— Sì, signora, e come suo servitore io non vi permetterò che

I TRE

MOSCHETTIERI

DI

Alessandro Dumas

VERSIONE

DI ANGIOLO ORVIETO.

VOL. II.

Napoli,

GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE

Strada Trinità Maggiore nº 27

1853

TIPOGRAFIA DI G. PALMA.

CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XVI.

Il re tutto contento s'informò se il ministro era ancora al Louvre, gli

fu risposto che sua Eccellenza aspettava gli ordini di Sua Maestà nel

gabinetto di lavoro.

Il re si portò subito da lui.

— Prendete, duca, gli disse, voi avevate ragione, e sono io che aveva

il torto, tutto lo intrigo è politico, ed in questa lettera non si

tratta menomamente di amore. Al contrario, si parla molto di voi.

Il ministro prese la lettera e la lesse con la più grande attenzione;

quindi, quando fu al termine, la rilesse una seconda volta.

— Ebbene! Vostra Maestà, disse egli, vede fin dove giungono i miei

nemici. Voi siete minacciato da due guerre se non mi dimettete. Nel

vostro posto in verità, sire, io cederei a così potenti istanze, e

dal canto mio io mi ritirerei dagli affari riguardandolo come una vera

fortuna.

— E che cosa dite voi dunque, duca?

— Io dico, sire, che la mia salute si consuma in queste lotte eccessive

e in questi eterni lavori. Io dico che, secondo tutte le probabilità

io non potrò sostenere le fatiche dell'assedio della Rochelle, e che

vai meglio che nominiate a comandarlo o il sig. de Condè o il signor

Bassompierre, o finalmente qualche uomo valoroso che sia del suo

mestiere il dirigere una guerra, e non me, che sono uomo di penna e

di gabinetto, e che sono continuamente distolto dalle mie occupazioni

per applicarmi a cose per le quali non ho attitudine. Voi ne sarete

più felice nell'interno, sire, e non dubito che ne sarete più grande

all'estero.

— Sig. duca, disse il re, io vi capisco. Siate tranquillo; tutti quelli

che sono nominati in questa lettera saranno puniti come meritano, e la

regina ancora.

— Che dite mai, sire, il cielo mi guardi che la regina avesse

da provare il più piccolo dispiacere per cagione mia; ella mi ha

sempre creduto un suo nemico, sire, quantunque Vostra Maestà possa

far testimonianza che io ho sempre sostenuto calorosamente il suo

partito, anche contro voi. Oh se ella tradisse Vostra Maestà sul punto

dell'onore, allora sarebbe altra cosa, ed io sarei il primo a gridare:

«nessuna grazia, sire, nessuna grazia per la colpevole!» Fortunatamente

non vi è nulla, e Vostra Maestà ne ha acquistata una nuova pruova.

— È vero, signor ministro, e voi, come sempre, avete ragion; la regina

però non merita meno tutta la mia collera.

— Siete voi sire, che, siete incorso nella sua, e veramente quando ella

si lamentasse seriamente di Vostra Maestà, io la compatirei; Vostra

Maestà l'ha trattata con un rigore..!

— È così che io tratterò sempre i miei nemici ed i vostri, duca, per

quanto sieno posti in alto, e qualunque sia il pericolo che io possa

incorrere a trattarli severamente!

— La regina è mia nemica, ma non è la vostra, sire; al contrario, ella

è sposa affezionata, sottomessa e irreprensibile; lasciatemi adunque,

sire, intercedere per essa presso Vostra Maestà.

— Che ella si umilii allora, e che per la prima ritorni a me.

— Al contrario, sire, datele esempio; voi avete avuto il primo torto,

poichè siete stato voi che avete sospettato della regina.

— Io ritornare pel primo? disse il re; giammai!

— Sire ve ne supplico.

— D'altronde; come potrò io ritornare pel primo?

— Facendo una cosa che voi sapete esserle aggradevole.

— E quale?

— Date una festa di ballo; voi sapete in che modo la regina ami il

ballo; io vi garantisco che il suo mal umore cederà ad una simile

attenzione.

— Ma, ministro, voi sapete che io non amo tutti questi piaceri mondani.

— La regina ve ne sarò tanto più grata, perchè ella sa la vostra

antipatia a questi piaceri; d'altronde, questa sarà per lei una bella

occasione per adornarsi di quei superbi puntali di diamanti che voi le

regalaste nel giorno della sua festa, e di cui ella non ha ancora avuto

una occasione di metterseli.

— Noi vedremo, duca, noi vedremo, disse il re, che nella sua gioia

di ritrovar la regina colpevole di un delitto di cui si curava

poco, e innocente di quello che temeva molto, era tutto disposto a

riaccomodarsi con essa: noi vedremo, ma sul mio onore! voi siete troppo

indulgente.

— Sire, disse il duca, lasciate il rigore ai vostri ministri;

l'indulgenza è una virtù da re; usatene, e voi vedrete che ve ne

troverete contento.

Dopo di che il ministro, sentendo l'orologio suonare le undici ore,

s'inchinò profondamente, domandando congedo al re per ritirarsi, e

supplicandolo di rappacificarsi con la regina.

Anna, che in seguito della cattura di quella lettera, aspettava un

qualche rimprovero, fu molto meravigliata di vedere nell'indomani il

re, fare vicino a lei, dei tentativi di riaccomodamento. Il suo primo

movimento fu repulsivo, il suo orgoglio di donna e la sua dignità

di regina, erano stati così crudelmente offesi, che ella non poteva

riconciliarsi di primo tratto, ma vinta dai consigli delle sue dame,

assunse finalmente l'aspetto di cominciare a dimenticare. Il re

approfittò di questo primo momento di ritorno, per notificarle che egli

contava di dare in breve una festa di ballo.

Una festa di ballo era una cosa tanto rara per la povera Anna, che a

quest'annunzio, come lo aveva pensato il ministro, l'ultima traccia

del suo risentimento disparve, se non dal suo cuore, almeno dal suo

viso. Ella domandò in qual giorno avrebbe avuto luogo, ma il re rispose

che su questo punto egli se la sarebbe intesa col ministro. Infatti,

ciascun giorno domandava al ministro in qual epoca avrebbe avuto luogo

questa festa, ed il ministro, sotto un qualunque pretesto, differiva di

stabilirla; in tal modo passarono dieci giorni.

L'ottavo giorno dopo la scena che abbiamo raccontata, il ministro

ricevette una lettera col bollo di Londra, che conteneva soltanto

queste parole:

«Io li ho, ma non posso lasciare Londra, attesochè sono senza danari;

inviatemi 500 doppie, e quattro o cinque giorni dopo averle ricevute,

io sarò a Parigi».

Il giorno stesso in cui il ministro ricevette questa lettera, il re

gl'indirizzò la solita domanda.

