datemi la preferenza.
— Dove posso ritrovare ora il governatore?
— Alla sua campagna, a un quarto di lega dalla città: osservate, si
vede di qui ai piedi di quella piccola collina, quel tetto acuminato.
— Benissimo! disse il gentiluomo.
E, seguito dal suo lacchè, prese la via della casa di campagna del
governatore.
D'Artagnan e Planchet seguirono il gentiluomo a cinquecento passi di
distanza.
Una volta fuori di città, d'Artagnan affrettò il passo, e raggiunse il
gentiluomo mentre stava per internarsi in un bosco.
— Signore, diss'egli, voi mi sembrate molto stimolato dalla fretta?
— Non si può esserlo di più.
— Io ne sono afflittissimo, perchè, essendo io pure affrettato, voleva
pregarvi di farmi un favore.
— Quale?
— Di lasciarmi passare pel primo.
— Impossibile! disse il gentiluomo. Io ho fatto sessanta leghe in
quarantaquattro ore, e bisogna che domani prima del mezzogiorno io sia
a Londra.
— Io pure ho fatta la stessa strada in quarant'ore, e bisogna che
domattina alle dieci io sia a Londra.
— Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato pel primo, e non
passerò pel secondo.
— Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato il secondo, e devo
passare pel primo.
— Servizio del re! disse il gentiluomo.
— Servizio di me stesso! disse d'Artagnan.
— Ma questa che mi movete è una cattiva contesa, mi sembra.
— Per bacco! e che cosa volete che sia?
— Cosa desiderate?
— Volete saperlo?
— Certamente.
— Ebbene! io voglio l'ordine che voi portate per potervi imbarcare,
atteso che io non l'ho, e me ne abbisogna uno.
— Presumo che voi vogliate scherzare?
— Io non ho scherzato mai.
— Lasciatemi passare.
— Voi non passerete.
— Mio bravo giovane, io vi spaccherò la testa. Olà! Loubin, le mie
pistole.
— Planchet, disse d'Artagnan, incaricati del servo, ch'io m'incarico
del padrone.
Planchet fatto ardito dalla prima intrapresa, saltò sopra Loubin, e
siccome era forte e vigoroso, lo rovesciò coi reni contro terra, e gli
mise un ginocchio sul petto.
— Fate il fatto vostro, signore, io ho fatto il mio.
Vedendo questo, il gentiluomo cavò la spada e andò a fondo su
d'Artagnan; ma egli aveva un forte antagonista.
In tre secondi d'Artagnan gli caricò tre colpi di spada, dicendo a
ciaschedun colpo:
— Uno per Athos, uno per Porthos ed uno per Aramis.
Al terzo colpo il gentiluomo cadde come un masso.
D'Artagnan lo credè morto, o per lo meno svenuto, e si avvicinò a lui
per levargli l'ordine, ma al momento in cui stendeva il braccio per
fregarlo, il ferito, che non aveva lasciata la sua spada, gli portò un
colpo di punta nel petto dicendogli:
— Ed uno per voi.
— Ed uno per me! all'ultimo, il buono! gridò d'Artagnan furioso,
inchiodandolo in terra con un quarto colpo di spada nel ventre.
Questa volta il gentiluomo chiuse gli occhi e si svenne.
D'Artagnan frugò nella saccoccia ove aveva veduto mettere l'ordine pel
passaggio e lo prese. Esso era a nome del conte Wardes.
Quindi gettando un ultimo sguardo sul bel giovane, che aveva appena
venticinque anni, e che lasciava là giacente, privo di sentimenti e
forse morto, mandò un sospiro su quello strano destino che conduce gli
uomini a distruggersi l'un l'altro per l'interesse di persone che loro
sono sconosciute, e che spesso non sanno nemmeno che esistono.
Ma fu ben presto tolto da queste riflessioni da Loubin, che mandava
degli urli, e chiamava con tutte le sue forze soccorso.
