le si davano dal
direttorio, i saluti fatti alla independenza Cisalpina dall'ambasciatore
Trouvé, quel mandare e ricevere ambasciatori a quasi tutti, e da quasi
tutti i potentati d'Europa, come la Cisalpina faceva, e quel lamentarsi
del medesimo direttorio Francese, che l'Austria non l'avesse voluta
riconoscere, nè da lei accettato, nè a lei mandato ambasciatori.
I cambiamenti fatti per forza di soldatesche nella repubblica cisalpina
ai tempi del supremo dominio di Trouvé, di Brune e di Rivaud, così
comandando il Direttorio di Francia, diedero molto a pensare ai
Cisalpini e generalmente a tutti gl'Italiani. Si persuasero facilmente
che la Francia tutt'altra cosa voleva piuttostochè l'independenza loro,
e che dalle parole in fuori, che erano veramente magnifiche, essi erano
destinati a servitù o d'Austria o di Francia. Allora s'accorsero che era
per loro diventato necessario, seppure liberi e independenti volevano
essere, il camminare con le proprie gambe, e por mano essi stessi a
quello che per opera dei forestieri non potevano sperar di acquistare.
Surse in quel punto principalmente una setta la quale, contraria del
pari ai Francesi che ai Tedeschi, dagli uni e dagli altri voleva
liberare l'Italia, col fine di darle un essere proprio e independente.
Perlochè si unirono i capi in Milano, i principali dei quali erano i
generali Lahoz, Pino e Teuillet, e con questi Birago di Cremona, con
alcuni altri sì di Cisalpina che di altre parti d'Italia. Restarono
d'accordo che a questo scopo s'indirizzassero tutti i pensieri.
Deliberarono che le voci d'independenza si spargessero fra i popoli, che
si tirassero nell'unione quanti corpi di genti assoldate si potessero;
che a questo medesimo fine si facesse una intelligenza coi Romani e coi
Napolitani, e che ad ogni caso si formasse un'accolta di genti in
Romagna, perchè quindi, o nei circonvicini e piani paesi si spargesse, o
sul dorso degli Appennini si ritirasse, secondochè gli accidenti
richiederebbero. Per nutrire il disegno, ordinarono adunanze segrete,
che fra di loro corrispondevano, e la cui sede principale era in
Bologna; e siccome da Bologna, come da centro, queste adunanze si
spandevano, a guisa di raggi, tutto all'intorno negli altri paesi
d'Italia, così chiamarono questa loro intelligenza Società dei Raggi.
Questo tentativo era contrastato da coloro fra gli amatori della libertà
e dell'independenza, i quali, memori dei servigi fatti loro dai Francesi
che gli avevano liberati, alcuni dal carcere, altri dall'esilio, ed
altri anche da peggio, e persuasi che senza l'aiuto di Francia era
impossibile resistere ad un tempo stesso alla parte che in Italia
desiderava l'antico stato ed all'armi austriache, mal volentieri
sopportavano che, per acquistare un'independenza dubbia, si volesse non
solamente scostarsi dai Francesi medesimi, verso i quali protestavano
gratitudine, ma anche voltar l'armi contro di loro, ove le occorrenze
dei tempi il volessero. Fra questi ultimi più di tutti insisteva Cesare
Paribelli, il quale era stato mandato da Milano in Romagna ed a Napoli
per consultare su di queste faccende coi novatori del paese. Pure,
essendosi col tempo viepiù scoperto che il Direttorio di Francia aveva
l'animo troppo contrario alla libertà ed all'independenza d'Italia,
questi medesimi, e Paribelli principalmente, erano venuti a volere
l'independenza contro e a dispetto di tutti. Queste cose si tramavano, e
già i semi se ne spargevano; ma vennero poco dopo i tempi grossi e le
rotte dei Francesi, per le quali, soprabbondando una estrema forza di
genti settentrionali, tutti questi intendimenti diventarono vani.
Nondimeno le operazioni di Lahoz, che in progresso si racconteranno,
furono come immediato effetto, così piccola parte di questa vasta
macchinazione. A questo modo, independenti misti con servili, novatori
con perseveranti, repubblicani forestieri, che desolavano le terre
italiane, uomini boreali, che s'apprestavano a desolarle, componevano a
questo tempo i dolori ed i terrori della miseranda Italia.
LIBRO DECIMOQUINTO
SOMMARIO
Infelice condizione del re di Sardegna. Ginguené ambasciadore
di Francia a Torino. Suo discorso al re; sua opinione sul
governo regio del Piemonte. Gli amatori della repubblica si
adunano sui confini, e tentano di far rivoluzione. Generosi
lamenti di Priocca, ministro del re, sui casi presenti.
Battaglia di Ornavasso, in cui i repubblicani Piemontesi sono
vinti dalle truppe regie. Guerra tra Genova ed il Piemonte.
Brune e Ginguené sforzano Carlo Emanuele a dar loro la
cittadella di Torino. Indulto del re a favor degl'insorti.
Fatto lagrimevole della Fraschea. Schifosa mascherata fatta da
alcuni Francesi in Torino, e grave pericolo che ne nasce.
Ginguené richiamato: sue qualità. Il direttorio di Francia,
non si fidando del re di Sardegna, si risolve a torgli lo
stato, e manda a questo fine il generale Joubert. I Francesi
s'impadroniscono del Piemonte, sforzano il re a lasciarlo, e
vi creano un governo provvisorio. Atto d'abdicazione del re.
Sua continenza mirabile nell'andarsene. Lodi del ministro
Priocca. Manifesto di guerra del direttorio contro il re.
Generosa protesta di Carlo Emanuele, data in cospetto di
Cagliari di Sardegna.