ad esser inargentate dalla luce della finestra, e siccome uno di essi
sporgeva sul viottolo pensò che per mezzo di questo albero, il suo
sguardo avrebbe potuto penetrare nel padiglione.
L'albero era facile. D'altronde d'Artagnan aveva appena 20 anni, e
per conseguenza si ricordava ancora del suo mestiere di scolaro. In un
istante fu tra i rami, e attraverso i vetri trasparenti, il suo sguardo
penetrò nell'interno del padiglione.
Cosa strana e che fece fremere d'Artagnan dalla pianta dei piedi
alla radice dei capelli; questa cara luce, questa tranquilla lampada
illuminava una scena di spaventevole disordine, uno dei cristalli
della finestra era rotto, la porta della camera era stata sfondata,
e mezzo fracassata pendeva dai gangheri; una tavola che doveva essere
stata apparecchiata per una deliziosa cena, era rovesciata a terra; le
bottiglie in pezzi, le frutta schiacciate erano sparse pel pavimento.
In questa camera tutto provava che vi era accaduta una lotta violenta
e disperata; d'Artagnan credè pure di scorgere, in mezzo a quella
confusione, dei lembi di veste, e qualche macchia di sangue nella tenda
e nella tovaglia.
Si affrettò di tornare a discendere nella strada, con un orribile
battito di cuore; volle vedere se avesse ritrovato altre tracce di
violenza.
La piccola luce soave brillava sempre nella calma della notte. Allora
d'Artagnan si accorse, cosa che non aveva prima rimarcato, poichè
nessuna cosa lo spingeva a fare questo esame, che il suolo qua e là
pestato e affondato, presentava delle tracce di piedi d'uomini e di
cavalli, inoltre le ruote di una carrozza che sembrava venire dalla
direzione di Parigi, avevano solcato nella terra molle una profonda
rotaia che non oltrepassava il padiglione, e che voltava invece
nuovamente verso Parigi.
Finalmente d'Artagnan, continuando le sue ricerche, ritrovò vicino al
muro un guanto stracciato di donna; e questo guanto, nei luoghi ove
non aveva toccato il suolo fangoso, presentava tutti i caratteri di un
guanto novissimo. Era uno di quei guanti profumati che gli innamorati
desiderano di togliere da una bella mano.
A misura che d'Artagnan continuava le sue investigazioni, un sudore
più abbondante e più agghiacciato stillava dalla sua fronte; il suo
cuore era stretto da una orribile angoscia, la sua respirazione era
anelante; e pure, andava dicendo a se stesso per tranquillizzarsi,
che questo padiglione forse non aveva niente di comune colla signora
Bonacieux, e che la giovane sposa gli aveva dato appuntamento davanti
e non dentro a questo padiglione; che forse era stata trattenuta a
Parigi dal suo servizio, o dalla gelosia di suo marito. Ma tutti questi
ragionamenti erano battuti in trincea, erano distrutti, rovesciati da
quel sentimento d'intimo dolore che s'impadronisce di tutto il nostro
essere, e ci guida per mezzo di tutto ciò che è destinato in noi a
farci capire, che una gran disgrazia gravita su di noi.
Allora d'Artagnan divenne quasi insensato, corse sulla strada maestra,
ritornò per quella via d'onde era venuto s'innoltrò fino alla barca, e
interrogò il passatore.
Verso le sette ore di sera, il passatore aveva fatto traversare il
fiume ad una donna, avvolta in un mantello nero, che sembrava avesse
tutto l'interesse di non farsi conoscere; ma precisamente a cagione
di tutte le precauzioni che prendeva, il passatore vi aveva fatta una
maggiore attenzione, e si era accorto che essa era giovane e bella.
Quantunque allora, come in oggi, vi fosse una quantità di donne belle
e giovani che andavano a Saint Cloud, e che avevano interesse di
non essere riconosciute, pure d'Artagnan non dubitò un momento che
non fosse stata la signora Bonacieux quella che il passatore aveva
rimarcata.
D'Artagnan approfittò della lanterna del passatore per rileggere anche
una volta il biglietto della signora Bonacieux e assicurarsi che non
si era sbagliato, che l'appuntamento era realmente per le dieci ore a
Saint-Cloud e non altrove, davanti al padiglione del sig. Estrées e non
in altra strada.
Tutto concorreva a provare a d'Artagnan che i di lui presentimenti non
lo ingannavano; e che era accaduta qualche gran disgrazia.
