— Ah! voi avete ragione, signore, disse d'Artagnan; ma voi conoscete

Athos, Porthos ed Aramis, e voi sapete se io posso disporre di loro.

— Senza confidar loro il segreto che io non ho voluto sapere?

— Noi ci siamo giurati, una volta per sempre, confidenza cieca, e

attaccamento a tutta pruova. D'altronde voi, potete dir loro che avete

ogni confidenza in me, e non saranno più increduli di voi.

— Io posso inviare a ciascuno di loro un congedo di quindici giorni,

ecco fatto: ad Athos, che soffre sempre della sua ferita, perchè vada

alle acque di Forges; a Porthos e ad Aramis, per seguire il loro amico

che non vogliono abbandonare in un così doloroso stato. L'invio dei

loro congedi sarà una pruova che io autorizzo il viaggio.

— Grazie, signore, voi siete buono cento volte.

— Andate dunque sul momento a cercarli, e che tutto si eseguisca in

questa notte. E primieramente, scrivetemi la vostra istanza pel signore

des Essarts, forse avete una spione alle vostre calcagne, e la vostra

visita, che in questo caso è già conosciuta dal ministro, sarà in tal

modo legittimata.

D'Artagnan formulò questa domanda, ed il signor de Tréville, nel

riceverla fra le sue mani, lo assicurò che avanti le due ore dopo la

mezzanotte i quattro congedi sarebbero al rispettivo domicilio dei

viaggiatori.

— Abbiate la bontà di mandare il mio all'alloggio d'Athos, disse

d'Artagnan. Io temerei, ritornando in casa mia, di fare qualche

sinistro incontro.

— Siate tranquillo. Addio e buon viaggio. A proposito... disse il

signor de Tréville richiamandolo.

D'Artagnan ritornò in addietro.

— Avete voi del denaro?

D'Artagnan fece risuonare il sacchetto che portava in saccoccia.

— Abbastanza? domandò il sig. de Tréville.

— Trecento doppie.

— Basta! con queste si va in capo al mondo; andate dunque.

D'Artagnan salutò il signor de Tréville che gli stese la mano,

d'Artagnan la strinse a lui con rispetto misto a riconoscenza. Da che

egli era giunto a Parigi, non aveva avuto che a lodarsi di quest'uomo

eccellente, che aveva sempre ritrovato degno, leale e grande.

La sua prima visita fu per Aramis, egli non era più ritornato in sua

casa da quella famosa sera in cui aveva seguito la signora Bonacieux.

Vi era di più: rare volte aveva veduto il moschettiere, e ciascheduna

volta che lo aveva riveduto aveva creduto notare una profonda tristezza

impressa nel suo viso.

Quella sera ancora, Aramis vegliava cupo ed astratto; d'Artagnan gli

fece alcune interrogazioni su questa malinconia prolungata; Aramis se

ne scusò con la difficile interpretazione di un passo di filosofia di

Demostene che era obbligato di scrivere in latino per la successiva

settimana, e ciò lo teneva molto preoccupato.

Siccome i due amici parlavano già da qualche tempo, un servitore del

signor de Tréville entrò portando un plico sigillato.

— Che cosa è questo? domandò Aramis.

— Il congedo che il signore ha domandato, rispose il lacchè.

— Io? io non ho mai domandato congedi.

— Tacete e prendete, disse d'Artagnan; e voi, amico mio, eccovi una

mezza doppia per il vostro incomodo. Voi direte al signor de Tréville

che Aramis lo ringrazia sinceramente e di cuore. Andate.

Il lacchè salutò fino a terra e partì.

— Che significa questo? domandò Aramis.

— Prendete tutto ciò che vi abbisogna per un viaggio di quindici

giorni, e seguitemi.

— Ma in questo momento non posso lasciare Parigi senza sapere...

— Che cosa sia avvenuto di lei? continuò d'Artagnan.

— Chi? riprese Aramis.

— La donna ch'era qui, la donna del fazzoletto ricamato.