Richelieu contò sulle punte delle dita, a disse fra se stesso:

— Ella giungerà, dice, quattro o cinque giorni dopo aver ricevuto il

denaro; mi abbisognano quattro o cinque giorni per mandarlo, quattro

o cinque giorni a lei per ritornare, il che fa dieci giorni; ora

aggiungiamo le eventualità dei venti contrarii, dei sinistri accidenti,

delle debolezze della donna, e fissiamo a dodici giorni.

— Ebbene! signor duca, disse il re, avete voi calcolato abbastanza?

— Sì, sire; oggi noi siamo ai venti di settembre, i consoli della città

danno una festa di ballo il tre di ottobre. Ciò converrà a meraviglia,

perchè così voi non avrete l'apparenza di fare una riconciliazione con

la regina.

Quindi il ministro aggiunse.

— A proposito, sire, non dimenticate di dire a Sua Maestà il giorno

innanzi la festa, che voi desiderate vedere come le si adattano i

puntali di diamanti.

CAPITOLO XVII.

L'INTERNO DELLA FAMIGLIA BONACIEUX

Era la seconda volta che il ministro ritornava col re sull'argomento

dei puntali di diamanti. Luigi XIII fu dunque scosso da questa

insistenza, e pensò che questa raccomandazione nascondesse un qualche

mistero.

Più di una volta il re era stato umiliato dal ministro, la di cui

polizia, senza esser giunta a quel grado di perfezione in cui è ora

la polizia moderna, era eccellente, ed era istruito più di lui stesso

di ciò che passavasi nella propria sua famiglia. Egli sperò adunque,

in una conversazione con Anna, di ricavare qualche schiarimento e di

ritornare in seguito presso Sua Eccellenza con un qualche segreto che

il ministro sapesse o non sapesse, cosa che nell'uno e nell'altro caso

lo rialzava infinitamente agli occhi del suo ministro.

Egli andò dunque a ritrovare, la regina, e l'abbordò con nuove minacce

contro quelle che la circondavano. Anna abbassò la testa lasciò

scorrere il torrente senza rispondere, sperando che finalmente si

fermerebbe. Ma non era a questo a cui voleva giungere Luigi XIII; Luigi

XIII voleva una discussione, dalla quale scaturisse uno schiarimento

qualunque, convinto che il ministro nascondeva qualche segreto, e

lo minacciava di una di quelle terribili sorprese che tanto sapeva

far bene Sua Eccellenza. Giunse alla meta colla sua persistenza

nell'accusare.

— Ma gridò Anna stanca di questi incerti attacchi, ma, sire, voi non

mi dite tutto ciò che avete nel cuore. Che ho dunque fatto? sentiamo

dunque, qual delitto ho commesso? È impossibile che Vostra Maestà

faccia tutto questo rumore per una lettera scritta a mio fratello.

Il re attaccato a sua volta in un modo così diretto, non seppe

che rispondere. Egli pensò esser giunto il momento di fare quella

raccomandazione, che il ministro si era raccomandato che fosse fatta

soltanto la vigilia della festa.

— Signora, disse egli con maestà, fra giorni vi sarà ballo nel palazzo

di città; io intendo che, per fare onore ai nostri bravi consoli, voi

vi presentiate in abito di cerimonia, e soprattutto che vi adorniate

di quei puntali di diamanti, che io vi regalai nel vostro giorno

onomastico. Ecco la mia risposta.

La risposta era terribile. Anna credè che Luigi sapesse tutto, e che

il ministro, avesse ottenuto da lui questa lunga dissimulazione di

sette o otto giorni, che del resto era nel suo carattere. Ella divenne

eccessivamente pallida, appoggiò sopra una mensola la sua mano, di

una ammirabile bellezza, e che allora sembrava una mano di cera, e

guardando il re con occhi spaventati, non rispose una sillaba.

— Voi intendete, signora? disse il re, che godeva di questo imbarazzo

in tutta la sua estensione, ma senza indovinarne la causa; voi

intendete?

— Sì, sire, intendo, balbettò la regina»

— Comparirete voi a questo ballo?

— Sì.

— Coi vostri puntali?

— Sì.

Il pallore della regina aumentò ancora, se era possibile; il re se ne

accorse, e ne godè con quella fredda crudeltà che formava una delle

parti cattive del suo carattere.

— Allora tutto è convenuto, disse il re, ed ecco tutto ciò che aveva a

dirvi.

— Ma in che giorno avrà luogo questo ballo? domandò Anna.

Luigi XIII sentì per istinto che non doveva rispondere a questa

domanda, essendo stata fatta dalla regina con una voce quasi da

moribonda.

— Prestissimo, signora, disse egli; ma io non mi ricordo precisamente

la data del giorno; io la domanderò al ministro.

— È dunque il ministro che vi ha annunziata questa festa? gridò la

regina.

— Sì signora, rispose il re maravigliato: ma perchè mi fate questa

domanda?

— È lui che vi ha detto d'invitarmi a comparirvi con quei puntali?

— Come sarebbe a dire, signora?

— È lui, sire, è lui!

— Ebbene! che importa che sia stato o lui od io? vi è forse un qualche

delitto in questo invito?

— No, sire.

— Voi verrete, allora?

— Sì, sire.

— Sta bene, disse il re ritirandosi, sta bene, io vi conto.

La regina fece una riverenza, meno per etichetta, di quello che, perchè

le sue ginocchia le si piegarono sotto.

Il re parve incantato.

— Io sono perduta, mormorò la regina, perduta, poichè il ministro sa

tutto, e fu lui che spinse il re, che ancora non sa niente, ma che lo

saprà ben presto. Io sono perduta! mio Dio! mio Dio! mio Dio!

Ella s'inginocchiò sopra un cuscino, e pregò colla testa nascosta fra

le sue braccia palpitanti.

La sua posizione infatti era terribile. Buckingham era ritornato a

Londra, la signora de Chevreuse era a Tours. Più sorvegliata che mai,

la regina sentiva sordamente che una della sue damigelle la tradiva

senza saper dire quale. Laporte non poteva più lasciare il Louvre, ella

non aveva un'anima al mondo di cui fidarsi.

Così, in presenza dell'infortunio che la minacciava, e del suo

abbandono in cui si ritrovava, ella scoppiò in singhiozzi.

— Non posso dunque esser buona a niente per Vostra Maestà? disse ad un

tratto una voce piena di dolcezza e di pietà.

La regina si voltò vivamente, poichè non v'era a sbagliarsi sulla

espressione di questa voce: era un'amica che parlava così.

Infatti a una delle porte che mettevano all'appartamento della regina

apparve la bella sig. Bonacieux: ella era occupata ad accomodare le

biancherie nella guardaroba di un gabinetto, allorchè era entrato il

re; ella non aveva potuto sortire; ed aveva inteso tutto.

La regina mandò un grido vedendosi sorpresa, poichè nel suo turbamento

non aveva riconosciuto sulle prime la giovane che le era stata data da

Laporte.

