— È giusto disse il duca. È dunque a questa persona, che io debbo
essere riconoscente del vostro interessamento?
— Voi lo diceste, milord, poichè precisamente, in questo momento che
si tratta della guerra, vi confesso, che nella Vostra Grazia io non
vedo che un Inglese, e per conseguenza un nemico, che sarei ben molto
più contento d'incontrarvi sul campo di battaglia che nei corridoi del
Louvre, e nel parco di Windsor: ciò però, del rimanente, non m'impedirà
di eseguire a puntino la mia missione e di farmi ammazzare, se
abbisogna, per compierla; ma, lo ripeto a Vostra Grazia, senza ch'ella
abbia personalmente a ringraziarmi di ciò, più di quello che io faccio
per me in questo secondo incontro, che di ciò che già feci per lei nel
primo.
— Noi diciamo: «fiero come uno Scozzese» mormorò Buckingham.
— E noi diciamo: «fiero come un Guascone» rispose d'Artagnan. I
Guasconi sono gli Scozzesi della Francia.
D'Artagnan salutò il duca e si dispose a partire.
— Ebbene voi ve ne andate così e per dove? e come?
— È vero.
— Diamine! i Francesi non dubitano di niente?
— Aveva dimenticato che l'Inghilterra è un'isola, e che voi ne siete il
re.
— Andate al porto, domandate del brich il Juno, consegnate questa
lettera al capitano; egli vi condurrà in un piccolo porto, ove
certamente non siete aspettato, ed ordinariamente non approdano che
piccoli legni pescherecci.
— E questo si chiama?
— San Valerio; ma aspettate: giunto là, voi entrerete in un cattivo
albergo senza nome, e senza insegna, una vera bettola da marinari, voi
non potete sbagliare, non ve n'è che una.
— Quindi?
— Voi direte all'oste: _forward_.
— Che vuol dire?
— _In avanti_: è la parola d'ordine. Egli vi darà un cavallo insellato,
e v'indicherà la strada che dovete tenere. In tal modo voi ritroverete
quattro ricambi lungo la via. Se a ciascheduno d'essi volete lasciare
il vostro indirizzo di Parigi, i quattro cavalli vi seguiranno; voi ne
conoscete già due, e mi è sembrato che li abbiate saputi apprezzare
come amatore; sono quelli che montavamo: credete a me, gli altri non
sono a loro inferiori. Questi quattro cavalli sono bardati da campagna.
Per quanto siate fiero, non rifiuterete d'accettarne uno, e di fare
accettare gli altri tre ai vostri tre compagni; questi saranno per
farci la guerra. Il fine scusa i mezzi, come dite voi altri Francesi,
non è vero?
— Si milord, io accetto, disse d'Artagnan, e se piace a Dio, noi faremo
buon uso del vostro regalo.
— Ora, la vostra mano, giovinetto; ben presto noi torneremo ad
incontrarci sul campo di battaglia; ma frattanto, noi ci lasciamo buoni
amici, lo spero.
— Sì, milord, ma colla speranza di divenir nemici ben presto.
— Siate tranquillo, io ve lo prometto.
— Io conto sulla vostra parola, milord.
D'Artagnan salutò il duca, e si diresse prontamente verso il porto.
Dirimpetto alla Torre di Londra egli ritrovò l'indicato bastimento
rimise la sua lettera al capitano che la fece vidimare dal governatore
del porto, e mise tosto alla vela.
Cinquanta bastimenti erano di partenza e aspettavano.
Nel passare vicino ad un di essi, d'Artagnan credè riconoscere la donna
di Méung, quella stessa che lo sconosciuto gentiluomo aveva chiamata
Milady, che egli, d'Artagnan, aveva ritrovata così bella, ma mercè la
corrente del fiume, e il buon vento che spirava, il suo naviglio andava
così presto che in capo a pochi istanti non fu più alle viste.
Il giorno dopo, verso le nove del mattino fu approdato a S. Valerio.
D'Artagnan si diresse sull'istante verso l'albergo indicato, e lo
riconobbe alle grida che ne sortivano: si parlava della guerra tra
l'Inghilterra e la Francia, come di una cosa vicina e indubitata, e i
marinari gaudenti facevano gozzoviglia.
D'Artagnan trapassò la folla, si avanzò verso l'oste, e pronunciò la
parola _forward_. Sull'istante l'oste gli fece segno di seguirlo, sortì
con lui da una porta che dava nel cortile, lo condusse nella scuderia,
ove lo aspettava un cavallo già insellato, e gli domandò se aveva
bisogno di qualche altra cosa.
