CAPITOLO XXII.

_Smisurata ambizione di Carlo d'Angiò. — Eccita la discordia tra

le repubbliche italiane per opprimerle. — Suoi progetti impediti

dai vesperi siciliani._

1268=1282.

Carlo era finalmente giunto a quel grado di potenza cui agognava da

tanto tempo; i due regni di Sicilia gli erano sottomessi; l'erede di

quelle corone sagrificato alla sua politica, la famiglia di Svevia

estinta, non rimanendo che una sola femmina maritata nell'estremità

dell'Europa ad un principe poco ricco e poco potente, femmina che

tirando ogni suo diritto da un bastardo non aveva alla successione che

un titolo di poco superiore a quello del conquistatore. Carlo non era

solamente re delle due Sicilie, ma era il favorito dei papi, che in esso

vedevano l'opera loro; e come amico e figliuolo prediletto della santa

sede esercitava negli stati della chiesa una potenza che niuno secolare

sovrano aveva potuto da lungo tempo acquistarvi. Clemente IV morì un

mese dopo il supplicio di Corradino[327], e perchè in trentatre mesi i

cardinali non gli avevano ancora dato un successore, Carlo approfittò

dell'interregno per accrescere il suo potere negli stati della chiesa.

Clemente gli aveva dati dei diritti sopra la Toscana nominandolo vicario

imperiale di quella provincia; i Guelfi lombardi lo risguardavano come

loro protettore; molte città del Piemonte l'avevano eletto loro perpetuo

signore; e per tal modo il re delle due Sicilie era diventato l'arbitro

di tutta l'Italia.

[327] Clemente IV morì il 29 novembre, e Corradino subì l'ingiusta

sua condanna il 29 ottobre.

Beatrice sua moglie, che per appagare la propria vanità lo aveva

impegnato in così pericolose intraprese, non raccolse il frutto di

quelle vittorie, che aveva così ardentemente desiderate; perciocchè morì

poco dopo la battaglia di Tagliacozzo, e Carlo sposò in seconde nozze

Margarita di Borgogna.

Se Carlo conservò lungo tempo l'acquistato potere, non però fu

soddisfatta la sua ambizione; che dopo tante prosperità non sembrandogli

le due Sicilie uno stato degno di lui, più omai non lo risguardava che

come un mezzo per innalzarsi a maggior grandezza. In vece di appagarsi

dell'alta influenza che aveva acquistata sopra tutta l'Italia, volle

ridurre questa terra in servitù e farne un solo regno il quale gli

somministrasse gli opportuni mezzi a far l'impresa del Levante, che

stavagli altamente a cuore. Si era perciò procacciate segrete

corrispondenze in ogni angolo dell'Italia e della Grecia, tracciandosi

una strada cogli inganni, che poi andava allargando colla crudeltà;

tesori immensi, larghi fiumi di sangue fece spargere ai popoli che

voleva governare; ma invece di ridurli in ischiavitù, gli scosse dal

vergognoso letargo, e chiamò sopra di sè e sopra la sua famiglia la

tarda ma giusta vendetta degli oppressi.

Tra le circostanze, che principalmente favorirono l'ingrandimento della

casa d'Angiò, vuole essere annoverata la caduta de' principali capi del

partito ghibellino in Lombardia, il marchese Pelavicino e Buoso di

Dovara. Ambedue erano stati allievi di Federico II, ambedue compagni

d'armi del feroce Ezelino, finchè, costretti da' suoi delitti,

concorsero anch'essi coi Guelfi alla sua distruzione. Uberto Pelavicino

era un eccellente capitano, ed era stato uno de' primi a formare un

numeroso e potente corpo di cavalleria, che da lui solo dipendeva; aveva

riunite sotto il suo dominio molte città, che, nominandolo loro

generale, lo avevano, quasi senza accorgersene, fatto loro padrone[328].

L'ambizione di Pelavicino era meno avida e feroce di quella d'Ezelino;

egli non aveva fondato il suo potere coi delitti, nè resolo compiuto,

onde se ne vide spogliato dall'incostanza de' popoli, senza essere in

istato, come Ezelino, di difendere con una lunga guerra gli stati da lui

formati.

[328] Nel medesimo tempo il marchese era stato signore di Cremona,

Milano, Brescia, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Inoltre come capo

di partito godeva di una illimitata autorità a Pavia, Parma, Reggio

e Modena. Finalmente, come signore di Milano, le città di Lodi, Como

e Novara dipendevano pure da lui. Perdette le signorie di tante

città tre anni avanti di morire, senza quasi aver potuto combattere

per difenderle. _Chron. Placent. t. XVI. p. 476._

Quasi tutte le città da lui dipendenti eransi di già sottratte alla sua

autorità, quando Corradino attraversò la Lombardia; e solo gli

rimanevano molti castelli assai forti, fra i quali, quello

ragguardevolissimo di san Donnino, solita sua residenza, tra Parma e

Piacenza, il quale si arrese in sul finire del 1268 ai Parmigiani che lo

assediavano, e fu interamente distrutto, ed i suoi abitanti dispersi

nelle vicine terre. Il marchese Uberto, ch'erasi ritirato in un altro

castello, vi morì l'anno susseguente, mentre i Guelfi suoi nemici

stavano per assediarlo[329]. Suo figlio Manfredi continuò la nobile

famiglia de' Pelavicino, che con leggiere alterazione di nome chiamasi

oggi Palavicino; ma quantunque fino a' nostri giorni sia rimasta

feudataria immediata dell'impero, non risalì però mai a quel grado di

potenza, cui l'aveva innalzata il marchese Uberto.

[329] _Chronic. Placent. t. XVI, p. 476. — Chron. Parmen. t. XIX, p.

784. — Campi Cremona Fedele l. III, p. 78._

Buoso di Dovara, lungo tempo collega di Pelavicino, fu forse,

disgustandosi con lui, cagione della comune ruina; giacchè appena stando

uniti erano abbastanza potenti per resistere ai loro nemici. Buoso fu

esiliato da Cremona con tutto il suo partito, e morì miserabile dopo

avere compromessa la sua autorità per una insensata avarizia[330].

[330] _Chron. F. Francisci Pipini l. III, c. 45, t. IX, p. 709._

Le città di Lombardia, quasi tutte addette al partito guelfo, parevano,

colla caduta degli antichi loro padroni, ricuperare la perduta libertà;

ma esse avevano perduto nelle precedenti rivoluzioni quell'odio della

tirannia e del potere arbitrario che forma, per così dire, la

salvaguardia delle repubbliche. La passione dominante d'ogni città era

il trionfo d'una fazione, non lo stabilimento d'un conveniente governo;

ed i mezzi, che venivano adottati per conseguire questo scopo, tendevano

di loro natura a distruggere la libertà. Non si può forse

ragionevolmente sperare che una repubblica possa stare senza fazioni; ma

per lo meno sarebbe desiderabile che le fazioni prendessero origine nel

suo seno e che i suoi cittadini non adottassero cause straniere.

Un'interna fazione confonde sempre lo scopo ch'ella si propone colla

speranza d'un miglior governo. Se gli uni si sforzano di far trionfare i

nobili, egli è perchè si lusingano di trovare nell'aristocrazia maggior

forza, dignità, prudenza e tranquillità: se altri esaltano il potere

popolare, vuol dire che si ripromettono nella democrazia maggiore

libertà, indipendenza ed energia. Nè gli uni nè gli altri sceglieranno

scientemente per ottenere l'intento loro mezzi distruttivi dello scopo

che si propongono, e questo scopo è sempre una salvaguardia dello stato

medesimo. Ma quando i cittadini hanno preso parte collo stesso zelo in

una fazione più estesa che la loro patria, in una fazione il cui scopo

trovasi al di fuori di questa, quello è risguardato come un interesse

superiore all'interesse nazionale: allora non sonovi sagrificj che i

cittadini non siano disposti a fare per conseguirlo. Nelle dispute di

religione, in quelle dell'impero e della chiesa, ridurre in servitù la

sua patria, il sottoporla ad un governo violento ma energico, non è già

un distruggere lo scopo propostosi, egli è al contrario un giovare

spesse volte a somministrare più sicuri mezzi per ottenerlo. Le fazioni

furono spinte in Toscana ed in Lombardia ad un egual grado di violenza;

ma nel primo paese erano quelle della democrazia e dell'aristocrazia,

onde fu mantenuta la libertà; nel secondo quelle de' Guelfi e de'

Ghibellini, ed il governo repubblicano fu loro sagrificato.

Carlo d'Angiò, che alimentava le passioni da cui sperava i suoi prosperi

successi, fece adunare a Cremona una dieta delle città guelfe della

Lombardia. La presiedettero i suoi ambasciatori, i quali rappresentarono

alle città, che per non perdere i vantaggi della vittoria che avevano

ottenuta sui Ghibellini, eterni loro nemici, per impedire il

rinascimento di quell'odiata fazione e per dare maggiore forza ed unione

al governo della lega, egli era necessario di nominare un capo.

Pretesero che il re Carlo, il quale andava debitore di ogni suo potere

ai Guelfi, sarebbe l'uomo più invariabilmente attaccato al loro partito;

ed in conseguenza domandavano che tutte le città lombarde lo nominassero

loro signore. Vi acconsentirono quelli di Piacenza, Cremona, Parma,

Modena, Ferrara e Reggio[331]; quelli di Milano, Como, Vercelli, Novara,

Alessandria, Tortona, Torino, Pavia, Bergamo, Bologna e quelli del

marchese di Monferrato, risposero, che volevano aver Carlo sempre amico,

padrone mai. Non perciò si sgomentarono i deputati di Carlo, anzi fecero

fante pratiche, che, avanti che terminasse l'anno, i Milanesi e varj

altri popoli acconsentirono a giurare fedeltà al nuovo signore.

[331] _Chron. Placent. t. XVI, p. 476. — Giorgio Giulini memorie t.

VIII, l. LVI, p. 238._

Il re di Sicilia non sarebbesi forse limitato a questi primi successi,

se a tale epoca non fosse stato strascinato da suo fratello san Luigi

nell'ultima crociata, che lo allontanò alcun tempo dalle sue intraprese

sull'Italia.