— Oh! non temete niente, signora, disse la giovane giungendo le mani e

piangendo ella stessa per le angosce della regina; io sono qui anima

e corpo per Vostra Maestà, e per quanto io sia lontana da lei, e per

quanto sia inferiore la mia posizion, io credo di aver ritrovato il

modo di togliere di pena Vostra Maestà.

— Voi! o cielo! voi! grido la regina, ma vediamo guardatemi in viso. Io

sono tradita da tutte le parti, posso io fidarmi di voi?

— Oh! signora, gridò la giovane cadendo in ginocchio; oh! sull'anima

mia, io sono pronta a morire per Vostra Maestà!

Questo grido era sortito dal più profondo del cuore, e come pel primo,

non v'era da ingannarsi.

— Sì, continuò, la sig Bonacieux, sì, qui vi sono dei traditori, ma

sull'anima mia, io vi giuro che nessuno è più affezionata di me a

Vostra Maestà. Questi puntali che il re vi domanda, voi li avete dati

al duca di Buckingham, non è vero? questi puntali erano chiusi in un

piccolo bauletto di legno rosa che egli teneva sotto il suo braccio?

Non è così la cosa? mi sbaglio io forse?

— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò la regina a cui i denti si sbattevano

per lo spavento.

— Ebbene! questi puntali, continuò la sig. Bonacieux, bisogna riaverli.

— Sì, senza dubbio, è necessario gridò la regina, ma, come fare, come

giungervi?

— Bisogna inviare qualcuno al duca.

— Ma chi?... chi?... di chi fidarmi?

— Confidatevi in me, signora, concedetemi questa fortuna, o mia regina,

e io ritroverò il messaggiero.

— Ma bisognerà scrivere!

— Oh! sì. È indispensabile. Due parole della mano di Vostra Maestà e il

vostro sigillo particolare.

— Ma queste due parole sono la mia condanna: il divorzio: l'esilio!

— Sì, se esse cadessero in mani infami! ma io garantisco che queste due

parole saranno consegnate al suo indirizzo.

— Oh! mio Dio! bisogna dunque che io affidi la mia vita, il mio onore,

la mia riputazione alle vostre mani!

— Sì! sì, signora, è necessario, ed io salverò tutto!

— Ma in che modo? ditemelo almeno?

— Mio marito è stato rimesso in libertà, che sono due o tre giorni;

io non ho avuto ancora il tempo di rivederlo. Egli è un bravo

ed onest'uomo che non ha nè odio nè amore per nessuno. Egli farà

dunque tutto ciò che potrà, e rimetterà la lettera di Vostra Maestà

all'indirizzo che gli verrà indicato, senza neppur sapere che ella

viene da Vostra Maestà.

La regina prese ambe le mani della giovane con uno slancio di passione,

la guardò come per leggere nel fondo del suo cuore, e non vedendo che

sincerità nei suoi belli occhi, l'abbracciò teneramente.

— Fa così, gridò ella, e tu mi avrai salvata la vita, tu mi avrai

salvato l'onore.

— Oh! non esagerate il servizio che ho la fortuna di rendervi; io non

ho niente da salvare a Vostra Maestà, che è soltanto la vittima di

perfidi complotti.

— È vero, è vero, figlia mia, disse la regina, tu hai ragione.

— Datemi adunque questa lettera, signora, il tempo stringe.

La regina corse ad una piccola tavola sulla quale vi era carta,

calamaio e penne; ella scrisse due righe; sigillò la lettera col suo

sigillo, e la rimise nelle mani della signora Bonacieux.

— Ed ora, disse la regina, dimentichiamo una cosa molto necessaria.

— E quale?

— Il denaro.

La sig. Bonacieux sorrise.

— Sì è, vero, disse ella, io confesserò a Vostra Maestà che mio

marito...

— Tuo marito non ne ha, tu vuoi dire?

— Non è così, egli ne ha, ma è molto avaro, questo è il suo difetto.

Però Vostra Maestà si tranquillizzi, noi troveremo il mezzo.

— Il fatto è che io pure non ne ho, disse la regina (quelli

che leggeranno lo memorie della signora de Monteville non si

maraviglieranno di questa risposta), ma aspetta.

Anna corse al suo scrigno.

— Prendi, disse ella, eccoti un anello di un gran valore a quando mi si

assicura: questo mi fu dato da mio fratello re di Spagna, esso è mio e

posso disporne. Prendi questo anello e ricavane del denaro, e che tuo

marito parta.

— Fra un'ora voi sarete obbedita.

— Tu vedi l'indirizzo, aggiunse la regina, parlando così a bassa

voce che appena si poteva intendere quello che diceva: a Milord di

Buckingham, Londra.

— La lettera sarò rimessa a lui stesso.

— Generosa fanciulla! gridò la regina Anna.

La sig. Bonacieux baciò le mani della regina, nascose il biglietto nel

suo busto, e disparve con la leggerezza di un uccello.

Dieci minuti dopo ella era in casa sua. Come lo aveva detto alla

regina, non aveva più riveduto suo marito da dopo che era stato messo

in libertà, ella dunque ignorava il cambiamento che si era in lui

operato in rapporto al ministro, cambiamento operato dalla lusinga e

dal denaro di Sua Eccellenza, e che dopo era stato corroborato da due

o tre visite del conte de Rochefort, divenuto il migliore amico di

Bonacieux, al quale aveva fatto credere, senza molta pena, che nessun

reo sentimento avea cagionato il ratto di sua moglie, ma che era stata

semplicemente una precauzione politica.

Ella ritrovò il sig. Bonacieux solo: il povero uomo rimetteva a grande

stento un poco d'ordine alla sua casa in cui aveva ritrovati quasi

tutti i mobili poco meno che tritolati, e tutti gli armadi poco meno

che vuoti, non essendo la giustizia una di quelle tre cose, che vengono

indicate dal re Salomone, che non lasciano dietro di se alcuna traccia

del loro passaggio. In quanto alla serva, ella si era data alla fuga

dopo l'arresto del suo padrone. Il terrore aveva invaso la povera

donna, al punto che ella non si era fermata dal correre da Parigi fino

in Borgogna suo paese natio.

Il degno merciaio, subito dopo il ritorno in casa sua, aveva dato parte

a sua moglie del suo felice ritorno, e sua moglie gli aveva risposto

col rallegrarsene, e col dire che il primo momento che avesse avuto di

libertà, non avrebbe mancato ai suoi doveri e lo avrebbe consagrato per

intero a fargli una visita.

Questo primo momento si era fatto aspettare cinque giorni, ciò che,

in ogni altra circostanza, sarebbe sembrato troppo lungo a mastro

Bonacieux; ma egli aveva, nella visita fatta al ministro; e nelle

visite che gli faceva Rochefort, ampio argomento di riflessione,

e, come ognun sa, il tempo passa presto quando si ha a che cosa

riflettere.