— Ho bisogno di conoscere la strada che devo seguire, disse d'Artagnan.
— Andate di qua a Blangy e da Blangy a Neufchatel. A Neufchatel entrate
nell'albergo dell'Orsa d'Oro, date la parola d'ordine all'oste e voi
troverete come qui un cavallo insellato.
— Debbo io pagare qualche cosa? domandò d'Artagnan.
— Tutto è pagato, disse l'oste, e largamente. Andate adunque e che Dio
vi accompagni.
— Amen, rispose il giovane partendo al galoppo.
Quattr'ore dopo era a Neufchatel.
Egli seguì strettamente le istruzioni ricevute; a Neufchatel, come
a San Valerio, trovò un cavallo insellato che lo aspettava; volle
trasportare le pistole dalla sella che lasciava a quella su cui
montava, ma i fondi erano già provvisti di eguali pistole.
— Il vostro indirizzo a Parigi?
— Caserma delle guardie, compagnia des Essarts.
— Bene, rispose questi.
— Che strada devo prendere? domandò a sua volta d'Artagnan.
— Quella di Rouen; ma voi lascerete la città sulla vostra destra. Voi
vi fermerete nel piccolo villaggio d'Econes, non vi è che un albergo,
lo Scudo di Francia. Non lo giudicate dall'apparenza; esso avrà nelle
sue scuderie un cavallo uguale a questo.
— La stessa parola d'ordine?
— Esattamente.
— Addio, padrone.
— Buon viaggio, mio gentiluomo. Avete voi bisogno di qualche cosa?
D'Artagnan fece segno con la testa di no e riprese la sua strada
di tutta carriera. A Econes si ripetè la stessa scena: ritrovò un
oste egualmente gentile, un cavallo fresco e riposato, lasciò il
suo indirizzo come aveva fatto, e ripartì colla stessa velocità per
Pontoise. A Pontoise; cambiò per l'ultima volta di cavallo e a nove ore
entrò di galoppo nel cortile del palazzo del sig. de Tréville.
Egli aveva fatto quasi sessanta leghe in dodici ore.
Il signor de Tréville lo ricevette come se in quella mattina lo avesse
già veduto; soltanto nello stringergli la mano un poco più fortemente
dell'ordinario, gli annunziò che la compagnia del sig. des Essarts, era
di guardia al Louvre e che egli poteva andare al suo posto.
CAPITOLO XXII.
IL BALLO DELLA MERLAISON
L'indomani non vi era altro discorso in tutta Parigi che del ballo che
i signori consoli della città davano al re e alla regina, e nel quale
le Loro Maestà dovevano danzare il famoso ballo della _merlaison_, che
era il ballo prediletto del re.
Da otto giorni si facevano tutti i preparativi nel palazzo della città
per questa solenne serata. I falegnami della città avevano innalzato
dei palchetti sui quali dovevano rimanere le dame invitate; lo
speziale della città aveva somministrato dugento torce di cera bianca
per guernire le sale, cosa che per l'epoca era un lusso inaudito;
finalmente venti violini erano stati avvisati, e il prezzo che loro
veniva accordato era il doppio dell'ordinario, attesochè, dice il
rapporto, essi dovevano suonare tutta la notte.
Alle dieci ore del mattino il sig. della Coste, portabandiera delle
guardie del re, seguito da due caporali e da diversi arcieri del corpo,
andò a chiedere al cancelliere della città, chiamato Clemente, tutte le
chiavi delle porte, delle camere, e degli uffizii della città; ciascuna
di esse portava un bigliettino che doveva servire a farla riconoscere,
e da quel momento il signor della Coste fu incaricato sulla guardia di
tutte le porte e di tutte le entrate.
A undici ore venne a sua volta Hallier, capitano delle guardie
conducendo seco una cinquantina di arcieri, che ripartirono subito nel
palazzo della città ai posti che loro vennero indicati.
A tre ore giunsero due compagnie delle guardie, l'una francese e
l'altra svizzera. La compagnia delle guardie francesi era composta,
metà di uomini del sig. Hallier, e metà di uomini del sig. des Essarts.
A sei ore della sera, cominciarono a entrare gli invitati. A misura che
essi entravano, erano disposti nella gran sala sui palchetti preparati.
A nove ore giunse la signora prima-presidente. Siccome essa era, dopo
la regina, la più ragguardevole della festa, fu ricevuta dai signori
della città e situata nel palco dirimpetto a quello che doveva occupare
la regina.