(1270) Mille cause diverse avevano quasi spento l'ardore per le

crociate; e le più frequenti comunicazioni coi Saraceni avevano assai

diminuito quell'odio che prima ispiravano. Per lo contrario i cristiani

di Terra santa avevano date tante prove di viltà, di perfidia, di

corruzione, che le loro sventure venivano risguardate come una punizione

del cielo. La cieca fede dell'undecimo secolo era stata indebolita dai

nascenti lumi del tredicesimo; ed il generoso cavalleresco sagrificio

dei grandi aveva fatto luogo ad una più astuta politica. L'abuso delle

crociate aveva in sì special modo fatta nascere la diffidenza intorno

all'efficacia delle indulgenze; eransi veduti più volte i papi predicare

la crociata contro i loro particolari nemici, contro principi

commendevoli per virtù e per talenti, contro imperatori che avrebbero

potuto essere l'appoggio della cristianità; onde incominciavasi a

dubitare della santità delle crociate e delle ricompense che potevano

meritare innanzi al tribunale di Dio. Il signore di Joinville,

sollecitato da san Luigi ad accompagnarlo in quest'ultima spedizione,

racconta che gli rispondesse; «che s'egli si esponeva al pellegrinaggio

della croce, ruinerebbe totalmente i suoi poveri sudditi. Inoltre,

soggiunge egli nelle sue memorie, ho udito dire da molti che coloro che

gli consigliarono l'intrapresa della crociata fecero un grandissimo

male, e peccarono mortalmente; perchè, finchè rimase nel regno di

Francia, tutto il suo regno viveva in pace, e vi regnava la giustizia; e

tostochè l'ebbe abbandonato, tutto incominciò a peggiorare. Fecero pure

grandissimo male per un altro motivo; essendo il detto signore tanto

indebolito e fiacco della persona, che non poteva sostenere veruna

armatura, nè rimanere lungo tempo a cavallo[332].»

[332] _Memorie di Joinville_ — Nella Collezione delle memorie

particolari della storia di Francia, _Ediz. del 1785. t. II, p.

158_.

Qualunque si fosse il sentimento di Joinville e di molti suoi compagni

d'armi, presso ad altri molti le cavalleresche virtù di san Luigi

riaccesero per l'ultima volta lo zelo che si spegneva. Non potevasi

infatti lasciar di ammirare questo vecchio monarca, che abbandonava le

cure e la gloria del suo rango, e senza essere scoraggiato dalla

contraria sorte della prima spedizione, imbarcavasi di nuovo con tutta

la sua famiglia per intraprendere una guerra da cui non poteva sperarne

alcun vantaggio temporale, ma solo perchè la credeva voluta dal suo

dovere e dalla gloria di Dio. Arrivato sulla spiaggia delle Acquemorte e

nell'atto di montare a bordo del suo vascello, san Luigi si volse ai

suoi figliuoli ed in particolare a Filippo che doveva succedergli.

«Tu vedi, mio figlio, gli disse, come malgrado la mia vecchiaja

intraprendo per la seconda volta questo pellegrinaggio, mentre la regina

tua madre trovasi in età avanzata, e che, coll'ajuto di Dio, il nostro

regno essendo esente da turbolenze, vi godevo di quante ricchezze e

delizie ed onori è dato agli uomini di godere. Tu vedi, ti dico io, come

per la causa di Cristo e della sua Chiesa io non risparmio la mia

vecchiezza; non mi lascio smuovere dalle lagrime di tua madre, ripudio

gli onori ed i piaceri, e consacro le mie ricchezze in servigio di Dio.

Tu vedi come io conduco con meco te, i tuoi fratelli, e la tua maggior

sorella, e sai che avrei meco condotto ancora il quarto figliuolo, se la

sua età lo avesse permesso. Ho voluto farti rimarcare tutte queste cose,

affinchè quando dopo la mia morte avrai il governo del mio regno, non ti

esca mai di mente che non si deve nulla risparmiare per Cristo, per la

Chiesa, e per la difesa della fede, non la consorte, non i figliuoli,

non un regno. Ho voluto nella mia persona darne un esempio a te ed ai

tuoi fratelli, affinchè, quando convenga, facciate lo stesso[333].»

[333] _Surio in vita sancti Ludovici t. IV, die 25 augusti. Ap.

Rayn. Annales § 6. t. XIV, p. 175._

In fatti l'esempio del santo re ne aveva strascinati degli altri, quello

di Sicilia suo fratello, ed il re di Navarra, Teobaldo. Distinguevansi

pure tra i crociati Edoardo, figlio d'Enrico III, re d'Inghilterra, poi

suo successore, i conti di Poitou e di Fiandra, il figlio del conte di

Bretagna, ed un gran numero di nobili signori[334].

[334] _Guilel. de Nangiaco Gesta sancti Ludovici p. 383. in Duchesne

Scrip. hist. Franc. t. V._

Ma quest'ultima crociata, lungi dall'avere un successo proporzionato al

rango, alla potenza ed all'abilità de' principi che la componevano, fu

la più sventurata di tutte, in modo che la sua cattiva riuscita e le

triste conseguenze che ne derivarono, sconsigliarono poi sempre i

cristiani da così pericolose spedizioni. La flotta crociata non potè

spiegare le vele avanti luglio, e sbarcò sulle coste d'Affrica

un'armata, che dopo l'unione del re di Sicilia e del principe Edoardo,

pretendono alcuni numerosa di oltre duecento mila uomini, de' quali

quindici mila di cavalleria pesante[335]. La lusinga che il bey di

Tunisi farebbesi cristiano, e la supposizione di giugnere più facilmente

in Egitto lungo la costa dell'Affrica, fecero preferire questa strada

alla lunga navigazione dell'Arcipelago. Ma mentre stavasi aspettando il

re Carlo su quelle ardenti spiagge, fra i vortici d'arena che i Saraceni

avevano l'arte di dirigere sopra i Latini, l'armata fu assalita dalla

peste. Fra i più distinti personaggi caddero prima il principe Giovanni

di Francia, ed il cardinale Albano legato del papa: poi infermò lo

stesso re san Luigi, che morì il 25 d'agosto con sentimenti di pietà e

di rassegnazione degni della passata sua vita. Grandissimo fu il numero

de' principali signori e baroni morti in breve tempo dal contagio, e la

mortalità de' semplici soldati fu tale, che, senz'avere combattuto,

l'armata trovavasi già molto indebolita quando sopraggiunse Carlo

d'Angiò e ne prese il comando.

[335] _Gio. Villani l. VII. c. 37. p. 258._ — Guido da Corvaria,

storico Pisano coetaneo, dice che la flotta era composta di cento e

otto vascelli a due ponti, _gabiati_, di ventotto galere, e buon

numero di altri navi. _Fragment. Pisanæ Hist. t. XXIV, p. 676._

Con minori virtù e sopra tutto con minore disinteressamento, Carlo aveva

forse più talenti militari di suo fratello. Egli aveva aspettato a

sbarcare le sue truppe dopo la caduta delle piogge autunnali che

sogliono rinfrescare e purgare l'aere infetto di quelle spiagge.

All'istante, per allontanare le truppe da un campo ove la morte aveva

fatto tante stragi, le condusse all'assedio di Tunisi: e perchè il bey

spaventato offrì di entrare in negoziazione, Carlo si affrettò di

raccogliere i frutti de' generosi sforzi di suo fratello e di tanti

cristiani; accordò al bey la pace a condizione ch'egli sarebbe

tributario del re di Sicilia; indi facendo imbarcare i suoi soldati,

invece di compiere il suo pellegrinaggio e marciare in soccorso di Terra

santa, salpò verso i suoi stati. Molti crociati sdegnaronsi altamente,

vedendo che la politica di Carlo si faceva giuoco de' loro voti; ma

tutti ripresero la strada dell'Europa, ad eccezione di Edoardo e de'

suoi Inglesi, che continuarono il loro viaggio verso Terra santa, ove

giovarono molto alla difesa di san Giovanni d'Acri attaccato da

Bendocdar.

Ritornando i crociati in Europa, fecero un triste esperimento

dell'avidità e della crudeltà di Carlo. Innanzi a Trapani furono

assaliti da un'orribile burrasca che affondò diciotto grandi vascelli e

molti più piccoli con quattro mila persone[336]; e perchè molte navi,

spinte dalla tempesta ruppero sulle rive della Sicilia, ordinò Carlo che

fossero confiscati a suo profitto gli effetti di tutti i vascelli

naufragati, appoggiandosi ad un'antica costituzione del re Guglielmo,

che aggiudicava alla corona gli avanzi delle navi gettati dal mare sulle

coste. I Genovesi cui appartenevano quasi tutti i vascelli della flotta,

e che per formarne gli equipaggi avevano dati alla crociata più di dieci

mila uomini, erano in forza di antichi trattati specialmente esentati da

così barbara legge; ed in forza della legislazione de' cristiani lo

dovevano pur essere i crociati all'attuale servigio della chiesa: ma

quand'anche non si fosse potuto addurre verun altro privilegio, la

confisca non doveva giammai estendersi ai compagni d'armi del re, a

coloro ch'eransi con lui sottratti alla stessa burrasca come alle

medesime battaglie. Pure Carlo non volle udir ragioni: tutto fu tolto

agl'infelici naufragati, ed il re di Sicilia riebbe sui beni de' suoi

amici un tesoro eguale a quello che il bey di Tunisi aveva pagato per

liberarsi dall'assedio, e che il mare aveva inghiottito[337].

[336] _Monacus Patav. in Chron. l. III, p. 732._ — Qui termina la

cronaca del monaco di Padova.

[337] _Annales Genuenses l. IX, p. 551. — Uberti Folietta Genuens.

Hist. l. V, p. 175, 376. ap. Graevium._

(1271) Dopo essere rimasto poche settimane in Sicilia, Carlo venne a

Viterbo con suo nipote Filippo l'ardito, per impegnare i cardinali a

dare finalmente dopo due anni un capo alla chiesa. Mentre i crociati

trovavansi adunati in Viterbo, un gentiluomo francese vi commise un

delitto, che gl'Italiani risguardarono quale sicuro argomento della

ferocia de' suoi compatriotti, e come una nuova ragione di detestarli.

Gui, conte di Monforte, luogotenente di Carlo in Toscana, scontrò in

chiesa Enrico, figlio di Riccardo, conte di Cornovaglia e re de' Romani.