— Chi vi ha detto che qui v'era una donna? disse Aramis divenendo

pallido come la morte.

— Io l'ho veduta.

— E voi sapete chi ella è?

— Almeno credo di dubitarne.

— Ascoltate, disse Aramis, poichè voi sapete tante cose, sapreste dirmi

ove sia andata questa donna?

— Io presumo ch'ella sia ritornata a Tours.

— A Tours! Sì, è lei; voi la conoscete! Ma in che modo ritornata a

Tours senza dirmi niente!

— Perchè ha avuto timore di essere arrestata.

— E perchè non mi ha scritto?

— Perchè ha temuto di compromettervi.

— Sì, è per questo, d'Artagnan, voi mi rendete la vita. Mi credeva

ingannato, tradito; sarei stato tanto felice di poterla rivedere! Io

non poteva credere che ella avesse arrischiata la sua libertà per me,

eppure per quale altra causa sarebbe ella ritornata a Parigi?

— Per la stessa causa che oggi ci fa partire per l'Inghilterra.

— E qual è questa causa? domandò Aramis.

— Un giorno voi la saprete, ma pel momento bisogna che io conservi la

stessa riserva che voi avete conservata per la _nipote del dottore_.

Aramis sorrise, perchè si ricordò un certo racconto fatto una sera ai

suoi amici.

— Ebbene! dunque, dappoichè ella ha lasciato Parigi, e che voi ne siete

sicuro, d'Artagnan, niuna cosa più mi trattiene, ed io sono pronto a

seguirvi. Voi diceste che noi andiamo...?

— Da Athos, pel momento, e se voi volete venire, vi prego ancora

di sollecitare, poichè noi abbiamo già perduto abbastanza tempo. A

proposito, prevenite Bazin.

— Bazin viene dunque con noi? domandò Aramis.

— Forse: in ogni modo è bene ch'egli ci segua fino ad Athos.

Aramis chiamò Bazin, e dopo avergli ordinato di venirlo a raggiungere

in casa di Athos, partiamo, diss'egli prendendo il suo mantello, la sua

spada e le sue pistole, e aprendo con molta galanteria alcuni tiratori

per vedere se mai vi avesse smarrito qualche doppia. Quindi quando

fu ben sicuro che questa ricerca era inutile, egli seguì d'Artagnan

chiedendo a se stesso come mai poteva accadere che il giovane cadetto

delle guardie sapesse tanto bene quanto lui chi era quella donna alla

quale egli aveva accordata ospitalità; e sapesse meglio di lui che ne

era avvenuto.

Soltanto, nel sortire, egli pose una mano sulla spalla di d'Artagnan, e

fissandolo collo sguardo:

— Voi non avete parlato con alcuno di questa donna? diss'egli.

— Ad anima vivente.

— Neppure ad Athos e a Porthos?

— Non ho detto loro una parola.

— Alla buon'ora.

E tranquillizzato su questo punto importante, Aramis continuò la

sua strada con d'Artagnan, ed entrambi giunsero ben presto alla casa

d'Athos.

Essi lo ritrovarono che con una mano teneva il suo congedo e coll'altra

una lettera del sig. de Tréville.

— Sapreste voi spiegarmi che cosa significa questo congedo e questa

lettera che ho ricevuta in questo momento? E Athos lesse:

«Mio caro Athos, acconsento volentieri, poichè la vostra salute

lo esige assolutamente, che voi vi riposiate per quindici giorni.

Andate a prendere le acque di Forges, o qualunque altra più

convenga, e ristabilitevi prontamente.

«Vostro affezionatissimo.

Tréville.»

— Ebbene! questo congedo e questa lettera significano che bisogna

seguirmi, Athos.

— Alle acque di Forges?

— O in un qualche altro luogo.

— Pel servizio del re?

— Del re o della regina: non siamo noi servitori delle Loro Maestà?

In questo momento entrò Porthos.

— Per bacco! diss'egli, eccone una delle nuove; da quando in qua, nei

moschettieri, si accordano dei permessi ai soldati senza ch'essi li

domandino?

