ebbe i desiderj volti a pro degli uomini; ma non s'accorgeva, perchè
forse l'ambizione il trasportava, che quando regna la tirannide,
migliore e più onorevole partito è per un filosofo di ficcarsi in un
deserto, che comparire, qual messo di tiranni. Intanto si passava dai
complimenti ai negoziati, ingannandosi le due parti a vicenda; perchè,
contuttochè le dimostrazioni fossero pacifiche da ambi i lati, nissuna
voleva la pace, ed ambedue aspettavano il tempo propizio per correre
all'armi: nè il direttorio voleva lasciare quelle Napolitane prede, nè
il re di Napoli poteva tollerare, che la democrazìa sfrenata
romoreggiasse a' suoi confini. Sapeva il direttorio, che il re si era
molto sdegnato, dappoichè Berthier, e l'incaricato d'affari a Napoli
l'avevano richiesto con insolente imperio, che cacciasse da' suoi regni
tutti i fuorusciti Corsi, licenziasse il ministro Acton, desse il passo
ai soldati della repubblica per Benevento e Pontecorvo, che volevano
occupare a benefizio, come dicevano, di Roma; si confessasse il re
feudatario della repubblica Romana, ed a lei pagasse, come al papa, il
solito tributo annuale, e soddisfacesse finalmente senz'altra mora, dei
soldi corsi di detto tributo. Negava il re le superbe proposte, solo
consentiva a non più ricettare i fuorusciti. Il direttorio, volendo
mitigare l'amarezza, e lo sdegno concetto da Ferdinando per le insolenze
de' suoi agenti, aveva dato carico a Garat di racconciar la cosa.
Perlochè si venne ad un accordo, pel quale si stipulò, che i Francesi
ritirerebbero parte delle loro genti dai confini Napolitani, che la
repubblica Romana desisterebbe dalle sue richieste, che Benevento e
Pontecorvo, per amor della pace, si depositerebbero in mano del re: ma
il re, non si fidando delle dimostrazioni d'amicizia più sforzate che
spontanee, di coloro che contro la fede data o conquistavano per forza,
o sovvertivano per inganno, aveva con ogni più efficace modo armato il
suo reame. Ordinava, che di cinque regnicoli uno andasse soldato; che
ogni cinque frati o monache dessero, vestissero, ed armassero un
soldato; che ogni chierico provvisto d'un beneficio di mila ducati
d'entrata parimente fornisse un soldato; richiedeva finalmente i baroni
del regno, perchè levassero al modo stesso, ed assoldassero un grosso
corpo di cavallerìa. Queste provvisioni recate ad effetto non senza
qualche calore dal canto dei popoli, accrebbero il numero dell'esercito
sino in ottanta mila soldati. E siccome il dispendio per mantenere
un'oste sì numerosa era gravissimo, così il governo aveva posto mano
nelle rendite ecclesiastiche, accresciuto certi dazi, e perfino raccolto
le argenterìe delle chiese non del tutto necessarie alla celebrazione
dei riti religiosi. Già le truppe si avviavano ai confini, e un gran
corredo di artiglierìe si era mandato a guernire le fortezze,
principalmente quelle dell'Abruzzo. Quantunque poi l'ambasciatore Garat
non cessasse d'inculcare al direttorio, che i soldati Napolitani, per
bene armati e bene vestiti che fossero, sembravano piuttosto gabellieri
o frodatori, che buoni soldati, non se ne stava il direttorio senza
apprensione, trovandosi privo in Italia de' suoi migliori soldati, e del
suo miglior capitano, e non sapendo a qual partito sarebbe per
appigliarsi l'Austria, che di nuovo diventava minacciosa e renitente.