Volendo vendicare sopra di lui suo padre ch'era stato ucciso combattendo

contro il re d'Inghilterra[338], attaccò questo giovane principe ai

piedi dell'altare ove assisteva devotamente alla messa, e lo passò da

banda a banda collo stocco ch'egli teneva in mano; indi uscì di chiesa

senza che Carlo osasse ordinarne l'arresto. Giunto alla porta trovò i

suoi cavalieri che lo stavano aspettando — Che avete fatto? gli disse

uno di loro — La mia vendetta, rispose Monforte — Come? non fu vostro

padre strascinato?.... A queste parole Monforte rientra in chiesa,

prende pei capelli il cadavere del giovane principe, e lo strascina fino

sulla pubblica piazza. Dopo ciò si ritira nelle terre di suo suocero,

nella Maremma, senza che Carlo tentasse mai di punire un delitto

accompagnato da così odiose circostanze[339]. Edoardo d'Inghilterra, che

sopraggiugneva allora da san Giovanni d'Acri, partì da Viterbo

fieramente sdegnato contro il re di Sicilia. Filippo si pose in cammino

per tornare in Francia; e dopo la partenza di questi sovrani, i suffragi

de' cardinali riunironsi finalmente a favore di Tebaldo Visconti di

Piacenza, elle allora trovavasi in Terra santa col semplice grado

d'arcidiacono. Il nuovo pontefice prese il nome di Gregorio X, e venne

soltanto nel susseguente anno a mettersi in possesso della santa sede.

Quantunque Carlo mostrasse desiderio che i cardinali ponessero fine alla

lunga vacanza della santa sede, non ignorava probabilmente che questa

vacanza gli era più utile, che l'elezione di un papa indipendente. Di

fatti l'arrivo di Gregorio X (1272) fu la prima circostanza che diminuì

il suo potere in Italia. Gregorio, che tornava dalla Siria, ed aveva

veduti da presso i pericoli ed i patimenti de' cristiani d'Oriente, ad

altro non pensava che alla liberazione di Terra santa. Essendo lungo

tempo vissuto fuori d'Italia, non dava alle contese de' Guelfi e de'

Ghibellini quell'importanza in cui le tenevano i suoi predecessori; ed

altronde il loro principale oggetto era scomparso coll'estinzione della

casa di Svevia. La santa sede non aveva più nulla a temere dal canto

degl'imperatori, ed il pontefice credeva venuto il tempo di porre in

dimenticanza delle fazioni il cui solo oggetto era quello di azzuffarsi,

e di riconciliare degli uomini che non avevano giusti motivi di odiarsi.

Convocò in Lione un concilio generale per l'anno 1274[340], ed impiegò i

due anni precedenti a riunire gli spiriti divisi, a fare della

Cristianità un solo corpo, il quale potesse combattere gl'infedeli con

maggiore vantaggio.

[338] Simone di Monforte, conte di Leicester, era stato ucciso il

1.º agosto del 1265 nella battaglia d'Evegham presso di Conventris,

combattendo per la libertà d'Inghilterra contro Enrico III e suo

figliuolo Edoardo. Il suo corpo fu dai realisti obbrobriosamente

stracinato nel fango. Anche Gui di Monforte, suo figlio, era stato

in quella battaglia da mille spade ferito. Questi gentiluomini

appartenevano ad un tempo alla Francia ed all'Inghilterra.

[339] _Gio. Villani l. VII, c. 39. p. 260._

[340] _Litterae Encicl. de Concil. celebrando; ap. Raynald. § 21, t.

XIV, p. 192._

Quelle che potevano essere più utili all'impresa di Terra santa, erano

le repubbliche marittime; ma queste appunto avevano maggior bisogno

dell'opera del pontefice per sottrarsi agli attentati di Carlo, per

pacificarsi tra di loro, e calmare le intestine discordie. Pisa

trovavasi vessata dai Guelfi in nome della chiesa, Genova in aperta

guerra con Carlo e con Venezia, e Venezia attaccata da Bologna. Il papa

pose mano a calmare tante nimistà.

Per tale motivo Gregorio X si recò da prima in Toscana. Giunse in

Firenze il giorno 18 di giugno del 1273 col re Carlo e Baldovino II,

imperatore latino di Costantinopoli. Trovò in questa provincia i

Ghibellini avviliti dalle complete vittorie dei Guelfi. I Sienesi erano

stati rotti dai Fiorentini in giugno del 1269 innanzi a Colle di Val

d'Elsa ov'era perito il loro generale Provenzano Salvani, il più potente

loro concittadino; e pochi mesi dopo erano i Sienesi stati costretti ad

allearsi coi Fiorentini, a prendere parte nella lega guelfa, a

richiamare i Guelfi esiliati, scacciando i Ghibellini che gli avevano

fin allora governati[341]. I Pisani non erano stati molto più felici de'

Sienesi, e, battuti a Poggibonzi, si erano affrettati di fare la pace

con Carlo[342]. Ma in queste due città, siccome a Firenze, lo spirito di

partito erasi fatto più violento; i Ghibellini, trattati come ribelli di

padroni che prima erano, non sapevano assoggettarsi al nuovo ordine di

cose, e turbavano incessantemente la tranquillità delle repubbliche che

gli avevano esiliati.

[341] _Malavolti storia di Siena p. II, l. II, p. 38._

[342] _Guido di Corvaria Hist. Pisanae frammenta t. XXIV, p. 676._

Il papa spedì un legato a Pisa per riconciliare quella città colla santa

sede, benedirla e levare le censure ecclesiastiche[343]. In seguito

Gregorio fece adunare tutto il popolo di Firenze lungo la riva

dell'Arno, chiamò presso di sè i commissari de' Guelfi e de' Ghibellini,

e conchiuse tra loro un trattato di pace in presenza dei due sovrani che

l'accompagnavano. Ordinò che i Ghibellini tornassero alle loro case, e

che ricuperassero tutti i loro beni e privilegi tanto a Firenze che a

Siena; volle ostaggi da una parte e dall'altra pel mantenimento della

pace che si pubblicava, e pronunciò sentenza di scomunica contro il

primo che ne violerebbe le condizioni.

[343] _Guido de Corvaria Hist. Pis. fragmenta t. XXIV, p. 680._

Carlo d'Angiò risguardava questa pace come assolutamente contraria ai

suoi interessi, perchè faceva abbastanza forti i suoi amici onde non

avere più bisogno de' suoi soccorsi, e sottraeva i nemici al rigore

della sua vendetta. Per rompere questa pace, che gli era dannosa, non

credette di valersi di coperte trame e d'impenetrabili artificj; fece

sottomano sapere ai Ghibellini, che entravano in Firenze, d'aver dato

ordine al suo maresciallo di ucciderli tutti nella vegnente notte, se

non si affrettavano di ritirarsi. Il carattere di Carlo era abbastanza

conosciuto perchè si prestasse intera fede a tali minacce; onde tutti i

Ghibellini uscirono di città, prevenendo il papa dell'avviso ricevuto.

Questi più di loro adirato e contro Carlo e contro i Guelfi fiorentini,

si ritirò dopo quattro giorni in Mugello presso il cardinale Ubaldini,

rimanendovi il restante della state, e pubblicò l'interdetto contro

Firenze per avere mancato alla pace che aveva giurata[344].

[344] _Gio. Villani l. VII, c. 41. p. 263. — Ricord. Malasp. stor.

Fior. c. 198. p. 1018. — Leon. Aretino Hist. Fior. l. III, p. 85-90.

— Raynaldi Ann. Eccl. § 27, e seguenti p. 212, 213._

Le negoziazioni del papa per pacificare i Genovesi ed indurli a

soccorrere Terra santa non avevano miglior successo, ed era sempre Carlo

d'Angiò che le impediva. Due delle quattro più potenti famiglie di

Genova, i Spinola ed i Doria, collegatesi col popolo, avevano procurato

che si facessero molti cambiamenti nel governo per renderlo più

democratico; ed avevano in cambio ottenuto che i due capi di queste

famiglie, Oberto Doria ed Oberto Spinola, fossero dichiarati capitani

del popolo, ed incaricati per un tempo indeterminato di tutte le

incumbenze prima annesse alla carica di podestà. Questa rivoluzione ebbe

luogo l'anno 1270, nell'epoca stessa in cui Carlo d'Angiò, confiscando i

beni de' suoi proprj marinai genovesi, si alienava gli animi di que'

cittadini: e fu questo pei nuovi governanti un motivo di favorire i

Ghibellini. Dall'altra banda i Grimaldi ed i Fieschi coi capi delle

altre famiglie nobili non erano lungo tempo rimasti subordinati al nuovo

governo; perchè avendo inutilmente tentato di ribellargli molti

castelli, furono costretti di esiliarsi; e riparatisi alla corte di

Carlo, andavano istigando questo principe a muovere guerra a Genova per

farli rientrare nella loro patria.

Realmente Carlo segnò un trattato coi Guelfi emigrati, in forza del

quale dovea per molti anni tenere la signoria di Genova; e subito dopo,

senz'esservi stato provocato dalla repubblica, ordinò di prendere in

tutti i porli de' suoi dominj i mercanti genovesi che vi si erano

stabiliti sotto la guarenzia de' trattati, e di confiscare a suo

profitto i loro vascelli e tutte le loro proprietà. Questo ladroneccio

fu commesso in sul finire del 1272; ed in principio del susseguente

anno, giuntone appena l'avviso a Genova, seguirono le dichiarazioni di

guerra di tutti gli alleati del re, e di tutti i Guelfi del Piemonte.

I Genovesi dal canto loro dichiararono la guerra al re di Sicilia ed a

tutti i suoi alleati; ma, benchè ne avessero giusta cagione, non usarono

il diritto di rappresaglia, e si limitarono a dar ordine ai Provenzali e

Siciliani di uscire nel termine di quaranta giorni dal territorio

genovese, passato il qual termine, sarebbero trattati come nemici, e

presi i loro beni. Il pontefice cercava di pacificare i Genovesi; e

Carlo, approfittando dell'animosità che aveva eccitata nel partito

guelfo di Toscana, gli attaccava colle armi de' suoi alleati. Faceva

avanzare il suo vicario di Toscana nella riviera di Levante alla testa

de' Lucchesi, Fiorentini, Pistojesi ed Aretini, mentre il siniscalco di

Provenza invadeva la riviera di Ponente, e gli Alessandrini ed i

marchesi del Bosco e del Carreto entravano nella Liguria a traverso le

montagne del nord[345]. Pure i Guelfi furono battuti su tutti i punti, e

le truppe di Carlo furono rispinte.

[345] _Ann. Gen. Cont. Caffari l. IX, p. 555, 556, t. VI. — Ubertus

Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 377._

Un'altra non meno importante guerra impediva ai Veneziani di soccorrere

Terra santa. Essi erano stati attaccati dai Bolognesi, i quali

pretendevano di non pagare le nuove gabelle, che i Veneziani avevano di

fresco imposte alle mercanzie che montavano o scendevano pel Po in mare.