Planchet gli applicò la mano sulla gola, e la stringeva con tutta la
forza.
— Signore, diss'egli, fino a che lo terrò stretto a questo modo, egli
non griderà, ne sono ben sicuro ma subito che lo lascerò ritornerà a
gridare. Io lo riconosco per un Normanno, e i Normanni sono ostinati.
In fatti per quanto fosse stretto, Loubin cercava di filare la voce e
mandare un suono.
— Aspetta! disse d'Artagnan, e prendendo il suo fazzoletto, glielo mise
intorno alla bocca.
— Ora, disse Planchet, leghiamolo ad un albero.
La cosa fu fatta coscienziosamente. Quindi fu tirato il conte de
Wardes vicino al suo domestico, e siccome la notte sopraggiungeva, ed
il ferito ed il legato erano a molti passi internati nel bosco, era
evidente che dovevano restar là fino all'indomani.
— Ed ora, disse d'Artagnan, andiamo al governatore.
— Ma voi siete ferito, mi sembra, disse Planchet.
— Non è niente, occupiamoci del più interessante, quindi penseremo alla
mia ferita, che del resto, non mi sembra molto pericolosa.
Ed entrambi s'incamminarono a gran passi verso la campagna del degno
funzionario.
Fu annunziato il sig. conte de Wardes.
D'Artagnan fu introdotto.
— Avete voi l'ordine firmato dal ministro? disse il governatore.
— Sì, signore, rispose d'Artagnan; eccolo.
— Ah! Ah! egli è in regola, ben raccomandato, disse il governatore.
— È semplicissimo, rispose d'Artagnan, io sono uno dei suoi più fedeli.
— Sembra che sua Eccellenza voglia impedire a qualcuno di passare in
Inghilterra?
— Sì, ad un certo d'Artagnan, un gentiluomo bearnese che è partito da
Parigi con tre de' suoi amici con l'intenzione di trasferirsi a Londra.
— Lo conoscete voi personalmente? domandò il governatore.
— Chi?
— Questo d'Artagnan.
— A meraviglia.
— Datemi i suoi connotati.
— Niente di più facile.
E d'Artagnan uno per uno descrisse tutti i connotati del conte de
Wardes.
— È egli accompagnato? domandò il governatore.
— Sì, da un cameriere chiamato Loubin.
— Si veglierà sopra essi, e se si giunge a metter loro le mani addosso,
Sua Eccellenza può restar tranquilla; essi saranno ricondotti a Parigi
sotto buona scorta.
— E agendo così, signor governatore, disse d'Artagnan, voi diventerete
benemerito del ministro.
— Lo rivedrete voi al vostro ritorno, signor conte?
— Senza alcun dubbio.
— Ditegli, vi prego, che io sono un suo vero servitore.
— Io non mancherò.
E contento di questa assicurazione, il governatore fece il visto al
lascia-passare, e lo rimise a d'Artagnan.
D'Artagnan non perdè tempo in inutili complimenti, salutò il
governatore, lo ringraziò e partì.
Una volta fuori, egli e Planchet presero la corsa, e, facendo un lungo
giro, evitarono il bosco e rientrarono per un'altra porta.
Il bastimento era sempre pronto a partire; il padrone aspettava sul
porto.
— Ebbene? diss'egli scorgendo d'Artagnan.
— Ecco il mio lascia-passare col suo visto, disse questi.
— E quell'altro gentiluomo?
— Egli non partirà per oggi, disse d'Artagnan; ma siate tranquillo, io
pagherò il passaggio per noi due.
— In questo caso, partiamo, disse il padrone.
— Partiamo, ripetè d'Artagnan.
Ed egli con Planchet saltò nella lancia; cinque minuti dopo essi erano
a bordo.
Ed era tempo; non avevano fatto mezza lega in mare, che d'Artagnan vide
brillare une luce e intese una detonazione.