Tanto più le riflessioni di Bonacieux erano tutte color di rosa.

Rochefort lo chiamava il suo amico, il suo caro Bonacieux, e non si

stava dal dirgli continuamente che il ministro faceva il più gran

calcolo di lui. Il merciaio si vedeva già sul sentiero degli onori e

della fortuna.

Dal suo canto la sig. Bonacieux aveva riflettuto, ma, bisogna dirlo, a

tutt'altra cosa fuorchè all'ambizione; suo malgrado i propri pensieri

avevano avuto per motore costante il bello e bravo giovane che sembrava

tanto innamorato. Maritata a diciotto anni col sig. Bonacieux, avendo

sempre vissuto in mezzo agli amici di suo marito, poco suscettibili

d'inspirare un sentimento qualunque ad una giovane che sentiva il

cuore più elevato della sua posizione, la sig. Bonacieux era rimasta

insensibile alle seduzioni volgari; ma in quell'epoca particolarmente,

il titolo di gentiluomo aveva una grande influenza sulla borghesia, e

d'Artagnan era gentiluomo, di più portava l'uniforme dello guardie,

che dopo l'uniforme dei moschettieri era il più apprezzato dalle

donne. Egli era, noi lo ripetiamo, bello giovane e avventuroso, parlava

d'amore come uomo che sa amare ed ha sete di farsi amare, vi era assai

più di ciò che abbisognava per far girare una testa di ventitre anni, e

la sig. Bonacieux era precisamente in questa felice età della vita.

I due sposi abbenchè non si fossero veduti da più di otto giorni, e che

per una settimana fossero accaduti grandi avvenimenti, si videro con

una certa preoccupazione; ciò nonostante il sig. Bonacieux manifestò

una gioia reale, e si avanzò incontro alla moglie a braccia aperte.

La signora Bonacieux gli presentò la fronte a baciare.

— Parliamo un poco, diss'ella.

— Come? disse Bonacieux maravigliato.

— Sì, senza dubbio, io ho una cosa della più alta importanza da

comunicarvi.

— Decisamente, anch'io ho alcune serie interrogazioni da indirizzarvi.

Spiegatemi un poco il vostro rapimento, ve ne prego.

— Non si tratta di ciò in questo momento, disse la sig. Bonacieux.

— E di che cosa si tratta adunque? della mia prigionia?

— Io la seppi il giorno stesso, e siccome voi non eravate colpevole di

alcun delitto, siccome non eravate complice d'alcun intrigo, siccome

in fine non sapevate niente, che avesse potuto compromettere nè voi

nè alcun altro, non ho dato a quest'avventura quell'importanza che

meritava.

— Voi ne parlate con molta indifferenza, signora, riprese Bonacieux,

piccato del poco interesse che gli testimoniava sua moglie; sapete voi

che io sono stato sepolto un giorno e una notte in una segreta della

Bastiglia?

— Un giorno e una notte si passano presto: lasciamo adunque la vostra

prigionia, e veniamo a ciò che mi conduce a voi.

— Come? ciò che vi conduce a me, non è dunque il desiderio di vedere un

marito da cui siete stata divisa per otto giorni? domandò il merciaio

punto sul vivo.

— Primieramente è questo, quindi un'altra cosa.

— Parlate.

— Una cosa del più alto interesse, dal quale dipende forse la nostra

futura fortuna.

— La nostra fortuna ha molto cambiato di fisonomia, dopochè non vi ho

veduta, signora, e non mi farebbe meraviglia che qui a qualche mese mi

facesse invidiare da molti.

— Sì, particolarmente se voi volete seguire le istruzioni che sono per

darvi.

— A me?

— Sì, a voi. Vi è una buona e santa azione da fare, signore, e nello

stesso tempo da guadagnare molto danaro.

La signora Bonacieux, parlando di danaro a suo marito, lo prendeva pel

suo lato debole.

Ma un uomo, fosse pure un merciaio, allora quando aveva discorso dieci

minuti con un duca de Richelieu, non era più lo stesso uomo.

— Molto denaro da guadagnare, disse Bonacieux allungando le labbra.

— Sì, molto.

— Quanto, presso a poco?

— Mille doppie, forse.

— Ciò che avete a chiedermi, è dunque una cosa grave?

— Sì.

— Che cosa bisogna fare?

— Voi partirete sull'istante; io vi consegnerò una carta di cui non vi

priverete sotto alcun pretesto, e che rimetterete in proprie mani.

— E per dove, debbo partire?

— Per Londra.

— Io! per Londra! su via, voi scherzerete; io non ho affari a Londra.

— Ma altri hanno bisogno che vi andiate.

— E chi sono questi altri? Io vi avverto, che non faccio niente alla

cieca, e che io voglio sapere, non solo a che cosa mi espongono, ma

ancora per chi mi espongono.

— Una persona illustre v'invia, una persona illustre vi aspetta; la

ricompensa sorpasserà i vostri desiderii: ecco tutto ciò che posso

promettere.

— Altri intrighi!, sempre intrighi! io non me ne fido ora, ed il

ministro mi ha illuminato su ciò.

— Il ministro! gridò la signora Bonacieux, avete veduto voi il ministro?

— Egli mi ha fatto chiamare, rispose orgogliosamente il merciaio.

— E voi vi siete arreso al suo invito? imprudente che siete!

— Io debbo dirvi, che non ne aveva la scelta, tra il potermi arrendere

o non arrendere, poichè era tra due guardie. Egli è altresì vero che

allora non conosceva Sua Eccellenza, e se avessi potuto dispensarmi da

quella visita sarei stato molto contento.

— Egli dunque vi ha maltrattato? vi ha fatto delle minacce.

— Egli mi ha steso la mano, e mi ha chiamato suo amico; suo amico!

capite bene, signora? io sono l'amico del gran ministro.

— Del gran ministro!

— E avreste forse delle difficoltà su questo titolo, signora?

— Io non ho niente da opporre, ma io vi dico che il favore di un

ministro, è un'effimera cosa, e che bisogna esser pazzo per attaccarsi

ad un ministro; vi sono dei poteri al disopra del suo, e che non sono

fondati sul capriccio di un uomo o sulla riuscita di un avvenimento: è

a questi poteri che bisogna attenersi.

— Ne sono afflitto, signora, ma io non conosco altro potere che quello

del grand'uomo, che ho l'onore di servire.

— Voi servite il ministro?

— Sì, signora, e come suo servitore io non vi permetterò che vi

intrighiate in complotti contro la sicurezza dello stato, e che

serviate gl'intrighi di una donna che non è francese, e che ha il

cuore spagnuolo. Fortunatamente il gran ministro è là, il suo sguardo

vigilante sorveglia e penetra, fino nel fondo del cuore.

