— Sì, come i viaggi di divertimento dei giorni scorsi, ove piovevano le

palle e dove si era spinti nelle trappole.

— Del resto, se voi avete paura, sig. Planchet, riprese d'Artagnan, io

anderò senza di voi; amo meglio viaggiar solo, che avere un compagno

che trema.

— Il signore mi dice un'ingiuria, disse Planchet; mi sembra però che mi

abbiate veduto alla prova.

— Sì, ma io credeva che aveste consumato il vostro coraggio tutto in

una volta.

— Il signore vedrà, nell'occasione, che me ne è rimasto ancora;

soltanto io prego il signore di non esserne troppo prodigo, se vuole

che me ne rimanga per un lungo tempo.

— Credi tu di averne una certa dose da dispensare questa sera?

— Lo spero.

— Ebbene! io conto su di te.

— All'ora indicata sarò pronto; io credeva però che il signore non

avesse che un solo cavallo alla scuderia delle guardie.

— Può darsi che ancora in questo momento non ve ne sia che uno, ma

questa sera ve ne saranno quattro.

— Sembra che il vostro viaggio sia stato un viaggio di rimonta.

— Precisamente, disse d'Artagnan.

E avendo fatto a Planchet un ultimo gesto di raccomandazione, sortì.

Il sig. Bonacieux era sulla porta; l'intenzione di d'Artagnan era di

passare oltre senza parlare al degno merciaio, ma questi gli fece un

saluto così dolce e così benigno, che fu forza al suo locatario, non

solamente di renderglielo, ma di legare eziandio conversazione con lui.

E d'altronde come mai non avere un poco di condiscendenza con un

marito la cui moglie vi ha dato un appuntamento per la sera stessa a

Saint-Cloud, dirimpetto al padiglione del sig. d'Estrées? D'Artagnan si

avvicinò coll'aria la più amabile che potesse assumere.

La conversazione cadde naturalmente sulla carcerazione del povero

uomo. Il sig. Bonacieux che ignorava che d'Artagnan avesse intesa la

sua conversazione con l'incognito di Méung, raccontò al suo giovane

locatario le persecuzioni di quel mostro del sig. Lasseman, che non

cessò di qualificare, durante tutto il suo racconto, col titolo di boia

del ministro, e si estese lungamente sulla Bastiglia, i catenacci, le

toppe, gli spiragli, le inferriate e gli strumenti di tortura.

D'Artagnan l'ascoltò con una compiacenza esemplare, quindi allorchè

ebbe finito:

— E la signora Bonacieux, disse egli infine, sapete voi chi l'avesse

rapita? perchè non dimentico che fu in questa dispiacevole circostanza,

che io ebbi la fortuna di fare la vostra conoscenza.

— Ah! fece Bonacieux, si sono bene astenuti dal dirmelo, e mia

moglie dal canto suo mi ha fatto i più solenni giuramenti di non

saper niente. Ma voi stesso, continuò Bonacieux col tuono della più

perfetta bonarietà, che cosa è accaduto di voi nei giorni passati? Io

non ho veduto nè voi, nè i vostri amici, e non raccoglieste certo sul

lastricato di Parigi, io credo, tutta la polvere che Planchet sbatteva

ieri da' vostri stivali.

— Voi avete ragione, mio caro sig. Bonacieux, i miei amici ed io

abbiamo fatto un piccolo viaggio.

— Siete andati lontani di qui?

— Oli! mio Dio, no! a una quarantina di leghe soltanto, noi siamo stati

ad accompagnare il sig. Athos alle acque di Forges ove sono rimasti i

miei amici.

— E voi siete ritornato, non è vero? riprese il sig. Bonacieux dando

alla sua fisonomia un'aria la più maligna. Un bel giovine come voi

siete, non ottiene dei lunghi congedi dalla sua amica e voi eravate

aspettato con impazienza a Parigi, non è vero?

