_Carlo d'Angiò, chiamato dai papi, procura in Italia al partito
guelfo una assoluta superiorità. — Conquista il regno di Napoli.
— Disperde l'armata di Corradino, e fa perire questo principe
sul patibolo._
1261=1268.
Il regno d'Alessandro IV era stato un'epoca favorevole alla fazione
ghibellina. Manfredi, approfittando della debolezza di questo pontefice,
aveva stabilita la sua autorità nel regno di Napoli; e nello stesso
tempo i Ghibellini fiorentini avevano obbligata tutta la Toscana ad
accostarsi al loro partito: e se nella Marca ed in Lombardia era stata
distrutta la tirannide d'Ezelino, lo fu col favore dell'alleanza
contratta co' capi ghibellini, il marchese Pelavicino e Buoso di Dovara,
da' Guelfi di Milano, di Ferrara e di Padova. Finalmente a quest'epoca
la casa della Torre a Milano erasi alienata dalla santa sede; ed a
Verona, come nella Marca Trivigiana, Mastino della Scala erasi posto
alla testa del partito ghibellino. Ma Alessandro IV morì il 25 maggio
del 1261, ed il suo successore con mano più ferma e potente rovesciò
bentosto la bilancia politica d'Italia.
Questo successore, che prese il nome di Urbano IV, era francese, nativo
di Troia nella Sicampagna[248] e di bassa condizione, ma aveva saputo
co' suoi talenti acquistarsi il vescovado di Verdun, poi il patriarcato
di Gerusalemme. Era quest'istesso anno tornato da Terra santa per
sollecitare i soccorsi del papa e de' Latini in favore de' Cristiani di
Levante. I cardinali, che trovavansi ridotti al numero di otto, dopo tre
mesi di conclave senza aver riuniti i suffragi a favore d'un membro del
loro collegio, credettero di non poter trovare tra i prelati non
cardinali chi fosse più del patriarca di Gerusalemme degno della tiara.
[248] Abbiamo una vita di questo papa scritta in cattivi versi
elegiaci dedicata al cardinal nipote da Tierrico Vallicolor. Questo
poema d'un migliajo di versi viene più volte citato dall'annalista
ecclesiastico. È stampato _Scr. It. p. II, p. 405 e segu_. Avvi pure
una vita dello stesso pontefice scritta da Amalrico Augerio, _p.
404_, ed una di Bernardo Guidone _t. III, p. I, p. 593_.
Forse Urbano non sarebbe stato severo giudice di Manfredi, se la causa
di questo re avesse dovuto essere da lui solo giudicata; ma, agli occhi
di un papa, Manfredi era reo del gravissimo delitto di non essersi
assoggettato al giudizio della santa sede che lo aveva condannato.
L'indipendenza de' sentimenti è ciò che più offende le anime
intolleranti; e l'altrui libertà diventa un'ingiuria in faccia a chi
volle sempre vivere nella servitù. Urbano che non aveva alcuna personale
cagione d'inimicizia con Manfredi e niun interesse nella sua caduta,
Urbano che non poteva ripromettersi dalla sua politica nè l'incremento
del potere della Chiesa, nè la libertà di Terra santa, pure attaccò
Manfredi con maggiore violenza ed ostinazione, che non avrebbe fatto lo
stesso Innocenzo IV.
Durante la vacanza della santa sede, i Saraceni di Manfredi erano
entrati nella campagna di Roma: Urbano non si limitò a dar ordine al re
di Sicilia di richiamarli[249], ma pubblicò contro di lui una crociata,
con tutte le indulgenze che accordavansi a' liberatori di Terra santa;
nominò capitano delle truppe pontificie Rugiero di san Severino, uno
degli emigrati napoletani, commettendogli di adunare sotto le sue
insegne tutti i ribelli del regno. In tale maniera obbligò le truppe di
Manfredi alla ritirata, e l'annalista Rainaldo crede pure che Urbano le
attaccasse personalmente[250].
[249] _Matteo Spinelli da Giovenazzo Diurnali t. VII, p. 1097._
[250] _Ann. Eccles. t. XIV, p. 68, § 22._
Urbano, non contento di questo primo atto, che avrebbe potuto
risguardarsi come una giusta difesa dello stato della Chiesa, citò
Manfredi a comparire innanzi a lui per purgarsi de' delitti onde era
incolpato, delle sue relazioni co' Saraceni, della sua perseveranza nel
far celebrare i santi misteri ne' paesi colpiti dall'interdetto,
finalmente delle condanne e pene capitali di molti suoi sudditi che egli
risguardava come altrettanti omicidj, perchè non conosceva nè la
sovranità, ne l'autorità giudiziaria del re di Sicilia. Questa citazione
non fu a Manfredi notificata, ma soltanto affissa alle porte della
chiesa d'Orvieto, residenza d'Urbano[251]. Informato che Manfredi
trattava con Giacomo re d'Arragona di dare al di lui figliuolo sua
figliuola Costanza, (1262) scrisse a Giacomo per dissuaderlo
dall'alleanza colla famiglia di Manfredi, di cui gli enumera tutti i
supposti delitti, indi soggiugne: «Come mai ha potuto entrare nel tuo
cuore così strano progetto? come mai, o figliuol mio, l'altezza
dell'animo tuo ha potuto tanto abbassarsi? come hai tu solamente
tollerato che ti si proponesse per consorte di tuo figliuolo la figlia
d'un uomo qual è Manfredi? è forse tuo figlio talmente disprezzato dagli
altri principi, che non possa trovare un'illustre sposa tra le fanciulle
di reale stirpe? Qual vergogna sarebbe la tua di macchiare con tale
maritaggio lo splendore del tuo sangue! qual detestabile opera, legare
con sì stretta parentela un figliuolo tanto devoto alla Chiesa col suo
nemico e persecutore[252]!» A fronte di così calde rimostranze questo
matrimonio, che trasmetteva agli Arragonesi il diritto ereditario alla
corona di Sicilia, ebbe effetto: ma san Luigi che aveva domandata per
suo figlio una figlia dello stesso Giacomo, parve così scandalizzato dal
pensiere di contrarre qualche relazione con un nemico della Chiesa, che
sospese il trattato, e diede ad Urbano speranza di non procedere più
avanti. Questi prese da ciò motivo di felicitarlo; anzi mandò in Francia
uno de' suoi notaj sotto coperta di ringraziare il re di tale
deferenza[253]; ma in realtà per far rivivere il progetto, formato prima
da Innocenzo IV, di trasferire la Corona di Sicilia a Carlo d'Angiò
fratello di san Luigi. La lettera del papa al suo notaro Alberto ci
svela le difficoltà che ritardavano questo trattato.
[251] _Giannone Ist. Civ. del Regno di Napoli l. XIX, c. I, t. II,
p. 668. — Continuat. Nicolai Jamsillæ, p. 591._
[252] _An. Eccles. 1262, § 14, t. XIV, p. 74. — Datum Viterbii 6
calend. maii._
[253] _Litteræ ejusdem ad Regem Franc. An. Eccles. § 17, an. 1262,
13 cal. augusti._ Malgrado le felicitazioni contenute in questa
lettera, Filippo, detto l'ardito, sposò in quest'anno Isabella
d'Arragona; di che pare che Rainaldo non ne avesse notizia.
_Guilelmi de Nangiaco Hist. S. Ludovici, p. 371. Scrip. Hist. Franc.
t. V._
«Noi abbiamo ricevute le tue lettere dalle quali rileviamo, tra le altre
cose, che il nostro caro figlio in Gesù Cristo, l'illustre re di
Francia, ascolta gli artificiosi discorsi di coloro che vogliono
dissuaderlo dai negoziati, per istringere i quali ti abbiamo mandato
alla sua corte. Essi cercano di fargli credere che Corradino nipote di
Federico, già imperatore de' Romani, possa avere alcun diritto sul regno
di Sicilia, e che nel supposto che ne sia cotale diritto decaduto,
sarebbe per concessione della santa sede passato in Edmondo figlio del
nostro carissimo figlio in Gesù Cristo, il re d'Inghilterra. Così
adunque, benchè veda nella nomina di suo fratello l'onore e la felicità
della Chiesa romana, ed i mezzi di soccorrere l'Impero di Costantinopoli
e di Terra santa, come ardentemente lo desidera, pure sta in forse; e
forse non avrebbe il torto se ciò che dicono certi suoi consiglieri
fosse vero; egli teme d'invadere ciò che risguarda come eredità d'un
altro.... Noi offriamo il sagrificio delle nostre lodi a Dio, a quel Dio
che tiene in sua mano i cuori de' re; noi gli rendiamo grazie di
conservare il re di Francia in tanta purità di coscienza.... Ma questo
re deve avere in noi e ne' nostri fratelli maggiore confidenza; deve
credere senza ombra di dubbio, che mentre lo risguardiamo come il
prediletto figlio della Chiesa romana, che mentre noi nudriamo per lui
un particolare affetto, non esporremmo la sua persona o i suoi stati a
qualche pericolo, nè il suo nome alla maldicenza ed allo scandalo, nè la
sua anima, di cui ci è confidata la difesa, alla dannazione. Egli deve
credere che noi ed i nostri fratelli vogliamo, col divino ajuto,
conservar pure le nostre coscienze e salvare le anime nostre innanzi
all'autore d'ogni salute; e noi sappiamo di certa scienza, che niente di
tutto quanto vogliamo fare, non offende i legittimi diritti di
Corradino, o di Edmondo; o d'alcun altra persona[254].»
[254] _Epist. Urb. IV ad Magistr. Albert. Notarium Ap. Rayn. 1262, §
21, p. 75._
La sentenza di deposizione, fulminata nel concilio di Lione da papa
Innocenzo, colpiva tutta la discendenza di Federico II; e la Chiesa
aveva pronunciata nel più solenne modo la diseredazione di Corrado e di
Corradino, onde il santo re Luigi non osava opporsi a tale giudizio,
benchè ne sentisse nel suo cuore l'ingiustizia, e non volesse
raccoglierne i frutti; per la qual cosa rifiutò la corona di Sicilia,
che il papa gli aveva offerta per uno de' suoi tre minori figli[255].
L'investitura formalmente accordata da un papa a Edmondo, figliuolo del
re d'Inghilterra, ritraeva i principi francesi dall'accettare le offerte
d'Urbano, più che non faceva il diritto ereditario della casa di Svevia
sui regni che tuttora possedeva. Il papa, per calmare i loro scrupoli,
unì al suo notajo Alberto un uomo più interessato a procurare nemici a
Manfredi, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza,
irriconciliabile nemico del suo re.
[255] Quest'offerta ed il rifiuto di Luigi vengono ricordati in una
lettera del papa alla regina di Francia, _Rayn. 1264, § 2, p. 101. —
Giannone Istor. Civ. l. XIX, c. 1, t. II, p. 670._
Questo prelato passò prima alla corte d'Enrico III re d'Inghilterra, che
trovò impegnato in una guerra civile co' suoi baroni, perchè rifiutavasi
di eseguire i capitoli della _gran carta_ del regno, che egli aveva
giurato d'osservare. L'arcivescovo approfittò dell'imbarazzo in cui era
il re, per ottenere da lui e da suo figliuolo Edmondo una formale
rinuncia a tutti i diritti che Alessandro IV aveva potuto trasferir loro
sul regno di Napoli. Per ridurli a tale atto si fece a rappresentar
loro, che non avevano punto soddisfatte le condizioni espresse
nell'investitura; che non erano presentemente in istato di soddisfarle;
e che intanto la Chiesa aveva bisogno di pronti e potenti soccorsi. In
pari tempo offriva al re inglese tutto il potere della Chiesa contro i
suoi sudditi; e ricompensò la condiscendenza d'Enrico III e d'Edmondo
collegandosi con loro contro le libertà britanniche[256].
[256] _Urb. IV, Epist. 161 e 162. Rayn. 1263, § 78, p. 98._
L'arcivescovo di Cosenza si recò colla rinuncia di Edmondo presso san
Luigi; e, dimostrando essere i diritti della Chiesa maggiori di quelli
di Corradino, se non dissipò interamente i rimorsi del santo re, li fece
almeno tacere. Di una affatto diversa natura era la negoziazione
pendente con Carlo d'Angiò, che gli scrupoli non ritraevano
dall'accettare una corona, cui la propria ambizione e la vanità della
consorte gli facevano desiderare; ma il papa l'accordava a troppo
onerose condizioni: e siccome non prometteva che ajuti vani di parole ed
un titolo litigioso, Carlo d'Angiò, che doveva conquistare il regno a
sue spese e colle proprie forze, esponendosi a tutti i pericoli ed a
tutte le difficoltà dell'impresa, non voleva impegnarsi in una guerra,
finchè la santa sede si ostinava a guardare per sè i frutti de' suoi
pericoli.