Bonacieux ripeteva parola per parola una frase che aveva sentita dire

dal conte de Rochefort; ma la povera donna che aveva calcolato sopra

suo marito, e che, in questa speranza, aveva risposto di lui alla

regina, non fremè meno del pericolo nel quale abbisognava gettarsi,

che della impotenza nella quale si trovava. Ciò non ostante, conoscendo

la debolezza, e soprattutto l'avarizia di suo marito, ella disperò di

condurlo ai suoi fini.

— Ah! voi siete ministeriale, signore, gridò ella; ah! voi servite il

partito di quelli che maltrattano vostra moglie, e che insultano alla

vostra regina?

— Gl'interessi particolari non sono niente dirimpetto agl'interessi

generali. Io sono per quelli che salvano lo stato, disse con enfasi

Bonacieux.

Questa era un'altra frase del conte de Rochefort che egli aveva

ritenuta a memoria, e che trovava l'occasione di situare.

— E sapete voi che cosa è lo stato di cui voi parlate, disse la

signora Bonacieux, stringendosi nelle spalle. Contentatevi di essere

un borghese senza alcuna furberia, e voltatevi dalla parte che vi offre

maggiori vantaggi.

— Eh! eh! disse Bonacieux, battendo sopra un sacchetto colla pancia

arrotondata che rese un suono argentino; che dite voi di questo,

signora predicatrice?

— Da dove viene questo denaro?

— Voi non lo indovinate?

— Dal ministro?

— Da lui, e dal mio amico, il conte de Rochefort.

— Il conte di Rochefort! non fu lui che mi rapì.

— Può darsi, signora.

— E voi ricevete del danaro da quest'uomo?

— Non mi avete voi detto, che questo rapimento era semplicemente

politico?

— Sì; ma questo rapimento aveva per iscopo di farmi tradire la mia

padrona, di strapparmi, col mezzo delle torture; delle confessioni che

potevano compromettere l'onore, e fors'anche la vita della mia augusta

padrona.

— Signora, riprese Bonacieux, la vostra augusta padrona è una perfida

Spagnuola, e ciò che fa il gran ministro è tutto ben fatto.

— Signore, disse la giovane sposa, io sapeva che eravate un imbecille,

ma non sapeva che voi foste un infame.

— Signora, disse Bonacieux che non aveva veduto mai in collera sua

moglie, che indietrava davanti all'ira coniugale; signora, che cosa

dite?

— Io dico, che voi siete un miserabile! continuò la signora Bonacieux,

vedendo che ella riprendeva il sopravvento su suo marito. Ah! voi

v'intrigate di politica ministeriale ancora! Ah! voi vi vendete anima e

corpo al demonio pel denaro!

— No, ma al ministro.

— Che è la stessa cosa! gridò la giovane sposa; chi dice Richelieu,

dice Satanasso!

— Tacete, signora, tacete, potreste essere intesa.

— Sì, voi avete ragione, e io sarei vergognosa per voi della vostra

vigliaccheria!

— Ma che cosa esigete voi dunque da me? vediamo.

— Io ve l'ho detto: che partiate sull'istante, signore; che compiate

lealmente la commissione di cui mi degno di incaricarvi: e a questa

condizione io dimentico tutto, io perdono tutto; vi è di più (ella gli

stese la mano) io vi rendo la mia amicizia.

Bonacieux era poltrone ed avaro, ma egli amava sua moglie; ne fu

intenerito. Un uomo di cinquant'anni non tiene lungamente la collera

con una moglie di ventitre. La sig. Bonacieux s'accorse che egli

esitava.

— Andiamo, siete voi deciso? diss'ella.

— Ma, mia cara amica, riflettete dunque un poco a ciò che esigete da

me; Londra è lontana da Parigi, molto lontana, e la commissione di cui

voi mi incaricate, non è forse priva di pericoli.

— Che importa? voi li saprete evitare.

— Sentite, signora Bonacieux, disse il merciaio, sentite, decisamente

io rifiuto: gl'intrighi mi fanno paura, io ho veduto la Bastiglia.

Byrron! la Bastiglia è spaventosa! al solo pensarvi mi viene la pelle

d'oca. Sono stato minacciato della tortura. Sapete voi che cosa è

la tortura? sono cunei di legno che vi vengono piantati fra le gambe

fino a che si spezzano le ossa? no, decisamente, io non andrò. Eh! per

bacco! e chè non vi andate voi stessa! poichè in verità io credo di

essermi fin qui sbagliato sul conto vostro: io credo che voi siate un

uomo, ed anche dei più arrabbiati!

— E voi siete una donna, una miserabile donna, stupida e imbestialita.

Eh! voi avete paura, ebbene! se voi non partite sull'istante medesimo,

per ordine della regina, vi farò mettere in quella Bastiglia che voi

tanto temete.

Bonacieux cadde in una profonda riflessione; pesò maturamente le due

collere nel suo cervello, quella del ministro e quella della regina;

quel del ministro la superò enormemente?

— Fatemi arrestare per ordine della regina, disse egli; ed io porterò i

miei reclami a Sua Eccellenza.

Sul momento, la sig. Bonacieux vide che ella aveva corso troppo, e fu

spaventata di essersi tanto avanzata. Ella contemplò un istante con

terrore quella figura stupida per una risoluzione invincibile, come

quella degli stolti che hanno paura.

— Ebbene! sia! diss'ella. Forse in fin del conto avete ragione; un

uomo ne sa molto più di una donna in politica, e voi particolarmente,

sig. Bonacieux, che avete parlato col ministro. E frattanto è cosa ben

dura aggiunse ella, che mio marito, ch'è l'uomo sulla di cui affezione

io credeva di poter contare, mi tratti così aspramente: e non voglia

soddisfare ad un mio capriccio.

— Egli è che i vostri capricci possono condurre molto avanti, riprese

Bonacieux trionfante, e io non me ne fido.

— Io dunque vi rinunzierò, disse la giovane sospirando; sta bene, non

ne parliamo più.

— Se almeno voi mi diceste qual cosa doveva io andare a fare a Londra,

riprese Bonacieux, che si ricordava un poco troppo tardi che Rochefort

gli aveva raccomandato di sorprendere i segreti di sua moglie.

— È inutile che voi lo sappiate, disse la giovane sposa, ora che una

diffidenza instintiva la respingeva in addietro: si trattava di una

bagattella come ne desiderano le donne; di una compra sulla quale vi

era molto da guadagnare.

Ma più la giovane sì difendeva, più al contrario Bonacieux pensò che

il segreto che ella si ricusava di confidargli era importante. Egli

risolse dunque di correre sull'istante dal conte di Rochefort e di

dirgli che la regina cercava di un messaggiero per mandarlo a Londra.