— In fede mia, disse ridendo il giovine, ve lo confesso, tanto più,

mio caro sig. Bonacieux, che io vedo non esservi niente di nascosto per

voi; sì, io era aspettato, e con molta impazienza, ve ne garantisco.

Una nube leggiera passò sulla fronte del sig. Bonacieux, ma tanto

leggiera, che d'Artagnan non se ne accorse nemmeno.

— E noi adesso riceveremo la ricompensa della nostra diligenza?

continuò il merciaio con una leggiera alterazione di voce, alterazione

che d'Artagnan non rimarcò, come aveva fatto della nube momentanea che

un istante prima, aveva intorbidata la figura del degno galantuomo.

— Ah! dunque fate il buon profeta, disse ridendo d'Artagnan.

— No, ciò che vi dico, riprese Bonacieux, è soltanto per sapere se voi

ritornate tardi.

— E perchè questa interrogazione? mio caro ospite, domandò d'Artagnan;

contate forse di aspettarmi?

— No, è perchè dopo il mio arresto e il rubamento che fu fatto

in mia casa, io mi spavento ogni volta che odo aprire una porta e

particolarmente di notte. Diamine! che volete, io non sono un uomo di

spada!

— Ebbene! non vi spaventate adunque se io ritorno a un'ora o due dopo

la mezzanotte; non vi spaventate egualmente se non ritorno del tutto.

Questa volta Bonacieux divenne così pallido, che d'Artagnan non potè

ammeno di non accorgersene, e gli domandò che cosa aveva.

— Niente, rispose Bonacieux, niente, dopo le mie disgrazie, io vado

soggetto a delle debolezze che mi assalgono ad un tratto, ed in questo

momento ho avuto un brivido. Non fate attenzione a questo, voi che non

dovete occuparvi che di esser felice.

— Allora io ho molte occupazioni, perchè lo sono.

— Non ancora; aspettate adunque, voi avete detto, questa sera.

— Ebbene! grazie a Dio, questa sera verrà! o forse voi l'aspettate

con tanta impazienza quanto me. Forse questa sera la sig. Bonacieux

visiterà il domicilio coniugale.

— La sig. Bonacieux questa sera non è libera; rispose con gravità il

marito; ella si trattiene al Louvre pel suo servizio.

— Tanto peggio per voi, mio caro ospite, tanto peggio; quando io sono

felice, vorrei che tutti lo fossero; ma sembra che non sia possibile.

E il giovine si allontanò ridendo a più potere dello scherzo che lui

solo, si credeva, poteva comprendere.

— Divertitevi bene, rispose Bonacieux con un accento sepolcrale.

Ma d'Artagnan era già troppo lontano per sentirlo, e se lo avesse anche

sentito, era in tali disposizioni di spirito, che certamente non lo

avrebbe rimarcato.

Egli si diresse verso l'abitazione del sig. de Tréville: la sua visita

del giorno innanzi era stata, si ricorderà, cortissima, e troppo poco

esplicativa.

Trovò il sig. de Tréville in tutta la gioia della sua anima. Il re e

la regina erano stati graziosi verso di lui al ballo. È vero che il

ministro era stato perfettamente sgarbato. A un'ora dopo mezzanotte

il ministro si era ritirato sotto il pretesto di essere indisposto.

In quanto alle Loro Maestà, erano ritornate al Louvre alle sei ore del

mattino.

— Ora, disse il sig. de Tréville, abbassando la voce, ed esaminando

con lo sguardo tutti gli angoli dell'appartamento, per vedere se essi

erano veramente soli, ora parliamo di voi, mio giovane amico; poichè è

evidente che il vostro felice ritorno ha parte in qualche modo nella

gioia del re, nel trionfo della regina e nella umiliazione del sig.

duca di Richelieu. Ora si tratta di sapervici mantenere.

— E che ho io a temere, rispose d'Artagnan fino a tanto che avrò la

fortuna di godere il favore delle Loro Maestà?