Il papa aveva da principio proposto, che Carlo d'Angiò promettesse di
rimettere alla Chiesa Napoli, tutta la Terra di Lavoro e le adiacenti
isole, inoltre la valle di Gaudo. Carlo vi si rifiutava apertamente, e
quest'inutile negoziato fece perdere al papa un anno[257]. Finalmente,
per mezzo dell'arcivescovo di Cosenza, Urbano offrì al principe francese
l'investitura de' due regni della Sicilia e della Puglia, quali erano
stati posseduti dai re Normanni e Svevi, tranne soltanto la città di
Benevento col suo territorio, ed un annuo tributo di dieci mila once
d'oro.
[257] Gli atti originali di questo trattato furono conservati da
Tutini: _Dei contestabili del Regno f. 70, 71._ Io lo cito sulla
fede del Giannone.
(1264) Poichè furono accettate tali condizioni, il papa spedì in Francia
Simone, cardinale di santa Cecilia, per affrettarne l'esecuzione. Gli
consegnò le più pressanti lettere dirette a san Luigi, nelle quali
accusava Manfredi d'avere raddoppiate le vessazioni contro la santa sede
dopo avere avuto avviso delle negoziazioni intraprese per ispogliarlo
de' suoi stati, e gli rappresentava coi più vivi colori i pericoli ai
quali questo principe esponeva la religione, se la Francia non prendeva
le difese della santa Chiesa[258].
[258] _Ann. Eccles. Raynal. 1264, § 13, p. 103._
Quando Carlo d'Angiò scese in Italia, aveva quarantasei anni: come
figlio di Francia aveva per suo appannaggio la contea d'Angiò, e per
conto della moglie era sovrano della Provenza. Questa era la quarta
figliuola di Raimondo Berengario, ultimo conte di Provenza. Le maggiori
sorelle avevano sposato i re di Francia, d'Inghilterra e di
Germania[259], onde Berengario, dopo averle così riccamente maritate,
lasciava l'ultima erede de' suoi stati, affinchè suo marito rinnovasse
la casa de' Conti di Provenza[260]. Allora era questo il maggior feudo
della corona di Francia; e Carlo d'Angiò, dopo i re, era fuor di dubbio
il più ricco e potente principe d'Europa. Anche le sue qualità personali
lusingavano il papa di felice successo; e nella guerra di Terra santa
erasi acquistata riputazione di valoroso soldato e di esperto capitano:
«Fu Carlo, dice Giovanni Villani, uomo savio e prudente nel consigliare,
prode nelle armi, aspro e temuto da tutti i re del mondo, magnanimo e di
pensieri elevati, che niuna intrapresa gli era superiore; costante nelle
avversità, fermo e fedele nelle sue promesse, parlando poco ed
adoperando molto; non fu quasi mai veduto ridere; di temperati modi come
un religioso, zelante cattolico, aspro nel fare giustizia, di guardatura
feroce. Fu di statura alta e nerboruta, di colore olivastro, e col naso
assai grande. La sua persona sembrava più che quella di alcun altro
veramente fatta per la reale maestà. Dormiva pochissimo.... Fu prodigo
d'armi verso i suoi cavalieri; ma avido d'acquistare da qualunque parte
si fosse, terre, signorie, danaro, per supplire alle sue intraprese.
Egli non si dilettò mai di buffoni, di trovatori, o poeti, nè di
cortigiani»[261].
[259] Quello che assumeva questo titolo era Riccardo, conte di
Cornovaglia, uno de' pretendenti all'impero.
[260] _Gio. Villani l. VI, c. 90, 91, p. 221._
[261] _Gio. Villani l. VII, c. 1, p. 285._
Mentre Carlo adunava un esercito per l'impresa cui erasi impegnato, e
mentre Beatrice, sua consorte, aspirando ad avere, come le altre
sorelle, il titolo di regina, impegnava tutti i suoi giojelli per
provvederlo di danaro, altri Francesi combattevano di già in Italia a
favore della chiesa. Se dobbiamo credere a Matteo Spinelli, Roberto,
conte di Fiandra e genero di Carlo, aveva, in luglio del 1261, condotta
in Italia una grossa armata di crociati francesi per attaccare Manfredi,
che questi Francesi non conoscevano, e per difendere la chiesa, benchè
affatto stranieri a' suoi interessi[262]. Tale sorta di gente, sotto il
nome di religione, non pensa che a soddisfare a quella inquieta attività
che la spinge sempre a tentar nuove cose, senza mai prender a cuore la
causa cui sembrano servire. Costoro ripongono il loro godimento nei
mezzi e non nel fine d'ogni cosa; il loro coraggio non è animato da una
passione abbastanza nobile per esporsi a grandi sagrificj; ma da un
segreto sentimento della propria nullità, da un nascosto disprezzo di sè
medesimi, che associano al desiderio di illudere gli altri. Impazienti
di segnare qualche orma d'un'esistenza, che per sè medesima non merita
di fissare l'attenzione del pubblico, armansi indifferentemente a
vantaggio o in danno della Chiesa, per la libertà o per la tirannide:
sempre sperando coll'essere prodighi delle loro vite, di uscire da
quella nullità che tanto li tormenta; ed ignorano che non il disprezzo
della vita, ma il solo amore d'una nobile causa rende l'uomo glorioso;
che, per rendere un culto alle idee generose, non si deve adoperare in
maniera che i più grandi sagrificj impiccioliscano, ma sentirne la
grandezza e non lasciare di farli; che colui che sprezza la sua
esistenza non fa che indicare agli altri il disprezzo in cui la debbono
tenere; che quello che cerca gli altrui suffragi senza nutrire egli
stesso veruna stima di sè medesimo, potrà forse veder soddisfatta la sua
vanità; ma non acquisterà gloria.
[262] Malgrado l'espresse testimonianze di Matteo Spinelli,
_Diurnali p. 1097, 1098_ di Costanzo _l. I_, e di Giannone _l. XIX,
c. 1, p. 671_, io dubito ancora che il condottiere di questa
crociata fosse Roberto di Fiandra, il quale, quattro anni dopo, fu
giudicato troppo giovane per condurre un'armata in Italia e fu posto
sotto la direzione del contestabile di Francia. Questa spedizione è
leggermente indicata da Vallicolor, _Vita Urb. IV, p. 418_, ed
ignorata affatto dagli storici francesi.
I crociati francesi, dopo aver ricevuto a Viterbo la benedizione
d'Urbano IV, inoltraronsi fino al Garigliano, e vennero più volte alle
mani con Manfredi e co' suoi Saraceni: talvolta vittoriosi e talvolta
vinti, versarono il proprio e l'altrui sangue; ma
_Fama di loro il mondo esser non lassa;
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa_[263].
[263] _Dante, Inferno._
L'avviso del vicino arrivo di Carlo d'Angiò operava di già un
cambiamento nel sistema politico d'Italia. Il partito ghibellino aveva
acquistato, per la sola inconsiderata condotta degli ecclesiastici, una
superiorità sproporzionata alle sue forze, ch'egli perdette tosto che i
suoi avversarj ebbero speranza d'uno straniero soccorso. Filippo della
Torre, signore di Milano, ch'erasi per politica accostato ai Ghibellini
a fronte dell'inclinazione della sua famiglia e della sua patria, fu il
primo a staccarsene. L'anno 1264, come l'abbiamo osservato nel
precedente capitolo, licenziò il marchese Pelavicino, che con i suoi
cavalieri era stato preso al soldo del comune di Milano[264]; si collegò
con Carlo, e chiese ed ebbe da lui un podestà provenzale, Barral di
Baux, che governò Milano un anno. In pari tempo il marchese Obizzo
d'Este, che quest'anno succedeva a suo avo nel governo di Ferrara,
rialzava il partito guelfo nella Marca Trivigiana[265] e stringeva
alleanza col conte di san Bonifacio, signore di Mantova, e con tutte le
città che avevano scosso il giogo di Ezelino. Vero è che la Toscana
restava ancora tutta intera in potere de' Ghibellini, nella quale lega
era stata forzata ad entrare del 1263 la stessa repubblica di Lucca,
cacciando dal suo territorio tutti que' Guelfi stranieri, cui da tre
anni prestava generoso asilo[266]. Ma questi Guelfi, ed in particolare i
Fiorentini, riunitisi in Bologna, eransi tutti dati alla professione
delle armi. Sempre disposti a combattere per la stessa causa, essi
cercavano di vendicarsi sui Ghibellini lombardi dei mali sofferti nella
loro patria. Essendo a Modena scoppiata una lite tra le due fazioni,
volarono in soccorso de' Guelfi, i quali, cacciati di città i
Ghibellini, rimasero soli padroni dell'amministrazione della
repubblica[267]. Colà i fuorusciti fiorentini nominarono loro capitano
Forese degli Adimari, sotto la di cui condotta, pochi mesi dopo, fecero
trionfare i Guelfi anche in Reggio[268]: e finalmente avendo avuto lo
stesso successo a Parma[269], tutta la contrada posta tra il Po e gli
Appennini fu principalmente per opera loro richiamata all'ubbidienza
della Chiesa. Oltre i pedoni avevano formato un corpo di quattrocento
cavalli ben montati e ben disciplinati, essendosi procurati a spese de'
loro nemici quanto loro abbisognava.
[264] _Giorg. Giulini Memorie della campagna di Milano l. LV, t.
VIII, p. 202._
[265] _Monachus Patavinus Cron. l. III, p. 722._
[266] _Gio. Villani l. VI, c. 83, 86. p. 215._ Flaminio del Borgo
protrae la pace di Lucca fino al 1265; nel che parmi che s'inganni.
_Diss. VI dell'Istor. pisana p. 408._
[267] _Gio. Villani l. VI, c. 87, p. 218. — An. Vet. Mutin. t. XI,
p. 67._
[268] _Memoriale Potest. Regiensium t. VIII, p. 1123._
[269] _Chronicon Parmense t. IX, p. 779._
Intanto Manfredi non trascurava verun mezzo per difendersi dai nuovi
nemici che la Chiesa gli andava facendo. In sul finire di settembre
mandò in Lombardia il conte Giordano con quattrocento lancie e molto
danaro per unirsi al marchese Pelavicino, onde impedire la discesa de'
Francesi in Italia[270]; ed egli medesimo il 18 ottobre dello stesso
anno entrò nella Marca d'Ancona con nove mila Saraceni. Nel 1261 era
stato eletto da una fazione senatore di Roma[271], onde aveva nominato
Pietro di Vico suo vicario in quella città, mandandogli un corpo di
truppe tedesche perchè si fortificasse nell'isola del Tevere. Il vicario
di Manfredi veniva spesso alle mani coi partigiani del papa[272],
sperando di potere quando che fosse rendersi padrone di tutta la città.
Per ultimo Manfredi aveva impegnati i Pisani ad allestire una potente
flotta, che unita a quella della Sicilia ammontava ad ottanta galere, e
che pareva sufficiente ad impedire il passaggio di Carlo d'Angiò,
qualora preferisse la via del mare[273].
[270] _Diurnale di Matteo Spinelli t. VII, p. 1101._
[271] _Storia dei Senatori di Roma di Ant. Vitali t. I, p. 128._
[272] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. II, c. 10, 13, t. VIII, p.
808._
[273] _Flaminio del Borgo Diss. VI, Stor. pisana p. 411._
Appena ridotti a termine i preparativi di guerra da ambo le parti, papa
Urbano IV morì, e, fino all'elezione del suo successore, Manfredi potè
lusingarsi che il nuovo pontefice sarebbe men caldo nel perseguitarlo.
Ma Urbano che non trovò che otto cardinali quando fu fatto papa, non
dimenticò di crearne molti; di modo che l'elezione del suo successore
trovossi tra le mani delle sue creature; la sua influenza, mantenendosi
anche dopo la sua morte, il conclave gli sostituì il cardinale di
Narbona, anch'esso francese, ed immediato suddito di Carlo d'Angiò, il
quale in tempo dell'elezione trovavasi legato straordinario presso di
questo principe. O la politica della corte di Roma non fu mutata dalla
sua accessione, o non si rese che più subordinata alla politica
francese.
I Romani, egualmente incapaci di servire e di viver liberi, mentre
Urbano IV negoziava ancora con Carlo d'Angiò, avevano fatto offrire a
questo principe l'ufficio di senatore della loro città, che l'opposta
fazione aveva conferito a Manfredi. Pare che il solo motivo che li
movesse a dare questa carica a due monarchi, fosse vanità ed amor della
pompa: invece d'onorare uno de' loro eguali colla loro confidenza, si
credevano al contrario onorati trovando un re che volesse loro
comandare. Sebbene il papa avesse ragione di temere dell'influenza che
un principe potente acquistar potrebbe in Roma, se veniva ad esercitarvi
quella magistratura, aveva permesso però che fosse data a Carlo, perchè
sentiva troppo bene quanto tornerebbe utile a questo principe l'aver
Roma dipendente nella circostanza d'attaccare il regno. Frattanto sotto
comminatoria d'annullare il trattato d'investitura, il papa volle da
Carlo il giuramento di rinunciare alla dignità di senatore tosto che
avesse fatta la conquista delle due Sicilie, o soltanto della maggior
parte di quelle province, avendolo in prevenzione assolto del contrario
giuramento cui i Romani intendevano d'obbligarlo, quello di conservare
finchè vivesse la dignità senatoria[274]. Carlo impaziente d'avvicinarsi
agli stati che doveva conquistare, risolse di venire per mare a Roma,
onde prendervi possesso della dignità di senatore, senz'aspettare
l'armata destinata a combattere Manfredi.