— Da quando vi sono degli amici che li domandano per loro.

— Ah! ah! disse Porthos, sembra che qui vi sia qualche cosa di nuovo?

— Sì, noi partiamo, disse Aramis.

— Per qual paese? domandò Porthos.

— In fede mia, non so niente, disse Athos, domandatelo a d'Artagnan.

— Per Londra, signori, disse d'Artagnan.

— Per Londra! gridò Porthos; e che cosa andiamo noi a fare a Londra?

— Ecco quello che io non posso dirvi, signori, e bisogna che abbiate

confidenza in me.

— Ma per andare a Londra ci vuol del danaro, aggiunse Porthos, ed io

non ne ho.

— Neppur io, disse Aramis.

— Neppur io, disse Porthos.

— Ne ho io, riprese d'Artagnan, cavando di saccoccia il suo tesoro, e

deponendolo sulla tavola. Prendiamone settantacinque per cadauno, ed

è quanto basta per andare a Londra e per ritornare. D'altronde siate

tranquilli, noi non vi giungeremo tutti a Londra.

— E perchè?

— Perchè secondo tutte le probabilità, vi sarà qualcuno di noi che

rimarrà per la strada.

— È dunque una campagna che noi intraprendiamo?

— È delle più pericolose, ve ne avverto!

— Va bene! ma poichè noi corriamo il rischio di farci uccidere, disse

Porthos, vorrei almeno sapere per chi arrischiamo.

— Tu non ne saprai di più, disse Athos.

— Però, disse Aramis, io sono del parere di Porthos.

— Il re ha forse l'abitudine di rendervi dei conti? No; egli vi dice

soltanto: «signori, si dovranno battere in Guascogna o nelle Fiandre;

vadano a battersi.» E voi andate. Perchè? Voi non ci pensate neppure a

domandarlo.

— D'Artagnan ha ragione, disse Athos; ecco i tre congedi che ci vengono

mandati dal sig. de Tréville, ed ecco trecento doppie che ci vengono

non so da chi. Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono d'andare. La

vita valesse la pena di fare tante interrogazioni? D'Artagnan, io sono

pronto a seguirvi.

— Ed io pure, disse Porthos.

— Ed io pure, disse Aramis. Tanto più che non sono mal contento di

lasciare Parigi. Io ho bisogno di distrazione.

— Ebbene! voi avrete delle distrazioni, signori, siate tranquilli!

disse d'Artagnan.

— Ed ora, quando partiamo noi? disse Athos.

— Subito, disse d'Artagnan, noi non abbiamo un minuto da perdere.

— Olà! Grimaud, Planchet, Mousqueton, Bazin! gridarono i quattro

giovani chiamando i loro quattro lacchè! date il grasso agli stivali, e

conducete i cavalli all'alloggio.

Infatti ciaschedun moschettiere lasciava al palazzo generale, come una

caserma, il suo cavallo e quello del suo lacchè.

Planchet, Grimaud, Mousqueton, e Bazin partirono in tutta fretta.

— Ora stabiliamo il piano di campagna, disse Porthos. Dove andremo noi

per il primo?

— A Calais, disse d'Artagnan; è la linea più diretta per giungere a

Londra.

— Ebbene disse Porthos, ecco il mio parere.

— Parla!

— Quattro uomini che viaggiano assieme sarebbero sospetti, d'Artagnan

darà a ciascun di noi le nostre istruzioni. Io partirò avanti per la

strada di Boulogne, per esplorare il cammino; Athos partirà due ore

dopo, per la strada d'Amiens; Aramis ci seguirà per quella di Noyon; in

quanto a d'Artagnan, egli partirà per quella strada che vorrà, cogli

abiti di Planchet, nel mentre che Planchet ci seguirà vestito alla

d'Artagnan con l'uniforme delle guardie.