A dieci ore, furono allestiti i trattamenti di confetture pel re
nella piccola sala di fianco alla chiesa di S. Giovanni, dirimpetto
alle stoviglie d'argento della città, che erano custodite da quattro
arcieri.
Subito dopo, i signori consoli, vestiti dei loro abiti di drappo, e
preceduti dai dieci sergenti, ciascuno dei quali teneva in mano una
torcia, andarono incontro al re, che ritrovarono ai primi gradini,
ove il prevosto dei mercanti gli fece il suo complimento, dandogli il
benvenuto, complimento al quale Sua Maestà rispose scusandosi per esser
venuto così tardi, ma gettando tutta la colpa sul ministro, che lo
aveva trattenuto fino alle undici ore a parlare di affari di Stato.
Sua Maestà, in abito di cerimonia, era accompagnato da Sua Altezza
Reale _Monsieur_[1], dal conte de Soissons, dal gran-priore, dal duca
de Longueville, dal duca d'Elbeuf, dal conte d'Arcourt, dal conte della
Roche Guyon, dal sig. de Liencourt, dal sig. de Baradas, dal conte de
Cremail e dal cavaliere de Souveray.
Ciascuno rimarcò che il re aveva l'aspetto tristo e preoccupato.
Un gabinetto era preparato pel re, un altro per _Monsieur_. In ciascuno
di questi gabinetti erano deposti gli abiti da maschera. Altrettanto
era stato fatto per la regina e per la signora presidente. I signori e
le dame del seguito delle Loro Maestà, dovevano mascherarsi due per due
in altrettante camere preparate a tale effetto.
Prima di entrare nel gabinetto, il re si raccomandò di esser tosto
avvisato quando giungeva il ministro.
Una mezz'ora dopo l'entrata del re, s'intesero nuove acclamazioni,
queste annunziavano l'arrivo della regina. I consoli rinnovarono
ciò che avevano già fatto, e, preceduti dai sergenti, si avanzarono
incontro alla loro illustre invitata.
La regina entrò nella sala: si notò che, come il re, ella aveva
l'aspetto tristo e molto affaticato.
Nel momento medesimo che ella entrava, il cortinaggio di una piccola
tribuna, che fino allora era rimasta chiusa, si aprì e si vide
comparire la testa pallida del ministro vestito da cavaliere spagnuolo.
I suoi occhi si fissarono su quelli della regina ed un sorriso di
terribile gioia passò sulle sue labbra: la regina non aveva i puntali
di diamanti.
Ad un tratto il re comparve col ministro ad una delle porte della sala.
Il ministro gli parlava a bassa voce, ed il re era pallidissimo.
Il re ruppe la folla, e, senza maschera, con i nastri del suo saio
appena allacciati, si avvicinò alla regina, e con voce alterata:
— Signora, le disse, perchè dunque, in grazia, non portate voi i vostri
puntali di diamanti, quando sapete che avrei aggradito di vederveli?
La regina girò lo sguardo intorno a se, e vide, dietro il re, il
ministro che sorrideva con un sorriso diabolico.
— Sire, rispose la regina con voce alterata, perchè, in mezzo a così
gran folla, temeva non accadesse qualche infortunio.
— E voi avete avuto torto! signora. Io vi ho fatto questo regalo perchè
ve ne abbigliaste. Io vi dico che voi avete avuto torto.
E la sua voce era tremante per la collera; tutti guardavano ed
ascoltavano con meraviglia, non intendendo niente di ciò che accadeva.
— Sire, disse la regina, io posso mandare a prenderli al Louvre, ove
sono, e così i desiderii di Vostra Maestà saranno esauditi.
— Fatelo, signora, fatelo, ed al più presto; perchè fra un'ora
comincerà la danza.
La regina salutò il re in segno di sommissione, e seguì le dame che
dovevano condurla al suo gabinetto.
Dal canto suo il re rientrò nel proprio.
Nella sala vi fu un momento d'imbarazzo e di confusione.
Tutti poterono rimarcare ch'era accaduto qualche cosa fra il re e la
regina, entrambi avevano parlato così a bassa voce, e ciascuno per
rispetto si era allontanato di alcuni passi, per cui nessuno aveva
potuto sentire niente. I violini suonavano con tutta la loro forza, ma
non v'era alcuno che li ascoltasse.