— Tutto, credete: il ministro non è uomo da dimenticare una

mistificazione, fino a tanto che non avrà regolati i suoi conti col

mistificatore, e il mistificatore mi ha la ciera di essere un certo

giovane di mia conoscenza.

— Credete voi che il ministro sia tanto avanti quanto voi, e sappia che

io sono stato a Londra!

— Diavolo! voi siete stato a Londra! è forse da Londra che voi portate

questo bel diamante che brilla al vostro dito? siate in guardia, mio

caro d'Artagnan, non è una buona cosa un regalo da un nemico, vi sono

certi versi latini... aspettate...

— Sì, senza dubbio, rispose d'Artagnan che non aveva mai potuto

razzolare le prime regole dei rudimenti di questa lingua, e che, per

la sua ignoranza, aveva fatto disperare il suo precettore; sì senza

dubbio, ve ne deve essere uno.

— Ve ne è uno certamente, disse il sig. de Tréville che aveva una

tinta di lettura, ed il sig. Beuzerade me lo citava l'altro giorno...

aspettate dunque. Ah! eccolo.

_Timeo Danaos et dona ferentes._

che vuol dire: _temo i Greci anche quando portano doni_, ossia

diffidate del nemico che fa dei regali.

— Questo diamante non viene da un nemico, signore, riprese d'Artagnan,

viene dalla regina.

— Dalla regina! oh! oh! disse il sig. de Tréville. Effettivamente è un

vero anello reale che vale mille doppie come un soldo. E per mezzo di

chi vi ha la regina fatto consegnare questo regalo?

— Me lo ha dato ella stessa.

— E dove?

— Nel gabinetto attiguo alla camera ove cambiò di toaletta.

— Come?

— Dandomi la sua mano a baciare.

— Voi avete baciato la mano della regina? gridò il signor de Tréville

guardando d'Artagnan.

— Sua Maestà mi ha fatto l'onore di accordarmi questa grazia.

— E ciò in presenza di testimoni? imprudente! tre volte imprudente!

— No, signore, rassicuratevi; nessuno ha veduto, riprese d'Artagnan.

E raccontò al sig. de Tréville come erano andate le cose.

— Oh! donne! gridò il vecchio soldato, io le conosco bene dalla loro

immaginazione romanzesca; tutto ciò che sa di misterioso, è loro caro.

Così avete veduto il braccio, e niente altro? voi potreste incontrare

la regina che non la riconoscereste! ella potrebbe incontrar voi e non

saprebbe chi voi siete.

— No, ma mercè questo diamante... riprese il giovane.

— Ascoltate, disse il sig. de Tréville, volete voi che io vi dia un

consiglio, un buon consiglio, un consiglio da amico?

— Voi mi farete un onore, signore, disse d'Artagnan.

— Ebbene! ebbene! andate dal primo gioielliere che trovate, e

vendetegli questo diamante per quello che vi darà; per quanto ebreo

possa essere, voi ne ritroverete sempre ottocento doppie. Le doppie

non hanno nome, giovinotto; e questo anello ne ha uno terribile, e che

potrebbe tradire quello che lo porta.

— Io vendere questo anello? un anello che mi è stato dato dalla mia

sovrana? mai! disse d'Artagnan.

— Allora voltate la pietra dal lato interno della mano, povero ragazzo,

perchè si sa che un cadetto di Guascogna non ritrova simili gioielli

nello scrigno di sua madre.

— Voi dunque credete che io abbia qualche cosa da temere? domandò

d'Artagnan.

— Vale a dire, giovane, che quegli che si addorme sopra ad una mina

colla miccia accesa, deve riguardarsi, al vostro confronto, più sicuro

di voi.

— Diavolo! disse d'Artagnan che cominciava ad inquietarsi del tuono

di sicurezza con cui parlava il sig. de Tréville: Diavolo! e che cosa

dovrò dunque fare?

— Prima di tutto star sempre in guardia. Il ministro ha la memoria

tenace e la mano lunga, siate sicuro che vi giuocherà qualche brutto

giuoco.