Riprese correndo la via del castello; gli sembrava che nella sua
assenza potesse essere accaduto qualche cosa di nuovo, e che là lo
aspettassero nuove informazioni.
Il viottolo era sempre deserto, e la stessa luce calma e dolce si
spandeva dalla finestra.
Pensò allora d'Artagnan che quella cieca e muta capanna poteva parlare.
La porta del recinto era chiusa, ma egli saltò per di sopra alla siepe,
e, ad onta dei latrati di un grosso cane alla catena, si avvicinò alla
capanna.
Al primo colpo che battè, nessuno rispose. Lo stesso silenzio di morte
regnava nella capanna come nel padiglione; però, siccome questa capanna
era l'ultima risorsa, egli si ostinò.
Ben presto gli sembrò sentire nell'interno un leggero rumore, rumore di
timore, e che sembrava esso stesso tremare per paura di essere inteso.
Allora d'Artagnan cessò dal battere, e pregò con un accento
d'inquietudine e di promesse, di spavento e di lusinghe, in modo che
la sua voce era atta a tranquillizzare il più pauroso. Finalmente, si
aprì un vecchio sportello tarlato, o piuttosto si socchiuse, e richiuse
subito dopo che il debole raggio di una lampada ebbe percosso sulla
bandoliera, sulla guardia della spada e sulla incassatura delle pistole
di d'Artagnan. Però, per quanto fu rapido il movimento, d'Artagnan ebbe
il tempo di travedere la testa di un vecchio.
— In nome del cielo! diss'egli, ascoltatemi; aspettava qualcuno che
non viene; io muoio d'inquietudine. Sarebbe accaduta qualche disgrazia
nelle vicinanze? Parlate.
La finestra si aprì lentamente, e comparve di nuovo la stessa figura,
solamente essa era più pallida ancora della prima volta.
D'Artagnan raccontò ingenuamente la sua storia fuorchè i nomi; gli
disse come aveva un appuntamento con una giovanotta davanti a quel
padiglione, e come, non vedendola venire, era salito sopra un tiglio, e
al chiarore della lampada aveva veduto il disordine della camera.
Il vecchio lo ascoltò attentamente facendo segni che approvava il
tutto; quindi allorquando d'Artagnan ebbe finito, egli alzò la testa
con un aspetto che non annunziava niente di buono.
— Che volete dire? gridò d'Artagnan, in nome del cielo! sentiamo,
spiegatevi.
— Oh! signore, disse il vecchio, non mi domandate niente: poichè se io
vi dicessi quello che ho veduto, certamente non mi accadrebbe nulla di
buono.
— Voi dunque avete veduto qualche cosa, in nome del cielo! continuò
egli gettandogli una mezza doppia, dite, dite ciò che avete veduto, cd
io vi do la mia parola da gentiluomo, che nessuna delle vostre parole
escirà dal mio cuore.
Il vecchio lesse sul viso di d'Artagnan tanta franchezza e tanto
dolore, che gli fece cenno d'ascoltare; e disse a bassa voce:
— Erano circa nove ore, aveva inteso qualche rumore sulla strada e
desiderava sapere ciò che poteva essere, allorchè nell'avvicinarmi
alla mia porta, m'accorsi che v'era chi cercava d'entrare. Siccome
son povero, e non ho paura di essere derubato, andai ad aprire, e vidi
tre uomini a poca distanza. Fra l'ombra vidi una carrozza con cavalli
attaccati e cavalli tenuti a mano. Questi cavalli tenuti a mano erano
evidentemente quelli dei tre uomini ch'erano vestiti da cavalieri.
« — Miei buoni signori, gridai, che cosa domandate?
« — Tu devi avere una scala, mi disse quegli che sembrava il capo della
scorta.
« — Sì, signore, quella con cui raccolgo le mie frutta.
« — Daccela, e rientra; ecco uno scudo per l'incomodo che ti
procuriamo. Ricordati però soltanto, che se dici una parola di quello
che or'ora vedrai, o sentirai (poichè sono persuaso che per quante
minacce ti possiamo fare, tu vorrai vedere e ascoltare) tu sei perduto.
«A queste parole mi gettò uno scudo, che io raccolsi, ed egli prese la
mia scala.
«Effettivamente dopo aver chiusa la porta della siepe dietro loro, feci
sembiante di ritornare in casa, ma ne risortii subito dalla porta di
dietro, mi strisciai fra l'oscurità, e giunsi fino a quel gruppo di
cerri in mezzo del quale potei veder tutto senza esser veduto.