Il re sortì pel primo dal suo gabinetto vestito da cacciatore, e gli
altri signori erano vestiti come lui. Era l'abito che il re portava
meglio, e vestito così, egli sembrava veramente il primo gentiluomo del
suo regno.
Il ministro si accostò al re, e gli consegnò una scatola. Il re l'aprì,
evi trovò due puntali di diamanti.
— Che significa questo? domandò egli al ministro.
— Niente, rispose questi; soltanto se la regina ha dei puntali, del
che ne dubito, contateli, sire, e se voi non ne ritrovate che dieci,
domandate a Sua Maestà chi mai può averle rubati i due puntali che sono
qui.
Il re guardò il ministro come quando si vuole interrogare, ma egli non
ebbe il tempo d'indirizzare alcuna domanda, un grido di ammirazione
sortì da tutte le bocche. Se il re sembrava il primo gentiluomo del
suo regno, la regina era a colpo sicuro, la più bella donna di tutta la
Francia.
E in vero chè il suo vestito da cacciatrice le stava a meraviglia;
aveva un cappello di feltro colle piume blu, una giubba di velluto
grigio-perla, riattaccata con delle grappe di diamanti ad una veste
di seta blu tutta broccata d'argento. Sulla sua spalla sinistra
risplendevano i puntali di diamanti, sostenuti da un nodo del colore
medesimo delle piume della giubba.
Il re fremente di gioia ed il ministro di collera; però distanti
com'essi erano dalla regina non poterono contare i puntali; la regina
li aveva; ma ne aveva ella dieci o dodici?
In questo momento i violini dettero il segnale della danza. Il re
s'innoltrò verso la signora presidente colla quale doveva danzare, e
Sua Altezza _Monsieur_ colla regina. Si situarono al loro posto, e la
danza incominciò.
Il re faceva la figura dirimpetto alla regina, e ciascheduna volta che
le passava vicino, divorava con gli occhi i di lei puntali, di cui non
arrivava a conoscere il numero. Un sudore freddo copriva la fronte del
ministro.
La danza durò un'ora; vi erano sedici rientrate.
Finito il ballo, in mezzo agli applausi di tutta la sala, ciascuno
ricondusse la sua dama al suo posto; ma il re approfittò del privilegio
che aveva di lasciare la sue ove si ritrovava, per innoltrarsi
prestamente verso la regina.
— Io vi ringrazio, signora, della compiacenza che avete mostrato ai
miei desiderii, ma credo che manchino due puntali, ed io ve li riporto.
Nel dire queste parole egli stese alla regina idue puntali che gli
aveva dati il ministro.
— Come! sire, gridò la regina fingendo la sorpresa, voi me ne regalate
ancora altri due! ma allora saranno quattordici.
In fatti il re contò, e si ritrovarono effettivamente dodici puntali
sulla spalla della regina.
Il re chiamò il ministro.
— Ebbene! che significa questo, signor ministro? domandò il re con
tuono severo.
— Ciò significa, sire, rispose il ministro, che non osava offrirli io
stesso, ed ho adottato questo mezzo.
— Io ne sono tanto più riconoscente a Vostra Eccellenza, rispose Anna
con un sorriso che provava che non si lasciava ingannare da questa
ingegnosa galanteria, in quanto che sono certa che questi due puntali
vi costano così cari da se soli, quanto gli altri dodici hanno costato
a Sua Maestà.
Quindi dopo aver salutato il re ed il ministro, la regina riprese la
via della sua camera, ove si era abbigliata, ed ove doveva svestirsi.
L'attenzione con la quale abbiamo dovuto seguire gli illustri
personaggi introdotti in scena fino dal principio di questo capitolo,
ci ha distratti un momento da quello al quale la regina Anna doveva
l'inudito trionfo che aveva riportato sul ministro, e che confuso,
ignorato, perduto nella folla, appoggiato a una delle porte, aveva
osservata di là questa scena che non poteva esser compresa che da
quattro persone soltanto, vale a dire il re e la regina, Sua Eccellenza
e lui.
La regina era rientrata appena nella sua camera, e d'Artagnan si
apparecchiava a ritirarsi, allora quando sentì toccarsi leggermente
sopra una spalla; egli si voltò e vide una giovane donna che gli
faceva segno di seguirla. Questa donna aveva il viso coperto da una
maschera di velluto nero, ma ad onta di questa precauzione che, del
resto, non era presa per lui ma bensì per gli altri, egli riconobbe nel
medesimo istante la sua guida ordinaria, la leggiadra e spiritosa sig.
Bonacieux.