Garat, o che solo volesse scoprire le vere intenzioni del re, o che
credesse intimorirlo, siccome quegli che aveva la mente molto accesa
sulla potenza della sua repubblica, gl'intimava, non senza le solite
parole superbe, che disarmasse, e riducesse l'esercito allo stato di
pace. Confidava, che Ferdinando sarebbe calato a condiscendere, perchè
reggeva allora, fra gli altri ministri, lo stato il marchese del Gallo,
che aveva indole propensa pei Francesi, e siccome uno dei negoziatori
del trattato di Campoformio, si conghietturava, che avesse pensieri
favorevoli alla pace. Dispiacquero e la domanda, e la forma di lei: se
ne dolse il Napolitano governo al direttorio addomandandolo del richiamo
di Garat. Aggiunse, o vero si fosse o supposto, che egli si era
mescolato coi novatori, dando loro promesse, o stimoli troppo poco
convenienti alla qualità di ambasciadore. Attribuiva verisimile colore
alle allegazioni la domanda fatta dall'ambasciadore, perchè si
liberassero i carcerati per delitti di stato.
Il direttorio, che non era ancora ben sicuro delle cose d'Egitto e
d'Europa, richiamava Garat, mandando in iscambio Lacombe San Michel,
repubblicano assai vivo, ma più cupo, e non tanto favellatore, quanto il
suo antecessore. Era il suo mandato, che temporeggiasse ed accarezzasse;
poi quando fosse venuto il tempo, fortemente insistesse, perchè Napoli
cessasse da ogni preparamento ostile, e si rimettesse nuovamente nella
condizione di pace. Dal canto suo il re, che non vedeva fra tante
cupidigie e tante fraudi altra salute per lui, che le armi, non solo non
cessava da loro, ma ogni giorno vieppiù le aumentava. A questo, dopo
avute le novelle d'Egitto, tanto più volentieri, e più pertinacemente si
risolveva, quanto più gli era ignoto, che la Francia era contro di lui
molto sdegnata per aver fatto solenni dimostrazioni di allegrezza alla
fama della vittoria acquistata dagl'Inglesi ad Aboukir. Parve, che
Napoli tutta, e tutto il regno in quel trionfo Inglese trionfassero,
tanti furono i rallegramenti e le feste. La nappa stessa Inglese in
tanto ardore fu inalberata da quei popoli comunemente, e tutti
esclamavano, essere giunto il tempo della vendetta Napolitana, e della
rovina Francese. Ferdinando stesso era andato ad incontrar sul mare
Nelson vittorioso, quando se ne venne a Napoli per racconciar le navi
rotte nella battaglia, ed il condusse al suo palazzo a guisa di
trionfatore fra l'accolta moltitudine, che non cessava di gridare, _viva
Nelson, viva l'Inghilterra!_ Poi gli fece copia, a racconcio delle navi,
delle sue armerìe ed arsenali. Come queste cose sentisse la Francia
repubblicana, ciascuno sel può pensare. Pure se ne stava aspettando,
serbando l'ira e la vendetta a tempi più favorevoli; ed anche
l'infortunio di Aboukir l'aveva se non intimorita, fatta più cauta. Così
era in Napoli volontà di guerra, ed era anche in Parigi, ma più coperta.
In questo mezzo tempo le macchinazioni Inglesi avevano sortito l'effetto
loro, perchè l'invasione dell'Egitto, siccome gl'Inglesi avevano
avvisato, la vittoria di Nelson, e medesimamente le esortazioni delle
corti Europee presso al Divano avevano per modo operato, che la Porta
Ottomana si era scoperta nemica alla Francia, e le aveva intimato la
guerra. Accidente tanto grave cambiò ad un tratto le condizioni di tutta
Europa, e spianò la strada ad una nuova confederazione contro la
Francia. Erano l'esercito Italico, ed il suo capitano, l'uno e l'altro
tanto formidabili, in paese lontano senza speranza di poter tornare a
soccorrere la patria loro nei campi di Europa. La guerra di Turchìa con
Francia toglieva il timore, che la prima potesse adoperarsi in favore
della seconda ed apriva l'adito sicuro alla Russia di correre in aiuto
dell'Austria. Stipulavasi anche per le medesime cagioni, e per maggiore
sicurezza della Russia, un trattato di pace, e d'alleanza tra lei e la
Turchìa. Già le schiere Moscovite s'incamminavano alla volta di
Germania: Paolo imperatore si versava con tutto l'empito suo contro
Francia. Si sapeva oltre a ciò, che gl'Italiani erano sdegnati per le
esorbitanze dei repubblicani; che gli Svizzeri erano molto più, e si
sperava, che lo sdegno di questi popoli fosse per riuscire di non poco
aiuto alla guerra. Quella vasta mole repubblicana, che il terrore aveva
fondato, cessato il terrore, s'accostava alla sua ruina.