[274] _Rayn. Ann. Eccl. 1264, § 3-8, p. 101. — Stor. Diplom. dei
Senatori di Roma t. I, p. 131._
Clemente IV, successore d'Urbano, aveva raffermata la missione in
Francia del cardinale di santa Cecilia, autorizzandolo, benchè non
l'avesse fatto il suo predecessore, a commutare in una crociata contro
Manfredi i voti di coloro ch'eransi crociati per liberare Terra santa.
Nè i motivi religiosi furono i soli mezzi che s'impiegassero in Francia
per unire una potente armata; anche considerabili leve di gente si
fecero nelle suddite contee d'Angiò e di Provenza. Beatrice prodigava i
tesori della sua ricca eredità per fare dei soldati a suo marito; e
Carlo, ricordando le passate vittorie sugl'infedeli, assicurava i più
ricchi feudi nelle due Sicilie a coloro che l'ajuterebbero a
conquistarle. Finalmente san Luigi che vedeva con piacere il suo caldo
ed inquieto fratello occuparsi fuori del proprio regno, lo provvide per
l'impresa di Napoli d'uomini e di denaro. Con tanti mezzi Carlo adunò
un'armata di cinque mila cavalli, di quindici mila pedoni e di dieci
mila balestrieri[275]. Ne diede il comando a suo genero Roberto di
Bethune, figlio del conte di Fiandra, cui san Luigi diede per
consigliere Giles le Brun, contestabile di Francia; e Guidi Monforte,
quarto figlio del conte di Leicester, che dopo la rotta di suo padre ad
Evesham erasi rifugiato in Francia, si unì con lui. Mentre la contessa
Beatrice disponevasi a scendere in Italia con quest'armata, Carlo, presi
con lui soli mille cavalieri, s'imbarcò a Marsiglia sopra una flotta di
venti galere, che vi aveva fatto allestire, e fece vela per le foci del
Tevere.
[275] _Annales Veteres Mutin. t. XI, p. 67._ Altri scrittori danno a
quest'armata maggior numero di combattenti. La cronaca di Bologna di
F. B. della Pugliola la porta a quaranta mila uomini, _t. XVIII, p.
276_; e la cronaca di Parma, _t. IX, p. 780_, la fa ascendere a
sessanta mila.
L'ammiraglio di Manfredi dopo aver cercato di chiudere la navigazione
del Tebro con palificate, erasi situato colla sua flotta presso le coste
dello stato della chiesa. Una terribile burrasca sopraggiunta mentre
Carlo attraversava il mar di Toscana fu la salvezza di quest'ultimo,
perchè costrinse la flotta combinata di Sicilia e di Pisa a prendere il
largo. Vero è ch'egli stesso non isfuggì alla violenza della tempesta, e
fu gittato con alcune galere verso Porto Pisano, ove poco mancò che non
fosse sorpreso dal conte Guido Novello, luogotenente di Manfredi in
Toscana. Rimessosi in mare, il suo vascello fu spinto dal vento verso la
foce del Tevere, onde entrato in una leggiera nave, rimontò con quella
il fiume, ed andò ad alloggiare quasi solo nel convento di san Paolo
fuori delle mura di Roma. L'inquietudine da cui fu preso, trovandosi
solo, e quasi tra le mani de' suoi nemici, cessò ben presto, perchè lo
sopraggiunsero le truppe che erano con lui montate sulla flotta. Il 24
maggio del 1265 fece alla loro testa il suo ingresso nella capitale del
mondo, in mezzo alle grida de' Romani che lo proclamavano loro
difensore[276].
[276] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227. — Storia dei Senatori di
Roma t. I, p. 140._
Passò il rimanente dell'anno prima che l'armata crociata, condotta dalla
contessa Beatrice, giugnesse in soccorso di Carlo, e questi approfittò
del presente ozio per negoziare col papa che risiedeva in Perugia. Le
prime relazioni furono miste di lagnanze e di rimproveri. Carlo avea
preso possesso del palazzo di Laterano per alloggiarvi con i suoi
cavalieri; ma Clemente ben tosto gli scrisse: «Tu hai fatta di tuo solo
capriccio e senza alcuna necessità un'azione che verun principe
religioso non avrebbe fin qui osato di fare, ordinando, in onta alla
decenza, alle tue genti d'entrare nel palazzo di Laterano.... Vogliamo
che tu lo sappia, e che sii persuaso che non sarà giammai per piacerci
che il senatore di Roma, qualunque siano la sua dignità ed i suoi
meriti, abiti l'uno o l'altro de' nostri palazzi della città.... A te
dunque s'appartiene, mio caro figliuolo, d'accomodarti senza dispiacere
al nostro volere. Cerca un'altra stanza per te in una città così
abbondante di palazzi, e non ti far già a credere che ti facciamo
sortire con disonore dalla nostra casa, quand'anzi noi pensiamo di
provvedere all'onor tuo»[277].
[277] _Perugia, addì 14 delle Calende di giugno, ap. Raynald.
Annales Eccles. 1265, § 12, p. 118._
Carlo si sottomise con docilità a questa riprensione, e pochi giorni
dopo il papa commise a quattro cardinali di porre sul capo del conte
d'Angiò, nella basilica di san Giovanni di Laterano, la corona dei regni
di Sicilia al di qua ed al di là del Faro, di consegnargli il gonfalone
della chiesa, di fargli prestare il giuramento d'osservare le condizioni
della sua investitura, della quale ne fu fatta lettura a tutto il
popolo, e di ricevere in nome del pontefice la promessa di vassallaggio
per tutti i paesi che avrebbe conquistati[278].
[278] _Raynaldus, 1263, § 13, p. 119._
Le principali condizioni annesse a questa investitura erano: l'eredità
per i soli discendenti di Carlo in ambo i sessi, ed in loro mancanza il
ritorno della corona alla Chiesa romana; l'incompatibilità della corona
di Sicilia con quella dell'impero, o col dominio della Lombardia o della
Toscana, l'annuo tributo d'un palafreno bianco e di otto[279] mila once
d'oro; il sussidio di trecento cavalieri mantenuti tre mesi ogni anno in
servigio della Chiesa; la cessione di Benevento e del suo territorio al
patrimonio di san Pietro; finalmente il preservamento di tutte le
immunità ecclesiastiche pel clero delle due Sicilie. In prevenzione fu
pronunciata la perdita d'ogni diritto sui due regni contro quel re
discendente di Carlo d'Angiò, che non sarebbe fedele mantenitore di
tutte l'espresse condizioni[280].
[279] 480,000 lire italiane.
[280] _Giannone Stor. Civ. del Regno di Napoli, l. XIX, c. 2, p. 679
e seg._
Intanto l'armata crociata si andava lentamente adunando in Borgogna, di
dove passò in Savoja, ed attraversate le Alpi, pel Monte Ceniso scese in
Piemonte in sul finire dell'estate del 1265[281]. Il marchese di
Monferrato, alleato della fazione guelfa e delle città di Torino e
d'Asti, lasciò libero il passaggio ai Francesi.
[281] _Gio. Villani l. VII, c. 4, p. 227._
Benchè il partito di Manfredi avesse avuta in Lombardia qualche perdita,
conservava però ancora una linea di città ghibelline che sembravano
tagliare ogni comunicazione tra l'Italia superiore e la bassa. Mastino
della Scala, potente cittadino di Verona, erasi coll'appoggio del
partito ghibellino reso padrone della sua patria; Brescia e Cremona
erano dipendenti dal marchese Pelavicino, che pure reggeva le città di
Piacenza e di Pavia. Pare che il marchese Pelavicino si fosse dapprima
posto in vicinanza delle due ultime città colle proprie truppe e con
quelle che gli aveva mandate Manfredi sotto gli ordini del marchese
Lancia; e che perciò l'armata de' crociati lasciasse la strada che
naturalmente dovea tenere da Asti a Parma. Pelavicino rimase nella sua
posizione con circa tre mila cavalli tedeschi e lombardi finchè i
Francesi furono nel Monferrato, e non ritornò verso il Nord a Soncino
che quando li vide entrare nel Milanese. Un'altra meno forte divisione
sotto il comando di Buoso da Dovara custodiva il piano del Nord del Po
ed il passaggio dell'Oglio. I Francesi non sapevano quale strada tenere,
quando Napoleone della Torre loro si fece incontro e li condusse a
traverso del Milanese fino a Palazzuolo sul territorio di Brescia, ove
dovevano passar l'Oglio. Il marchese Obizzo d'Este ed il conte di san
Bonifacio gli si affacciarono dall'opposta banda del fiume; onde Buoso
di Dovara, temendo d'essere avviluppato, non osò, o non fu in istato di
opporsi al passaggio dell'Oglio; e rimase chiuso in Cremona, mentre
l'armata guelfa s'avvicinò a Brescia, prese Montechiaro, sconfisse a
Capriolo l'armata di Pelavicino che gli era corsa incontro; indi per lo
stato di Ferrara entrò ne' paesi occupati dai Guelfi[282].
[282] _Ricord. Malesp. Hist. Fior. c. 178, p. 1000. — Chron. Astense
Gugliel. Venturæ c. 6, t. XI, p. 157. — Benevento da san Giorgio
Hist. Montisferrati t. XXIII, p. 390. — Chron. Parmen. t. IX, p.
780. — Chron. Placent. t. XVI, p. 473. — Manip. Flor. Galvan. Flam.
t. XI, c. 300, p. 693. — Ann. Mediol, c. 36, t. XVI, p. 665. —
Giorgio Giulini Memorie ec. l. LV, t. VIII, p. 211. — Campi Crem.
Fedele l. III, p. 75. — Gio. Bat. Pigna Stor. de' Princ. d'Este l.
III, p. 232. — Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 208. —
Sigonius de Regn. Ital. l. XX, p. 1056._ Si accusò Buoso di Dovara
d'essere stato sedotto dall'oro di Gui di Monforte, e d'avere aperto
ai Francesi il passaggio dell'Oglio. Quest'accusa viene confermata
da Dante che pone Buoso nell'Inferno fra i traditori _C. XXXII, v.
113-117_; accusa per altro non giustificata nè dal carattere di
Buoso, nè dalla posizione delle armate. Per lo contrario pare che
non avesse sufficienti forze per fermare i Francesi.
L'armata francese giunta a Ferrara, invece di trovare opposizione lungo
la strada di Roma, incontrava dovunque nuovi rinforzi di Guelfi; prima i
quattrocento uomini d'armi de' fuorusciti fiorentini, poi i sudditi del
marchese d'Este e del conte di san Bonifazio, indi quattro mila
Bolognesi, strascinati dalle prediche del vescovo di Sulmona, presero la
croce contro Manfredi e si unirono all'armata francese, la quale arrivò
alle porte di Roma gli ultimi giorni dell'anno.
(1266) Carlo non aveva danaro per pagare così numeroso esercito; il papa
rifiutavasi di somministrarne, e forse non lo poteva[283]. Se il conte
d'Angiò differiva fino alla primavera ad avanzarsi contro al nemico, non
avrebbe potuto probabilmente impedire la diserzione della sua armata; si
pose perciò subito in cammino, prendendo la strada di Ferentino, onde
entrare nel regno per Ceperano e Rocca d'Arce.
[283] _Raynaldus Annales § 9, p. 133, ad annum._
Manfredi nulla aveva trascurato di tutto quanto poteva contribuire a
tenergli il popolo affezionato, e per eccitarlo ad una vigorosa difesa
aveva adunato presso Benevento un parlamento de' baroni e de' feudatarj
del suo regno, e gli aveva esortati ad armare tutti i loro vassalli per
la difesa delle proprie famiglie[284]. Aveva inoltre richiamate tutte le
truppe, prima mandate in Toscana ed in Lombardia, e spedito in Germania
per assoldare due mila cavalli. Aveva confidata al conte di Caserta, suo
cognato, la difesa del Garigliano nel luogo in cui presso Ceperano
questo fiume serve di confine a' suoi stati; aveva lasciata a San
Germano una forte guarnigione di Tedeschi e di Saraceni, ed egli
medesimo col grosso dell'armata trovavasi a Benevento. I Francesi
s'avanzavano verso il suo regno per la strada superiore, ossia di
Ferentino. Il conte di Caserta abbandonò vilmente il suo posto,
lasciando senza difesa il passaggio del Garigliano: la fortezza di Rocca
d'Arce, creduta inespugnabile, venne presa d'assalto, e quella di San
Germano cadde in potere del nemico dopo una battaglia nella quale la
maggior parte de' Saraceni fu tagliata a pezzi dai Francesi[285].
[284] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. II, c. 20-22, p. 816._
[285] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. III._
Se i Pugliesi avevano manifestato poco attaccamento al re e poco zelo
per la sua difesa quando le forze sembravano eguali, i primi successi
de' Francesi accrebbero la loro inclinazione alla ribellione, e la viltà
si nascose sotto l'esteriore del malcontento e della sedizione. Aquino e
tutti i castelli della contrada aprirono le porte al vincitore; le gole
delle montagne d'Alife furono abbandonate, ed egli penetrò senza
incontrar resistenza fino nella campagna di Benevento a due miglia da
questa città, presso alla quale Manfredi aveva adunata la sua armata.