«I tre uomini fecero sortire un piccolo personaggio grosso, corto,
coi capelli grigi, vestito meschinamente di un colore scuro che salì
con precauzione per la scala guardò nascostamente nell'interno della
camera, discese a passo di lupo, e mormorò a bassa voce:
«È lei!
«Tosto quello che mi aveva parlato s'avvicinò alla porta del
padiglione, l'aprì con una chiave che aveva in saccoccia, richiuse la
porta e disparve. Nello stesso tempo gli altri due uomini salirono per
la scala. Il piccolo vecchio rimaneva presso la carrozza, un cocchiere
tratteneva i cavalli della carrozza, un lacchè custodiva quelli da
sella.
«Ad un tratto altissime grida si fecero sentire nel padiglione, una
donna accorse alla finestra e l'aprì come per precipitarvisi. Ma
subito che vide i due uomini, ella si gettò indietro: i due uomini si
slanciarono dopo di lei nella camera.
Allora io non vidi più niente, ma intesi il rumore dei mobili che si
rompevano. La donna gridava e chiamava soccorso. Ma ben presto queste
grida furono soffocate. Gli uomini si riavvicinarono alla finestra,
trasportando la donna fra le loro braccia; due discesero dalla scala
e la riportarono in carrozza, in cui dopo lei entrò il vecchio. Quello
che era rimasto nel padiglione richiuse l'invetriata un istante, dopo
sortì dalla porta, e andò ad assicurarsi che la donna era realmente
in carrozza; i suoi due compagni lo aspettavano di già a cavallo, egli
pure saltò sul suo; il lacchè prese il suo posto al lato del cocchiere;
la carrozza partì al gran galoppo scortata dai tre cavalieri, e
tutto fu finito. Da quel momento non ho più veduto, non ho più inteso
niente.»
D'Artagnan oppresso da una così terribile notizia, restò immobile
e muto nel mentre che tutti i demonii della collera e della gelosia
urlavano nel suo cuore.
— Ma, mio gentiluomo, riprese il vecchio, sul quale questa muta
disperazione produceva certo maggiore effetto che non avrebbero fatto
le grida e le lagrime; su via, non vi desolate; essi non ve l'hanno
uccisa; ecco l'essenziale.
— Sapete voi, presso a poco, disse d'Artagnan, che uomo è quello che ha
condotta questa infame spedizione?
— Io non lo conosco.
— Ma poichè gli avete parlato, lo avete potuto vedere.
— Ah! sono i suoi connotati quelli che mi chiedete?
— Sì.
— Un uomo grande, secco, bruno, baffi neri, occhio nero, e l'aspetto da
gentiluomo.
— È lui! gridò d'Artagnan; sempre lui! sempre lui! è il mio demonio, a
quanto pare. E l'altro?
— Quale?
— Il piccolo.
— Oh! quello non è un signore; ve ne garantisco; d'altronde egli
non portava la spada, e gli altri lo trattavano senza alcuna
considerazione.
— Qualche lacchè, mormorò d'Artagnan. Ah! povera donna! chi sa che cosa
ne hanno fatto!
— Voi mi avete promesso il secreto, disse il vecchio.
— E vi rinnovo la mia promessa; siate tranquillo, io sono un
gentiluomo. Un gentiluomo non ha che la sua parola, ed io vi do la mia.
D'Artagnan, coll'animo spossato, riprese il cammino della barca. A
momenti egli non poteva credere che fosse la signora Bonacieux, e
sperava di rivederla all'indomani al Louvre; a momenti credeva che
avesse avuto un intrigo con qualcun altro, e che un geloso l'avesse
fatta sorprendere e rapire. Egli fluttuava, si desolava, si disperava.
— Oh! se avessi qui i miei amici! gridava egli, almeno avrei qualche
speranza di ritrovarla; ma chi sa che cosa è avvenuto di loro stessi.
Era circa mezzanotte; trattavasi di Planchet. D'Artagnan si fece aprire
successivamente tutte le bettole nelle quali scoprì un poco di luce; in
nessuna di esse ritrovò Planchet.
Alla sesta, cominciò a riflettere che la domanda era un poco azzardosa.
D'Artagnan aveva dato appuntamento al suo lacchè per le sei della
mattina, ed in qualunque luogo egli si fosse ritirato, era nel suo
diritto.