— Signori, disse Athos, il mio parere si è che non convenga in modo

alcuno l'immischiare i lacchè in simili affari. Un segreto può essere

tradito da dei gentiluomini, ma questo è un caso, nel mentre che è

sempre venduto dai lacchè.

— Il piano di Porthos mi sembra impraticabile, disse d'Artagnan,

molto più che ignoro io stesso quali istruzioni potrei darvi. Io sono

portatore di una lettera, ecco tutto. Io non ho, e non posso fare tre

copie di questa lettera, mentre essa è sigillata; bisogna dunque, a

mio avviso, viaggiare in compagnia. Questa lettera è qui in questa

saccoccia, (e mostrò la saccoccia ove teneva la lettera). Se io resto

ucciso, uno di voi la prenderà, e continuerete la strada; se egli

rimane a sua volta ucciso, toccherà ad un altro l'incaricarsene, e così

di seguito, purchè un solo giunga: questo è tutto quanto abbisogna.

— Bravo d'Artagnan! il tuo parere è anche il mio, disse Athos.

D'altronde bisogna essere conseguenti; io vado a prendere le acque,

voi mi accompagnerete; invece delle acque di Forges vado a passare le

acque di mare; io sono libero. Se vorranno arrestarci, io mostrerò

la lettera del sig. de Tréville, e voi mostrerete i vostri congedi;

se verremo attaccati, noi ci difenderemo; e se saremo giudicati, noi

sosterremo che non avevamo altre intenzioni che di tuffarci un certo

numero di volte nel mare; avrebbero troppo poco da fare nell'attaccare

quattro uomini isolati, nel mentre che quattro uomini riuniti formano

una truppa; noi armeremo i quattro lacchè di pistole e di moschetti;

se ci verrà inviata contro un'armata, noi daremo battaglia, ed il

sopravvivente, come lo ha detto d'Artagnan, porterà la lettera.

— Ben detto! gridò Aramis; tu non parli spesso, Athos, ma quando parli

sei come un Demostene. Adotto il piano d'Athos; e tu Porthos?.

— Io pure, disse Porthos, se piace a d'Artagnan che porta la lettera; è

naturalmente il capo dell'impresa; che egli decida, e noi eseguiremo.

— Ebbene! disse d'Artagnan, io decido che noi adottiamo il piano

d'Athos, e che partiamo tra una mezz'ora.

— Adottato! risposero in coro i tre moschettieri.

E ciascuno allungò la mano verso il sacchetto, prese le 75 doppie e

fece i suoi preparativi per partire nell'ora convenuta.

CAPITOLO XX.

VIAGGIO

A due ore dopo la mezzanotte i nostri quattro avventurieri sortirono

da Parigi per la barriera di S. Dionigi; fino a che fu notte, essi

rimasero muti; loro malgrado subivano l'influenza della oscurità e

dappertutto vedevano delle imboscate.

Ai primi raggi del giorno le loro lingue si sciolsero; col sole

ritornò l'allegria; era come il giorno innanzi di una battaglia, gli

occhi ridevano ma il cuore batteva, e sentivano che la vita, che forse

stavano per lasciare, in fin dei conti, era qualche cosa di buono.

Del resto, l'aspetto delle carovana era dei più formidabili: i cavalli

neri dei moschettieri, il loro portamento marziale, quell'abitudine

di squadrone che fa camminare regolarmente questi nobili compagni

del soldato, avrebbero tradito il più stretto incognito. I lacchè li

seguivano, armati fino ai denti.

Tutto andò bene fino a Chantilly ove giunsero olle otto ore del

mattino. Bisognava far colezione. Discesero davanti un albergo che

si raccomandava con la sua grande insegna rappresentante S. Martino

nell'atto di dare la metà del suo mantello ad un povero. Ingiunsero ai

lacchè di non levare la sella ai cavalli e di tenersi pronti a partire

immediatamente.

Entrarono nella sala comune e si misero a tavola.

Un gentiluomo che giungeva allora dalla strada Dammartin era assiso a

quell'istessa tavola e faceva colezione. Egli intavolò la conversazione

sulla pioggia e sul bel tempo; i viaggiatori risposero; egli bevè alla

loro salute, i viaggiatori corrisposero alla sua gentilezza.