Questo principe, che scopriva tra i suoi aperti indizj di tradimento e
di scoraggiamento, tentò di prender tempo ritardando la marcia di Carlo
con proposizioni d'accomodamento; ma a' suoi ambasciatori rispose il
conte in francese: «Andate, e dite al sultano di Nocera che io non
voglio che battaglia; e che questo giorno o io metterò lui all'inferno,
o egli manderà me in paradiso[286].»
[286] _Gio. Villani l. VII, c. 5, p. 129. — Ricordano Malespini Ist.
Fior. c. 179, p. 1001._
Il fiume Calore che scorre innanzi a Benevento divideva le due armate:
forse se Manfredi si fosse approfittato delle sue naturali
fortificazioni per evitare la battaglia, l'armata di Carlo, che già
mancava di vittovaglie, sarebbe stata ridotta a dure necessità, come
l'assicurano alcuni storici contemporanei; ma Manfredi non voleva
rimanere più oltre nell'avvilimento di andare rinculando in faccia ad un
nemico, cui ogni successo procacciava nuovi partigiani, e che fino
allora aveva sempre saputo procurarsi munizioni col saccheggio delle
campagne. Divise dunque la sua cavalleria in tre brigate: la prima di
milleduecento cavalli tedeschi, comandata dal conte Galvano; la seconda
di mille cavalli toscani, lombardi e tedeschi sotto gli ordini del conte
Giordano Lancia; e la terza comandata da lui medesimo era composta di
millequattrocento cavalli pugliesi e saraceni. Quando Carlo vide che
Manfredi disponevasi a combattere, si volse a' suoi cavalieri e disse
loro: «Venuto è il giorno, che tanto abbiamo desiderato;» poi fece
quattro corpi della sua cavalleria, il primo di quattro mila cavalli
francesi comandato da Gui di Monforte e dal maresciallo di Mirepoix; il
secondo diretto da lui medesimo era composto di novecento cavalieri
provenzali, ai quali aveva uniti gli ausiliarj di Roma; il terzo sotto
gli ordini di Roberto di Fiandra e di Giles le Brun, contestabile di
Francia, era formato da settecento cavalieri fiamminghi, brabantesi e
piccardi; finalmente il quarto, capitanato dal conte Guido Guerra, era
quello de' quattrocento emigrati fiorentini[287]. Questi corpi non
formavano tutti assieme che un'armata di tre mila lance, e Giovanni
Villani non ne dà un maggior numero a Carlo d'Angiò, forse per accrescer
gloria al suo eroe, facendolo vincere con minori mezzi. Calcolando però
le truppe che Carlo aveva condotte di Francia, e quelle che aveva
trovate in Italia, la sua armata doveva essere almeno più numerosa del
doppio.
[287] _Gio. Villani l. VII, c. 7, 8, p. 231._
Dall'una e dall'altra parte si cominciò la battaglia coll'infanteria, la
quale sebbene cogli sforzi suoi non potesse decidere della vittoria, non
però combatteva con minore accanimento. Gli arcieri saraceni passarono
il fiume, ed attaccarono con alte grida i Francesi sull'opposta riva.
L'infanteria europea che allora mancava egualmente d'appiombo e di
leggerezza non poteva resistere meglio ai volteggiatori, che alla
cavalleria, ed i Saraceni ne fecero da lontano colle loro frecce
un'orribile carnificina. Per sostenere la sua infanteria si mosse il
primo corpo di cavalleria francese gridando, _montjoie chevaliers_! Il
legato del papa li benedì in nome della Chiesa, assolvendoli da tutti i
loro peccati in ricompensa dei pericoli cui si esponevano pel servigio
di Dio. Gli arcieri saraceni non sostennero l'urto della cavalleria
francese, e ritiraronsi con perdita; ma la prima brigata della
cavalleria tedesca scese allora nel piano di Grandella per incontrare
nemici degni del suo valore[288]. Il suo grido di battaglia era _Souabe
cavalieri!_ In questo secondo incontro l'avvantaggio fu ancora di
Manfredi; ma ossia che i Francesi fossero più vicini al loro campo, o
che più rapide ne fossero le manovre, ricevevano sempre i primi i
rinforzi della seconda, terza e quarta linea, sicchè ogni volta
ristauravansi coll'arrivo di fresche truppe: e già combattevano tutti i
loro quattro corpi di cavalleria, quando non erano ancora venuti alle
mani che due di Manfredi. Si dice che questo principe conoscendo le
truppe guelfe fiorentine che combattevano valorosamente, gridasse
dolente: «Ove sono adesso i miei Ghibellini pei quali io feci tanti
sacrificj!.... Qualunque siasi la fortuna della giornata, questi Guelfi
possono oramai essere sicuri che il vincitore sarà loro amico.»
[288] _Sabas Malas. Hist. Sicula l. III, c. 10, p. 826. — Gio.
Villani l. VII, c. 8, p. 231. — Ricord. Malespini Stor. Fior. c.
180, p. 1002 e seg._ Guglielmo di Nangiaco, _Gesta S. Lud. IX Franc.
Regis_ descrive questa battaglia conformemente agli storici
italiani, e solo rimprovera Carlo di non avere sparso abbastanza
sangue e d'avere risparmiata una parte de' prigionieri. _In Duchesne
Hist. Franc. Script. t. V, p. 375, 378._
Frattanto nel caldo della mischia fu dato ordine ai Francesi di tirare
ai cavalli, ciò che tra i cavalieri era considerato come una viltà; e
per questa manovra i Tedeschi perdettero tutt'ad un tratto il vantaggio
che avevano sopra i Francesi. Manfredi vedendoli piegare esortò la linea
di riserva ch'egli comandava a sostenerli vigorosamente: ma appunto in
questo momento della crisi incominciò la diserzione dei baroni della
Puglia e del Regno: il gran tesoriere, il conte della Cerra, il conte di
Caserta, e la maggior parte de' mille quattrocento cavalli che non
avevano ancora combattuto, e che dando vigorosamente addosso a truppe
affaticate, avrebbergli ottenuta sicura vittoria, abbandonarono vilmente
il loro buon re; il quale, quantunque non si vedesse più intorno che un
piccolo numero di cavalieri preferì una generosa morte ad una vergognosa
esistenza[289]. Mentre allacciavasi il caschetto, un'aquila d'argento
che ne formava il cimiero, cadde sull'arcione del suo cavallo. _Hoc est
signum Dei_, disse a' suoi baroni: «Io avevo attaccato il cimiero colle
mie proprie mani, non è ora il caso che lo distacca.» Non avendo più
questo real segno che lo distingueva dagli altri, gittossi nonpertanto
in mezzo alla pugna, combattendo da bravo cavaliere; ma i suoi essendo
già rotti, non potè impedirne la fuga, e fu ucciso in mezzo a' suoi
nemici da un francese che non lo conosceva[290].
[289] _Gio. Villani l. VII, c. 9, p. 233 e seg._
[290] Questa battaglia si diede il venerdì 26 febbrajo del 1266.
Finchè si mantenne la battaglia, la perdita era stata eguale da ambo le
parti; ma dopo rotti, diventò immensa pei Ghibellini. I fuggitivi furono
inseguiti nella stessa città di Benevento, ove i Francesi entrarono in
sul far della notte. Colà furono presi i principali baroni di Manfredi,
e fra gli altri il conte Giordano Lancia e Pietro degli Uberti, che
Carlo mandò nelle sue prigioni di Provenza, ove li fece crudelmente
morire. Pochi giorni dopo furono dati in mano di Carlo la moglie di
Manfredi, sua sorella ed i suoi figliuoli, che tutti morirono nelle
prigioni[291] del feroce Carlo.
[291] La regina Sibilla moglie di Manfredi era sorella di un despota
della Morea, e figlia d'un Comneno d'Epiro. Ella ebbe da Manfredi un
figlio detto Manfredino, ed una figlia. Furono tutti presi a
Manfredonia mentre s'imbarcavano per passare in Grecia. _Mon. Patav.
l. III, p. 727._
Per tre giorni s'ignorò la sorte di Manfredi, che fu finalmente
riconosciuto da un suo domestico nel campo di battaglia. Il suo cadavere
fu posto sopra un asino e portato innanzi al nuovo re Carlo, che fece
subito venire tutti i baroni prigionieri per meglio assicurarsi che
fosse veramente Manfredi. Tutti lo affermarono spaventati; ma quando si
presentò il conte Giordano Lancia, e gli fu scoperto il volto di
Manfredi, battendosi il volto colle mani, e dirottamente piangendo: «O
mio Signore, gridò, che siamo noi diventati!» I cavalieri francesi
ch'erano presenti furono commossi da questo spettacolo, e chiesero a
Carlo di rendere almeno gli onori funebri al morto re: «Ben volentieri,
rispose, se non fosse morto scomunicato;» e con tale pretesto
rifiutandogli una terra sacra, fece per lui scavare una fossa presso al
ponte di Benevento. Pure ogni soldato dell'armata portò una pietra sopra
quest'umile sepolcro. E per tal modo fu innalzato un monumento alla
memoria di un uomo grande ed alla sensibilità d'un'armata vittoriosa. Ma
l'arcivescovo di Cosenza, quello stesso Pignatelli ch'era stato
incaricato delle negoziazioni coi re di Francia e d'Inghilterra, non
permise che le ossa di Manfredi riposassero sotto questo mucchio di
pietre; e dietro un ordine del papa le fece levare da questo luogo, che
apparteneva alla Chiesa, e gettare al confine del regno e della campagna
di Roma presso al fiume _Verde_[292].
[292] _Dante, Purgatorio cap. III, v. 124 e seg._
Lo stesso giorno della battaglia i Pugliesi si poterono accorgere con
quale giogo avevano cambiata l'autorità del loro principe, e di quale
natura sarebbe il governo de' Francesi. Il saccheggio del campo di
Manfredi, e le spoglie di tanti ricchi baroni trovati sul campo di
battaglia e fatti prigionieri, pareva che dovessero bastare all'avidità
de' soldati; ma quest'avidità andava crescendo a misura che il bottino
si faceva più grande. Benevento, benchè non si fosse opposta al
vincitore, venne abbandonata al saccheggio, e per lo spazio di otto
giorni i suoi abitanti trovaronsi esposti a tutti i mali che possono
aspettarsi dalla libidine, dall'avarizia e della brutale ferocia dei
soldati[293]. Questa sete di sangue che non sembra propria degli uomini,
e che pure talvolta provarono intere nazioni, fu la più ampiamente
soddisfatta. Non solamente gli uomini, le donne, i fanciulli, ma anche i
vecchi furono senza pietà scannati tra le braccia gli uni degli altri; e
Benevento, in fine di questa orribile carnificina, non aveva omai altro
che case deserte e lorde d'umano sangue[294].
[293] Il papa scrisse il 12 aprile 1266 una lettera appassionata a
Carlo, rimproverandogli il saccheggio ed il massacro de' Beneventani
sudditi della santa sede. Questa lettera non riportata da Raynaldo,
e nemmeno nella raccolta degli storici di Francia, o nelle lettere
dei papi relativi alla Sicilia, _t. V, p. 873_, trovasi in _Martene
Thesaur. Anegdot. t. II, Epist. Clem. IV, epist. 262. p. 306_.
[294] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 12, p. 828._
Intanto presentavansi in folla a Carlo i baroni del regno e i deputati
delle città per giurargli ubbidienza e fedeltà. Quando si pose in
cammino per andare a Napoli, fu ricevuto in tutte le città quale signore
e legittimo re. Entrò trionfante in Napoli colla regina Beatrice, sua
consorte, dispiegandovi una pompa all'Italia ancora ignota. Adunò un
parlamento de' baroni del regno, che cercò di affezionarsi con affettata
affabilità. A tutti prometteva grazie, o per lo meno il perdono della
passata nimistà; ma al loro ritorno nelle proprie province faceva tenere
loro dietro quella folla di plebaglia francese che formava l'infanteria
della sua armata, la quale non aveva prese le armi, che per
saccheggiare. Carlo distribuiva ai cavalieri le baronie che aveva
confiscate a suo profitto, e divideva tra gli uomini d'un ordine
inferiore tutti gl'impieghi lucrosi. In pochi giorni si videro partire
dalla sua corte, per tutte le parti de' nuovi stati, numerose bande di
giustizieri, d'ammiragli, di comiti, d'ispettori de' porti, di
gabellieri, d'ispettori de' magazzini, di maestri del siclo, di maestri
giurati, di balivi, di giudici e di notai. A tutti gl'impieghi
dell'antica amministrazione aveva aggiunti tutti gl'impieghi
corrispondenti ch'egli conosceva in Francia, di modo che il numero de'
pubblici funzionarj era più che duplicato. Fieri delle nuove loro
dignità, ignorando come il loro padrone la lingua del paese, e
sprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati potenti,
scorrevano le province e le spogliavano. Ovunque pretendevano di essere
accolti come vincitori, ovunque manifestavano il più alto disprezzo per
la nazione suddita. I loro viaggi consumavano i popoli, e la loro dimora
diventava ancora più ruinosa; perciocchè portavano seco i registri di
tutte le imposte in vigore sotto Manfredi; di tutte quelle che Manfredi
aveva abolite o surrogate ad altre; di tutte quelle che nelle urgenti
circostanze alcuni cattivi re avevano alle volte tentato d'imporre ai
loro popoli. Eransi coll'andare del tempo introdotte molte riserve e
privilegi; molte contribuzioni non costavano al popolo il valore
nominale; Carlo le fece tutte riscuotere a rigore, e riformò come abuso
una tolleranza che altro non era che un beneficio de' passati re. Così
que' medesimi che avevano tradito Manfredi, quelli ch'eransi immaginati
di trovare sotto la protezione della chiesa e d'un re guelfo una pace ed
una prosperità inalterabile, versavano amare lagrime sulla morte del
principe di Svevia, ed accusavansi con profondo dolore d'incostanza,
d'ingratitudine e di viltà[295].