— Ma quale?

— Lo so io forse? non ha egli al suo servizio tutte le cabale del

demonio? il meno che vi possa accadere è di essere arrestato.

— Come! si oserebbe arrestare un uomo al servizio di Sua Maestà?

— Perdinci! non si sono presi pena per Athos; in ogni modo, giovane

pazzarello, credete ad un uomo che sta alla corte da trent'anni, non vi

addormite nella vostra sicurezza, o sarete perduto. Anzi al contrario,

e sono io che ve lo dico, temete un nemico dappertutto e in tutti.

Se vi si muove contesa evitatela, fosse ancora un fanciullo di dieci

anni che ve la muovesse; se veniste attaccato di notte o di giorno,

battetevi sempre in ritirata senza alcun disonore; se traversate un

ponte, esplorate prima l'assito per timore che una panca vi venga meno

sotto i piedi; se passate davanti ad una casa che si sta fabbricando,

guardate bene in aria per timore che non vi cada una pietra sulla

testa; se ritornate a casa tardi la sera, fatevi seguire dal vostro

lacchè, e che il vostro sia armato, semprechè possiate fidarvi dello

stesso lacchè; diffidate di tutti, del vostro amico, e della vostra

amica in particolare.

D'Artagnan arrossì.

— Della mia amica! ripetè malinconicamente, e perchè piuttosto di lei

che di un altro?

— È perchè le amiche sono uno dei mezzi favoriti del ministro, e non

ve ne è uno che non sia più speditivo. Una donna vi vende per dieci

doppie, testimonio Dalila.

D'Artagnan pensò all'appuntamento che gli aveva dato la signora

Bonacieux per quella sera; ma noi dobbiamo dire a lode del nostro eroe,

che la cattiva opinione che il sig. de Tréville aveva delle donne

in generale, non gli inspirò il menomo sospetto contro la sua bella

padrona di casa.

— Ma a proposito, che cosa è avvenuto dei vostri tre compagni.

— Io stava per chiedervi se voi ne avete avuto notizie.

— Nessuna, signore.

— Ebbene! io li ho lasciati sulla mia strada. Porthos a Chantilly, con

un duello sulle braccia; Aramis a Creve-Coeur, con una palla in una

spalla, e Athos ad Amiens con un accusa di monetario falso sul corpo.

— Vedete, disse de Tréville; e come avete fatto a salvarvi.

— Per un miracolo signore; io debbo dirlo, per un colpo di spada nel

petto, e rovesciando il signor conte de Wardes, nel bosco vicino alla

città di Calais, inchiodandolo come una farfalla ad un quadro.

— Vedete voi ancora! Wardes, un agente del ministro, un cugino di

Rochefort; sentite, mio caro amico, mi viene un'idea.

— Dite signore.

— Nel vostro posto io farei una cosa.

— E quale?

— Mentre che Sua Eccellenza mi facesse cercare a Parigi senza

trombetta, riprenderei la strada di Piccardia, e me ne anderei a

cercare le notizie dei tre miei compagni. Che diavolo! meritano essi

bene questa piccola attenzione per parte vostra.

— Il consiglio è buono, signore, e domani io partirò.

— Domani! e perchè non questa sera?

— Questa sera, signore, io son trattenuto a Parigi per un affare

indispensabile.

— Ah! giovinotto! qualche amoretto. State in guardia, ve lo ripeto,

è la donna che ha perduto tutti quanti noi siamo, e che perderà tutti

quanti noi saremo. Credetemi, partite questa sera.

— Impossibile, signore.

— Avete voi impegnata la vostra parola?

— Sì, signore.

— Allora è un'altra cosa; ma promettetemi, se non siete ucciso questa

notte, che partirete dommattina.

— Ve lo prometto.

— Avete voi bisogno di denaro?

— Ho ancora cinquanta doppie. Ciò è quanto mi abbisogna, io credo.

— Ma i vostri compagni?