Era il colpo del cannone che annunziava la chiusura del porto.
Venne tempo di occuparsi della sua ferita, fortunatamente, come lo
aveva pensato d'Artagnan, non era affatto pericolosa; la punta della
spada aveva incontrata una costa e aveva strisciato lungo l'osso; di
più la camicia si era subito attaccata alla carne e appena aveva sparso
qualche goccia di sangue.
D'Artagnan era spossato dalla fatica: gli fu steso una materassa sul
ponte, vi si gettò sopra e si addormì.
L'indomani alla punta del giorno egli si ritrovò a tre o quattro leghe
soltanto dalle coste d'Inghilterra; la brezza era stata debole tutta la
notte e avevano potuto camminare.
A due ore il bastimento gettava l'ancora nel porto di Douvres.
A due ore e mezzo d'Artagnan metteva piede sul suolo d'Inghilterra,
gridando:
— Finalmente eccomi qui!
Ma questo non era il tutto, bisognava giungere a Londra. In Inghilterra
la posta era ben servita. D'Artagnan e Planchet presero ciascuno un
polledro; un postiglione corse davanti a loro; in quattro ore essi
giunsero alle porte della capitale.
D'Artagnan non conosceva Londra; d'Artagnan non sapeva una parola
d'inglese, ma egli scrisse il nome di Buckingham sopra un pezzo di
carta e ciascuno gli sapeva indicare il palazzo del duca.
Il duca era alla caccia a Windsor col re.
D'Artagnan domandò il cameriere di confidenza del duca, che avendolo
accompagnato in tutti i suoi viaggi, parlava perfettamente il francese:
gli disse che giungeva da Parigi per affare in cui trattavasi della
vita o della morte, e che abbisognava che parlasse sull'istante col suo
padrone.
La confidenza con la quale parlava d'Artagnan convinse Patrizio, che
questo era il nome di questo ministro. Egli fece insellare due cavalli
e s'incaricò di condurre la giovane guardia. In quanto a Planchet era
stato tolto dalla sua cavalcatura intirizzito come un giunco. Il povero
servitore era al termine delle sue forze; d'Artagnan sembrava di ferro.
Si giunse al castello, e si chiesero le informazioni: il re e
Buckingham erano alla caccia del falcone nelle paludi poste a tre leghe
di là.
In venti minuti furono al luogo indicato. Ben presto Patrizio intese la
voce del suo padrone che chiamava il suo falcone.
— Chi debbo io annunziare a milord duca? domandò Patrizio.
— Quel giovane che una sera gli mosse contesa sul Ponte Nuovo, in
faccia alla Samaritana.
— Questa è una singolare raccomandazione!
— Voi vedrete che ella vale quanto un'altra.
Patrizio mise il suo cavallo al galoppo, raggiunse il duca, e gli
annunziò, nei termini che abbiamo detto, che un messaggiero lo
aspettava. Buckingham riconobbe d'Artagnan sull'istante, e dubitando
che accadesse qualche cosa in Francia, di cui gli si faceva pervenire
la notizia, egli non prese che il tempo di domandare ove era quello che
portava, e avendo riconosciuto da lontano l'uniforme delle guardie,
mise il suo cavallo al galoppo, e venne direttamente incontro a
d'Artagnan. Patrizio per discrezione si tenne in disparte.
— Non è già accaduta nessuna disgrazia alla regina, gridò Buckingham,
esponendo tutto il suo pensiero, e tutto il suo amore in questa
interrogazione.
— Io non lo credo; però credo che ella corra qualche gran pericolo, da
cui Vostra Grazia soltanto può toglierla.
— Io? gridò Buckingham. E che! sarei io tanto felice per esserle buono
a qualche cosa? parlate! parlate!
— Prendete questa lettera, disse d'Artagnan.
— Questa lettera? e chi mi manda questa lettera?
— Sua Maestà, a quanto credo.