Ma al momento in cui Mousqueton venne ad annunziare che i cavalli

erano pronti, e in cui si alzarono da tavola; lo straniero propose a

Porthos di bere alla salute del ministro. Porthos rispose che egli non

domandava di meglio, purchè lo straniero a sua volta avesse bevuto alla

salute del re. Lo straniero gridò che non conosceva altro re che il

ministro. Porthos lo chiamò ubriaco; lo straniero cavò la spada.

— Voi avete fatto una sciocchezza, disse Athos; ma non importa, adesso

non bisogna dare addietro; uccidete quest'uomo e venite a raggiungerci

il più presto che potete.

E tutti e tre rimontarono a cavallo e partirono a briglia sciolta, nel

mentre che Porthos prometteva al suo avversario di perforarlo con tutti

i colpi conosciuti nella scherma.

— È uno! disse Athos, in capo a cinque minuti.

— Ma perchè quest'uomo ha attaccato Porthos piuttosto che qualunque

altro di noi? domandò Aramis.

— Perchè Porthos, parlando a più alta voce di noi, è stato preso pel

capo, disse d'Artagnan.

— Io ho sempre detto che questo cadetto di Guascogna era pozzo di

saggezza, mormorò Athos.

E i nostri viaggiatori continuavano la loro strada.

A Beauvais si fermarono due ore, tanto per rinfrescare i cavalli, che

per aspettare Porthos. In capo a duo ore, siccome Porthos non giungeva,

e neppure nessuna notizia di lui, si rimisero in cammino. Ad una lega

da Beauvais, in un luogo ove la strada si ritrovava chiusa fra due

rialti, incontrarono otto o dieci uomini, che, approfittando della

strada che non era selciata, avevano l'aspetto di lavorare scavando dei

fori e praticando delle rotaie fangose.

Aramis, temendo di infangare i suoi stivali in questa mota artificiale,

li apostrofò con rozzezza. Athos volle trattenerlo, ma era troppo

tardi. Gli operai si misero a beffeggiare i viaggiatori, e colla loro

insolenza fecero perdere la testa fin anche al freddo Athos, che spinse

il suo cavallo contro di loro.

Allora ciascuno di questi uomini dette addietro fino ad un fosso

e vi prese un moschetto nascostovi; ne resultò che i nostri sette

viaggiatori furono alla lettera passati per le armi. Aramis ricevette

una palla sulla spalla e Mousqueton un'altra palla che penetrò nelle

parti carnose che sono sottoposte ai reni. Il solo Mousqueton però

cadde da cavallo, non già perchè fosse gravemente ferito, ma siccome

non poteva vedersi la sua ferita, credè senza dubbio di essere rimasto

ferito più pericolosamente di quello che lo era.

— Questa è una imboscata, gridò d'Artagnan, non bruciamo una miccia e

andiamo.

Aramis quantunque ferito, si afferrò alla criniera del suo cavallo che

lo trasportò con gli altri. Quello di Mousqueton li aveva raggiunti e

galoppava da solo al suo rango.

— Questo ci servirà per un cavallo di cambio, disse Athos.

— Avrei amato meglio avere un cappello di cambio, disse d'Artagnan; il

mio è stato portato via da una palla. È una fortuna, in fede mia, che

non vi tenessi la lettera dentro.

— Ma essi uccideranno il povero Porthos quando passerà, disse Aramis.

— Se Porthos fosse sulle sue gambe, a quest'ora ci avrebbe raggiunti,

disse Athos. Io sono persuaso che sul terreno l'ubbriaco avrà perduta

l'ubriachezza.

E galopparono ancora due ore, quantunque i cavalli fossero così stanchi

che era a temersi che non si riducessero ben presto inetti al servizio.