Tutte queste cose non erano ignote a Ferdinando, e considerato oltre a
questo, che tutte le genti Francesi, che allora erano in Italia raccolte
insieme, non sommavano gran pezza al numero delle sue, e che i
repubblicani già inferiori di numero, erano dispersi quà e là nei
presidj della Cisalpina, dello stato Veneto, del Piemonte, e della
Romagna, credè di poter chiarire l'animo suo senza pericolo, e di poter
far la guerra da se con frutto contro la Francia, senza aspettare il
tempo, in cui gli altri suoi confederati, principalmente l'Austria e la
Russia, avrebbero potuto venire in suo soccorso. Aveva anche udito le
novelle, che per la lega fatta tra la Russia e la Turchìa, le flotte
confederate, passati i Dardanelli, arrivavano alle fazioni dell'Jonio
contro gli occupatori delle isole Veneziane poste in questo mare. Gli
pareva altresì da non doversi lasciar raffreddare la fama della vittoria
d'Aboukir, e la presenza del vincitore Nelson, che col suo consiglio, e
con la sua forza si dimostrava pronto ad aiutar l'impresa, grandemente
il confortava a cominciarla. Accrebbero questi desiderj le novelle, che
gl'isolani di Malta si erano ribellati ai Francesi, e tolto loro l'uso
della campagna, gli avevano sforzati a ritirarsi alle fortezze. Alla
risoluzione medesima inclinava Napoli pensando, che se facesse da se,
coglierebbe maggiori frutti della vittoria, perchè la cupidigia di aver
Fermo con alcune altre terre della Marca, e la speranza di aversi a
liberare dalle pretese della santa sede pel benefizio della sua
ristaurazione in Roma, non gli erano ancora uscite di mente. Finalmente
aveva testè udito, che i Francesi, che si erano accorti dei moti di
Napoli, e dei nuovi pensieri dei principi contro di loro, erano venuti
nell'antica deliberazione del direttorio di farsi signori della Toscana,
e di porre anche le mani addosso al gran duca, se a tale estremo gli
accidenti gli sforzassero. Nè si dubitava, che i repubblicani assaliti
quasi all'improvviso, e innanzi che avessero tempo di provvedersi,
avessero presto a cedere del tutto le terre Italiane.