[295] _Sabas Malasp. l. III, c. 16, p. 831._ La testimonianza di
questo scrittore merita piena fede, perchè coetaneo e guelfo, e
creatura di Carlo.
Clemente IV, avvisato delle vessazioni che si commettevano in nome di
Carlo, si credette in dovere di proteggere il popolo contro quel re
ch'egli stesso aveagli dato. «Se il tuo regno, gli scriveva, viene
crudelmente spogliato dai tuoi ministri, tu ne sei incolpato a ragione,
poichè tu hai riempiuti i tuoi ufficj di ladri e di assassini che
commettono ne' tuoi stati azioni di cui Dio non può sostenerne la
vista.... Essi non temono di macchiarsi con ratti, con adulterj, con
ingiuste esazioni, e ladronecci... Come potrei io mai compatire la tua
pretesa povertà! Tu non puoi, o non sai vivere in un regno colle di cui
entrate un uomo eccelso, Federico, già imperatore de' Romani, suppliva a
maggiori spese che le tue, saziava l'avidità della Lombardia, della
Toscana, delle due Marche e della Germania, ed inoltre accumulava
immense ricchezze[296].»
[296] _Martene Thes. Anegd. t. II, epist. 530. Clem. IV, p. 524._
La vittoria di Carlo d'Angiò che portava la desolazione nelle due
Sicilie, cagionava in Toscana e specialmente in Fiorenza sensazioni
affatto diverse. Il conte Guido Novello, capitano della gente d'armi di
Manfredi, comandava in questa città; e perchè aveva sotto i suoi ordini
mille cinquecento cavalli tedeschi o italiani, perchè i Guelfi erano
esiliati, perchè tutte le città toscane, dopo la battaglia di Monte
Aperto, eransi unite alla sua parte, egli poteva ancora conservare la
sua autorità malgrado la caduta e la morte di Manfredi. Ma stava contro
di lui l'opinione del popolo, il quale era affezionato alla parte guelfa
ed esacerbato non solo dalla persecuzione mossa contro i capi di quella
fazione, ma ancora dalla perdita della sua libertà; poichè sotto il
governo del conte Guido eransi a poco a poco abolite in Firenze quasi
tutte le prerogative d'una repubblica. Quando si ebbe notizia della
battaglia della Grandella, il popolo diede manifesti segni della sua
gioja per la morte di Manfredi; gli esiliati si avvicinarono alla città,
cercarono di sorprendere alcune castella e di legare corrispondenza
cogli abitanti della città onde far nascere qualche congiura.
Il conte Guido era un buon guerriero, ma non uomo di stato; e forse la
più sperimentata politica non avrebbe potuto salvarlo nelle
difficilissime circostanze in cui si trovava; ma egli fece in cambio
molti falli e si mostrò debole. Credette di dover temporeggiare, dando
qualche soddisfacimento ai Guelfi ed al popolo col chiamarli a parte del
governo. Chiamò da Bologna due frati _Gaudenti_; era questo un nuovo
ordine di cavalleria che prendeva l'impegno di difendere le vedove e gli
orfani, di mantenere la pace, d'ubbidire alla Chiesa, ma che non
legavasi con voti di castità e di povertà, come negli altri ordini. Uno
di questi due cavalieri era guelfo, l'altro ghibellino, e Guido li
nominò assieme podestà di Firenze. Diede loro un consiglio di trentasei
savj presi indistintamente tra i nobili ed i mercanti, i Guelfi ed i
Ghibellini. Accordò in appresso, dietro la domanda di questo consiglio,
che i mestieri più importanti fossero uniti in corporazioni; onde si
vennero a formare dodici corpi d'arti e mestieri[297]. Le sette
professioni che risguardaronsi come più nobili, vennero indicate col
nome di arti maggiori, e loro si accordarono consoli, capitani ed uno
stendardo, sotto il quale gli artigiani erano obbligati di adunarsi in
caso di tumulto, per conservare l'ordine nella città. Le arti minori, il
di cui numero venne in seguito accresciuto, non ebbero subito il
privilegio di formare compagnie. In tal modo il conte Guido gittò le
fondamenta d'una aristocrazia plebea, che in appresso vedremo lottare
lungo tempo colle inferiori classi del popolo. Forse il conte Guido
sperava di allearsi colla nuova aristocrazia; ma la prima cura di coloro
ch'egli aveva chiamati a parte del governo, fu quella di abbatterlo.
[297] Le arti maggiori furono i legisti, i mercanti di Calimala o
stoffe forestiere, i banchieri, i fabbricatori di lana, i medici, i
fabbricatori di sete e merciaj, ed i pellatieri. Le arti minori
erano i venditori alla spicciolata di drappi, i beccai, i calzolai,
i muratori e falegnami, i fabbri ferrai.
Le grazie accordate dalla paura non ottengono giammai riconoscenza,
perchè infatti non la meritano. I savj scelti tra la plebe si
risguardarono come difensori, e non come creature di Guido, che gli
aveva nominati. Ricusarono di sanzionare colla loro approvazione le
nuove imposte che Guido aveva bisogno di stabilire per pagare la sua
cavalleria, composta di seicento Tedeschi e di novecento ausiliarj
venuti da Pisa, Siena, Arezzo, Volterra, Colle. Volle perciò disfarsi
de' savj, facendo nascere una sedizione contro di loro. I Ghibellini si
avanzarono per attaccarli nella sala in cui rendevano ragione, ma i
trentasei si sottrassero, e vedendo che il popolo prendeva le armi per
difenderli, si unirono a lui sulla piazza innanzi al ponte santa
Trinità. Colà il popolo circondossi di steccati e stette fermo
aspettando l'urto della cavalleria. Questa non tardò a comparire, ma non
potè forzare le barricate, e nelle anguste strade che sboccavano sulla
piazza santa Trinità la cavalleria trovavasi esposta alle pietre che si
gittavano dalle finestre, e il conte Guido dovette farla ritirare.
Questa sola scaramuccia decise dei destini di Firenze; imperciocchè il
conte sgomentatosi quando vide che da tutte le parti il popolo era in
movimento contro di lui, e che da tutte le case lanciavano pietre,
credette che i primi vantaggi che otterrebbe il popolo lo farebbero più
audace, e non pensò più a conservare la sua posizione, ma soltanto a
ritirarsi con onore. Fecesi dunque recare le chiavi della città, ed
avendo fatta la rassegna de' suoi soldati per assicurarsi se tutti erano
con lui, sortì in bella ordinanza alla loro testa il giorno 11 di
novembre del 1266, ed andò la sera a Prato[298].
[298] _Gio. Villani l. VII, c. 14. p. 239. — Ricordano Malaspina c.
184. p. 1007. — Leonardo Aretino l. II. p. 65._
Ma Guido appena arrivato in questa città si pentì della debolezza con
cui aveva abbandonato Firenze senz'esserne cacciato, anzi senza quasi
avere combattuto. All'indomani in sul far del giorno, si rimise in
viaggio per tornare a Firenze, e presentatosi innanzi alla porta del
ponte alla Carraja, domandò che gli fosse aperta; ma non era più tempo.
Il popolo, che forse non sarebbe stato forte abbastanza per cacciarlo
fuor di città, poteva allora vietargliene l'ingresso. Egli si rimase
fino a mezzogiorno sotto le mura, adoperando sempre inutilmente le
preghiere, le promesse e le minacce; in fine risolse di tornare a Prato.
In questo frattempo i Fiorentini stavano riformando il governo;
congedarono i due podestà Gaudenti chiamati da Guido; chiesero ajuto ad
Orvieto la più vicina delle città guelfe; e mandarono ambasciatori a
Carlo d'Angiò per ottenere la sua assistenza.
Carlo, benchè di diverso partito, seguiva la politica di Manfredi; per
essere sicuro del regno di Napoli, voleva essere capo di parte in
Toscana ed in Lombardia, e tenere in queste contrade due vanguardie, che
impedissero l'avvicinamento de' nemici. Mandò quindi a Firenze del 1267
ottocento cavalieri francesi sotto il comando del conte Gui di Monforte;
i quali entrarono in quella città il giorno di Pasqua, mentre i
Ghibellini, che mediante una tregua vi erano tornati quell'inverno, ne
uscivano spontaneamente esiliandosi senza fare la più piccola
resistenza, e si rifugiavano a Pisa ed a Siena. Carlo si fece per dieci
anni dare la signoria della città, alla quale non era annessa che la
prerogativa di tenervi un vicario per gli affari della guerra e della
giustizia. I cittadini che avevano l'amministrazione della repubblica
sostituirono un magistrato di dodici savj a quello di trentasei
istituito da Guido Novello.
I Fiorentini formarono in seguito diversi consigli, senza il
consentimento de' quali la signoria non poteva risolvere verun affare
d'importanza. Il primo che dovevasi interpellare, si chiamò consiglio
del popolo, ed era composto di cento cittadini: da questo la
deliberazione era portata entro lo stesso giorno al consiglio di
credenza o di confidenza, nel quale sedevano di pieno diritto i capi
delle sette arti maggiori. Era la credenza composta di ottanta membri:
dal quale consiglio, come da quello del popolo, erano esclusi i
Ghibellini ed i nobili. All'indomani la stessa deliberazione veniva
assoggettata a due altri consigli, quello del podestà composto di
ottanta membri tanto nobili che plebei, senza contare i capi delle arti
che avevano diritto d'esservi ammessi, ed il consiglio generale formato
di trecento cittadini di ogni condizione[299].
[299] _Gio. Villani l. VII, c. 15 e 17, p. 241. — Ricord. Malespini
Stor. c. 186, p. 1009. — Machiavelli Stor. Fior. l. II, p. 105._
Lo stabilimento di tanti consigli, i di cui membri erano tutti
amovibili, rendeva più rare e meno necessarie le assemblee del
parlamento, ossia di tutto il popolo. Cinquecento settanta cittadini,
distribuiti in quattro classi, dovevano dare i loro suffragi su tutti
gli oggetti più importanti di legislazione e d'amministrazione, ed
avevano parte alle nomine di tutti gl'impieghi; e perchè dopo un anno
venivano loro surrogati altri cittadini, così si manteneva in tutti lo
spirito del popolo e non quello del corpo. I consigli avevano adunque
sopra il governo un'influenza veramente democratica, e se non erano che
rappresentanti, e non lo stesso popolo, potevano in cambio essere
ammessi a prendere una parte più attiva nell'amministrazione dello
stato, ciò che non avrebbe potuto fare il popolo, e conservare perciò
sopra la magistratura una più immediata influenza. Essi lo sentirono; ed
i semplici cittadini non vollero lasciare agli ordini superiori della
nazione alcuna delle prerogative che potevano riservare a sè medesimi; e
questa fu forse la principal cagione che in Firenze e nelle altre
repubbliche della Toscana rese così attiva e violenta quella gelosia del
popolo verso la nobiltà, de' plebei contro i cittadini, la quale non si
vide a così alto grado portata nelle repubbliche della Grecia. Un
effetto di tale gelosia fu l'esclusione de' nobili dai due primi
consigli.
Intanto un'altra repubblica si andava formando nell'interno della
repubblica fiorentina, la quale vi conservò pel corso di forse oltre due
secoli il suo governo indipendente, le sue leggi, la sua forza, la sua
ricchezza. Era questa l'amministrazione della parte guelfa. Quando i
Ghibellini uscirono di Firenze, i Guelfi, così consigliati dal papa e da
Carlo d'Angiò, confiscarono tutti i loro beni, de' quali, detratta la
parte impiegata ad indennizzare coloro che avevano sofferto nell'ultima
emigrazione[300], ne formarono una borsa separata, destinata a
provvedere al mantenimento ed all'accrescimento del partito guelfo. Per
amministrare questa borsa si trovò opportuno di accordare ai Guelfi una
particolare magistratura; furono autorizzati a nominare ogni due mesi
tre capi, in principio chiamati consoli di cavalleria, poi capitani di
parte. Questi consoli si diedero un consiglio segreto di quattordici
membri, ed un consiglio generale di sessanta cittadini, tre priori, un
tesoriere, un accusatore de' Ghibellini, e per dirlo in una parola,
tutta l'amministrazione d'una piccola repubblica e quasi tutta la forza
d'una sovranità[301]. Questo governo di fazione sempre pronto a
combattere, sempre regolare e sempre ricco, mantenne sino alla sua fine
sopra la sorte della repubblica la più decisa influenza.