Questa guerra che durò tre anni, e che sott'altri rapporti non presentò

verun importante avvenimento, fu assai notabile per essersi incominciata

dai Bolognesi quand'erano giunti al più alto grado della loro potenza.

L'armata che questa sola città mandò sul Po di Primaro l'anno 1270 per

fabbricarvi una fortezza che signoreggiasse la foce del fiume, era più

numerosa, che le armate colle quali Manfredi, Carlo d'Angiò e Corradino

eransi disputati il regno di Napoli; e molti storici la portano a

quaranta mila uomini. Vero è che per combattere i Veneziani in mezzo ai

canali ed in riva alle lagune, non potevasi adoperare che l'infanteria;

onde tutto il popolo prendeva parte in quest'impresa. Nelle altre guerre

non gli uomini mancavano, ma i cavalli e le armature, onde mettevansi

insieme pochissimi uomini d'armi. I Bolognesi ebbero compiuta vittoria

de' Veneziani che avevano tentato d'impedire i loro lavori.[346] Questa

fu la sola guerra che il papa potesse terminare nel presente anno;

avendone ottenuto l'intento colla mediazione de' frati minori: i

Bolognesi atterrarono il forte che avevano innalzato, ed i Veneziani

accordarono ai loro vascelli il libero paesaggio sul Po.

[346] _Andreæ Danduli Chr. Ven. c. 8. § 8. p. 380. — Cherubino

Ghirardacci Ist. di Bologna l. VII, p. 217 e 223. — Rayn. Ann.

Eccles. 1272, § 45. p. 200._

Il papa non doveva essere molto soddisfatto di Carlo d'Angiò. Invece di

favorire i suoi ambiziosi disegni, doveva temere l'ingrandimento di un

principe di già troppo potente per la libertà della Chiesa, e però di

questi tempi prese due determinazioni che limitavano l'attuale potere di

Carlo, e facevano cadere i suoi vasti progetti. Risolse di dare un

imperatore all'Occidente, e di riconoscere per imperatore d'Oriente

Michele Paleologo, che in tale occasione riconciliò i Greci colla chiesa

romana.

L'impero d'Occidente, dopo la deposizione di Federico II nel precedente

concilio di Lione, non aveva più avuto nessun capo universalmente

riconosciuto dai sudditi e dalla Chiesa. I principi tedeschi desiderando

come le città d'Italia di assicurare la loro indipendenza, parevano

avvertitamente prendersi cura di dividere i voti tra i concorrenti,

perchè niuno avesse a signoreggiarli. Inoltre ebbero l'accortezza di

scegliere all'estremità dell'Europa principi che non avevano nè

influenza ne rapporti colla Germania, onde la dignità imperiale altro

non fosse che un vano titolo, e perchè le loro liti non dessero alla

Germania cagione di guerre civili. Riccardo, conte di Cornovaglia, ed

Alfonso X, re di Castiglia e di Leone, fecero assai poco male a sè

medesimi ed al regno germanico colle opposte loro pretensioni. Riccardo

era morto del 1271 dopo aver portato quattordici anni il titolo di re

de' Romani. Alfonso era ancor vivo, e gloriavasi altamente de' suoi

diritti all'impero; ma, ad eccezione di pochi uomini d'armi che aveva

mandati ai Ghibellini d'Italia, non aveva presa alcuna parte alle

rivoluzioni del suo preteso impero, nè era una sola volta uscito

dall'antico suo regno per cercare di stabilire la sua potenza sopra i

suoi nuovi stati[347]. Forse alla Germania non veniva alcun danno da

così lungo interregno; ma perchè il papa disegnava di unire le forze

della cristianità contro gl'infedeli, desiderava di darle un capo.

Perciò Gregorio ricusò di riconoscere Alfonso per re de' Romani; scrisse

agli elettori, da tanto tempo divisi, di ritenere le antiche loro nomine

come non fatte; e gli strinse a radunarsi ed a scegliere tra i principi

tedeschi un uomo capace di rialzare co' suoi talenti il vilipeso impero.

L'anno 1273 fu eletto Rodolfo, conte d'Absburgo, tronco dell'attuale

casa d'Austria, essendo concorsi all'elezione non solo gli elettori, ma

tutti i principi di Germania. Questa nomina fu approvata dal papa, ed in

appresso dal concilio generale di Lione; innanzi al quale gli elettori

ecclesiastici, ed il vescovo di Spira, cancelliere di Rodolfo,

replicarono a nome del loro signore la promessa di rispettare le libertà

ecclesiastiche, e di non invadere i dominj della Chiesa[348].

[347] Disponevasi quest'anno a passare in Germania quando ebbe

avviso dell'elezione di Rodolfo. _Mariana Historia de las Hespañas

l. XIII, c. 22. p. 610._ Si osservi la lettera di Gregorio X ad

Alfonso del 16 delle calen. d'ottobre 1272. _Presso Raynaldo § 33 e

seguenti p. 197._

[348] Vedansi i diplomi presso _Raynald. § 7-12. p. 220_ — come pure

nel primo libro di Muller, l'origine della casa d'Absburgo, i

talenti e le virtù che Rodolfo spiegò nelle guerre de' suoi piccoli

feudi, e la sua inaspettata assunzione all'impero. _Geschichte der

Schweiz Eidg. B. I, c. 17. p. 507._

Il papa chiese pure a Rodolfo di non attaccare il re di Sicilia, nè di

far valere qual siasi diritto sul suo regno. Ma Carlo, benchè si

trovasse con ciò sotto la protezione della chiesa, era assai inquieto

per questa nomina d'un re de' Romani. Vedeva apertamente che la sua

autorità in Toscana ed in Lombardia, e lo stesso suo titolo di vicario

imperiale datogli dai papi, non potevano essere lungo tempo riconosciuti

da un imperatore tedesco; ed i motivi di malcontento che sapeva d'aver

dati al pontefice potevano fargli temere che questi non chiamasse

finalmente Rodolfo in suo soccorso per opporlo alle sue nuove

usurpazioni.

Gli ambiziosi disegni di Carlo non rimanevano entro i confini d'Italia,

ma stendevansi anche alla Grecia. Fino del 1267 aveva conchiuso un

trattato col fuggiasco imperatore de' Latini, Baldovino II[349], il

quale in vista de' promessi soccorsi cedeva a Carlo la sovranità del

principato d'Acaja, e quasi tutte le terre che nell'impero orientale

tenevansi ancora dai Latini, come pure gli prometteva la terza parte

delle conquiste che farebbero in comune. In pari tempo Baldovino fece

sposare a Filippo, suo unico figlio, Beatrice figlia di Carlo: ed

essendo morto Baldovino del 1272, Filippo prese il titolo d'imperatore

di Costantinopoli. Allora il re siciliano si credette strettamente

obbligato a soccorrere suo genero, perchè potesse ricuperare i dominj

de' suoi maggiori; ma Gregorio X aveva troppo a cuore gl'interessi di

Terra santa per permettere che un'armata crociata si adoperasse in

imprese straniere al suo scopo nella speranza di riconquistare

Costantinopoli, in tempo che aveva opportunità di allearsi

coll'imperatore greco, dal quale poteva essere potentemente soccorsa.

Accolse adunque gli ambasciatori che Michele Paleologo aveva mandati al

concilio di Lione[350] per trattare almeno in apparenza la riunione

delle due chiese, per la quale il papa veniva ad estendere la sua

protezione sull'impero orientale, come su quello d'Occidente.

[349] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois par Ducange

l. V, c. 49, t. XX, p. 87._ Vedansi i patti di cotale trattato nella

raccolta degli atti giustificativi _p. 10_.

[350] _Nicephorus Gregoras l. V, c. 1 e 2, t. XX, p. 63. — Gregori

Pachymeris Hist. l. V, c. 10 ed 11, ec., t. XII, p. 205 e seg._

Glorioso, non v'ha dubbio, fu il pontificato di Gregorio X, ed avrebbe

lasciate più profonde tracce nella memoria degli uomini, se Gregorio

fosse vissuto più lungo tempo, o avesse avuto successori degni di lui.

L'Italia quasi interamente pacificata dalla sua imparzialità, dopo che

il furore delle guerre civili aveva spenta perfino la speranza di

riposo; l'interregno dell'impero terminato coll'elezione d'un principe

che si coprì di gloria e fondò una delle più potenti dinastie

dell'Europa; la chiesa greca riconciliata colla latina, e la lite tra i

Franchi ed i Greci per l'impero d'Oriente terminata in una maniera

giusta ed onorevole; un concilio ecumenico, cui assistettero cinquecento

vescovi, sessanta abati mitrati ed altri mille religiosi o teologhi, il

quale sotto la presidenza di questo pontefice si occupò di leggi utili

al cristianesimo e degne di così augusta adunanza; tali sono gli

avvenimenti che illustrarono il suo pontificato.

Una delle leggi di questo concilio ordinava di chiudere, come si praticò

fino al presente, i cardinali in conclave, obbligandoli con diverse

privazioni a riunire più presto i loro suffragi per l'elezione del capo

della chiesa. Non si accordò loro che un solo domestico o conclavista,

fu interdetta ogni comunicazione al di fuori, e ridotto il vitto ad una

sola vivanda la mattina e la sera[351]. Il lungo interregno che

precedette la elezione di Gregorio X, aveva pure spaventata tutta la

chiesa, e mostrata la necessità di prevenire simili avvenimenti, che

potevano finalmente privare per sempre il cristianesimo de' suoi capi.

[351] Vedasi il Canone _apud Raynald. § 24-26, p. 224_.

(1275) Per terminare gloriosamente il pontificato, preparavasi Gregorio

a condurre egli stesso una crociata in Terra santa, ed aveva impegnati

tutti i sovrani d'Europa a trovarsi personalmente in quest'impresa.

L'imperatore Rodolfo doveva esserne capo, e Filippo l'ardito, re di

Francia, Edoardo, re d'Inghilterra, Giacomo, re d'Arragona, e Carlo, re

di Sicilia, avevano promesso d'accompagnarlo[352]. A tutti i sovrani

erano state accordate le decime ecclesiastiche per sei anni onde

mettersi in istato di adunare le loro truppe, e l'anno 1275 destinato ai

loro apparecchi. In tale anno il pontefice scorreva l'Europa onde

stabilirvi la pace e riunire le forze del mondo cristiano pel grande

scopo cui erasi proposto. Ma, mentre portavasi a Roma, cadde infermo in

Arezzo e morì in poche ore ne' primi giorni del 1276. Appena era egli

morto che i re, cui aveva ispirato il proprio entusiasmo, rinunciarono

ai loro cavallereschi progetti; i Greci tornarono al loro scisma, ed i

Cattolici, interamente divisi, volsero gli uni contro gli altri quelle

armi che avevano destinate alla liberazione di Terra santa[353].