Il re risolutosi del tutto alla guerra, domandava ai Francesi quello, a
che sapeva che ei non potevano consentire, e questo fu, che sgombrassero
da tutti gli stati pontifici, e l'isola di Malta, sulla quale pretendeva
ragioni di sovranità, in poter suo rimettessero: chiamava l'una e
l'altra occupazione novità fatte, violazioni manifeste delle condizioni
stipulate, e dei confini accordati nel trattato di Campoformio. Il
direttorio, contuttochè si vedesse in pericolo di guerra imminente colle
principali potenze d'Europa, rispose risolutamente, non poter consentire
alle domande, giudicando benissimo, che l'inchinarsi a tali condizioni
era peggio che perdere tre battaglie campali. Per la qual cosa
pubblicava Ferdinando da San Germano, perchè già si era condotto ai
confini con tutte le sue genti, un manifesto, pel quale mostrandosi
sdegnato per la occupazione dello stato Romano e di Malta, bandiva al
mondo, aver preso le armi per allontanare dai suoi dominj ogni danno e
pericolo, per restituire il patrimonio della chiesa al suo vero e
legittimo signore, per ristorarvi la cattolica religione, per cessarvi
l'anarchia, le stragi, le rapine: protestava al tempo stesso, non volere
muover guerra contro alcun potentato, ma solo provvedere alla sicurezza,
ed all'onore della religione; lui stesso, diceva, essere venuto co' suoi
invitti soldati a così santa opera, proteggerebbe i buoni ed i virtuosi,
accorrebbe con affetto paterno i traviati che si volessero ridurre al
buon sentiero, ed a penitenza; dimenticassero, inculcava, ogni ingiuria,
spegnessero ogni desiderio di vendetta, imitassero la reale
comportazione, solo intenta a far fiorire nuovamente la religione, la
quiete, e la giusta libertà di tutti. Esortava finalmente i capi d'ogni
esercito estero a ritirarsi incontanente dal territorio Romano, ed a non
ingerirsi più oltre negli accidenti di questo stato, la cui sorte per
ragione di vicinanza, e per altri legittimi motivi principalmente
interessava la sua regia potestà.
Dalle parole trapassava tosto ai fatti: partito l'esercito in tre parti
marciava alla volta delle Romane terre. Era venuto per consigliare il re
sulle faccende di guerra il generale Austriaco Mack, mandato a questo
fine dall'imperatore Francesco. Fu suo disegno in questa mossa, sapendo
che i Francesi erano dispersi in alloggiamenti lontani fra di loro, e
sperando che i popoli tumultuerebbero in favor dei Napolitani, di
occupare un gran tratto di paese. Confidava, che gli avversarj sarebbero
stati circondati, e presi senza molto sangue. Perlocchè aveva Mack in
tale modo ordinato l'assalto, che la più grossa schiera condotta da lui
medesimo, avendo con se il principe ereditario di Napoli, per la strada
degli Abruzzi, se ne gisse contro Fermo, e se la fortuna si mostrasse
favorevole, a porre il campo sotto Ancona, terra munita di una
cittadella forte, ma con presidio debole, perchè una parte era stata
mandata a rinforzare Corfù minacciato dalle armi Ottomane e Russe. Era
suo intento, che questa schiera tagliasse il ritorno ai Francesi verso
la repubblica Cisalpina. L'altra colonna guidata dal re, che aveva con
se per moderatore Colli, aveva carico di far impeto direttamente contro
Roma serbata espressamente al trionfo di Ferdinando. Ma pensiero di
colui, che aveva ordito tutta questa macchina militare, era altresì di
tagliare la strada ai Francesi per la Toscana. Fu quest'opera commessa
ad una terza schiera sotto i comandamenti del generale Naselli: la parte
più grossa di lei posta su navi Inglesi e Portoghesi governate da Nelson
s'incamminava ad occupar Livorno. Ma perchè ella non fosse troppo
distante dalle genti che accennavano a Roma, si era dato opera, che la
minor parte, che obbediva al conte Ruggiero di Damas, fuoruscito
Francese, radendo i lidi verso Civitavecchia, se n'andasse ad occupare
quei luoghi della Toscana, che portano il nome di Presidj. Per tal modo
ordinato il disegno si mandava ad esecuzione. Il generale Championnet,
nelle mani del quale stava allora il supremo governo dei repubblicani in
quelle parti, aveva con se poca gente, nè certamente bastevole a far
fronte a tanta moltitudine, se i soldati Napolitani fossero stati pari
a' suoi per perizia e per valore; conciossiachè non avesse con lui, che
cinque reggimenti di fanti, uno di cavalleggieri, uno di dragoni, due
compagnie di artiglieri, numero forse che non sommava a dieci mila
soldati. Erano per verità con lui alcuni reggimenti Italiani, ma ei
faceva sopra di loro poco fondamento.