[300] Fu nominato un giudice con sei assessori per istimare i danni
fatti dai Ghibellini ai Guelfi, stima stampata nelle _Delizie degli
Eruditi Toscani, t. VII, n.º 12, p. 203-286_. La perdita dei Guelfi
si valutò 152,160 fiorini d'oro, 8 soldi e 4 denari, o più di un
milione e mezzo di lire italiane. Prodigioso è il numero delle case
distrutte, molte delle quali non sono stimate più di 15 fiorini: il
valore medio è di cento in centocinquanta, e sono qualificate col
nome di palazzo quelle che arrivano al valore di 300 fiorini. Le
particolarità di questa stima indicano una città manifatturiere e
commerciante.
[301] _Gio. Villani l. VII, c. 16, p. 242._
I Guelfi fiorentini ebbero appena ristabilito nella loro città il
governo popolare, che presero a dare, in tutta la Toscana, superiorità
alla loro fazione. Dichiararono perciò la guerra alle repubbliche di
Siena e di Pisa che si ostinavano nella causa ghibellina, e che dovevano
inoltre lottare colle interne fazioni; perchè in tutte le città di
qualunque fazione si fossero, il popolo era geloso della nobiltà.
In luglio del 1267 i Fiorentini ed i Francesi comandati dal conte di
Monforte assediarono Poggibonzi, castello vicino a Siena, ov'eransi
rifugiati molti emigrati ghibellini e uomini d'armi tedeschi[302]. Carlo
d'Angiò, avendo dal papa ottenuto il titolo di vicario imperiale in
Toscana, volle prendere possesso in persona di tale dignità, ed il primo
giorno d'agosto dello stesso anno fece il suo solenne ingresso in
Firenze; poi venne con tutta la sua cavalleria al campo che assediava
Poggibonzi. Colà ebbe motivo di avvedersi quanto gli fosse stata
vantaggiosa la risoluzione di Manfredi, che tutto commise all'evento
d'una battaglia, invece di fermarlo ad ogni castello che difendeva il
suo regno, indebolendolo con una continuata serie d'assedj: imperciocchè
quello solo di Poggibonzi occupò quattro mesi l'armata reale de'
Francesi unita ai Fiorentini, e non s'arrese che in dicembre, quando gli
assediati non ebbero più vittovaglie.
[302] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. II, l. II, p. 34. —
Marangoni Cron. di Pisa p. 540. — Gio. Villani l. VII, c. 21, p.
245._
In sul cominciare del 1268 Carlo passò sul territorio di Pisa, ove
assediò e prese varj castelli di questa repubblica, fra i quali Porto
Pisano e Mutrone. Nonpertanto i Pisani non si scoraggiarono, anzi
avevano di già pensato a chiamare contro di lui dal fondo della Germania
un potente nemico, il quale fosse il loro liberatore, o almeno il loro
vendicatore. Il giovane Corradino, figliuolo di Corrado e nipote di
Federico, allevato dalla madre nella corte di suo avo, il duca di
Baviera, era entrato nell'anno sedicesimo della sua età, e di già dava a
conoscere di dover riuscire degno erede delle virtù de' suoi maggiori; e
tutti i Ghibellini tenevano gli occhi a lui rivolti, come verso il
liberatore dell'Italia ed il vendicatore della casa di Svevia. Sua madre
Elisabetta erasi presa maggior cura di renderlo degno della corona, che
di fargliela portare troppo presto. Quando Manfredi erasi dichiarato re
di Sicilia, Elisabetta aveva riclamato presso di lui per la
conservazione de' diritti del figliuolo; ma non aveva in seguito cercato
di turbare l'amministrazione di quel valoroso principe, e lo vedeva con
piacere difendere un'eredità che doveva tornare a suo figlio. Aveva
perciò accortamente rigettate le offerte de' Guelfi che, avanti la
venuta di Carlo d'Angiò, proponevanle d'armare Corradino contro Manfredi
e di fargli ricuperare gli stati de' suoi padri. Quando i Ghibellini
oppressi o esiliati da Carlo vennero a rinnovarle le medesime istanze,
quantunque accordasse maggior confidenza a questi antichi amici della
sua casa, rifiutavasi ancora alle loro istanze, trovando suo figlio
troppo giovane per governare, e sopra tutto troppo giovane per attaccare
in così lontano paese un vecchio guerriero, un vecchio politico,
sostenuto da tutto l'apparecchio della religione e dal valore d'una
bellicosa nazione. Ma i deputati ghibellini ch'eransi portati alla sua
corte, non cessavano di stimolare la madre, il figlio e que' loro
parenti che potevano avere qualche influenza sul loro spirito. I
confidenti ed antichi amici di Manfredi, Galvano e Federico Lancia,
parenti di sua madre, Corrado e Marino Capece, que' due Napoletani che
avevano accompagnato il principe di Taranto in tempo della sua fuga,
erano i deputati della nobiltà ghibellina dei due regni[303].
Rappresentavano a Corradino l'odio profondo che aveva eccitato in tutto
il regno la condotta de' Francesi, la loro mala fede, la rapacità,
l'insultante disprezzo delle pubbliche costumanze. Gli dicevano che
venuti in nome della religione, avevano profanate le chiese, spesso
uccisi i ministri dell'altare; che dopo aver promessa al popolo la
libertà, avevano violati gli antichi suoi privilegi, ed abolite le sue
immunità. Lo assicuravano che tutti i partiti farebbero causa comune per
ristabilire sul trono il legittimo erede; che la Sicilia non aspettava
che un segnale per ribellarsi, che i Saraceni di Nocera piangevano per
tenerezza al solo udire il nome dell'avo suo, di suo padre, o di suo
zio, e ch'erano disposti a tutto sacrificare per l'ultimo rampollo d'una
famiglia teneramente amata. In pari tempo gli ambasciatori di Pisa e di
Siena gli promettevano l'appoggio di metà della Toscana, che attualmente
combatteva contro il suo maggior nemico per la sua causa, quantunque non
ancora sotto il suo nome. Fecero di più; gli portarono cento mila
fiorini de' loro denari per ajutarlo a fare le prime leve. Erano pure
arrivati alla corte di Corradino alcuni ambasciatori lombardi: Martino
della Scala prometteva i soccorsi di Verona a lui subordinata e di tutti
i Ghibellini della Marca Trivigiana. Il marchese Pelavicino, cui le
vittorie de' Guelfi avevano spogliato di Cremona, Parma e Piacenza, non
comandava che ne' suoi feudi ereditarj ed in Pavia. Risiedeva
d'ordinario a borgo san Donnino; di dove mandava ambasciatori a
Corradino, offrendogli la sua persona ed i suoi soldati invecchiati al
servigio della casa di Svevia.
[303] _Sabas Malasp. Hist. Sic. l. III, c. 17, p. 832._
Corradino, caldo, impetuoso, non seppe resistere a così lusinghiere
offerte, e credè giunto l'istante di vendicare suo avo, il padre e lo
zio, sì lungo tempo e tanto crudelmente perseguitati. La principale
nobiltà di Germania si pose sotto le sue insegne. Federico, duca
d'Austria, giovane principe che come Corradino era stato spogliato de'
suoi stati da Ottocare II, re di Boemia, si offerse di dividere con lui
i pericoli della spedizione; il duca di Baviera, suo zio, ed il conte
del Tirolo, secondo marito di sua madre, armarono i loro vassalli per
accompagnarlo fino a Verona. Corradino arrivò in questa città alla fine
del 1267 con dieci mila uomini di cavalleria, dei quali meno della metà
era pesantemente armata[304]. Dopo la dimora di poche settimane in
Verona, impiegate nel rinnovare i trattati coi signori italiani, il
conte del Tirolo ed il duca di Baviera ricondussero le loro truppe in
Germania; e Corradino con circa tre mila cinquecento uomini passò a
Pavia, attraversando la Lombardia senza incontrare verun ostacolo.
[304] _Gio. Villani l. VII, c. 23, p. 246. — Monach. Patav. l. III,
p. 728. — Chronic. Veron. p. 639. — Giannone Stor. Civile l. XIX, c.
4, p. 692._
Da questa marcia Carlo poteva argomentare che Corradino entrerebbe per
la Liguria in Toscana, come veramente fece, ed il re francese per
chiudergli il passaggio erasi recato ai confini dei territorj di Lucca e
di Pisa: ma in tal tempo ebbe avviso dalla Puglia e da Roma, che
rendevasi colà necessaria la sua presenza. La ribellione aveva
incominciato ne' suoi stati, e Roma governata da un senatore suo
parente, ma suo nemico, erasi alleata con Corradino; e finalmente
Clemente IV, mandandogli la seguente lettera, lo affrettava a ritornare.
«Io non so perchè ti scriva come a re, mentre pare che tu non ti prenda
cura del tuo regno, il quale trovasi senza capo, lacerato da' Saraceni,
o da perfidi Cristiani: prima impoverito da' ladronecci de' tuoi
ministri, ora viene divorato da' tuoi nemici. Così il bruco distrugge
ciò che non potè la cavalletta. Gli spogliatori non gli mancano, bensì i
difensori. Se per tua colpa lo perdi, non lusingarti che la Chiesa
voglia rientrare in nuovi travagli e nuove spese per fartelo acquistare
un'altra volta: tu potrai allora ritornare nelle tue ereditarie contee,
e contento dell'inutile nome di re, aspettarvi gli avvenimenti. E forse
tu fai fondamento sulle tue virtù, o speri che Dio farà per te
miracolosamente quello che tu dovevi fare; oppure, tu ti fidi alla
prudenza che tu credi avere, i di cui suggerimenti anteponi agli altrui
consigli. Io ero determinato a non più scriverti di questi affari; e ti
mando solamente questi ultimi avvisi dietro le istanze del nostro
venerabile fratello Raoul, vescovo d'Alba.
«Viterbo il 5 di maggio anno 4[305].»
[305] _T. II. Epist. Clem. IV, p. 460, 462. Raynald. ad an. § 3, p.
159._
Lo spavento che sentiva il papa, e che manifestava in questa così poco
misurata lettera, era in parte prodotto da' preparativi di guerra che il
senatore di Roma andava facendo quasi sotto i suoi occhi. Questo
senatore era un principe castigliano. Alfonso X, re di Castiglia, quello
stesso che aspirò a portare la corona imperiale, aveva due fratelli,
Federico ed Enrico, che dopo essersi contro di lui ribellati co' suoi
sudditi, avevano dovuto abbandonare la Spagna e rimanersi più anni al
servigio del re di Tunisi[306]. Durante la lunga loro dimora presso i
Saraceni furono accusati d'avere adottati i costumi e la religione di
quel popolo. Enrico frattanto, stanco del suo esilio tra i Musulmani,
era dall'Affrica passato in Italia ne' tempi in cui la conquista del
regno di Napoli fatta da Carlo d'Angiò riscaldava le speranze di tutti
gli ambiziosi. Il padre d'Enrico era fratello della madre di Carlo, onde
il principe castigliano approfittò di questa parentela per essere
favorevolmente accolto da suo cugino; ed a questa aggiunse una
raccomandazione ancora più potente, prestandogli sessanta mila doppie,
prezzo de' suoi servigi presso i Saraceni e de' suoi risparmj. In fatti
Carlo lo accolse come fratello; lo raccomandò caldamente al papa, cui
chiese perfino che lo investisse del regno di Sardegna, onde toglierlo
a' Ghibellini di Pisa. Ma Carlo non tardò ad ingelosirsi dell'influenza
che Enrico andava acquistando grandissima sullo spirito del popolo di
Roma ed alla corte papale, chiese per sè medesimo il regno di Sardegna,
rifiutò di restituire al cugino il prestato denaro, ed eccitò talmente
la sua collera, che Enrico giurò di vendicarsi, quand'anche dovesse
perdere la vita[307].
[306] Alfonso di Castiglia aveva violati i privilegi nazionali;
aveva alterate le monete e stabilite nuove imposte senza il
consentimento delle Cortes. I nobili avevan tentato di formare
un'_unione_ per mantenere i loro diritti, ed il principe Enrico
erasi posto alla loro testa; ma le sue truppe essendosi sbandate a
_Nebrissa_, egli era stato costretto l'anno 1257 di fuggire a
Valenza, di dove passò a Tunisi. Lo seguirono in Affrica ed in
Italia alcuni de' gentiluomini che avevano con lui preso parte
contro il re Alfonso. _Mariana Hist. de las Hispañas l. XIII, c. 11.
— Hisp. illust. t. II, p. 599._
[307] _Gio. Villani l. VII, c. 10, p. 235. — Sabas Malaspina Hist.