[352] _Raynaldi Ann. Eccles. § 42, ad annum p. 245._

[353] _Ib. an. 1276, § 1, p. 248._

(1276) Durante il viaggio del pontefice in Francia eransi manifestate in

Romagna, in Toscana ed in Lombardia le passioni compresse dalla sua

presenza, le quali egli sembrava avere incatenate col vigore e colla

santità del suo carattere. A Bologna, del 1273, un tragico avvenimento

aveva ridestato l'odio di due già rivali famiglie, le quali trassero

seco nella privata loro contesa tutti i cittadini, e fecero rapidamente

cadere la loro patria da quell'alto grado di potenza e di gloria cui

erasi innalzata in quell'epoca.

Da lungo tempo i Geremei trovavansi alla testa del partito guelfo in

Bologna, ed i Lambertazzi del ghibellino; e sebbene in questa città si

fosse prima che altrove manifestata la tendenza del popolo alla

democrazia, i nobili avevano saputo conservarsi sopra le fazioni quel

credito ch'era loro rifiutato nell'amministrazione della repubblica. I

Geremei ed i Lambertazzi, opposti in ogni occasione, avevano concepito

gli uni per gli altri una violenta avversione; ma il governo aveva fin

allora saputo contenerli, e reprimere i loro odj entro le stesse mura

ove sedevano ne' medesimi consigli.

Due giovanetti Bonifacio Geremei, ed Imelda, figlia d'Orlando

Lambertazzi, dimenticato il vicendevole odio delle loro famiglie si

amavano teneramente. Un giorno Imelda consentì di ricevere l'amante suo

nella propria casa; ma quando credevano di non essere osservati, una

spia rivelò ai fratelli Lambertazzi la debolezza della sorella: essi

entrarono furibondi nelle sue camere; l'incauta fanciulla appena ebbe

tempo di salvarsi colla fuga; senza che l'amante potesse fare

altrettanto: ed uno de' fratelli ferì nel cuore l'infelice Bonifacio con

uno di que' pugnali avvelenati di cui i Saraceni ne avevano introdotto

l'uso, e di cui in questa epoca il vecchio della montagna soleva armare

i suoi terribili assassini. I Lambertazzi nascosero sotto alcuni rottami

in un cortile abbandonato il cadavere dello sventurato giovane; ma

appena ritiratisi, Imelda seguendo le tracce del sangue sparso, scoprì

il corpo dell'amante. La sola cura che desse qualche speranza di guarire

le ferite avvelenate era quella di succhiare la piaga ancora sanguinosa.

In tal modo tre anni prima Edoardo d'Inghilterra era stato salvato

dall'amore della tenera Eleonora. Un avanzo di vita pareva ancora

animare il corpo di Bonifacio: Imelda diede cominciamento al suo triste

ministero, e dalla ferita del suo amante succhiò un sangue avvelenato,

che portò nel suo seno i semi d'una subita morte. Quando sopraggiunsero

le sue donne giaceva di già senza vita a lato al cadavere del troppo

amato giovane[354].

[354] _Ghirardacci Istoria di Bologna l. VII, p. 224._

Dopo tale avvenimento l'odio de' Lambertazzi e dei Geremei più non potè

essere contenuto dalle leggi: s'allearono coi popoli prima nemici della

loro patria; i Geremei coi Modonesi, i Lambertazzi cogli abitanti di

Faenza e di Forlì; e volendo pure far adottare dalla loro patria le loro

nimicizie, o le loro alleanze, i Geremei condussero sulla pubblica

piazza il carroccio, in segno d'una vicina spedizione contro le città di

Romagna, ed i Lambertazzi gli attaccarono. Per lo spazio di quaranta

giorni le due fazioni s'azzuffarono continuamente sulla piazza

principale o intorno ai palazzi fortificati dei capi delle fazioni

nemiche. Finalmente, dopo avere versato molto sangue, i Geremei

s'impadronirono di tutte le fortezze dei Lambertazzi, i quali furono

costretti di sortire di città coi loro amici e con tutto il partito

ghibellino. Giammai in alcuna guerra civile fu spinto più lontano

l'abuso della vittoria: dodici mila cittadini furono colpiti da una

sentenza d'esilio, confiscati i loro beni; e le loro case, dopo essere

state abbandonate al saccheggio, furono atterrate[355].

[355] _F. Francisci Pipini Chron. l. IV, c. 7 e 8, t. IX, p. 716. —

Cherub. Ghirardacci Stor. di Bologna l. VII, p. 226. — Mathæi de

Griff. Memor. Hist. t. XVIII, p. 123. — Cronica di Bologna di F.

Bartol. della Pugliola t. XVIII, p. 285._

Frattanto i Lambertazzi si afforzarono, del 1275, nelle città di Romagna

ove eransi rifugiati, e specialmente a Forlì ed a Faenza. I Ghibellini,

perseguitati presso che in tutta l'Italia, si unirono intorno ai

Lambertazzi; il conte di Montefeltro si pose alla loro testa, ed

acquistò quella riputazione di grande capitano di cui godè in seguito

presso tutte le città d'Italia. Due volte nel 1275 ruppe i Geremei ed i

Guelfi presso il ponte di san Procolo, e fece due volte tremar Bologna,

che fu in procinto di venire in mano de' Ghibellini. Onde, per

assicurarsi dalle loro intraprese, chiese soccorso al re Carlo, il quale

l'anno 1276 le mandò per governatore Riccardo di Beauvoir, signore di

Durford, con alcune compagnie d'uomini d'armi.

La Toscana parve tutt'intera riunita alla parte guelfa; la repubblica di

Siena erasi affatto abbandonata al governo di questa fazione; e quella

di Pisa, datasi a Carlo, aveva ottenuta l'assoluzione della chiesa: ma

durante il viaggio del papa in Francia, si riaccese la guerra tra questa

città ed i Guelfi; ed in pari tempo scoppiò nella repubblica di Pisa

quella intestina discordia che dodici anni più tardi condusse a crudel

morte il troppo famoso conte Ugolino co' suoi figliuoli.

Nel tredicesimo capitolo abbiamo indicata l'origine delle fazioni che

sotto nome de' Conti e de' Visconti lacerarono la città di Pisa. Abbiamo

detto che i Visconti, signori d'una parte della Sardegna, e soprattutto

di Gallura, avevano fatto omaggio del loro principato al papa per

rendersi indipendenti della repubblica, ed avevano poi chiesta la

protezione della chiesa contro la loro patria e contro il re Enzo,

figliuolo di Federico II. Abbiamo altresì detto che i conti della

Gherardesca e di Donoratico, caldi partigiani dell'imperatore, avevano

riclamato più fortemente degli altri contro l'affettata indipendenza de'

loro rivali; indipendenza che qualificavano di ribellione contro la

repubblica. Dopo quest'epoca, i Visconti conservaronsi attaccati alla

Chiesa; e perchè il contrario partito dominava in Pisa, per l'ordinario

risedevano nella loro giudicatura o principato di Gallura. All'opposto i

Gherardeschi avevano in ogni occasione dato prove del loro attaccamento

al partito ghibellino, servendo sotto Manfredi; e due di loro seguendo

Corradino nella sventurata sua spedizione, gli erano stati fedeli

compagni nella prospera come nell'avversa sorte, finchè presi in Astura

con lui e col duca d'Austria, perirono insieme sullo stesso palco. Però

un altro dei conti Gherardeschi, Ugolino, diventato capo della sua

famiglia per la morte de' due precedenti, sembrava meno disposto ad

assecondare l'attaccamento disinteressato de' suoi padri al proprio

partito, o i doveri d'una vendetta di famiglia, che gl'interessi della

sua ambizione. Aveva perciò data sua sorella per consorte a Giovanni

Visconti giudice o sovrano di Gallura, formando in tal modo un legame di

cognazione tra i capi delle opposte parti. Non già che con ciò

apertamente rinunciasse al partito ghibellino; ma solo sforzavasi colle

sue pratiche d'assodare presso le due opposte fazioni il suo potere, e

farsi strada alla tirannide.

Dal canto suo Giovanni di Gallura era tornato a Pisa quando questa città

si riconciliò colla Chiesa, ma vi aveva portati i costumi e le abitudini

di un capo d'una semibarbara tribù della Sardegna. Era sempre circondato

di soldati e di clienti, e perchè non era stato a costoro permesso di

vivere entro le mura della città, egli gli aveva sparsi ne' castelli di

confine, e specialmente a Calci, ove un'antica disputa tra i borghesi

faceva accogliere da un partito queste bande indisciplinate.

I migliori cittadini di Pisa, e più di tutti gli antichi capi del

partito ghibellino, i Gualandi, Sismondi e Lanfranchi, erano egualmente

inquieti e della rivalità del conte Ugolino col giudice di Gallura, come

della loro alleanza. Per altro non volendo rompere la pace di Toscana, o

dar motivi di scontento al re Carlo ed ai Fiorentini, credettero che la

repubblica dovesse mostrarsi assolutamente imparziale ne' suoi giudicj,

ed allontanare ad un tempo que' turbolenti cittadini che sprezzavano le

leggi, qualunque fosse il partito cui erano addetti. Il 24 giugno 1274

il giudice di Gallura fu esiliato co' suoi principali compagni d'armi,

ed il conte Ugolino fu tenuto prigione nel palazzo del popolo[356]. Il

primo andò a dirittura a Firenze, e fingendo che i Pisani non lo

perseguitassero che in odio del partito guelfo, ottenne d'essere

accettato nell'alleanza de' Guelfi toscani. Allora colle milizie

fiorentine e lucchesi venne ad assediare il castello di Montopoli, di

cui s'impadronì nel mese d'ottobre. Ma, mentre continuava ad offendere

la sua patria, morì a san Miniato in maggio del susseguente anno,

lasciando un figliuolo chiamato pure Giovanni, che per distinguerlo dal

padre fu poi detto Nino di Gallura. Questo giovane, nipote per parte

della madre del conte Ugolino, fu in avvenire tra i Pisani il capo del

partito guelfo.