Il giorno innanzi si erano appena veduti un momento presso lo svizzero
Germano. D'Artagnan l'aveva fatta domandare. La fretta che aveva la
giovane sposa di portare alla regina l'eccellente notizia del felice
ritorno del suo messaggiero, fece sì, che i due amanti poterono
cambiarsi appena qualche parola. D'Artagnan seguì dunque la sig.
Bonacieux muto pel doppio sentimento, l'amore e la curiosità. Durante
tutto il tragitto, ed a misura che i corridoi divenivano più deserti,
d'Artagnan voleva fermare la giovane, prendersela, contemplarla,
non fosse stato che per un istante; ma svelta come un uccello ella
sguizzava sempre dalle sue mani, e quando egli voleva parlare, il suo
dito, ricondotto avanti alla sua bocca con un piccolo gesto imperativo
pieno di grazia, gli ricordava che egli era sotto l'impero di una
potenza alla quale doveva ciecamente obbedire, e che gli proibiva
perfino la più piccola lagnanza; finalmente, dopo un minuto e due giri
e rigiri, la sig. Bonacieux aprì una porta e introdusse il giovane in
un gabinetto del tutto oscuro. Là ella fece un nuovo segno di mutismo;
e aprendo una porta nascosta dalla tappezzeria, le di cui aperture
sparsero ad un tratto una viva luce, ella disparve.
D'Artagnan dimorò un istante immobile dimandandosi ove egli era, ma ben
presto il raggio di luce che penetrava da questa camera, l'aria calda e
profumata, che giungeva fino a lui, la conversazione di due o tre donne
con un linguaggio rispettoso ad un tempo ed elegante; la parola di
Maestà ripetuta più volte, gli indicarono chiaramente, che egli era in
un gabinetto attiguo alla camera della regina.
Il giovane si trattenne nella parte oscura e aspettò.
La regina sembrava allegra e felice, cosa che faceva maravigliar
molto le persone che la circondavano, le quali avevano l'abitudine di
vederla quasi sempre pensierosa. La regina attribuì questi sentimenti
d'allegria alla bellezza della festa, al piacere che aveva provato
nella danza; e siccome non è permesso il contraddire una regina sia che
ella sorrida o che ella pianga, ciascuno felicitava i signori consoli
della città di Parigi, per la loro galanteria.
Quantunque d'Artagnan non conoscesse la regina, egli distinse ben
presto la sua voce tra le altre voci, primieramente da un leggero
accento straniero, quindi da quel sentimento d'impero impresso
naturalmente in tutte le parole sovrane. Egli la sentiva allontanarsi
e avvicinarsi a questa porta traperta, e due o tre volte vide ancora
l'ombra di un corpo intercettare la luce. Finalmente; ad un tratto una
mano ed un braccio adorabili per le loro forme e bianchezza comparvero
a traverso la tappezzeria; d'Artagnan comprese quella era la sua
ricompensa: egli si gettò in ginocchio, prese questa mano e vi appoggiò
rispettosamente le sue labbra; quindi questa mano si ritirò lasciando
cadere nelle sue un oggetto, che egli riconobbe essere un anello;
subito dopo la porta si chiuse, e d'Artagnan si ritrovò nella più
perfetta oscurità.
D'Artagnan mise l'anello al suo dito e aspettò di nuovo; era evidente
che tutto non era ancor finito. Dopo le ricompense al suo zelo, doveva
venire la ricompensa al suo amore. D'altronde, la danza era stata
eseguita, ma la serata era incominciata, la cena era per le tre ore, e
l'orologio di San Giovanni da qualche tempo aveva già stonato le due e
tre quarti.
Infatti, a poco a poco il rumore delle voci diminuì nella camera
vicina; quindi s'intesero allontanarsi; poi la porta del gabinetto ove
era d'Artagnan, si riaprì e vi si slanciò la sig. Bonacieux.
— Voi finalmente! gridò d'Artagnan.
— Silenzio! disse la giovane sposa appoggiando la sua mano sulle labbra
del giovane; silenzio! e andatevene per dove siete venuto.
— Ma dove e quando vi rivedrò io? gridò d'Artagnan.
— Un biglietto, che voi ritroverete rientrando nella vostra camera, ve
lo dirà. Partite, partite!
E a queste parole ella aprì la porta del corridoio e spinse d'Artagnan
fuori del gabinetto.
D'Artagnan obbedì come un fanciullo, senza resistenza e senza obiezione
alcuna, cosa che provava essere egli realmente innamorato.