Il dì ventitrè novembre i Napolitani si muovevano al destino loro: già
la schiera guidata da Ferdinando, scacciate le poche genti repubblicane,
che le si pararono avanti, s'avvicinava a Terni. Mandava Championnet
domandando a Mack, qual ragione muovesse i Napolitani alla guerra contro
Francia. Rispondeva con troppo maggior alterigia che se gli convenisse,
che l'esercito di sua maestà Siciliana occupava il territorio Romano
sovvertito, ed usurpato dalla Francia contro la fede dei capitoli di
Campoformio; che il nuovo stato di Roma non era consentito nè dal re, nè
dall'imperatore, suo alleato; però andrebbe avanti, non commetterebbe
ostilità, se non se gli resistesse; se sì, commetterebbele contro
chiunque, e qual fosse il nome che si avesse. Replicava modestamente
Championnet, la repubblica Romana essere sotto la tutela della Francese,
e difenderebbela. Intanto non vedendosi, pel piccol numero de' suoi
soldati sparsi in luoghi lontani, pari al resistere a tanta piena, nè a
custodire tanta larghezza di paese, raccoglieva i suoi e gli mandava,
lasciando un sufficiente presidio in Castel Sant'Angelo, a far capo
grosso a Civita-Castellana. Ma udendo, che i Napolitani erano stati
ricevuti in Livorno, sebbene con protesta della neutralità violata per
parte dei magistrati del gran duca, che Viterbo e Civitavecchia si
levavano a rumore, che Ruggiero di Damas arrivava sui confini fra lo
stato ecclesiastico e la Toscana, soprattutto sentendo che Mack, sebbene
valorosamente, e non senza grossa strage dei regj combattuto dal
generale Lemoyne, si era impadronito di Fermo, e già accennava ad
Ancona, fece pensiero di ritirarsi più in su per le rive del Tevere, e
piantò i suoi alloggiamenti in Perugia, perchè temeva, che il generale
Napolitano gli tagliasse le strade dell'Apennino, per cui poteva avere
il suo ricovero sulle terre della Cisalpina. A Perugia poi raccoglieva
tutte le sue sparse genti, e vi trasferiva anche il governo Romano, che
aveva abbandonato, per la forza di quell'accidente improvviso, la sua
sede, lasciando Roma sicura preda dei regj. Trovarono qualche aderenza
di popoli nello stato pontificio, come era succeduto a Viterbo, ed a
Civitavecchia. Ma generalmente poco si muovevano, o tepidezza verso
l'antico governo del papa, o odio innato contro i Napolitani, o non
cessata paura delle armi repubblicane, che sel facessero. Che anzi in
alcuni luoghi, come a Terni, i paesani combatterono virilmente in favor
dei Francesi, e diedero loro campo di ridursi a salvamento. Entrava
Ferdinando trionfando in Roma il dì ventinove di novembre. Il
seguitavano i suoi soldati in bellissima mostra; il circondavano i primi
capi in magnifico arnese. Il popolo, che sempre si precipita cupidamente
sotto i nuovi signori, tratto piuttosto dalla novità, che dall'amore,
gli fece feste, e rallegramenti di ogni sorte: le Romane e le Napolitane
grida miste insieme erano un singolare spettacolo. Si rallegravano
dell'essere liberati da quel vivere tirannico e soldatesco, e si
auguravano, certo molto leggermente, tempi migliori; perciocchè non andò
gran pezza, che si accorsero come si può cambiar di signore, e non di
servitù. S'incominciava intanto a trascorrere in vituperj ed in fatti
peggiori dei vituperj, contro coloro che avevano seguitato il governo
nuovo, chiamandogli il popolo, o mosso da se, od incitato da altri, Atei
e Giacobini. I vituperj poi, ed i mali trattamenti trascorrevano, come
suol avvenire in simili casi, dai nocenti agl'innocenti, e si
manomettevano i Giacobini per odio pubblico, i non Giacobini per odj
privati. Non parlo dell'atterramento degli alberi della libertà, e della
ruina a furia di popolo del monumento eretto in Campidoglio all'ucciso
Duphot; perciocchè avesse pur voluto Dio, che a queste opere piuttosto
oziose che dannose si fossero rimasti, ma s'incominciava a far sangue, e
a demolir case. S'interpose Ferdinando, e fe' cessare i tumulti, creando
una milizia urbana, e confidandola ad un cavaliere Gennaro Valentino.