[356] _Guido de Corvaria Frag. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 682._ — Non

volevasi allora esiliare il conte Ugolino perchè tutte le città

toscane essendo governate dai Guelfi, sarebbe stato un darlo in

potere de' suoi nemici.

Questa parentela rese il conte ancora più sospetto ai Ghibellini che

governavano Pisa, onde fu esiliato in luglio del 1275. Passò subito a

Lucca, e si unì ai Guelfi, come aveva fatto il giudice di Gallura[357].

Frattanto Pisa, snervata dall'abbandono dei capi delle due fazioni,

trovavasi troppo debole per tener fronte all'intera Toscana contro di

lei congiurata, a' suoi proprj emigrati ed alle truppe del re Carlo. I

Pisani furono la prima volta battuti ad Asciano, ove perdettero molta

gente; poi l'anno susseguente a Fosso Arnonico; onde si videro costretti

a ricevere di nuovo in città tutti gli esiliati, loro accordando la

principal parte del governo. Ma Ugolino che non solo erasi alleato coi

nemici della sua patria, ma ancora con quelli della sua fazione e della

sua famiglia, non potè mai più purgarsi da questa taccia agli occhi de'

suoi concittadini. Lo stesso anno (1276) in cui fu richiamato, Ruggero

degli Ubaldini, uscito da una famiglia di Muggello, ch'era sempre stata

ghibellina, venne promosso all'arcivescovado di Pisa[358]. Egli era

quello che del 1288 doveva fare crudelmente pagare al conte Ugolino la

pena de' suoi tradimenti.

[357] _Guido de Corvaria Fragm. Hist. Pis. p. 684. — Gio. Villani l.

VII, c. 46, p. 265._

[358] _Guido di Corvaria Fragm. p. 686._

Intanto, dopo la morte di Gregorio X, tre papi governarono la Chiesa

nello spazio di dodici mesi: Innocenzo V, Adriano V e Giovanni XXI. La

breve ed incerta loro amministrazione non lasciò tracce degne

dell'istoria; ma durante il loro regno nel Nord dell'Italia una

rivoluzione abbattè la famiglia della Torre in Milano, sostituendovi

quella de' Visconti che ben tosto soggiogò tutta la Lombardia.

Il capo della famiglia della Torre era stato già da più anni creato

anziano perpetuo del popolo milanese; ed in tale qualità esercitava

sopra Milano e sulle vicine città una quasi assoluta autorità. Fino dal

1265 Napoleone della Torre era stato rivestito di tale dignità, ed egli

aveva divise tra i suoi fratelli ed i più prossimi parenti le principali

cariche dello stato. A Raimondo della Torre, altro de' suoi fratelli,

Gregorio X aveva accordato il patriarcato d'Aquilea, che allora

risguardavasi come il più ricco beneficio d'Italia: e tale era la

potenza di questa casa, che, oltre le truppe del comune di Milano,

poteva colle proprie sue forze mettere in piedi millecinquecento

cavalieri[359]. I della Torre tenevano in esilio Ottone Visconti, eletto

arcivescovo di Milano, che erasi posto alla testa de' nobili e de'

Ghibellini esiliati; le perpetue loro guerre con questi fuorusciti

avevano esauriti i loro tesori, che avevano poi cercato di rifare con

gravissime imposizioni, le di cui esazioni avevano indisposto quel

popolo, dai della Torre in altri tempi protetto contro i nobili. Pure

finchè durò il pontificato di Gregorio X, siccome questo pontefice non

voleva che alcuna rivoluzione ritardasse la crociata da lui meditata,

non aveva mai dato verun appoggio all'arcivescovo Ottone per metterlo in

possesso d'una sede, cui era stato canonicamente eletto; e questo

arcivescovo, sostenendo solo la guerra alla testa de' gentiluomini

piuttosto come un condottiere che come un prelato, era stato chiamato

per una continuata serie di romanzesche avventure a dar prove ad un

tempo di pazienza e di coraggio.

[359] _Gio. Villani l. VII. c. 51, p. 268._

Nell'anno 1276 che tre papi erano stati successivamente rapiti alla

santa sede quando appena vi erano ascesi, Ottone si rese forte ed

audace. Alleatosi col marchese di Monferrato, formò un corpo di emigrati

milanesi, cui aggiunse alcuni cavalieri spagnuoli, che Alfonso X aveva

mandati in Lombardia, quando credeva di far valere i suoi diritti

all'Impero. In sul finire di quest'anno, sebbene Ottone avesse avuto

qualche rovescio, trovavasi in possesso di Como e di alcuni castelli

vicini al lago. In gennajo del 1277 s'impadronì di Lecco e di Civate, e

s'avanzò, attraversando la Martesana, verso Milano. Napoleone della

Torre gli andò incontro co' principali signori della sua famiglia e con

circa settecento cavalli; ma perchè trattavasi d'un nemico più volte

vinto, non si tenne abbastanza in guardia, e passò la notte del 20 al 21

gennajo a Desio senza assicurarsi da una sorpresa.

Nel cuore della notte l'arcivescovo introdotto da' suoi seguaci nella

terra di Desio, attaccò mentre dormivano i suoi nemici. Francesco della

Torre ed Andreotto, suo nipote, e Ponzio degli Amati, podestà di Milano,

furono uccisi: Napoleone fu fatto prigioniero con cinque de' suoi

parenti, e perchè era caduto in mano de' Comaschi, questi per vendicarsi

d'un eguale trattamento ch'egli aveva fatto ad alcuni loro compatriotti,

posero i sei prigionieri in tre gabbie di ferro.

Due signori della Torre, Gastone, figliuolo di Napoleone, e Goffredo,

essendo ancora liberi a Cantù ove comandavano un corpo di cavalleria,

corsero a Milano per chiamare il popolo a prendere le armi ed a liberare

i loro parenti; ma il popolo, informato della disfatta de' Torriani, si

era di già rivoltato contro di loro, e ne saccheggiava le case, intorno

alle quali aveva palificate le strade. Gastone e Goffredo cercarono,

scorrendo quelle medesime strade, di sedare il tumulto, ma i sassi

cadevano loro addosso per ogni parte[360]. Intanto i cittadini armati

concorrevano al _Broletto vecchio_ e risolvevano di mandare deputati

all'arcivescovo Ottone per dargli avviso che i Milanesi lo avevano

creato signore perpetuo della loro città e per invitarlo ad entrarvi.

Per la qual cosa i Torriani, non vedendosi sicuri, sortirono dalia

città, pensando di ritirarsi a Lodi o a Cremona; ma queste due città già

loro soggette non vollero riceverli, e solamente in Parma trovarono essi

un asilo sicuro.

[360] _Memorie del conte Giulini, l. LVI, t. VIII, p. 232, 304. —

Corio Stor. di Milano, p. II, p. 123, 138. — Ann. Mediol. t. XVI. c.

39-49, p. 667, 676. — Galv. Flammæ Manip. Flor. t. XI, c. 302-313,

p. 694-705._

In tal maniera fu fondata la sovranità della casa Visconti sopra i

Milanesi, e ben tosto sul restante della Lombardia[361]. Questa era già

una dinastia che succedeva ad un'altra: i Torriani che si erano

innalzati come demagoghi, vi avevano introdotte delle costumanze

monarchiche, abbassando la nobiltà e scacciandola dalla patria. Quando i

Visconti entrarono alla testa della medesima nobiltà lungo tempo

proscritta, minata e resa mercenaria, trovarono il popolo corrotto dalla

servitù ed i grandi snervati dall'esilio. Più non eravi nella nazione

spirito d'indipendenza, carattere elevato, nè amore di libertà: e

perciò, quantunque si mantenessero ancora lungo tempo in vigore e

consigli repubblicani e società popolari, essendo mancato quello spirito

di vita che avrebbe dovuto animarli, non furono di ostacolo alle

usurpazioni del nuovo signore, il di cui potere si trasmise da padri

virtuosi a figliuoli perduti ne' vizj, o affatto inetti, senza che però

la nazione cercasse mai di riprenderlo, o che i Milanesi, quand'ancora

attaccarono la famiglia Visconti, pensassero a riporsi in libertà.

[361] _Trist. Calchi Med. Historiog. Hist. Patriæ, l. XVII, apud

Guer. Thes. t. II, p. 365. — Georgii Merulæ Antiq. Vicecom. l. V, p.

90, apud Guerium t. III. — Pauli Jovii Novocom. Vitæ XII, Vicecom.

Otho. p. 267, ap. Grav. t. III._

In questo stesso anno i cardinali diedero per capo alla Chiesa Giovanni

Gaetano degli Orsini, che si fece chiamare Nicolò III. Questo pontefice

apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma: aveva la

fierezza e l'ambizione convenienti alla sua nascita; e benchè il suo

carattere fosse meno puro di quello di Gregorio X e meno disinteressata

la sua condotta, benchè si occupasse dell'ingrandimento della sua

famiglia o della santa sede, e giammai del bene generale del

cristianesimo; pure egli contribuì più che Gregorio X al ristabilimento

della libertà in Italia, perchè meno di lui impegnato nell'impresa di

Terra santa, sentì che bisognava ristabilire nella propria patria

quell'equilibrio che i suoi predecessori avevano distrutto, ed abbassare

la potenza di Carlo da loro troppo innalzata.

Carlo era in allora assoluto sovrano delle due Sicilie, senatore di

Roma, vicario imperiale in Toscana, ove più non contavasi una sola città

che non fosse a lui subordinata; governatore di Bologna, e come tale

signore di tutte le città guelfe della Romagna; protettore del marchese

d'Este, e perciò onnipossente per mezzo suo nella Marca Trivigiana;

signore di molte città del Piemonte e prossimo ad opprimere le altre,

alle quali faceva già la guerra. Nicolò III con un'accortezza singolare

approfittò della grande potenza di questo re, che dicevasi tuttavia

vassallo della Chiesa, per far desiderare all'imperatore Rodolfo la sua

amicizia. Quand'ebbe in questa guisa contratta alleanza coll'Impero,

vendette a Carlo la sua protezione presso l'imperatore a prezzo

d'importantissime concessioni: in seguito la moderazione del re di

Sicilia si diede a Rodolfo come regola di condotta, ed il pontefice

ottenne in tal modo di determinare, uno col mezzo dell'altro, i due

sovrani rivali ch'egli temeva, a spogliarsi in suo favore delle

prerogative che gli avevano resi formidabili.