— Credo che non ne debbano esser privi; noi partimmo da Parigi,

ciascuno con settantacinque doppie in saccoccia.

— Vi rivedrò prima della vostra partenza?

— No, che io creda, ammenochè non vi sia qualche novità.

— Andiamo, buon viaggio.

— Grazie, signore.

E d'Artagnan prese congedo dal signor de Tréville, commosso più che mai

della sua sollecitudine tutta paterna per i suoi moschettieri.

Passò successivamente nelle case di Athos, Porthos ed Aramis, ma

nessuno di essi era ritornato; i loro lacchè erano assenti, e non si

aveva notizia alcuna di essi.

Egli si sarebbe volentieri informato di loro presso le loro amiche, ma

non conosceva nè quella di Porthos nè quella di Aramis; in quanto ad

Athos non ne aveva.

Passando davanti alla caserma delle guardie, dette un colpo d'occhio

alla scuderia: dei quattro superbi cavalli, tre erano già venuti.

Planchet tutto abbagliato, stava per mettersi a strigliare il terzo,

avendo già finito i due primi.

— Ah! signore; disse Planchet, scorgendo d'Artagnan, quanto sono

contento di vedervi.

— E perchè, Planchet? domandò il giovane.

— Avreste voi confidenza nel sig. Bonacieux nostro ospite?

— Io! niente affatto.

— Oh! quanto fate bene, signore!

— Ma perchè mi fai questa domanda?

— Perchè! mentre discorrevate con lui, io lo osservava senza

ascoltarvi, signore; la sua figura ha cambiato due o tre volte di

colore.

— Bah!

— Signore, non avete rimarcato questo! preoccupato come eravate di

quella lettera che avevate ricevuta non avete rimarcato ciò; ma io, al

contrario, che stava all'erta pel modo strano con cui è entrata questa

lettera in casa, non ho perduto un movimento della sua fisonomia.

— E tu l'hai trovata...

— Traditora, signore.

— Davvero?

— Di più, tosto che il signore lo ebbe lasciato, e che passò l'angolo

della strada, il sig. Bonacieux ha chiusa la sua porta e si è messo a

correre per la strada opposta.

— Infatti, tu hai ragione, Planchet, tutto questo mi sembra un poco

strano, e sta tranquillo, noi non gli pagheremo il nostro affitto se

non ci ha spiegato categoricamente l'affare.

— Il signore celia, ma il signore vedrà.

— Che vuoi tu, Planchet! ciò che deve accadere, sta scritto.

— Il signore dunque non rinunzia alla sua passeggiata di questa sera?

— Tutto il contrario, Planchet! con quanto più io l'avrò contro il sig.

Bonacieux, tanto più andrò all'appuntamento che mi ha assegnato quella

lettera che tanto ti agita.

— Allora poi, se questa è la risoluzione del signore...

— Innamovibile, amico mio; così adunque a sette ore tienti pronto qui

al palazzo, io verrò a prenderti.

Planchet, vedendo che non vi era più alcuna speranza di fare rinunciare

al suo padrone il progetto, mandò un profondo sospiro e si mise a

strigliare il terzo cavallo.

In quanto a d'Artagnan, siccome in fondo era un giovine pieno di

prudenza, invece di rientrare in casa sua, se ne andò a pranzare da

quel prete guascone, che, nel momento di ristrettezza dei quattro

amici, aveva loro data una colezione di cioccolata.

CAPITOLO XXIV.

IL PADIGLIONE

A nove ore d'Artagnan era alla caserma delle guardie; egli trovò

Planchet, sotto le armi. Il quarto cavallo era giunto.

Planchet era armato col suo moschetto e con una pistola.

D'Artagnan aveva la sua spada, e mise alla sua cintura un paio di

pistole; quindi entrambi inforcarono un cavallo e partirono senza far

rumore. Era una notte oscura, e nessuno li vide sortire. Planchet si

mise dietro al suo padrone e camminava alla distanza di dieci passi.