Sicula, l. III, c. 18, p. 833._
Intanto i Romani inaspriti contro la nobiltà da quella stessa gelosia,
che animava a quest'epoca tutti i popoli d'Italia, avevano escluso
quest'ordine privilegiato dal governo della loro città. Avevano allora
nominati due cittadini per ogni quartiere, onde comporne il supremo loro
consiglio, e questo accordò il rango di senatore ad Enrico di Castiglia,
perchè lo credette opportuno a decorare colla sua reale nascita il nuovo
governo. Enrico aveva sotto i suoi ordini circa trecento cavalieri
spagnuoli o saraceni, che l'avevano seguìto da Tunisi in Italia; ebbe
presto il modo di farne venire degli altri; ed in pari tempo afforzò il
suo potere in Roma con una mescolanza di fermezza e di giustizia,
rimettendovi l'ordine e la sicurezza: ma fece arrestare come ostaggi
alcuni capi del partito de' nobili e de' Guelfi, due Orsini, un Savelli,
uno Stefani ed un Malabranca. Diede inallora pubblicità all'alleanza da
lui contratta con Corradino, e scrisse a questo principe per affrettarlo
a recarsi a Roma[308].
[308] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. III, c. 20, p. 834._
Nello stesso tempo Corrado Capece, dopo aver portate a Pisa notizie di
Corradino e dell'imminente sua venuta, aveva fatto vela alla volta di
Tunisi sopra una galera pisana per trovare Federico, fratello d'Enrico
di Castiglia, che sbarcò sulle coste della Sicilia con duecento
cavalieri spagnuoli, altrettanti tedeschi e quattrocento toscani
ch'eransi riparati in Affrica dopo la disfatta della casa di Svevia, che
ardentemente desideravano di vendicare. Le due galere che portarono
questa gente a Sciatta in Sicilia erano cariche di selle e di armi; ma i
cavalieri erano in sì misero stato ridotti, che non avevano fra tutti
più di ventidue cavalli[309]. Nulladimeno sparsero nell'isola le lettere
ed i proclami di Corradino per ricordare ai popoli la fedeltà giurata
alla sua famiglia. Bentosto le valli di Mezzara e di Noto, e tutta la
Sicilia, fuorchè Palermo, Messina e Siracusa spiegarono le insegne della
casa di Svevia; il vicario del re Carlo fu rotto da Corrado e da
Federico, ed i cavalli tolti ai Provenzali servirono ai cavalieri giunti
dall'Affrica.
[309] _Sabas Malaspina Hist. Sicula l. IV, c. 2, p. 837._
Quando Carlo ebbe avviso de' progressi de' suoi nemici in Sicilia, seppe
pure che a Luceria i Saraceni avevano prese le armi contro di lui, che
la città di Aversa nella Puglia, le città degli Abruzzi, tranne
l'Aquila, e molte città della Calabria eransi ribellate. Per queste
notizie partì subito per attaccare i suoi nemici prima che ricevessero i
soccorsi di Corradino, e, lasciando ottocento cavalieri francesi o
provenzali in Toscana sotto gli ordini di Guglielmo di Belselve, venne a
grandi giornate in Puglia ed assediò Luceria.
Frattanto Corradino, lasciata Pavia, aveva, per valicare le Alpi liguri,
divisa la sua gente in due corpi; con uno de' quali, condotto dal
marchese del Carreto, attraversando le terre di questo signore, scese
anch'egli a Varaggio presso Savona nella riviera di Ponente, nel qual
luogo i Pisani tenevano pronte dieci galere per condurlo a Pisa, dove
arrivò nel mese di maggio[310]. L'altro corpo composto della sua
cavalleria venne per le montagne di Pontremoli a Sarzana, ove fu accolto
dai Pisani medesimi, i quali vollero dare all'ultimo rampollo della casa
di Svevia sicure prove del costante attaccamento loro verso quella
famiglia. Allestirono perciò trenta galere montate da cinque mila
soldati pisani, e le spedirono verso le coste delle due Sicilie ove,
dopo aver guastato il territorio di Molo, attaccarono finalmente in
faccia a Messina la flotta combinata provenzale e siciliana di Carlo
d'Angiò e le presero ventisette galere che abbruciarono in vista del
porto[311].
[310] _Caffari continuator. An. Gen. l. VIII, p. 545. — Gio. Villani
l. VII, c. 23, p. 247. — Michael de Vico Breviar. Pisan. Hist. p.
197._
[311] _Sabas Malaspina l. IV, c. 4, p. 840._
Corradino poi ch'ebbe, alla testa dei Pisani, fatta una scorreria nel
territorio di Lucca[312], passò a Siena, ove fu accolto colle medesime
dimostrazioni di gioja. Guglielmo di Belselve, maresciallo di Carlo,
vedendo che il suo nemico avanzavasi alla volta di Roma, volendo
avvicinarlo, marciò da Fiorenza ad Arezzo; ma giunto a Ponte a Valle
sull'Arno, cadde in un'imboscata tesa dalle truppe di Corradino
comandate dagli Uberti di Firenze, e fu fatto prigioniere colla maggior
parte de' suoi soldati, essendo gli altri stati uccisi o dispersi[313].
[312] _Ptolomæi Ann. Lucenses t. XI, p. 1286._
[313] _Gio. Villani l. VII, c. 24, p. 247. — Cron. Sanese Andreæ Dei
t. XV, p. 35. — Malavolti Stor. Sien. l. II, p. II, p. 36._
Corradino, durante il sue cammino a traverso dell'Italia, aveva tre
volte ricevuto ordine dal pontefice di licenziare la sua armata, e di
venire disarmato ai piedi del principe degli apostoli a ricevere quella
sentenza che avrebbe contro di lui pubblicata, minacciandolo in caso di
rifiuto di scomunicarlo e di spogliarlo del titolo di re di Gerusalemme,
il solo che la santa sede gli avesse permesso d'ereditare da' suoi
antenati. Corradino non si era curato di tali minacce, onde Clemente
pronunciò in Viterbo, il giorno di Pasqua, la sentenza di scomunica
contro di lui e de' suoi partigiani[314], dichiarandolo decaduto dal
regno di Gerusalemme, e liberando i suoi vassalli dal giuramento di
fedeltà. Corradino non rispose altrimenti a quest'ultima bolla che
avanzandosi verso Roma alla testa della sua armata. Passando presso
Viterbo, ove dimorava il papa, che vi si era afforzato con numerosa
guarnigione, Corradino fece spiegare la sua armata innanzi alle mura
della città per incutere timore alla corte pontificia. Difatti i
cardinali ed i preti corsero spaventati a trovare Clemente, che stava
allora pregando. «Non temete, rispose loro, che tutti questi sforzi
saranno dispersi come il fumo.» Indi si recò sulle mura di dove osservò
Corradino e Federico d'Austria che facevano sfilare in parata la
cavalleria. «Queste, disse ai cardinali, sono vittime che si lasciano
condurre al sagrificio[315].»
[314] Si osservi la bolla del papa § 4-17, _p. 159-161, ad an. Ann.
Eccles. Raynaldi._
[315] _Ptolomæi Lucensis Hist. Eccles. l. XXII, c. 36, p. 1160. —
Raynald. Ann. Eccles. § 20, p. 161._
Corradino fu in Roma ricevuto dal senatore Enrico di Castiglia colla
pompa riservata ai soli imperatori. Il senatore aveva presso di lui
adunati ottocento cavalieri spagnuoli, molti uomini d'armi tedeschi, e
signori ghibellini, che avevano militato sotto Manfredi e sotto
Federico. Dopo essersi trattenuto pochi giorni in Roma per dar riposo
all'armata, ed appropriarsi i tesori del clero nascosti nelle chiese,
Corradino partì il 18 agosto alla testa di cinque mila uomini d'armi
alla volta del regno di Napoli.
Le strade del regno dalla banda della Campagna e di Ceperano trovandosi
ben fortificate e guarnite di truppe, Corradino risolse di prendere il
cammino degli Abruzzi. Passando sotto Tivoli, attraversò la valle di
Celle, e scese nella pianura di san Valentino o Tagliacozzo[316].
Informato il re Carlo della strada tenuta da Corradino levò l'assedio di
Luceria, ed avanzandosi a grandi giornate, passò la città dell'Aquila, e
si fece incontro al suo rivale nella stessa pianura di Tagliacozzo. Non
aveva Carlo più di tre mila cavalieri da opporre ai cinque mila di
Corradino; ma un vecchio barone francese, Alardo di San Valerì, che
tornava allora di Terra santa, gli suggerì un pericoloso, e fors'anco
crudele stratagemma, che compensò l'inferiorità del numero. Così
consigliato da San Valerì, Carlo divise la sua armata in tre corpi;
formò il primo di Provenzali, di Toscani e di Campagnani sotto il
comando di Enrico duca di Cosenza che perfettamente rassomigliava a
Carlo, e che fece vestire degli abiti e delle reali insegne: formò il
secondo corpo di Francesi capitanati da Giovanni di Crari, e mandò
questi due battaglioni, quasi formassero soli tutta l'armata, a
custodire il ponte e difendere il piccolo fiume che traversa il piano di
Tagliacozzo. Frattanto il re con Alardo di San Valerì, Guglielmo di
Villehardovin, principe della Morea, ed ottocento cavalieri, il fiore di
tutta l'armata guelfa, si nascose in una angusta valle per dare addosso
ai nemici in sul finire della battaglia.
[316] Matteo Spinelli di Giovenazzo, il più antico storico che
scrivesse in lingua italiana, condusse un giornale fino alla vigilia
di questa battaglia, ove pare che restasse morto. Il giornale è
scritto in dialetto pugliese, assai diverso dal toscano, onde
Muratori credette necessario di stamparlo colla traduzione latina.
Vi si conosce l'odierno dialetto di Napoli, _t. VII Rer. Ital._
Corradino, poi ch'ebbe riconosciuti i due corpi, che supponeva formare
tutta l'armata guelfa, divise la sua per nazioni in tre corpi. Egli col
duca d'Austria prese il comando de' Tedeschi, affidò quello
degl'Italiani al conte Galvano Lancia, e quello degli Spagnuoli ad
Enrico di Castiglia. Guadò arditamente il fiume alla testa de' suoi
valorosi soldati ed attaccò i Provenzali che furono ben tosto rotti,
come pure poco dopo il corpo de' Francesi. I Ghibellini erano talmente
superiori di numero, che l'armata nemica si vide in breve distrutta o
posta in disordinata fuga. Carlo che dall'alto di un colle vedeva
l'uccisione delle sue genti, si disperava, e voleva ad ogni modo andare
in loro soccorso, ma il signore di San Valerì, che perfettamente
conoscendo la natura de' Tedeschi aveva calcolati gli effetti della loro
vittoria, non gli permise di muoversi. In fatti i Tedeschi trovando sul
campo di battaglia il corpo d'Enrico di Cosenza cogli ornamenti reali,
lo supposero lo stesso Carlo, onde parendo loro d'avere ottenuta intera
vittoria, e di non avere più nulla a temere, si sparsero per la campagna
per saccheggiare il campo nemico.
Quando Alardo di San Valerì vide compiutamente rotti gli ordini di
battaglia delle truppe di Corradino, e che dispersi nell'inseguire i
fuggiaschi, erano divisi in piccole bande, e non più in istato di
sostenere l'urto della sua cavaleria, voltosi a Carlo, gli disse: «Fate
adesso suonare la carica, che giunto è l'istante opportuno.» Infatti
questi ottocento scelti e freschi cavalieri spingendosi in mezzo ad
un'armata di cinque mila uomini oppressi dalla fatica, e talmente
dispersi, che in verun luogo trovavansi duecento cavalieri riuniti e
disposti a fare resistenza, ne fecero uno spaventoso massacro. Carlo era
sì poco aspettato, che quando la sua truppa entrò di galoppo nel campo
di battaglia, si credette da coloro che l'occupavano, che fosse un corpo
dell'armata di Corradino che aveva inseguiti i nemici, e non si posero
in sulle difese per fargli fronte. I Francesi, vedendo rialzata
l'insegna del loro re, accorrevano ad ordinarsi intorno alla medesima, e
per tal modo la gente di Carlo andava ingrossando, mentre scemava quella
di Corradino[317]. I baroni che gli stavano appresso non vedendo alcun
mezzo di restaurare la battaglia, lo consigliarono a mettersi in salvo
co' suoi soldati, onde misurarsi un'altra volta, e non rimanere morto o
prigioniere. Corradino, il duca d'Austria, il conte Galvano Lancia, il
conte Gualferano ed i conti Gherardo e Galvano di Donoratico di Pisa
fuggirono assieme; ed a stento Alardo di San Valerì contenne i Francesi
che volevano inseguirli; perciocchè se essi dal canto loro rompevano
l'ordinanza, avrebbero potuto essere egualmente disfatti: poco mancò
pure che nol fossero da Enrico di Castiglia, che tornò co' suoi
Spagnuoli sul campo di battaglia: ma questi ancora furon rotti, e Carlo
si tenne fino a notte ordinato in battaglia, per non compromettere la
sua vittoria.