D'altronde venne al giovane questa idea, che restando nelle vicinanze
del luogo ov'era accaduto l'avvenimento, otterrebbe forse qualche
schiarimento su questo misterioso affare. Alla sesta bettola, come
si disse, d'Artagnan dunque si fermò, chiese una bottiglia di vino
di prima qualità, si appoggiò al gomito nell'angolo il più oscuro;
e si decise di aspettare così il giorno; questa volta pure la sua
speranza fu delusa, e quantunque ascoltasse ad orecchie tese, non
sentì, in mezzo alle imprecazioni, ai lazzi ed alle ingiurie che si
andavano scambiando fra di loro gli operai, i lacchè e i birocciai
che componevano l'onorevole società di cui egli faceva parte, niente
che potesse metterlo sulle tracce della povera donna rapita. Gli fu di
necessità, dopo dì avere bevuta la sua bottiglia, tanto per ingannare
il tempo, come per non risvegliare sospetti, di cercare in un angolo la
posizione più possibilmente soddisfacente, e addormirsi o bene o male.
D'Artagnan, si sa che aveva vent'anni, e a questa età il sonno ha dei
diritti imprescrittibili che reclama imperiosamente, anche nei cuori i
più disperati.
D'Artagnan si risvegliò verso le sei ore del mattino, con quel
mal'essere che d'ordinario accompagna la punta del giorno, dopo una
cattiva notte. La sua toaletta non era lunga da farsi; si tastò per
assicurarsi che non avevano approfittato del suo sonno per rubarlo,
ed avendo ritrovato il suo diamante al suo dito, la borsa nella sua
tasca, e le sue pistole alla cintura, si alzò; pagò la sua bottiglia,
e sortì per vedere se sarebbe stato più fortunato nella ricerca del
suo lacchè la mattina, di quello che la notte. In fatti, la prima cosa
che scoperse, a traverso la nebbia umida e grigiastra, fu l'onesto
Planchet, che con i due cavalli alla mano, lo aspettava davanti una
piccola bettola oscura, innanzi la quale d'Artagnan era passato, senza
neppure sospettare della esistenza di lui.
CAPITOLO XXV.
PORTHOS
Invece di rientrare direttamente in casa sua, d'Artagnan mise piede
a terra alla porta del sig. de Tréville e montò rapidamente la scala.
Questa volta egli era deciso di raccontargli tutto quanto era accaduto.
Senza fallo gli avrebbe dati dei buoni consigli in tutto questo affare,
poi, siccome il sig. de Tréville vedeva quasi tutti i giorni la regina,
potrebbe ottenere da Sua Maestà qualche informazione sulla povera
donna, alla quale forse facevano scontare il suo attaccamento per la
sua padrona.
Il sig. de Tréville ascoltò il racconto del giovane con una gravità che
provava che egli vedeva in tutta questa avventura tutt'altra cosa che
un intrigo amoroso, quindi, quando d'Artagnan ebbe finito:
— Hum! diss'egli, tutto ciò odora di Sua Eccellenza una lega distante.
— Ma che fare? disse d'Artagnan.
— Niente, assolutamente niente, a quest'ora, se non che lasciare
Parigi, come l'ho detto, ed il più presto possibile. Io vedrò la
regina, le racconterò i particolari della sparizione di questa povera
donna, ch'ella senza dubbio ignora. Questi particolari la guideranno
certamente, dal canto suo, e al vostro ritorno, forse avrò qualche
buona notizia da darvi. Restatevene sicuro su me.
D'Artagnan sapeva che quantunque Guascone, il sig. de Tréville non
aveva l'abitudine di promettere, e che, quando per caso prometteva,
manteneva più di quello che aveva promesso. Egli dunque lo salutò,
pieno di riconoscenza pel passato e per l'avvenire, ed il degno
capitano che, dal canto suo, provava un vivo interesse per questo
giovine così bravo e così risoluto, gli strinse affettuosamente la
mano, e gli augurò un buon viaggio.
Deciso di mettere in pratica i consigli del sig. de Tréville,
d'Artagnan s'incamminò verso la strada dei Fossoyeurs, affine di
vegliare ai preparativi del suo viaggio. Avvicinandosi al n. 11,
riconobbe il sig. Bonacieux in abito da mattina, in piedi sul limitare
della sua porta. Tutto ciò che gli aveva detto il giorno innanzi
Planchet sul carattere sinistro del ospite, ritornò allora al pensiero
di d'Artagnan, che lo guardò più attentamente che aveva fatto fino
allora. Infatti, oltre quel pallore giallastro e malaticcio, che indica
l'infiltrazione della bile nel sangue, e che d'altronde poteva essere
solamente accidentale, d'Artagnan rimarcò qualche cosa di perfida
ribalderia nell'attitudine delle rughe del suo viso. Un birbante non
ride nello stesso modo che un galantuomo, un ipocrita non piange nello
stesso modo che un uomo di buona fede. Ogni falsità è una maschera, e
per quanto questa maschera sia ben fatta, si giunge sempre, con un poco
d'attenzione, a distinguerla da un vero viso.