Rodolfo dava voce di venire presto a Roma a prendere la corona

dell'Impero, e già stava apparecchiando l'armata che doveva

accompagnarlo; ma in pari tempo lagnavasi di Carlo perchè avesse

usurpati i suoi diritti su quasi tutta l'Italia, intitolandosi vicario

imperiale, quando niun imperatore gli aveva accordato questo titolo.

Rodolfo accoglieva i Ghibellini, che, perseguitati in ogni parte

d'Italia per la causa dell'Impero, affrettavansi d'adunarsi intorno al

nuovo imperatore. Sebbene non avesse questi dichiarata la guerra al re

di Sicilia, si prevedeva che l'imminente sua spedizione sarebbe contro

di lui diretta. Di che mostrandosi Carlo timoroso, Nicolò si diede

premura d'intromettersi tra i due monarchi per riconciliarli, predicando

loro moderazione.

Rodolfo era tanto più da temersi, che era uscito vittorioso da una

pericolosa guerra con Ottocarre di Boemia, nella quale questo principe

aveva perduta la vita; e che aveva conquistati colle sue truppe ed uniti

a' suoi stati i ducati d'Austria, di Stiria e di Carinzia. Carlo che

temeva la potenza ed il valore di questo imperatore, non poteva far

valere alcun diritto sulla Toscana e sulla Lombardia, che pure erano

l'argomento della loro controversia; poichè in forza ancora della sua

bolla d'investitura e del giuramento che accompagnava il suo

vassallaggio verso la santa sede, egli aveva convenuto che queste

province non potrebbero essere mai possedute dal re delle due Sicilie, e

ch'egli erasi obbligato a rinunciare al vicariato di Toscana ed al

senatorato di Roma qualunque volta il papa lo richiedesse. Nicolò III

fece questa domanda come necessaria condizione della pace, ch'egli

trattava tra Carlo e Rodolfo, ed il 16 di settembre del 1278 Carlo

depose l'ufficio di senatore di Roma[362]; rinunciò al vicariato di

Toscana; richiamò le sue truppe da questa provincia, e rese al cardinal

Latino, incaricato dal papa di far eseguire questa promessa, tutti i

castelli in cui teneva guarnigione, tutti gli ostaggi ch'egli erasi

fatti dare dalle città. Supponeva il papa che in tali circostanze Carlo

manifesterebbe del malumore, somministrando così un pretesto per

trattarlo con maggiore severità. Ma quando seppe che aveva ricevuto

gentilmente il cardinal Latino, e che la sua moderazione non erasi

smentita ne' discorsi, disse: «Questo principe può avere ereditata la

fortuna dalla casa di Francia, la finezza da quella di Spagna, ma la

circospezione nel parlare non può averla imparata che frequentando la

corte di Roma[363].»

[362] Nicolò con una costituzione proibì di nominare senatore alcun

principe sovrano, e prese per sè tale dignità, di cui Carlo erasi

allora spogliato. _Vitali Stor. de' Senat. di Roma t. I, p. 176. —

Decretali l. VI, cap. fondam. de electione. Raynald. ad annum § 74,

p. 298._

[363] _Raynaldi Ann. 1276, § 69, p. 297._

Carlo, dietro le istanze di Nicolò, aveva accordata piena soddisfazione

a Rodolfo, onde questi non poteva sotto verun pretesto rifiutarsi alle

domande del papa. La promessa solenne fatta a Gregorio X di crociarsi,

che più non pensava di soddisfare, rendevagli necessario il favore di

Nicolò, poichè il solo papa poteva assolverlo dal giuramento e dalla

scomunica. Rodolfo in vista di tali considerazioni accordò finalmente la

carta da tanto tempo richiesta per separare chiaramente in Italia le

province dipendenti dalla santa sede o dall'Impero.

Da oltre un secolo tutti gl'imperatori, all'epoca della loro

incoronazione avevano confermato alla santa sede il possedimento di

tutto lo stato ecclesiastico da Radicofani sino a Ceperano, ossia fino

alle frontiere del regno di Napoli; e di più di tutta l'Emilia, o

Romagna, della Marca d'Ancona e della Pentapoli. La santa sede che non

aveva mai posseduto queste tre ultime province, facendo fondamento sulla

sua perpetuità, non si era affrettata di domandarne il godimento, e

soltanto si era data cura di far confermare le donazioni più volte

contrastate di Carlo Magno e di Luigi il buono, aspettando che i suoi

diritti avessero acquistata la forza che loro poteva dare l'antichità.

Gl'imperatori, tutti occupati soltanto del presente, avevano risguardate

come vane formole le carte, che copiate da più antichi documenti

conservavano alla santa sede un titolo sopra alcune province delle quali

avevano essi l'attuale godimento. Ma come i papi l'avevano preveduto,

giunse il tempo nel quale un nuovo imperatore, ignorando i diritti della

sua corona, e perfino la geografia dell'Italia; impotente ancora nelle

province delle quali non gli si contrastava l'alto dominio, prese per

titoli indubitati i contraddittorj diplomi de' suoi predecessori.

Un cancelliere imperiale aveva scorse tutte le città italiane, ed aveva

senza difficoltà ottenuto il rinnovamento degli stessi giuramenti,

ch'esse prestavano agli altri imperatori. Nicolò scrisse a Rodolfo per

intimargli di rinunciare ad una sacrilega usurpazione[364]. Gli mandò

copia delle carte di Luigi il buono, di Ottone I e d'Enrico VI, e gli

chiese d'esprimere con eguale chiarezza quali fossero le città spettanti

alla Chiesa, onde liberarle dal giuramento di fedeltà che avevano

prestato per errore. Difatti Rodolfo, colle sue lettere patenti del

quattro delle calende di giugno, riconosce che gli stati della Chiesa

stendevansi da Radicofani a Ceperano; che comprendevano inoltre la Marca

d'Ancona, il ducato di Spoleti, le terre della contessa Matilde, il

contado di Bertinoro, l'esarcato di Ravenna, la Pentapoli, Massa

Trabaria, e tutti gli altri luoghi che un grande numero di diplomi

imperiali hanno accordato a san Pietro ed a' suoi successori[365].

Quest'ultima clausola lasciando così libero il campo a nuove

usurpazioni, Rodolfo in pari tempo rivocò ed annullò il giuramento di

fedeltà che il suo cancelliere aveva ricevuto dai cittadini di Bologna,

Imola, Faenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Rimini, Urbino ed altri

luoghi pretesi dalla Chiesa, ed ordinò al suo protonotaro di dar parte a

tutti i cittadini di questi luoghi, che gli aveva sciolti da ogni

obbligazione verso di lui.

[364] _Nicolai III, Epistolæ t. II, l. I, epist. 5, apud Raynald. §

57 e seg. p. 295._

[365] Lettera di Rodolfo § 51, 52, e diploma di Goffredo prevosto di

Soliez protonotaro, § 53 presso _Raynald. An. 1278, p. 294._ Questa

ricognizione dei diritti della Chiesa fu riconfermata nel seguente

anno. Rodolfo rinunciò espressamente a qualunque diritto poteva

essere rimasto all'Impero, e fece nuova cessione delle medesime

province alla Chiesa. Il diploma venne confermato dai principi

dell'Impero. _Raynald. ad an. 1279, § 1-7, p. 302 e seg._

In forza del diploma di Rodolfo, lo stato della Chiesa acquistò

l'estensione conservata fino ai nostri giorni. Ma i diritti de' quali

era in possesso l'imperatore, quelli che poteva trasmettere alla santa

sede, altro non erano che una dipendenza, una signoria che pochissimo

ristringeva l'autorità de' particolari governi. Tra le province

dipendenti dalla santa sede eranvi molte repubbliche, come Bologna,

Perugia ed Ancona; varj principati, quali erano Montefeltro e Bertinoro,

che non s'avvisarono d'avere in verun modo perduta la loro indipendenza.

E come i pontefici avevano lasciati passar molti secoli prima di

domandare agl'imperatori la consegna delle province ch'essi avevano date

alla santa sede, così lasciarono decorrere altri due secoli prima di

chiedere ai popoli di riconoscere questa trasmissione di diritti, o

d'esercitare sui medesimi la loro sovranità. Il poter aspettare, essere

prodighi del tempo e calcolare sopra una signoria che non avrà fine, fu

sempre pei papi un sicuro mezzo a giugnere ai loro fini. Intanto i

popoli liberi non credettero peggiorata la loro condizione. Gli storici

contemporanei di Bologna si accontentano di dire che lo stesso anno la

città si diede al papa, riservandosi tatti i diritti sopra la Romagna; e

non suppongono che tale avvenimento meriti ulteriori schiarimenti[366].

[366] _Cronica miscella di Bologna t. XVIII, p. 288. — Mathæi de

Griffonibus Chron. Bonon. p. 126._

Nicolò III, dopo avere accresciuti i diritti ed i possedimenti della

santa sede, volle procurare alla propria famiglia il frutto de' suoi

acquisti. Nominò conte di Romagna Bertoldo Orsino suo fratello[367];

creò tre cardinali della sua famiglia, e diede pure la porpora a molti

signori romani che voleva rendersi ben affetti, onde procurarsi la

maggiorità de' suffragi nel sacro collegio. Ma per quanto fosse grande

la sua ambizione, pareva combinarsi sempre col mantenimento della pace e

della pubblica prosperità. Incaricò il prediletto de' suoi nipoti, il

cardinal Latino, vescovo d'Ostia, d'una legazione in Romagna, nella

Marca, nella Toscana, nella Lombardia, commettendogli specialmente di

riconciliare le fazioni, le città e le famiglie. Lo autorizzò pure a

ricevere di nuovo nel seno della Chiesa tutti coloro che erano stati

scomunicati come Ghibellini, ed a non avere parzialità per alcun partito

spargendo tra i fedeli gli spirituali favori.

[367] Diploma accordato a Bertoldo Orsino, presso il _Ghirardacci l.

VIII, p. 236_. Nicolò fece sette cardinali romani, che quasi tutti

avevano con lui rapporti di parentela. _Ricordano Malespini c. 204,

p. 1022._

Il cardinale Latino cominciò in Romagna la sua missione di pace: vi

trovò i Geremei ed i Lambertazzi di Bologna indeboliti da una lunga

serie di combattimenti. I primi, ch'erano rimasti in possesso della

città, non erano sufficienti a difenderne il territorio, ed ogni giorno

provavano nuove perdite, mentre i secondi, nel loro esilio non avendo

più nulla da perdere, con improvvisi attacchi si assicuravano quasi

sempre la vittoria. Il cardinale incominciò dal far riconoscere in ogni

città l'autorità di suo cugino, il nuovo conte di Romagna, affinchè

queste dominate da' Guelfi o da' Ghibellini che fossero, trovandosi

dipendenti da un capo solo avessero un punto d'unione ed un arbitro

delle loro discordie. Recossi in tutte queste città col conte Bertoldo;

e perchè il cardinale era predicatore dell'ordine di san Domenico,

nell'istante dell'inaugurazione del conte, predicò la pace ai

Lambertazzi a Faenza ed a Forlì, ed a' Geremei a Imola ed a Bologna.