CAPITOLO XXIII.
L'APPUNTAMENTO
D'Artagnan ritornò correndo al suo alloggio; e quantunque fossero
più delle tre ore del mattino, e dovesse traversare i più pericolosi
quartieri di Parigi, egli non fece alcun cattivo incontro. Si sa che vi
è un Dio per gli ubriachi e un altro per gli innamorati.
Egli ritrovò la porta del suo corridoio socchiusa, salì la scala e
battè dolcemente, e in una maniera convenuta tra lui ed il suo lacchè.
Planchet, che egli aveva rimandato due ore prima dal palazzo di città,
raccomandandogli di aspettarlo, venne ad aprire la porta
— Qualcuno ha portato una lettera per me? domandò prestamente
d'Artagnan.
— Nessuno ha portato lettere, signore, rispose; ma ce n'è una che è
venuta da se sola.
— Che vuoi tu dire, imbecille?
— Io voglio dire, che rientrando, quantunque avessi la chiave del
vostro appartamento nella mia saccoccia, e che questa chiave non mi
avesse mai lasciato, ho trovato una lettera sul tappeto verde della
tavola, nella vostra camera da dormire.
— E dov'è questa lettera?
— L'ho lasciata dove era, signore. Non è naturale che le lettere
entrino in questo modo nelle case delle persone. Se la finestra fosse
stata aperta o soltanto socchiusa, io non dico, ma no, tutto era
ermeticamente chiuso. Signore, state in guardia, perchè qui sotto vi è
certamente qualche magia.
In questo mentre il giovine si era slanciato nella camera e apriva la
lettera. Ella era della signora Bonacieux, ed era concepita in questi
termini:
«Si ha dei vivi ringraziamenti da farvi e da trasmettervi: trovatevi
questa sera, verso le dieci ore, a Saint-Cloud, dirimpetto al
padiglione che s'innalza all'angolo della casa del sig. d'Estrées. «C.
B.»
Leggendo questa lettera, d'Artagnan sentì il suo cuore dilatarsi e
restringersi con dolce spasimo che tortura ed accarezza il cuore degli
amanti.
Era il primo biglietto che riceveva, era il primo appuntamento che gli
veniva accordato. Il suo cuore gonfio dall'ebbrezza della gioia, si
sentiva vicino a svenirsi sulla soglia di questo paradiso terrestre,
che si chiama amore.
— Ebbene! signore, disse Planchet, che aveva veduto il padrone
arrossire e impallidire successivamente; ebbene! non ho io indovinato
giusto, e non è questo un qualche cattivo affare?
— Tu ti sbagli, Planchet, rispose d'Artagnan e la pruova ne sia che,
eccoti uno scudo perchè tu beva alla mia salute.
— Io ringrazio il signore dello scudo che mi regala, e gli prometto di
eseguire esattamente le sue istruzioni; ma non per questo è vero che le
lettere che entrano in tal modo nelle case chiuse...
— Cadono dal cielo, amico mio, cadono dal cielo.
— Allora, il signore è contento? domandò Planchet.
— Mio caro Planchet, io sono il più felice degli uomini.
— E posso io profittare della felicità del mio signore, per andarmene a
dormire?
— Sì, va.
— Che tutte le benedizioni del cielo cadano sul mio signore, ma non per
questo è men vero che quella lettera...
E Planchet si ritirò scuotendo la testa con un dubbio che la liberalità
di d'Artagnan non era giunto a scancellare.
Rimasto solo, d'Artagnan lesse e rilesse il suo biglietto, quindi baciò
e ribaciò venti volte quelle lettere tracciate dalla mano della bella
amica. Finalmente andò in letto, si addormì, e fece dei sogni di oro.
A sette ore del mattino, si alzò e chiamò Planchet, che, al secondo
appello, aprì la porta, col viso ancora mal rassicurato dalle
inquietudini della sera innanzi.
— Planchet, gli disse d'Artagnan, io sorto forse per tutta la giornata;
tu dunque sei libero fino alle sette della sera, ma a sette ore di sera
tienti pronto con i due cavalli.
— Va bene! disse Planchet, sembra che noi dobbiamo andarci a fare
sbucare la pelle in più luoghi.
— Tu prenderai il tuo moschetto e le tue pistole.
— Ebbene, che diceva io? gridò Planchet. Io ne era sicuro; maledetta
quella lettera!
— Tranquillizzati adunque, imbecille; si tratta semplicemente di una
partita di piacere.