— Perdono, se io vi lascio, cara la mia sig. Bonacieux, disse egli;

ma non sapendo che voi sareste venuta a vedermi, aveva preso un

appuntamento con uno dei miei amici. Io ritorno all'istante, e se voi

volete aspettarmi soltanto un mezzo minuto, subito che avrò finito con

questo amico, ritornerò a prendervi, e siccome comincia a far tardi, vi

ricondurrò al Louvre.

— Grazie, signore, rispose la sig. Bonacieux; voi non siete abbastanza

bravo per essermi utile a qualche cosa, e io me ne ritornerò al Louvre

tutta sola.

— Come vi piacerà, signora Bonacieux, riprese il merciaio. Vi rivedrò

io presto?

— Senza dubbio; nella settimana prossima, lo spero, il mio servizio

mi lascerà qualche ora di libertà, ed io ne approfitterò per tornare

a mettere in ordine i nostri altari, che devono essere alcun poco

scomposti.

— Sta bene; io vi aspetterò... voi non siete meco in collera?

— Io! neppure per sogno.

— Fra breve dunque ci rivedremo?

— Fra breve.

Bonacieux baciò la mano alla sua moglie, e si allontanò rapidamente.

— Andiamo, disse la sig. Bonacieux allorquando suo marito ebbe chiusa

la porta di strada e che si trovò del tutto sola, non mancava altro

a quest'imbecille che di diventare ministeriale! ed io che aveva

garentito alla regina, io che aveva promesso alla mia povera padrona...

A mio Dio! mio Dio! ella mi prenderà per una di quelle miserabili

di cui formicola il palazzo, e che sono state messe vicino a lei per

spiarla! Ah! sig. Bonacieux io non vi ho mai amato molto: ma, ora è ben

peggio! io vi odio, e sulla mia parola, voi me la pagherete.

Al momento in cui ella diceva queste parole, un colpo battuto

al soffitto le fece alzare la testa, e una voce che giunse a lei

attraverso il piancito le diceva:

— Cara signora Bonacieux, apritemi la piccola porta del corridoio, e

discendo da voi.

CAPITOLO XVIII.

L'AMANTE ED IL MARITO

— Ah! signora, disse d'Artagnan, entrando per la porta che gli venne

aperta dalla giovane, permettetemi di dirvelo, voi avete un gran tristo

marito.

— Voi dunque avete inteso la nostra conversazione? domandò prestamente

la signora Bonacieux, guardando d'Artagnan con inquietudine.

— Tutta intera.

— Ma in che modo? mio Dio!

— Per mezzo di un processo conosciuto da me, per mezzo del quale

intesi pure la conversazione animata che voi aveste con gli sbirri del

ministro.

— E che cosa avete voi capito di ciò che noi dicevamo?

— Mille cose; primieramente che vostro marito è uno stupido ed un

imbecille; fortunatamente, quindi, che voi siete imbarazzata, cosa di

cui sono molto contento, perchè ciò mi mette nell'occasione di offrirvi

i miei servigi, e Dio sa se io sono pronto a gettarmi nel fuoco per

voi; che la regina ha bisogno di un uomo coraggioso, intelligente e

affezionato che faccia per lei il viaggio di Londra. Io ho almeno due

delle tre qualità che vi abbisognano, ed eccomi qua.

La signora Bonacieux non rispose, ma il suo cuore batteva di gioia, e

una segreta speranza brillò ai suoi occhi.

— E qual guarentigia mi darete voi, domandò ella, se io acconsento a

darvi questa commissione?

— Il mio amore per voi. Vediamo, dite, ordinate: che cosa bisogna fare.

— Mio Dio! mio Dio! mormorò la giovane sposa, debbo io confidarvi un

simile segreto, signore? Voi siete quasi un fanciullo.

— Andiamo, io vedo che vi abbisogna qualcuno che vi garantisca per me.

— Io confesso che ciò mi tranquillizzerebbe assai.

— Conoscete voi Athos?

— No.

— Porthos?

— No.

— Aramis?

— No, chi sono questi signori?

— Moschettieri del Re. Conoscete voi il sig. de Tréville loro capitano?

— Oh! sì, quello lo conosco, non di persona ma per averne sentito

più volte a parlare dalla stessa regina, come di un valoroso e leale

gentiluomo.

— Voi non temete che egli possa tradirvi pel ministro, non è vero?

— Oh! no certamente.

— Ebbene! rivelategli il vostro segreto e domandategli se per quanto

questo sia importante, prezioso, terribile, se voi potete confidarmelo.

— Ma questo non è un mio segreto, ed io non posso rivelarlo in tal modo.

— Voi però eravate per confidarlo al signor Bonacieux, disse d'Artagnan

con dispetto.

— Sì, come si confida una lettera alla fenditura di un albero, all'ala

d'un colombo, al collare di un cane.

— Eppure voi vedete che io vi amo.

— Lo dite voi.

— Io sono un galantuomo!

— Lo credo.

— Io sono coraggioso!

— Oh! di questo ne sono sicura.

— Allora mettetemi alla pruova.

La signora Bonacieux guardò il giovane, ritenuta da un'ultima

esitazione. Ma vi era un tale ardore nei suoi occhi, una tale

persuasione nella sua voce che ella si sentì trascinata a fidarsi di

lui. D'altronde ella si trovava in una di quelle circostanze in cui

abbisogna rischiare tutto per tutto. La regina era egualmente perduta

per una troppo grande confidenza. Poi, confessiamolo, il sentimento

involontario che ella provava per questo giovane protettore la decise a

parlare.

— Ascoltate, disse ella. Io mi arrendo alle vostre proteste. Ma vi

giuro, davanti a quell'Ente che mi ascolta, che se voi mi tradiste e

che i miei nemici mi perdonassero, io mi ucciderei accusandovi della

mia morte.

— Ed io vi giuro sul mio onore, signora, disse d'Artagnan, che se io

sono preso nell'adempiere gli ordini che voi mi date, io morirò prima

di fare o dire niente che possa compromettere qualcuno.

Allora la giovane sposa gli confidò il terribile segreto, il cui caso

glie ne aveva rivelata una parte, dirimpetto alla Samaritana.

Questa fu la loro mutua dichiarazione di amore.

D'Artagnan rispondeva di gioia e di orgoglio. Il segreto che possedeva,

la donna che egli amava, la confidenza e l'amore facevano di lui un

gigante.

— Io parto, diss'egli, io parto sul momento.

— Come! voi partite! gridò la signora Bonacieux; e il vostro capitano?

— Sull'anima mia, voi mi avete fatto dimenticare tutto, cara Costanza;

sì, avete ragione, mi abbisogna un congedo.

— Anche un ostacolo! mormorò la signora Bonacieux con dolore.

— Oh! questo, gridò d'Artagnan dopo un momento di riflessione, io lo

supererò, siate tranquilla.

— In che modo?

— Anderò questa sera stessa a ritrovare il sig. de Tréville, che

incaricherò di chiedere per me questo favore al suo cognato, il sig.

des Essarts.