Sembrò adunque a d'Artagnan che il signor Bonacieux portasse una
maschera, e che di più questa maschera fosse delle più disaggradevoli a
vedersi.
Egli stava adunque, vinto dalla sua riputazione per questo uomo, per
passare davanti a lui senza parlargli, quando come aveva fatto il
giorno innanzi, il sig. Bonacieux lo interpellò.
— Ebbene, giovinotto, gli disse, mi sembra che noi facciamo delle
grasse nottate? sette ore del mattino, peste! Sembra che voi rivoltiate
tutte le abitudini comuni, mentre rientrate all'ora che gli altri
sortono.
— Non vi si potrà fare lo stesso rimprovero, mastro Bonacieux, disse
il giovine, che voi siete il modello delle persone regolate. È vero
che quando si possiede una giovane e bella sposa non si ha bisogno di
correr dietro alla fortuna: è la fortuna che viene a trovare, non è
vero sig. Bonacieux?
Bonacieux divenne pallido come un cadavere, facendo uno sconcio sorriso.
— Ah! ah! disse Bonacieux, voi siete uno scherzoso compagno. Ma dove
diavolo siete stato a correre questa notte, mio giovane padrone? sembra
che non faccia buono nelle strade traverse.
D'Artagnan abbassò i suoi occhi verso gli stivali tutti ricoperti di
fango; ma con lo stesso movimento portò i suoi sguardi sulle scarpe
e sulle calze del merciaio: si sarebbe detto che le avesse immerse
nello stesso fango, gli uni e le altre erano macchiate di lordure
assolutamente eguali.
Allora un'idea subitanea traversò lo spirito di d'Artagnan. Quel
piccolo uomo grosso, corto, grigiastro, quella specie di lacchè,
vestito con abito scuro, trattato senza riguardi dagli uomini d'arme
che componevano la scorta, era lo stesso Bonacieux. Il marito aveva
presieduto al rapimento di sua moglie.
Venne allora a d'Artagnan una volontà terribile di saltare alla gola
del merciaio, e di strangolarlo; ma noi lo abbiamo detto, egli era un
giovane molto prudente, e perciò si contenne. Però la rivoluzione che
si era fatta nel suo viso, era stata così visibile, che Bonacieux ne
fu spaventato, e tentò di dare addietro un passo; ma egli trovavasi
precisamente davanti al battente della porta, che era chiusa, e
l'ostacolo materiale che incontrò lo sforzò di trattenersi allo stesso
posto.
— Ma, voi che scherzate, mio bravo uomo, disse d'Artagnan, mi sembra,
che se i miei stivali hanno bisogno della spugna, le vostre calze e le
vostre scarpe abbiano bisogno della spazzola. Forse che, dal vostro
canto, voi pure avete avuto bisogno di correre la campagna, mastro
Bonacieux? Ah! diavolo! non sarebbe perdonabile ad un uomo della vostra
età, e che, di più, ha una bella moglie come la vostra.
— Oh! mio Dio, no, disse Bonacieux, ma ieri sono stato a Saint-Mandè
per prendere delle informazioni sopra di una serva, di cui non posso
assolutamente fare a meno, e siccome le strade erano cattive, mi sono
imbrattato con questo fango, che non ho ancora avuto il tempo di fare
scomparire.
Il luogo che indicava Bonacieux, come quello che era stato la meta
della sua corsa, fu una nuova prova in appoggio dei sospetti che
aveva concepiti d'Artagnan. Bonacieux aveva detto Saint-Mandè, perchè
Saint-Mandè è il punto assolutamente opposto a Saint-Cloud.
Questa probabilità gli fu una prima consolazione. Se Bonacieux sapeva
ove era sua moglie, si potrebbe sempre, impiegando mezzi estremi,
costringere il merciaio a schiudere i denti ed a lasciare sfuggire
il segreto. Si trattava soltanto di cambiare questa probabilità in
certezza.
— Perdono, mio caro Bonacieux, se io tratto con voi senza complimenti,
ma niente mi altera tanto, quanto il non aver dormito; io ho una sete
rabbiosa; permettetemi adunque di prendere un bicchier d'acqua in casa
vostra; voi lo sapete, ciò non si nega ad un vicino.