D'Artagnan traversò il fiume, sortì dalla porta della conferenza, e

seguì il grazioso sentiero, molto più bello allora che in oggi, e che

conduce a Saint-Cloud.

Fino a tanto che furono in città, Planchet conservò rispettosamente la

distanza che si era imposta, ma quando il sentiero cominciò a divenir

più deserto e più oscuro, egli si avvicinò dolcemente, tanto bene, che

allorquando entrarono nel bosco di Boulogne, si ritrovò naturalmente

a camminare di fianco al suo padrone. Di fatto noi non dobbiamo

dissimulare che l'oscillazione dei grandi alberi e il riflesso della

luna sui tigli, gli cagionavano una viva inquietudine. D'Artagnan si

accorse che accadeva qualche cosa di straordinaria nel suo lacchè.

— Ebbene! sig. Planchet, gli domandò, che cosa abbiamo di nuovo?

— Non ritrovate voi, signore, che i boschi sono come le chiese?

— Perchè, Planchet?

— Perchè in questi non si osa parlare ad alta voce come in quelle.

— E perchè non osi tu parlare ad alta voce, Planchet? perchè hai paura.

— Paura di esser inteso? sì, signore.

— Di essere inteso! ma pure la nostra conversazione è morale, mio caro

Planchet, e nessuno potrebbe ritrovarvi che dire.

— Ah! signore, riprese Planchet ritornando alla sua idea primitiva, il

sig. Bonacieux ha pur qualche cosa di sinistro nel suo sopracciglio, e

di disgustoso nel movimento delle sue labbra!

— Che diavolo ti fa pensare a Bonacieux?

— Signore, si pensa a ciò che si può, e non a ciò che si vuole.

— Perchè tu sei un poltrone, Planchet.

— Signore, non confondiamo la prudenza con la poltroneria; la prudenza

è una virtù.

— Tu sei virtuoso, non è vero, Planchet?

— Signore, non è la canna di un moschetto quella che traluce laggiù, se

noi abbassassimo la testa?...

— In verità, mormorò d'Artagnan, a cui ritornavano in mente le

raccomandazioni del sig. de Tréville; in verità questo animale finirà

col farmi paura.

E mise il suo cavallo al trotto.

Planchet seguì il movimento del suo padrone, come se fosse stata

esattamente la sua ombra, e si ritrovò a trottare vicino a lui.

— Dovremo noi camminare così tutta la notte, signore? domandò egli.

— No, Planchet tu sei arrivato.

— Come! io sono arrivato, e voi, signore?

— Io vado ancora qualche passo più avanti.

— E il signore mi lascia qui solo?

— Tu hai paura, Planchet?

— No, ma io faccio osservare soltanto al signore, che la notte sarà

molto fredda, che la freschezza porta dei reumatismi, e che un lacchè

reumatizzato è un tristo servitore, particolarmente per un padrone

attivo come il signore.

— Ebbene se tu hai freddo, Planchet, entrerai in una di quelle bettole

che vedi laggiù, e mi aspetterai dommattina alle sei davanti alla

porta.

— Signore, io ho bevuto e mangiato rispettosamente lo scudo che mi

avete regalato questa mattina, dimodochè non mi resta neppur un soldo

traditore nel caso che avessi freddo.

— Ecco una mezza doppia. Addio, a domani.

D'Artagnan discese dal suo cavallo, infilò le redini nel braccio di

Planchet, e si allontanò rapidamente avviluppandosi nel suo mantello.

— Mio Dio! che freddo che ho! gridò Planchet, tostochè ebbe perduto di

vista il suo padrone.

E, ansioso come egli era per riscaldarsi, si affrettò di battere alla

porta di una casa adorna di tutti gli attributi di una bettola.