[317] _Gio. Villani l. VII, c. 27, p. 250 e seg. — Ricordano
Malaspina c. 192, p. 1013. — Sabas Malasp. Hist. Sic. l. IV, c. 9 e
10, p. 845._ — Lettera di Carlo a Clemente IV del giorno in cui
seguì la battaglia. — _Raynal. 32, 33, p. 164. — Ricobald.
Ferrariensis Hist. Imp. t. IX, p. 136. — Chron. F. Francis. Pipini
l. III, c. 7, t. IX, p. 682. — Guglielmo di Nangì Gesta S. Lodov.
Presso Duchesne Hist. Fran. Scrip. t. V, p. 378-382._ — La battaglia
ebbe luogo la vigilia di san Bartolomeo 23 agosto 1268.
Corradino fuggendo aveva sperato di trovare il grosso della sua armata
ch'era piuttosto dispersa che disfatta; ma quel paese, che gli si era
mostrato prima favorevole, andavasi contro di lui dichiarando di mano in
mano che aveva avviso della sua rotta. Enrico di Castiglia fu fatto
prigioniero e consegnato a Carlo dall'abate di Monte Cassino, cui aveva
chiesta ospitalità. Corradino, giunto coi suoi amici alla torre d'Astura
in riva al mare, lontana quarantacinque miglia dal campo di battaglia,
si fece dare una barca per passare in Sicilia; ma Giovanni Frangipani,
signore d'Astura, gli tenne dietro con un'altra barca, e, fattolo
prigioniero, lo condusse nel suo castello. Stava il Frangipani dubbioso
se dovesse accettare il danaro offertogli per la libertà de' suoi
prigionieri, quando si vide assediato dall'ammiraglio di Carlo, e
forzato di rimetterli nelle sue mani. Ricevette dal re francese in
premio della sua viltà un feudo presso Benevento.
La disfatta di Corradino non doveva mettere fine nè alle sue sventure,
nè alle vendette del re. L'amore del popolo pel legittimo erede del
trono era così manifesto, che Carlo temeva di nuove rivoluzioni finchè
il principe fosse vivo; onde Carlo coprendo la sua diffidenza e la sua
crudeltà colle apparenze della giustizia, determinò di far morire sul
patibolo l'ultimo rampollo della casa Sveva, l'unica speranza del
partito ghibellino. A tal fine adunò in Napoli due sindaci o deputati di
ciascheduna città di Terra di Lavoro e del Principato[318]; le quali
erano le province a lui più devote e più abbondanti di Guelfi. Eretta
quest'adunanza in tribunale, chiese una sentenza di condanna contro
Corradino e tutti i suoi partigiani. Ma a fronte della parzialità con
cui era stato formato questo tribunale, ed a fronte del timore, che
poteva ispirare a' suoi membri il conosciuto carattere del tiranno, la
maggior parte di loro non vollero macchiarsi di tanta infamia.
[318] _Sabas Malasp. Hist. Sicula l. IV, c. 16, p. 851._
Mentre Carlo abbassavasi vilmente alle funzioni d'accusatore, e
rinfacciava il suo rivale d'essersi ribellato contro di lui, suo
legittimo sovrano; di avere fatto alleanza co' Saraceni, e di avere
saccheggiati i monasterj; Guido di Sucaria, famoso legista, che sedeva
tra i giudici, prese la parola per difendere l'accusato. Mostrò che
Corradino trovavasi sotto la salvaguardia che le leggi della guerra
accordano ai prigionieri; che il suo diritto al trono, che aveva cercato
di far rivivere, era abbastanza plausibile perchè, senza delitto,
potesse tentare di farlo valere; che i disordini della sua armata non
gli potevano altrimenti essere imputati che al capo d'un'armata ben
affetta ed amica alla Chiesa si potevano imputare i sacrilegi e le
infamità da quella medesima armata in simil guisa commessi; per ultimo,
che l'età di Corradino sarebbe un motivo di grazia, quand'anche non
avesse alcun diritto alla protezione della giustizia. Un sol giudice
provenzale, suddito di Carlo, di cui gli storici non ci conservarono il
nome, osò votare per la morte di Corradino; altri si ridussero ad un
timido e colpevole silenzio; e Carlo, appoggiato all'autorità di un solo
giudice, fece da Roberto di Bari, protonotaro del regno, pronunciare la
sentenza di morte contro lo sventurato principe e tutti i suoi
compagni[319]. La sentenza fu comunicata a Corradino mentre stava
giocando agli scacchi. Gli si lasciò poco tempo per disporsi alla morte,
ed il giorno 26 ottobre, fu con tutti i suoi compagni condotto sulla
piazza del mercato di Napoli presso al mare: Eravi il re Carlo con tutta
la sua corte, ed un'immensa folla di popolo circondava il vincitore ed
il re condannato.
[319] Molti scrittori accusano Clemente IV di avere consigliato
Carlo a far morire Corradino; volendo alcuni che quando Carlo lo
consultò intorno alla sorte di quel giovane principe, si limitasse a
rispondere: «Ad un papa non conviene dar consiglio intorno alla
morte di chiunquesiasi.» Altri pretendono che rispondesse: _Vita
Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli._ Vedasi il
_Giannone l. XIX, c. 4, p. 702_, e gli altri autori da lui addotti
in testimonio della sua sentenza. Tra questi però cita a torto
Giovanni Villani, che dice precisamente il contrario. Ciò non parmi
probabile: Clemente potev'essere crudele per fanatismo, non per
politica; ed inoltre la politica d'un papa non poteva consigliare la
morte di Corradino. Abbiamo una lettera di Clemente a Carlo colla
quale lo consiglia a trattare i suoi sudditi con dolcezza; e molti
scrittori sono di sentimento che si dolesse amaramente della morte
del giovine principe.
Il giudice provenzale che aveva votato per la morte di Corradino lesse
la sentenza portata contro di lui come traditore della corona e nemico
della Chiesa. Giunto al termine della lettura, quando stava pronunciando
la pena di morte, Roberto di Fiandra, il proprio genero di Carlo, si
slanciò sopra l'iniquo giudice, e piantandogli nel petto lo stocco che
teneva in mano, gridò: «Non s'aspetta a te, miserabile, il condannare a
morte così nobile e gentil signore!» Il giudice cadde morto in terra
sugli occhi del re, che non osò mostrarne verun risentimento.
Frattanto Corradino trovavasi già tra le mani del carnefice; si staccò
egli medesimo il mantello, e postosi in ginocchi per pregare, si rialzò
gridando: «Oh mia madre, di quale profondo dolore ti sarà cagione la
notizia che ti sarà portata della mia morte!» Poi volgendo lo sguardo
alla folla che lo circondava, vide le lagrime ed udì i singulti del suo
popolo: allora, levatosi il suo guanto, gettò in mezzo a' suoi sudditi
questo pegno di vendetta, e sottopose il capo all'esecutore[320].
[320] Il racconto di questa morte è preso da Riccobaldo ferrarese
che ne riferisce tutte le circostanze dietro l'autorità di uno de'
giudici, amico e compagno di Guido di Sucaria. _Ricob. Fer. Hist.
Imp. t. IX, p. 137._ — Ma io approfittai pure di _Sabas Malasp. l.
IV, c. 16, p. 851_ — di _Ricordano Malaspina c. 193, p. 1014_ — di
_Gio. Villani l. VII, c. 29, p. 253_ — di _Franc. Pipino l. III, c.
9, t. IX, p. 685._ — Bartol. di _Neocastro Hist. Sic. c. 9 e 10_
nasconde al solito la verità sotto ampollose declamazioni. Guglielmo
di Nangì storico francese di san Luigi è il solo che non onori di
una lagrima la morte di Corradino; soltanto la biasima come
impolitica. _Hist. Franc. Script. t. V, p. 382, 383._
Dopo di lui perdettero la testa sopra lo stesso palco il duca d'Austria,
i conti Gualferano, Bartolomeo Lancia, ed i conti Gherardo e Galvano
Donoratico di Pisa. Per un raffinamento di crudeltà volle Carlo che il
primo, figliuolo del secondo, precedesse suo padre e morisse tra le sue
braccia. I cadaveri, giusta gli ordini del re, furono esclusi da ogni
luogo sacro, e sepolti senza veruna pompa sulla riva del mare. Peraltro
Carlo II fece in appresso fabbricare nello stesso luogo una chiesa di
carmelitani, quasi volesse calmare quelle ombre sdegnate.
Enrico di Castiglia, senatore di Roma, venne risparmiato, sia perchè
cugino del re, sia per rispetto alle istanze fatte dall'abate di Monte
Cassino che l'aveva consegnato. Ma si dovevano ancora versare torrenti
di sangue. I Ghibellini di Sicilia scoraggiati dalla disfatta di
Corradino, furono vinti, e caddero tutti gli uni dopo gli altri in mano
de' Francesi, che li condannarono a morte. Tale fu la sorte de' fratelli
Marino e Giacomo Capece, e di Corrado d'Antiochia, figlio di Federico
d'Antiochia, bastardo di Federico II: il quale i carnefici, dopo avergli
cavati gli occhi, appiccarono[321]: questi ad eccezione dello sventurato
Enzo che ancora viveva nelle prigioni di Bologna, ove morì quattr'anni
più tardi, era l'ultimo de' discendenti illegittimi della casa di
Svevia, come Corradino n'era l'ultimo de' principi. Ventiquattro baroni
calabresi furono presi nel castello di Gallopoli, e condannati
all'ultimo supplicio[322]. Questi esempj di crudeltà erano imitati dai
giudici di più basso rango, che trattavano i plebei come vedevano essere
trattati i grandi. Molti si mandavano a morire, molti erano mutilati,
altri spogliati delle loro fortune, senza neppure essere ascoltati
avanti che fosse pronunciata contro di loro la sentenza. A Roma, fece il
re troncare le gambe a coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, ed in
appresso temendo che la vista di tanti infelici gli suscitasse nuovi
nemici, li fece chiudere in una casa di legno, cui fu appiccato il
fuoco[323]. Guglielmo, detto lo stendardo, uomo di sangue, era stato
mandato in Sicilia per reprimere, o punire i sediziosi. Assediò Augusta
posta tra Catania e Siracusa. Era questa città difesa da mille de' suoi
cittadini in istato di portare le armi, e da duecento cavalieri toscani
del numero di coloro che Capece aveva condotti in Sicilia: la sua
situazione era tale da rendere lungo tempo vani gli sforzi degli
assedianti; ma sei traditori diedero la città nelle mani de' Francesi,
aprendo loro una porta segreta. Gli abitanti di Augusta, sorpresi e
massacrati nelle proprie strade, non poterono opporre veruna resistenza
agli assalitori; pure quando ebbe occupata tutta la città, Guglielmo
pose dei carnefici in riva al mare, e facendoli condurre l'un dopo
l'altro tutti gli sventurati che scoprivansi ne' sotterranei delle loro
case, faceva loro troncare il capo, e gettare i cadaveri nelle
onde[324]. Neppure un solo abitante d'Augusta si sottrasse alla crudeltà
di Guglielmo; i fuggiaschi, ch'eransi affollati in una barca,
affondarono, ed i sei traditori, presi come gli altri da' carnefici,
parteciparono della sventura della tradita loro patria. Corrado Capece
venne consegnato a Guglielmo dagli abitanti di Conturbia, ed appiccato
dopo che gli furono cavati gli occhi. Luceria fu presa dallo stesso
Carlo, poichè la fame ebbe fatti perire la maggior parte de' Saraceni
che la difendevano[325]; e tutte le città e castella delle due Sicilie
tornarono in potere de' Francesi.
[321] _Bartol. de Neocastro Hist. Sic. c. 11, t. XIII, p. 1025._
[322] _Sabas Malaspina l. IV, c. 17, p. 853._
[323] _Sabas Malaspina l. IV, c. 13, p. 849._
[324] _Sabas Malaspina l. IV, c. 18, p. 854._
[325] _Idem c. 19, 20._
Il guanto, che Corradino aveva gettato in mezzo al popolo, si assicura
che fu raccolto da Enrico Dapifero, e portato a D. Pietro d'Arragona,
marito di Costanza, figliuola di Manfredi, come al solo legittimo erede
della casa di Svevia. Forse Corradino volle in fatti, come lo pretesero
i re austriaci ed arragonesi[326], trasferire in tal modo alla loro
famiglia i proprj diritti al trono delle Sicilie, e ratificarne in tal
modo il titolo ereditario; ma pare più probabile ancora, che Corradino,
gettando in mezzo a' suoi sudditi il pegno della sua vendetta,
suggerisse loro di scuotere un odioso giogo e di lavarsi del sangue de'
loro re, del sangue de' loro amici e concittadini, che veniva versato
sulle loro teste. Questo pegno di guerra fu realmente rialzato dalla
nazione, ed i vesperi siciliani furono la lenta, ma terribile vendetta
del supplicio di Corradino, della strage d'Augusta, de' torrenti di
sangue sparso dai Francesi nelle due Sicilie.
[326] _Giannone Stor. Civile l. XIX, c. 4, p. 705_ e gli altri
autori da lui citati.