Instituì oltre a ciò un governo temporaneo d'uomini probi ed autorevoli,
che furono i principi Borghese, Aldobrandini e Gabrielli, il marchese
Massimi, ed un Ricci. Ma siccome i popoli, massimamente il Romano, non
stan fermi che alle provvisioni, così Ferdinando calava il prezzo del
pane; il che fece una grande allegrezza.
Intanto Roma si spogliava; nè meglio la città veneranda trattarono i
Napolitani che i Francesi, quantunque gli uni e gli altri si chiamassero
col nome di liberatori. Portarono le logge del Vaticano dipinte da
Raffaello, risparmiate, ed anche rispettate dai Francesi, lungo tempo le
vestigia della barbarie delle soldatesche Napolitane. Nè i quadri si
risparmiarono, nè le statue, nè i manoscritti sfuggiti alla rapacità
degli agenti del direttorio. Da tante enormità nacque, che il popolo
cominciò a desiderar Francia contro Napoli, e che molti fra i partigiani
del papa diventavano partigiani Francesi. Tali furono le opere
Napolitane in Roma; ma poco durarono, perchè era fatale, che in quella
nobile, e sventurata Roma, un dominio insolente in brevissimo giro di
tempo sottentrasse ad un dominio insolente; i quali accidenti saranno
per noi raccontati nel progresso di queste storie.
Era costume del direttorio di Francia, per sovvertire i paesi, di
accarezzare e fomentare i desiderosi di novità, o che tali fossero per
fin di bene, o per fin di male; ma conseguita la mutazione, i suoi
agenti più accarezzavano i cattivi che i buoni, perchè trovavano i primi
più arrendevoli, e meglio inclinati a servire ai desiderj loro. Tanto
più poi vezzeggiavano i cattivi, e trasandavano i buoni, quanto più
erano lontani i pericoli. Ma quando sovrastava un tempo forte, tosto si
davano a far le chiamate ai buoni, perchè questi per la virtù loro
avevano volti in lor favore gli animi dei popoli, il che era fondamento
di potenza. Da un'altra parte gli amatori veri di libertà tanto più vivi
si dimostravano, quanto più il paese loro aveva sembianza
d'indipendente, perchè il resistere alla tirannide pareva loro vano, ed
il non servire alla indipendenza, vile. Questi adunque sorgevano, quando
era data al loro paese, se non in fatti, almeno in parole, la
indipendenza, sperando di trovar modo di acquistarla vera e reale.