Frattanto d'Artagnan, che si era gettato in un piccolo sentiero di

traverso, aveva continuata la sua strada ed era giunto a Saint-Cloud,

ma invece di seguire la strada maestra, voltò dietro al castello,

entrò in una specie di viottolo molto appartato, e si trovò ben presto

dirimpetto al padiglione indicato. Esso era posto in un luogo del tutto

deserto. Un gran muro all'angolo del quale era questo padiglione, si

innalzava di fianco a questo viottolo e dall'altra una siepe difendeva

dai passeggieri un piccolo giardino nel fondo del quale si innalzava

una trista capanna.

Egli era giunto al luogo dell'appuntamento e siccome non gli era stato

detto di annunziare la sua presenza con alcun segnale, egli aspettò.

Nessun rumore si fece intendere, si sarebbe detto che erano a cento

leghe dalla capitale: d'Artagnan si appoggiò alla siepe, dopo aver dato

un colpo d'occhio dietro a se. Al di là di questa siepe, di questo

giardino e di questa capanna, una folta nebbia avviluppava l'immenso

spazio su cui dorme Parigi; immensità vuota, rumoreggiante, ove

brillavano alcuni punti luminosi, stelle funeree di questo inferno.

Ma per d'Artagnan tutti gli aspetti rivestivano una forma felice;

tutte le idee avevano un sorriso; tutte le tenebre diafane, l'ora

dell'appuntamento stava per suonare.

Infatti, in capo a qualche istante, il martello di Saint-Cloud lasciò

cadere lentamente dieci colpi sulla larga campana.

Vi era qualche cosa di lugubre in questa voce di bronzo, che si

lamentava in tal modo nel mezzo della notte.

Ma ciascuno di quei colpi che componevano l'ora aspettata, vibrava

armoniosamente sul cuore del giovane.

I suoi occhi erano fissi sul piccolo padiglione posto all'angolo del

muro, di cui tutte le finestre erano chiuse da persiane, eccettuatane

una sola al primo piano.

A traverso di questa finestra risplendeva una dolce luce che

inargentava il fogliame tremolante di due o tre tigli, che si

innalzavano formando un gruppo al di fuori del palco. Evidentemente

dietro questa piccola finestra, così graziosamente illuminata, la bella

sig. Bonacieux l'aspettava. Un ultimo sentimento di pudore soltanto la

tratteneva ancora, ma ora che erano suonate le dieci, la finestra stava

per aprirsi, e d'Artagnan riceveva finalmente dalle mani dell'amore il

premio della sua affezione.

Lusingato da questa dolce idea, d'Artagnan dal canto suo aspettò

una mezz'ora senza alcuna impazienza, cogli occhi fissi sopra questo

soggiorno, di cui dall'alto della finestra, d'Artagnan scuopriva una

parte del soffitto coi bassi rilievi dorati, che facevano fede della

eleganza del rimanente dell'appartamento.

L'orologio di Saint-Cloud suonò dieci ore e mezzo.

Questa volta, senza che d'Artagnan capisse il perchè, un brivido gli

percorse le vene. Fors'anche il freddo cominciava ad investirlo, e

prendeva per una impressione morale una sensazione del tutto fisica.

Gli venne quindi l'idea di aver letto male, e che l'appuntamento fosse

per le undici ore soltanto.

Si avvicinò alla finestra, si pose ad un raggio di luce, cavò

di saccoccia la lettera e la rilesse; egli non si era sbagliato,

l'appuntamento era per le dieci ore.

Andò a riprendere il suo posto, cominciando ad essere molto inquieto

per quel silenzio, e per quella solitudine.

Suonarono le undici ore.

D'Artagnan cominciò a temere che veramente fosse accaduto qualche cosa

alla sig. Bonacieux.

Battè tre colpi con le sue mani, segnale ordinario di tutti

gl'innamorati, ma nessuno gli rispose, neppure l'eco.

Allora pensò con un certo dispetto che, forse la giovane sposa si fosse

addormentata nell'aspettarlo.

Si avvicinò al muro e tentò di arrampicarvisi; ma il muro era di

recente intonacato, e d'Artagnan tentò inutilmente le sue unghie.

I tre moschettieri, vol. II · 第 5 / 14 段