— Sua Maestà! disse Buckingham impallidendo in modo che d'Artagnan
temette che fosse per sentirsi male.
E ruppe il sigillo.
— E che cosa è questo strappo? disse egli mostrando a d'Artagnan un
punto in cui era forata a giorno.
— Ah! ah! disse d'Artagnan, una sgraffiatura.
— Giusto cielo! che leggo! gridò il duca. Patrizio resta qui, o
piuttosto raggiungi il re ovunque ei sia, e dì a Sua Maestà che io
lo supplico umilmente a scusarmi; ma che un affare della più alta
importanza mi chiama a Londra. Venite, signore, venite.
Ed entrambi ripresero al galoppo la strada della capitale.
CAPITOLO XXI.
LA CONTESSA DI WINTER
Lungo tutta la strada, il duca si fece mettere al corrente da
d'Artagnan, non di tutto ciò che era accaduto, ma di tutto ciò che
d'Artagnan sapeva. Ravvicinando tutto che sentiva sortire dalla bocca
del giovane colle sue rimembranze, potè farsi un'idea abbastanza esatta
di una posizione, sulla gravità della quale del resto la lettera della
regina, per quanto corta ed esplicita fosse, gli dava la misura. Ma
ciò che soprattutto io maravigliava, era che il ministro, interessato
grandemente che questo giovane non mettesse piede in Inghilterra, non
fosse giunto a fermarlo sulla via. Fu allora dietro la manifestazione
di questa meraviglia, che d'Artagnan gli raccontò le prese precauzioni,
e come, mercè la divozione, dei suoi tre amici, che aveva sparsi
insanguinati sulla strada, egli era giunto a esserne sortito con un
sol colpo di spada, che aveva trapassato il biglietto della regina,
e che aveva reso al sig. Wardes con una così terribile moneta. Mentre
ascoltava questo racconto fatto con la più grande semplicità, il duca
guardava di tratto in tratto il giovane con aria meravigliata, come
se non avesse potuto comprendere in che modo tanta prudenza, tanto
coraggio e tanta devozione potessero collegarsi con un viso che non
indicava ancora venti anni.
I cavalli andavano come il vento, e in pochi minuti furono alle porte
di Londra. D'Artagnan aveva creduto che, entrando nella città, il duca
avrebbe rallentato la corsa del suo, ma non andò così; egli continuò
la strada di gran carriera, poco inquietandosi di rovesciare quelli
che incontrava nel suo passaggio. Infatti, traversando la città,
accaddero due o tre accidenti di questo genere, ma Buckingham non voltò
nemmeno la testa per guardare che cosa era accaduto a quelli che aveva
cacciati sottosopra. D'Artagnan lo seguiva in mezzo a certe grida che
rassomigliavano molto a maledizioni.
Entrando nel cortile del palazzo, Buckingham saltò da cavallo, e senza
inquietarsi di ciò che poterà avvenire di lui, gli gettò le briglie sul
collo, e si slanciò sulla scalinata. D'Artagnan fece altrettanto con un
poco più d'esitanza per questi nobili animali, di cui egli aveva potuto
apprezzare il merito; ma egli ebbe la consolazione di vedere che tre
o quattro camerieri si slanciavano dalle cucine e dalle scuderie, e si
impadronivano tosto delle loro cavalcature.
Il duca camminava così rapidamente, che d'Artagnan appena lo poteva
seguire. Egli traversò successivamente diversi saloni di una tale
eleganza, che i più gran signori di Francia non ne avevano neppure
un'idea, e giunse finalmente in una camera da dormire che era un
miracolo di buon gusto ad un tempo e di ricchezza. Nell'alcova di
questa camera, era una porta nascosta sotto la tappezzeria, che il duca
aprì con una piccola chiave d'oro, che egli portava al collo, sospesa
ad una catena dello stesso metallo. D'Artagnan per delicatezza era
rimasto indietro, al momento in cui Buckingham oltrepassava il limitare
di questa porta, egli si voltò, e vedendo l'esitazione del giovane:
— Venite, gli disse, e se voi avrete la felicità di essere ammesso alla
presenza di Sua Maestà, le direte ciò che avete veduto.