— Ora un'altra cosa.

— Che? domandò d'Artagnan, vedendo che la sig. Bonacieux esitava a

continuare.

— Voi non avete forse denaro?

— Forse è un di più, disse d'Artagnan, sorridendo.

— Allora, riprese la sig. Bonacieux aprendo un armadio, e cavando

da quest'armadio il sacchetto che una mezz'ora prima suo marito

accarezzava tanto amorosamente, prendete questo sacchetto.

— Quello del ministro! gridò, scoppiando dalle risa d'Artagnan, che,

come ognuno si ricorderà, mercè i quadrelli levati, non aveva perduto

una sillaba della conversazione fra il merciaio e sua moglie.

— Quello del ministro, rispose la sig. Bonacieux; voi vedete che egli

si presenta con un aspetto molto rispettabile.

— Per bacco! gridò d'Artagnan, sarà una cosa doppiamente divertente, il

salvare la regina col denaro di Sua Eccellenza.

— Voi siete un amabile e grazioso giovane, disse la sig. Bonacieux.

Credete che Sua Maestà non sarà punto ingrata.

— Oh! io sono già grandemente ricompensato, gridò d'Artagnan, io vi

amo, voi mi permettete di dirvelo; questa è già una felicità più grande

di quello che io osava sperare.

— Silenzio! disse la sig. Bonacieux rabbrividendo.

— Che?

— Si parla nella strada.

— Questa è la voce...

— Di mio marito. Sì, sì la riconosco!

D'Artagnan corse alla porta, e mise il catenaccio.

— Egli non entrerà prima che io sia partito, disse egli, e quando sarò

partito, voi gli aprirete.

— Ma io pure dovrei esser partita. E se io son qui, come potrò

giustificare la mancanza del danaro?

— Voi avete ragione, bisogna sortire.

— Sortire? in che modo? se noi sortiamo egli ci vedrà. Allora bisogna

salire nelle mie stanze.

— Ah! gridò la sig. Bonacieux, voi mi dite ciò in un modo che mi fa

paura.

La sig. Bonacieux pronunciò queste parole con una lacrima sugli occhi.

D'Artagnan vide questa lacrima, e commosso, intenerito, si gettò alle

sue ginocchia.

— Nelle mie stanze, diss'egli, voi sarete sicura come in un tempio, io

ve ne do la mia parola di gentiluomo.

— Partiamo, diss'ella, io mi fido a voi, amico mio.

D'Artagnan ritirò con precauzione il catenaccio, e tutti e due,

leggieri come due ombre, sguizzarono dalla porta interna del

corridoio, salirono senza rumore la scala, ed entrarono nella camera di

d'Artagnan.

Una volta in casa sua, il giovane per maggior sicurezza barricò la

porta, quindi si avvicinarono alla finestra, e, da una fenditura

dello sportello, videro il sig. Bonacieux che parlava con un uomo in

mantello.

Alla vista dell'uomo in mantello, d'Artagnan fece uno sbalzo e, cavando

per metà la sua spada, si slanciò verso la porta.

Era l'uomo di Méung.

— Che volete fare? gridò la sig. Bonacieux, voi vi perderete.

— Ma ho giurato di ammazzare quest'uomo, disse d'Artagnan.

— La vostra vita è consacrata in questo momento, e non vi appartiene

più. In nome della regina, io vi proibisco di gettarvi in nessun

pericolo che sia estraneo al vostro viaggio.

— E in nome vostro non mi ordinate niente?

— In nome mio, disse la sig. Bonacieux con una viva emozione, in nome

mio io ve ne prego. Ma ascoltiamo, mi sembra che essi parlino di me.

D'Artagnan si avvicinò alla finestra, ed accostò l'orecchio.

Il sig. Bonacieux aveva riaperta la sua porta, e vedendo l'appartamento

vuoto, era ritornato all'uomo del mantello, che per un istante aveva

lasciato solo.

— Ella è partita, diss'egli, ella sarà ritornata al Louvre.

— Ne siete voi sicuro che ella non abbia dubitato sulle intenzioni

colle quali siete sortito?

— No rispose Bonacieux con disinvoltura, è una donna troppo

superficiale.

— Il cadetto delle guardie è in casa?

— Io non lo credo; come voi vedete, le sue finestre sono chiuse, e non

si vede brillare nessun lume dalle fessure.

— È lo stesso, bisogna assicurarsene.

— In che modo.

— Andando a bussare alla sua porta.

— Lo domanderò al suo cameriere.

— Andate.

Bonacieux entrò in casa sua, passò per la stessa porta che aveva dato

passaggio ai due fuggitivi, salì al piano di d'Artagnan e bussò.

Nessuno rispose. Porthos per fare maggior figura in quella sera aveva

preso ad imprestito Planchet. In quanto a d'Artagnan egli non aveva

certamente volontà di dare segni di esistenza.

Al momento in cui le dita di Bonacieux risuonarono sulla porta, i due

giovani sentirono balzare i loro cuori.

— Non vi e nessuno in casa, disse Bonacieux.

— Non importa, entriamo pure nel vostro appartamento, noi saremo sempre

più sicuri che sul limitare di una porta.

— Oh! mio Dio! mormorò la signora Bonacieux, noi non sentiremo più

niente.

— Al contrario, disse d'Artagnan, noi sentiremo meglio.

D'Artagnan alzò i tre o quattro quadrelli che facevano della sua camera

un altro orecchio di Dionigi, stese un tappeto per terra, si mise in

ginocchio e fece segno alla sig. Bonacieux di inchinarsi come faceva

lui verso l'apertura.

— Siete voi sicuro che non vi sia alcuno? disse lo sconosciuto.

— Io ve ne garantisco, disse Bonacieux.

— E voi pensate che vostra moglie...

— Sia ritornata al Louvre.

— Senza parlare con alcun'altra persona che con voi?

— Io ne sono sicuro.

— Questo è un punto importante, capite voi?

— In tal modo, la notizia che io ho portata è dunque di valore?...

— Grandissimo, mio caro Bonacieux, io non ve lo nascondo.

— Allora il ministro sarà contento di me?

— Io non ne dubito.

— Grand'uomo che è il ministro!

— Siete voi sicuro che nella sua conversazione, vostra moglie non abbia

pronunziato alcun nome proprio?

— Io non lo credo.

— Non ha ella nominato nè la sig. de Chevreuse, nè il sig. de

Buckingham, nè la sig. de Vernel?

— No, ella mi ha detto soltanto che voleva inviarmi a Londra per

servire agl'interessi di una illustre persona.

— Ah! traditore! mormorò la sig. Bonacieux.

— Silenzio! disse d'Artagnan prendendole una mano che ella gli

abbandonò senza pensarvi.