Quindi i dominatori, mettendosi in sospetto, usavano di ritrarre lo
stato dalle mani loro, ponendolo in balìa di coloro, che, o più vili o
più prudenti essendo, si accomodavano facilmente alle voglie dei
forestieri. Quindi nasceva, che assai più dei partigiani della potestà
regia, assai più dei fautori dell'aristocrazìa, e della oligarchìa
stessa, che per altro abborrivano, o fingevano di abborrire, gli agenti
del direttorio, odiavano gli amatori dell'indipendenza. Queste cose si
vedevano manifestamente in Cisalpina, dove essi allontanandosi
dagl'indipendenti, si accostavano ai novatori avidi di denaro e di
dominio, ed anche agli aristocrati, perchè sapevano che a questi, purchè
e' siano guarentiti, ed abbiano sicurezza contro gl'impeti e le
insolenze popolari, poco importa chi abbia il reggimento supremo in
mano. Per bene intendere queste cose, e' bisognerà incominciarle dal
loro primo principio. Aveva il direttorio di Francia fino a questo tempo
dominato in Liguria, ed in Cisalpina per la conquista; volle quindi
dominare per l'alleanza, condizione peggiore della prima, se gli
sfrenati modi non si cambiano, perchè quella comporta per se ogni cosa,
questa dovrebbe avere moderazione e regola. Stipulossi a Parigi il dì
ventinove di marzo, per forza dall'ambasciatore ordinario di Cisalpina
Visconti, volentieri dall'ambasciatore straordinario Serbelloni, un
trattato d'alleanza fra le due repubbliche, Francese e Cisalpina, i cui
principali capitoli furono i seguenti: che la repubblica Francese
riconosceva come potenza libera e indipendente la Cisalpina, e le
guarentiva la sua libertà, la indipendenza, e l'abolizione di ogni
governo anteriore a quello, che attualmente la reggeva; che vi fosse
pace ed amicizia perpetua fra ambedue; che vi fosse alleanza, e che la
Cisalpina stesse, così per le difese come per le offese, a favore della
Francia; che la Cisalpina avendo domandato alla Francese un corpo, che
fosse bastante a conservare la sua libertà, indipendenza, e quiete, e
così pure a preservarla da ogni insulto da parte de' suoi vicini, si era
convenuto fra le due repubbliche, che la Francese manterrebbe nella
Cisalpina, per tanto tempo per quanto non fosse altrimenti convenuto,
ventiduemila fanti, duemila cinquecento cavalli, cinquecento artiglieri
sì da piè che da cavallo, e che per questo la Cisalpina pagasse alla
Francese ogni anno diciotto milioni di franchi, ogni mese un milione
cinquecentomila franchi; che obbedissero queste genti, e così ancora
quelle della Cisalpina ai generali Francesi. L'ambasciatore Visconti,
siccome quelli a cui pareva, che questo trattato significasse tutt'altra
cosa piuttosto che alleanza ed indipendenza, non gli voleva consentire.
Ma ebbe ad udire dal ministro di Francia il suono di queste parole, che
la repubblica Francese avendo creato la Cisalpina, poteva anche
distruggerla, se volesse. Il che era verissimo, ma certamente nè
generoso, nè consentaneo alle belle parole, nè conducente a
indipendenza. Perciò Visconti non istette ad aspettar altro, e
sottoscrisse il trattato.
Arrivato quest'accordo in Cisalpina, vi sorse uno sdegno grandissimo: i
consigli legislativi nol volevano ratificare. Scriveva pubblicamente
Berthier, che da Roma se n'era venuto a Genova per andarsene alla
spedizione d'Egitto, che quel trattato era la salute della Cisalpina, se
ella il ratificasse. Altri sottomano insinuavano, che se ratificasse,
sarebbe ingrandita, se ricusasse, spenta.
Queste promesse e queste minacce operarono di modo che i consigli
ratificarono, non senza però molti discorsi contrari, e molta discordia.
Gli amatori dell'indipendenza se ne sgomentarono, molti mali umori
nascevano nella repubblica. S'aggiunse che i due quinqueviri Moscati e
Paradisi, e nove dei consigli legislativi, che più vivamente degli altri
si erano versati al trattato, avevano ricevuto sforzata licenza dal
direttorio di Francia. Di più si fe' dire e stampare, che fossero
fautori dell'Austria, e nemici della Francia; delle quali allegazioni si
può dire, che è dubbio, se siano o più ridicole, o più false. Ma la
persecuzione non si rimase alle parole; perchè alcuni degli oppositori
furono anche carcerati. Si conturbavano le menti a questi eccessi; si
temevano cose peggiori.