Incoraggiato da questo invito, d'Artagnan seguì il duca che chiuse la
porta dietro a lui.
Allora tutti e due sì trovarono in un piccolo gabinetto tappezzato di
seta di Persia e broccato d'oro. Al disotto di un magnifico baldacchino
sormontato dalla corona reale e da piume bianche e rosse, stava
il ritratto di Anna regina di Francia, grande al naturale, e così
perfettamente rassomigliante, che d'Artagnan mandò un grido di sorpresa
nello scorgerlo; si sarebbe detto che la regina stava per parlare.
Sotto il ritratto, e sopra un dado ricoperto con magnificenza, era il
bauletto che racchiudeva i puntali di diamanti.
Il duca si avvicinò con quel rispetto e divozione, che avrebbe usata
per cosa santa, quindi aprì il bauletto.
— Prendete, gli disse, cavando da quello un grosso nastro di fettuccia
blu tutta risplendente di diamanti, prendete ecco questi preziosi
puntali, coi quali aveva fatto giuramento di essere sepolto. La regina
me li aveva dati, me li prende, sia fatta la sua volontà in tutte le
cose.
Quindi si mise a baciare gli uni dopo gli altri questi puntali da cui
stava per separarsi per sempre. Ad un tratto mandò un grido terribile.
— Che avviene? domandò d'Artagnan con inquietudine, e che vi accadde,
milord?
— Vi è che tutto è perduto! gridò Buckingham diventando pallido come un
cadavere; mancano due di questi puntali, non ve ne sono più che dieci.
— Milord gli ha forse perduti, o crede che gli sieno stati rubati?
— Mi sono stati rubati, riprese il duca, ed è il ministro che ha fatto
fare il colpo. Osservate, guardate la fettuccia che li sosteneva, che è
stata tagliata con le forbici.
— Se milord potesse sospettare chi ha commesso il furto... forse la
persona gli ha ancora fra le mani.
— Aspettate, aspettate! gridò il duca. La sola volta che io ho messo
questi puntali è stato ai ballo del re à Windsor, otto giorni or sono.
La contessa de Winter, con la quale era in collera, mi si è accostata
in questo ballo. Questo accomodamento è stato una vendetta di donna
gelosa. Da quel giorno io non l'ho più riveduta. Questa donna è una
agente del ministro.
— Ve ne sono dunque in tutto il mondo? gridò d'Artagnan.
— Oh! sì, sì, disse Buckingham stringendo i denti per la collera; sì, è
un terribile competitore. Ma frattanto, quando avrà luogo questo ballo?
— Lunedì prossimo.
— Lunedì prossimo! cinque giorni ancora? vi è più tempo di quello che
ci abbisogna. Patrizio! gridò il duca aprendo la porta di questa specie
di santuario, Patrizio!
Il suo cameriere di confidenza comparve.
— Il mio gioielliere e il mio segretario!
Il cameriere sortì con una prontezza ed un silenzio che provavano
l'abitudine che egli aveva contratta di obbedire ciecamente e senza
replica.
Ma quantunque fosse stato il gioielliere il primo chiamato, il primo a
comparire fu il segretario.
Era naturale, egli abitava nel palazzo. Trovò Buckingham assiso davanti
una tavola nella sua camera da dormire, che scriveva alcuni ordini di
sua propria mano.
— Sig. Jackson, gli disse, portatevi sul momento dal Lord-Cancelliere,
e ditegli che io lo incarico della pronta esecuzione di questi ordini.
Io desidero che sieno promulgati nell'istante medesimo.
— Ma, mio signore, se il Lord-Cancelliere mi interroga sui motivi che
possono avere indotto Vostra Grazia ad una misura così straordinaria,
che cosa risponderò io?