I viaggiatori avevano presa una strada traversa operando in questo modo

di non essere disturbati; ma giunti a Creve-Coeur, Aramis dichiarò che

non poteva andare più avanti. Infatti, era stato necessario tutto il

coraggio che egli nascondeva sotto i suoi modi gentili per giungere fin

là. Ad ogni istante egli impallidiva, ed erano obbligati di sostenerlo

sul suo cavallo; fu fatto discendere alla porta dell'osteria, gli si

lasciò Bazin, che del resto in una scaramuccia era più imbarazzante che

utile, e ripartirono nella speranza di andare a dormire ad Amiens.

— Per bacco! disse Athos, quando si rimisero in via, siamo ridotti a

due padroni, e a Grimaud e Planchet, per bacco! io non sarò più il loro

buffone, e vi rispondo che non mi faranno aprire la bocca nè cavare la

spada fino a Calais. Io giuro...

— Non giuriamo disse d'Artagnan, galoppiamo, se tutta volta i nostri

cavalli vi acconsentano.

E i viaggiatori piantarono gli speroni nel ventre dei loro cavalli,

che, in tal modo stimolati vigorosamente, ritrovarono ancora delle

forze. Giunsero ad Amiens a mezzanotte, e discesero all'albergo del

Giglio d'Oro.

L'oste aveva la ciera del più onesto uomo della terra; egli ricevette

i viaggiatori, tenendo con la mano il suo candeliere, e coll'altra il

suo berretto di cotone: voleva alloggiare i due viaggiatori ciascuno

in una camera separata, disgraziatamente queste due camere erano alle

due estremità opposte dell'albergo. D'Artagnan e Athos ricusarono;

l'oste rispose che non ne aveva altre degne delle Loro Signorie, ma i

viaggiatori dichiararono che avrebbero dormito in una camera comune,

ciascuno sopra un materasso che si sarebbe gettato per terra. L'oste

insistè, i viaggiatori tennero fermo, e bisognò fare a modo loro.

Essi avevano disposti i loro letti e barricata la porta per di dentro,

quando fu battuto alla finestra del cortile; essi domandarono chi era,

e riconobbero la voce dei loro camerieri ed aprirono.

Infatti, erano Planchet e Grimaud.

— Grimaud basterà per far la guardia ai cavalli, disse Planchet, se

questi signori lo permettono, dormirò a traverso la porta, in questo

modo saranno sicuri che nessuno giungerà fino a loro.

— E sopra che cosa dormirai tu? disse d'Artagnan.

— Ecco il mio letto, rispose Planchet.

E mostrò un fascio di paglia.

— Vieni dunque, disse d'Artagnan, tu hai ragione; la figura dell'oste

non mi persuade, essa è troppo graziosa.

— Neppure a me, disse Athos.

Planchet montò per la finestra, s'installò a traverso la porta, nel

mentre che Grimaud andò a chiudersi nella scuderia, assicurando che

alle cinque del mattino egli e i cavalli sarebbero pronti.

La notte fu passata assai tranquillamente, è vero che verso le due ore

dopo mezzanotte fu tentato di aprir la porta, ma siccome Planchet si

svegliò con un sussulto gridando: chi va là? fu risposto che si erano

sbagliati, e si allontanarono.

Alle quattro della mattina s'intese un gran rumore nelle scuderie,

Grimaud aveva voluto svegliare i mozzi di stalla, e questi lo

bastonarono. Quando fu aperta la porta si vide il povero lacchè privo

di sensi, con una ferita in testa prodotta da un colpo di manico di

forca.

Planchet discese nel cortile, volle insellare i cavalli, ma i cavalli

avevano le zampe attrappate per la stanchezza. Quello di Grimaud

soltanto, che il giorno innanzi aveva viaggiato per cinque o sei

ore senza cavaliere, avrebbe potuto continuare la strada, ma, per un

errore inconcepibile, il chirurgo veterinario, che era stato mandato

a chiamare, a quanto sembrava per salvar il cavallo dell'albergatore,

aveva cavato sangue a quello di Grimaud.