— Non importa, continuò l'uomo del mantello, stato voi siete un gonzo

per non aver finto di accettare la commissione; voi avreste la lettera;

lo stato che viene minacciato, sarebbe salvo, e voi...

— Ed io?.

— Ebbene, voi, il ministro vi avrebbe dato le patenti di nobiltà.

— Ve lo ha egli detto?

— Sì, io so che voleva farvi questa sorpresa.

— Siate tranquillo, riprese Bonacieux; mia moglie mi adora, e siamo

ancora in tempo.

— Imbecille! mormorò la sig. Bonacieux.

— Silenzio! disse d'Artagnan stringendole sempre più forte la mano.

— In che modo siamo ancora in tempo? riprese lo uomo dal mantello.

— Io ritorno al Louvre, domando la sig. Bonacieux, le dico che vi

ho riflettuto, riannodo l'affare, ottengo la lettera, e corro dal

ministro.

— Ebbene, andate, presto; io ritornerò quanto prima per sapere il

resultato della vostra dimostrazione.

Lo sconosciuto sortì.

— Infame! disse la sig. Bonacieux, indirizzando anche questo epiteto a

suo marito.

— Silenzio! ripetè d'Artagnan stringendo anche più forte la mano.

Un urlo terribile interruppe allora le riflessioni dì d'Artagnan e

della sig. Bonacieux. Era suo marito che, essendosi accorto della

sparizione del suo sacchetto, gridava al ladro.

— Oh! mio Dio! disse la sig. Bonacieux, egli metterà a soqquadro tutto

il quartiere.

Bonacieux gridò per lungo tempo; ma siccome simili grida, atteso la

loro frequenza, non attiravano alcuno nella strada dei Fossoyeurs, e

che d'altronde la casa del merciaio era da qualche tempo in cattivo

nome, vedendo che nessuno veniva, sortì continuando a gridare, e

s'intese la sua voce che si allontanava nella sua direzione della

strada di Bacco.

— E ora che egli è partito, tocca a voi di allontanarvi, disse la sig.

Bonacieux; coraggio, ma soprattutto, prudenza, e pensate che vi siete

dedicato tutto alla regina.

— A lei e a voi! gridò d'Artagnan. Siate tranquilla, bella Costanza,

io ritornerò degno della sua riconoscenza; ma ritornerò pur degno del

vostro amore?

La giovane sposa non rispose che col vivo rossore che colorò le sue

guance. Alcuni istanti dopo anche d'Artagnan sortì, avvolto anche egli

in un gran mantello che si ripiegava cavallerescamente sopra il fodero

di una lunga spada.

La sig. Bonacieux lo seguì cogli occhi, e con quel lungo sguardo di

amore con cui la donna accompagna l'uomo che sente di amare; ma quando

ebbe voltato all'angolo della strada, ella cadde in ginocchio, e

giungendo le mani:

— Ohi mio Dio! disse ella, proteggete la regina, e proteggete me pure.

CAPITOLO XIX.

PIANO DI CAMPAGNA

D'Artagnan si portò direttamente dal sig. de Tréville. Egli aveva

riflettuto che in pochi minuti il ministro sarebbe avvertito da quel

dannato di quello sconosciuto, che sembrava essere il suo agente, e

pensava con ragione che non vi era un istante da perdere.

Il cuore del giovinotto era ricolmo di gioia. Una avventura che

offriva ad un tempo gloria da acquistarsi e danaro da guadagnarsi,

si presentava a lui, e per primo incoraggiamento veniva accostato ad

una donna che egli adorava. Questa combinazione faceva dunque quasi

di primo colpo, per lui, più di quello che egli non avrebbe osato di

domandare alla provvidenza.

Il signor de Tréville era nel suo salotto col suo ordinario corteggio

di gentiluomini. D'Artagnan che era conosciuto come un familiare della

casa, andò diritto al suo gabinetto, e lo fece prevenire che egli lo

aspettava per una cosa d'importanza.

Erano appena scorsi cinque minuti, quando entrò il sig. de Tréville.

Al primo colpo d'occhio, e dalla gioia che si dipingeva sul suo viso,

il degno capitano comprese che accadeva effettivamente qualche cosa di

nuovo.

Lungo la strada, d'Artagnan si era domandato a se stesso se si sarebbe

confidato al sig. de Tréville, o se gli poteva chiedere soltanto di

accordargli carta bianca per un affare secreto. Ma il sig. de Tréville

era sempre stato così buono con lui, era tanto affezionato al re e alla

regina; odiava così cordialmente il ministro che il giovane si risolse

dirgli tutto.

— Voi mi avete fatto chiamare, mio giovane amico? disse il sig. de

Tréville.

— Sì, signore, disse d'Artagnan, e voi mi perdonate, lo spero, di

avervi incomodato, quando voi saprete di qual cosa importante si

tratta.

— Allora dite che io vi ascolto

— Si tratta niente meno, disse d'Artagnan abbassando là voce, che

dell'onore, e forse della vita della regina.

— Che cosa dite? domandò il sig. de Tréville girando lo sguardo

attorno per assicurarsi se erano veramente soli, riportandogli occhi

interrogatori su d'Artagnan.

— Io dico, signore, che la combinazione mi ha reso padrone di un

secreto...

— Che voi custodirete, lo spero, giovane, sulla vostra vita.

— Ma io debbo confidarmi a voi, signore perchè voi solo potete aiutarmi

nella commissione che ho ricevuta da Sua Maestà.

— Questo segreto è vostro?

— No, signore, questo è segreto della regina.

— Siete voi autorizzato da Sua Maestà di confidarmelo?

— No, signore, poichè al contrario mi e stato raccomandato il più

profondo mistero.

— E perchè dunque volevate tradirlo in faccia mia?

— Perchè, io ve l'ho detto, senza di voi, io non posso niente, e temo

che mi ricusiate la grazia che io vengo a domandarvi, se non sapete con

quale scopo io ve la domando.

— Conservate il vostro segreto, giovane, e ditemi ciò che desiderate.

— Io desidero che otteniate, dal sig. des Essarts, un congedo di

quindici giorni.

— Quando?

— In questa stessa notte.

— Voi lasciate Parigi?

— Vado in missione.

— Potete voi dirmi ove?

— A Londra.

— Vi è qualcuno che abbia interesse perchè non arriviate alla vostra

meta?

— Il ministro, io credo, darebbe tutto al mondo per impedirmi di

riuscire.

— E voi partite solo?

— Io parto solo.

— In questo caso, voi non arriverete a Rondy; sono io che ve lo dico,

fede di Tréville.

— In che modo?

— Vi si farà assassinare.

— Allora sarò morto nel fare il mio dovere.

— Ma la vostra missione non si adempirà.

— È vero, disse d'Artagnan.

— Credetemi, continuò de Tréville, nelle intraprese di questo genere,

bisogna andare in quattro per arrivarne uno.

I tre moschettieri, vol. II · 第 1 / 14 段