— Che tale è stata la mia volontà, e che io non rendo conto a nessuno
della mia volontà.
— Dovrà esser questa la risposta da trasmettersi anche a Sua Maestà,
riprese sorridendo il segretario, se per caso Sua Maestà avesse la
curiosità di sapere perchè nessun vascello può più sortire dai porti
della Gran Brettagna?
— Voi avete ragione, signore, riprese Buckingham, in questo caso egli
dirà al re che io ho deciso la guerra, e che questa misura è il primo
atto di ostilità contro la Francia.
Il segretario s'inchinò e partì.
— Per questo lato eccoci tranquilli, disse Buckingham voltandosi verso
d'Artagnan. Se i puntali non sono già partiti per la Francia essi non
vi arriveranno che dopo di voi.
— In che modo?
— In questo momento ho dato la proibizione a tutti i bastimenti che
si trovano nei porti di Sua maestà di partire senza un particolare
permesso, e neppure un solo avrà il coraggio di alzare l'ancora.
D'Artagnan guardò con stupore quest'uomo che impiegava nel servizio
dei suoi amori tutto l'illimitato potere di cui era rivestito dalla
confidenza del re. Buckingham vide, dalla espressione della fisonomia
del giovane, ciò che passava nel di lui pensiero, e sorrise.
— Si, disse egli, sì, è Anna la mia vera regina, per una di lei parola
io tradirei il mio paese, tradirei il mio re. Ella mi ha domandato di
non mandare ai protestanti della Rochelle i soccorsi che io aveva loro
promessi, ed io l'ho fatto. Io manco alla mia parola, ma non importa,
obbedisco al suo desiderio, ma sono stato pagato largamente della mia
obbedienza, alla quale devo il suo ritratto.
D'Artagnan ammirò quel debole filo e qualche volta sconosciuto, dal
quale dipendono i destini di un popolo e la vita degli uomini.
Egli era nel più profondo di queste riflessioni allorquando entrò il
gioielliere: questi era un Irlandese dei più abili nell'arte sua, e che
confessava egli stesso di guadagnare seimila lire all'anno col duca de
Buckingham.
— Signor O'Reilly, gli disse il duca conducendolo nel gabinetto,
guardate questi puntali di diamanti, e dite quanto costano l'uno.
L'orefice gettò un colpo d'occhio sul modo elegante con cui erano
legati, calcolò l'uno per l'altro il valore dei diamanti, e senza
alcuna esitazione:
— Mille e cinquecento doppie l'uno, milord, rispose egli.
— Quanti giorni ci vogliono per far due puntali come questi? vedete ne
mancano due.
— Otto giorni, milord.
— Io li pagherò tremila doppie l'uno, ma mi abbisognano per dopo domani.
— Milord li avrà.
— Voi siete un uomo prezioso, sig. O'Reilly, ma questo non è tutto,
questi puntali non possono essere confidati ad alcuno, bisogna quindi
che sieno fatti nel mio palazzo.
— Impossibile, milord, non vi sono che io che li possa fare in modo da
non accorgersi della differenza tra i nuovi ed i vecchi.
— Così, mio caro sig. O'Reilly, voi siete mio prigioniero, e da
quest'ora, quando anche voleste sortire dal mio palazzo non lo potreste
più! adattatevi adunque. Nominatemi quelli fra i vostri garzoni di cui
avete bisogno, e ditemi gli utensili che vi devono portare.
Il gioielliere conoscendo il duca, sapeva che era inutile ogni
osservazione, si adattò quindi fino da quel momento alla sua
situazione.
— Mi sarà permesso di avvertire mia moglie? domandò egli.
— Sì, e vi sarà anche permesso di vederla, mio caro sig. O'Reilly; la
vostra prigionia sarà dolce, e siccome ogni incomodo vuole un compenso,
così, ecco un buono di mille doppie, oltre il prezzo dei puntali, per
farvi dimenticare la noia che vi procuro.