Ciò cominciava a diventare allarmante: tutti questi accidenti

successivi potevano essere opera del caso, ma potevano eziandio essere

il frutto di un complotto. Athos e d'Artagnan sortirono, nel mentre che

Planchet andava ad informarsi nelle vicinanze se vi fossero stati tre

cavalli da vendere. Alla porta vi erano due cavalli insellati, freschi

e vigorosi. Quest'era quanto occorreva. Fu chiesto ove erano i padroni,

e risposero ch'essi avevano passata la notte nell'osteria, ed allora

stavano regolando i conti coll'albergatore. Athos discese per pagare la

spesa, nel mentre che d'Artagnan e Planchet stavano sulla porta della

strada; l'oste era in una camera bassa ed oscura, fu pregato Athos

d'entrarvi.

Athos entrò senza alcuna diffidenza, e cavò due doppie per pagare.

L'oste era solo, assiso davanti al suo scrittoio, uno dei cassetti del

quale era per metà aperto. Prese il danaro che gli presentava Athos,

lo voltò e rivoltò fra le sue mani, e ad un tratto gridando che era oro

falso, dichiarò che avrebbe fatto arrestare lui e i suoi compagni come

falsi monetarii.

— Birbo! disse Athos andandogli sopra, io ti taglierò le orecchie!

Ma l'oste si chinò, cavò dal cassetto due pistole, e puntandole contro

Athos, chiamò soccorso.

Nello stesso istante quattro uomini armati fino ai denti entrarono

dalle porte laterali e si gettarono sopra Athos.

— Io sono preso! gridò Athos con tutta la forza dei suoi polmoni; al

largo d'Artagnan, sprona!

E lasciò andare due colpi di pistola.

D'Artagnan e Planchet non lo fecero ripetere due volte: essi staccarono

i due cavalli che aspettavano alla porta, vi saltarono sopra, vi

piantarono gli speroni nel ventre, e partirono alla gran carriera.

— Sai tu cosa sia accaduto ad Athos? domandò d'Artagnan a Planchet

correndo.

— Ah! signore, disse Planchet, ne ho veduti cader due ai suoi

due colpi, e mi è sembrato vedere a traverso l'invetriata ch'egli

battagliava con gli altri due.

— Bravo Athos! mormorò d'Artagnan. E quando penso che bisogna

abbandonarlo!... Del resto forse aspettano noi a dieci passi di qui.

Avanti! Planchet, avanti! tu sei un bravo uomo.

— Ve l'ho detto, signore, rispose Planchet, i Piccardi si conoscono

nell'usarli; d'altronde io sono qui nel mio paese, e ciò mi dà

eccitamento.

Ed entrambi spronando a più potere, giunsero a Saint-Omer d'un sol

tratto. A Saint-Omer fecero prender fiato ai cavalli, tenendo le

briglie infilate alle braccia, per paura d'accidente, e mangiarono un

tozzo di pane colle mani, entrambi in piedi sulla strada, dopo di che

ripartirono.

A cento passi dalle porle di Calais il cavallo di d'Artagnan stramazzò,

e non vi fu mezzo di farlo risorgere, il sangue gli sortiva dal naso e

dagli occhi; restava quello di Planchet, ma il suo si era impiantato, e

non v'era modo di farlo smuovere.

Fortunatamente, come abbiamo detto, essi non erano che a cento passi

dalla città, essi lasciarono i due cavalli sulla strada maestra, e

corsero al porto.

Planchet fece osservare al suo padrone un gentiluomo che sembrava

molto affaccendato. Aveva egli i suoi stivali coperti di polvere, e

s'informava se poteva passare sull'istante in Inghilterra.

— Niente sarebbe più facile, rispose il padrone di un bastimento pronto

a mettere alla vela; ma questa mattina è giunto l'ordine di non lasciar

partire nessuno senza un permesso espresso del ministro.

— Io ho questo permesso, disse il gentiluomo cavando di saccoccia il

foglio: eccolo.

I tre moschettieri, vol. II · 第 2 / 14 段