E senza aspettare il permesso del suo ospite, d'Artagnan entrò
prestamente in casa, e gettò un rapido colpo d'occhio sul letto. Il
letto non era stato guastato. Bonacieux non era andato a riposare.
Era dunque soltanto un'ora o due che era entrato; aveva accompagnato
sua moglie fino al luogo ove era stata condotta, o per lo meno fino al
primo cambio di cavalli.
— Grazie, mastro Bonacieux, disse d'Artagnan vuotando il suo bicchiere,
ecco tutto ciò che io voleva da voi; ora rientro nelle mie camere, vado
a farmi spazzolare gli stivali da Planchet, e quando avrà finito, ve lo
manderò, se volete, per spazzolare le vostre scarpe.
Egli lasciò il merciaio sbalordito da questo singolare addio, e si
domandò, se erasi infilzato da se stesso.
Sull'alto della scala, trovò Planchet tutto spaventato.
— Ah! signore, gridò il lacchè, subito che scorse il suo padrone,
eccone un'altra, e mi rincresceva che tardaste a rientrare!
— Che c'è dunque? domandò d'Artagnan.
— Oh! io ve la lascio indovinare in cento, ve la lascio in mille a
indovinare la visita che ho ricevuto nella vostra assenza.
— E quando?
— Sarà una mezz'ora, mentre voi eravate dal sig. de Tréville.
— E chi è venuto adunque? sentiamo, parlate.
— Il sig. de Cavois.
— Il sig. de Cavois.
— In persona.
— Il capitano delle guardie di Sua Eccellenza?
— Lui stesso.
— Egli veniva ad arrestarmi!
— Io ne ho dubitato, signore, e ciò malgrado la sua aria lusinghiera.
— Aveva l'aria lusinghiera, dici tu?
— Vale a dire, egli era tutto miele signore.
— Davvero?
— Egli veniva, a quando disse, per parte di sua Eccellenza, che vi vuol
molto bene, per pregarvi di seguirlo al Palazzo Reale.
— E tu gli hai risposto?
— Che la cosa era impossibile, attesochè voi eravate fuori di casa,
come poteva verificare.
— Allora che cosa ha detto?
— Che voi non manchiate nella giornata di passare da lui; quindi
ha soggiunto a bassa voce: «Dì al tuo padrone che Sua Eccellenza è
disposto benissimo in di lui favore, che la sua fortuna forse dipende
da questa visita.»
— Il laccio è teso con poca furberia per parte del ministro, riprese
sorridendo il giovane.
— Io pure ho veduto il laccio, ed ho risposto, che voi ne sareste
disperato al vostro ritorno.
« — E dove è andato? chiese il signor de Cavois.
« — A Troyes nella Champagne, ho risposto.
« — E quando è partito?
« — Ieri sera.
— Planchet, amico mio, interruppe d'Artagnan tu sei veramente un uomo
prezioso.
— Voi capirete, signore, io ho pensato che sareste sempre in tempo di
smentirmi, se voi desiderate vedere il sig. de Cavois, dicendo che non
eravate partito; in questo caso sarei io che avrei detta la bugia, e
siccome io non sono un gentiluomo, così posso mentire.
— Assicurati, Planchet, tu conserverai la tua riputazione di uomo
veridico; fra un quarto d'ora noi partiremo.
— Questo era il consiglio che voleva dare al signore; senza esser
troppo curioso, posso io sapere dove andremo?
— Perdinci! dalla parte opposta a quella verso la quale tu hai detto
che io sono andato. D'altronde, non hai tu pure gran fretta di avere
notizie di Grimaud, di Mousqueton e di Bazin, come ho io di sapere ciò
che sia avvenuto di Athos, Porthos e Aramis?
— Sì, certamente, signore, ed io partirò quando vorrete: l'aria di
provincia sarà migliore per noi, a quanto credo, in questo momento, di
quello che l'aria di Parigi. Così dunque
— Così dunque, fa il nostro fagotto, Planchet, e partiamo; io me ne
vado avanti colle mani in saccoccia, perchè nessuno dubiti di niente,
tu mi raggiungerai alla caserma delle guardie. A proposito Planchet io
credo che tu abbia ragione sul conto del nostro padrone di casa, e che
egli sia decisamente una terribile canaglia.
— Ah! credetemi, signore, quando vi dico qualche cosa, io sono
fisonomista: andiamo!