D'Artagnan non poteva rimettersi dalla sorpresa che gli cagionava
questo ministro, che rimescolava a piene mani uomini e milioni.
In quanto all'orefice, scriveva a sua moglie inviandole il buono
di mille doppie, e incaricandola in contracambio d'inviargli il suo
miglior giovane di negozio e un assortimento di diamanti di cui le
indicava il peso ed il titolo, e una lista d'utensili che gli erano
necessari.
Buckingham condusse l'orefice nella camera che gli venne destinata, e
che in capo ad una mezz'ora fu trasformata in un'officina. Mise quindi
una sentinella a ciascheduna porta, con proibizione di lasciare entrare
chi che siasi, ad eccezione del suo cameriere Patrizio. È superfluo
l'aggiungere ch'era assolutamente proibito all'orefice ed al suo
lavorante di sortire sotto alcun pretesto.
Regolata questa bisogna, il duca ritornò a d'Artagnan.
— Ora, mio giovane amico, gli disse, l'Inghilterra è vostra; che
volete, che desiderate?
— Un letto, rispose d'Artagnan; ciò è pel momento, ve lo confesso, la
cosa di cui ho maggiore bisogno.
Buckingham assegnò a d'Artagnan una camera attigua alla sua. Egli
voleva conservare il giovane presso di sè, non già perchè diffidasse di
lui, ma perchè desiderava aver qualcuno con cui parlare incessantemente
della regina.
Un'ora dopo fu promulgato in Londra l'ordine di non lasciar sortire
dai porti nessun bastimento diretto per la Francia, e neppure il
_pacchebotto_ delle lettere. Agli occhi di tutti, questa era una
dichiarazione di guerra fra i due regni.
Il giorno dopo, a undici ore, i due puntali di diamanti erano
compiuti ed imitati così esattamente, e così perfettamente uguali, che
Buckingham non potè distinguere i nuovi dai vecchi, e che vi sarebbero
rimasti ingannati anche i più esercitati in simili materie.
Egli fece subito chiamare d'Artagnan.
— Prendete, gli disse, ecco i puntali di diamanti che siete venuto a
domandarmi, e siate mio testimonio, che io ho fatto tutto quel che il
potere umano poteva fare.
— Siate tranquillo, milord; io dirò quello che ho veduto; ma Vostra
Grazia mi consegua i puntali senza il bauletto?
— Il bauletto vi sarebbe d'impiccio; d'altronde il bauletto mi è tanto
più prezioso in quanto che non mi rimane altro. Voi direte che l'ho
conservato.
— Eseguirò la vostra commissione parola per parola.
— Ed ora, rispose Buckingham guardando fissamente il giovane, in qual
modo mi appareggerò con voi?
D'Artagnan arrossì fino al bianco degli occhi. Vide che il duca cercava
un mezzo di fargli accettare qualche cosa, e l'idea che il suo sangue
e quello dei suoi compagni gli venisse pagato dall'oro inglese, gli
ripugnava in un modo straordinario.
— Intendiamoci bene, milord, riprese d'Artagnan, e pensiamo bene alle
cose avanti, affinchè poi non si abbia a dar luogo al disprezzo. Io
sono al servizio del re e della regina di Francia, e faccio parte
della compagnia delle guardie del conte des Essarts, che unitamente a
suo cognato, il conte de Tréville, sono in particolar modo attaccati
alle Loro Maestà. Tutto quello che ho fatto fu per la regina, e niente
affatto fu per Vostra Grazia. Vi è ancor più, ed è che forse non avrei
fatto niente di tutto questo se non si fosse trattato di rendermi
aggradito ad una tale, che è la mia dama, nello stesso modo che la
regina è la vostra.
— Sì, disse il duca sorridendo, e credo ancora di conoscere chi è
questa tale, ella è...