Giunto in quest'ultima città, dietro gli espressi ordini avuti dal papa,

adunò cinquanta commissarj d'ogni fazione, ai quali presentò un progetto

d'accomodamento fatto dallo stesso papa, in forza del quale i

Lambertazzi e tutti i fuorusciti dovevano essere chiamati a Bologna e

riammessi all'intero godimento de' loro beni. Erano peraltro eccettuati

alcuni capi, la di cui presenza avrebbe potuto risvegliare i sopiti odj,

i quali per certo determinato tempo dovevano ancora soggiornare fuori di

Bologna ne' luoghi che loro assegnerebbe il papa; tutte le proprietà

prese da ambe le parti dovevano essere restituite; le società popolari,

che non servivano che a tener vivo lo spirito di partito ed a far

nascere le guerre civili, furono abolite; per ultimo, il papa

riservavasi il diritto di mantenere con tutte le pene ecclesiastiche, se

il bisogno lo richiedesse, le condizioni della presente pace[368].

[368] Queste condizioni trovansi nel _Ghirardacci l. VIII, p.

239-243_.

(1279) Dopo lunghi trattati la pace fu finalmente conchiusa sotto le

condizioni dettate dal papa; ogni partito garantì la pace colla promessa

di cinquanta mila marche d'argento; ogni comune della Romagna segnò pure

il trattato e diede cauzione per una determinata somma. Finalmente il

giorno 4 agosto del 1279 essendo stati conchiusi tutti questi trattati,

le due fazioni de' Geremei e de' Lambertazzi si adunarono sulla piazza

di Bologna, tutt'all'intorno ornata di ricchi tappeti sparsi di

ghirlande di fiori e di festoni di verzure. Stava presso la porta dei

palazzo una cattedra magnifica coperta di broccato, nella quale andò a

sedere il cardinal legato, accompagnato dagli arcivescovi di Bari e di

Ravenna, dai vescovi di Bologna e d'Imola e dall'abate di Galliati,

tutti pontificalmente vestiti. Il legato con un eloquente discorso

predicò la pace ai cittadini adunati, fece in appresso leggere le

lettere del papa ed il sottoscritto compromesso; e infine fece che si

avanzassero cinquanta de' più riputati cittadini d'ogni fazione, e fece

loro giurare sul santo vangelo, in nome di tutti i loro concittadini, di

vivere continuamente in buona pace ed amicizia gli uni cogli altri. I

procuratori ed i sindaci delle due fazioni si abbracciarono, e

quest'augusta cerimonia si terminò con feste rallegrate dalla gioja

universale[369].

[369] Il Ghirardacci, _Stor. di Bolog. l. VIII, p. 248_, nomina 138

famiglie ghibelline e 129 guelfe che segnarono il trattato. _Cron.

Miscel. di Bologna t. XVIII, p. 288, 289. — Mathæus de Griffon. Memor.

Hist. t. XVIII, p. 126. — Chron. F. Francisci Pipini l. IV, c. 10. t.

IX, p. 718. — Ann. Foroliviens. t. XXII, p. 146. — Annales Cœsenat.

t. XIV, p. 1104._

Prima che avesse fine il pacificamento di Bologna, il cardinale Latino

erasi allontanato da quella città per pacificare anche le città della

Toscana. Giunse a Firenze il giorno 8 d'ottobre del 1278, accompagnato

da trecento cavalieri, sudditi della chiesa. Vennero ad incontrarlo i

magistrati, il clero ed il popolo, preceduti dal carroccio. Firenze non

abbisognava meno di Bologna d'un paciere; perchè non solamente

trovavansi esiliati i Ghibellini, ma si era pure manifestata nel partito

guelfo una nuova divisione. La casa degli Adimari erasi inimicata con

quelle dei Donati, dei Tosinghi e dei Pazzi; e queste numerose e potenti

famiglie avevano ridotto il popolo a prendere parte alla loro lite. Il

cardinale legato impiegò quattro mesi a soffocare queste private

nimistà, ad assicurare la riconciliazione delle famiglie coi matrimoni,

a punire colla scomunica coloro che rifiutavansi di pacificarsi, i quali

poi erano dalla repubblica esiliati. Dopo le quali pratiche, in febbrajo

del 1279 adunò il popolo in parlamento sulla piazza di santa Maria

Novella, ch'era stata per tale circostanza ornata di fiori; esortò i

Fiorentini alla pace, della quale pronunciò le condizioni: il ritorno

de' Ghibellini in patria, la restituzione dei loro beni, la

partecipazione agli ufficj pubblici; impegnò centocinquanta de' più

ragguardevoli cittadini d'ambo le parti a darsi in presenza del popolo

il bacio di pace; fece bruciare tutte le sentenze ch'erano state

pronunciate; e non abbandonò Firenze finchè non ebbe ristabilita la

tranquilità e la concordia[370].

[370] _Gio. Villani l. VII, c. 55, p. 272. — Ricordano Malaspini

Ist. Fior. c. 205, p. 1023._

Anche a Siena si fece la pace per le persuasioni dello stesso cardinale

a condizioni press'a poco eguali; e furono richiamati i Ghibellini

esiliati[371]. Pacificate la Marca d'Ancona, la Romagna e la Toscana,

altro non rimaneva al compimento della missione del cardinal Latino che

di riconciliare anche in Lombardia i Guelfi ed i Ghibellini. Il re Carlo

che, avanti il pontificato di Nicolò, era stato l'arbitro d'Italia,

vedevasi ora ridotto al solo governo delle Sicilie; rotti erano tutti i

suoi progetti, i suoi nemici tornati al possedimento de' loro beni e del

governo della loro patria, quando il papa, sorpreso dalla gocciola,

improvvisamente morì a Suriano[372].

[371] _Malavolti Stor. di Siena p. II. l. III, p. 45._

[372] Morì il 19 agosto del 1280.

Carlo non aveva fatto conoscere quanto fosse irritato per la condotta

del papa; ma mentre dissimulava le sue ingiurie, andava assicurandosi

della seguente elezione, onde non fosse dato alla chiesa per capo un suo

nemico. Quand'ebbe avviso della morte di Nicolò, recossi subito a

Viterbo ove trovavansi adunati i cardinali; e siccome Giovanni XXI nel

suo breve pontificato aveva sospesa la costituzione di Gregorio X, in

virtù della quale i cardinali dovevano essere chiusi in conclave, Carlo

seppe ben tosto in quali partiti era diviso il sacro collegio. Aveva

contro di lui tutti i cardinali italiani, e particolarmente i parenti

dell'ultimo papa. Per giugnere a' suoi fini fece nascere in Viterbo una

sedizione, durante la quale fece rapire i due cardinali Orsini e il

cardinale Latino e li sostenne in una specie di prigione, mentre

strigneva gli altri a nominare il papa[373]. Dopo un interregno di sei

mesi i cardinali italiani che restavano in conclave, spaventati dalla

sorte dei loro colleghi, il 22 febbrajo del 1281 unirono i loro suffragi

a quelli de' cardinali francesi e nominarono papa Simone, cardinale di

santa Cecilia, in addietro canonico di Tours. Carlo non poteva scegliere

un uomo che gli fosse più attaccato, che più ciecamente favoreggiasse i

suoi progetti, o più bassamente servisse alle sue passioni in onta delle

leggi della chiesa e dell'interesse della Cristianità.

[373] _Rayn. an. 1281, § 1 e 2, p. 324. — Ptolom. Lucensis Hist.

Eccles. l. XXIV, c. 1 e 2, t. XI, p. 1185. — Ricord. Malaspini c.

207, p. 1025. — Gio. Villani l. VII, c. 57, p. 275._

Al re di Sicilia non poteva riuscire utile il riconciliamento delle due

fazioni in Italia: per lo contrario la sua ambizione non potev'essere

soddisfatta che dal trionfo de' Guelfi e dalla ruina de' Ghibellini. Il

nuovo papa, che fecesi chiamare Martino IV, spogliò del comando della

Romagna il conte Bertoldo Orsino, e diede questo contado ad un ufficiale

di Carlo, detto Giovanni d'Appia, cui ordinò di attaccare i Ghibellini

ed i Lambertazzi cacciati nuovamente da Bologna; di perseguitare Guido

di Monte Feltro loro generale, e d'assediare Forlì ove tutti eransi

ritirati[374]. Invano questi, già traditi a Faenza da Tibaldello

Zambrasi, che approfittò del sonno de' suoi ospiti per darli colla sua

patria in mano de' Guelfi[375], spedirono ambasciatori al papa per

rappresentargli ch'erano esiliati e proscritti in ogni luogo.

Proponevano di ritirarsi ancora da Forlì, purchè il papa loro assegnasse

un luogo in cui potessero vivere. Martino non si degnò di rispondere, ed

invece li colpì con nuove scomuniche, ordinando in tutta la cristianità

il sequestro dei beni degli abitanti di Forlì a profitto della santa

sede.

[374] _Bolla presso Rayn. an. 1281, § 12, p. 326. — Ann. Foroliv. t.

XXII, p. 146-153._

[375] Tibaldello Zambrasi posto da Dante all'inferno fra i

traditori, _Canto XXXII; ver. 122_, erasi mortalmente inimicato coi

Lambertazzi per cagione d'un majale che gli fu tolto. Si fece per

più mesi creder pazzo, e risvegliava improvvisamente i suoi

concittadini gridando alle armi, o facendo suonare per le strade

istrumenti di bronzo. Quando gli ebbe avvezzati a non allarmarsi per

verun rumore, introdusse in città i Bolognesi loro nemici.

_Ghirardacci l. VIII, p. 256._

Martino erasi fatto nominare senatore di Roma; ma invece di conservare

per sè una dignità conferitagli dal popolo, la trasmise subito al re

Carlo, in onta alle costituzioni di Nicolò III, che escludevano i re ed

i principi potenti dalla dignità senatoriale. Nello stesso tempo

distribuì le truppe francesi non solo in tutta la Romagna, ma nella

Marca d'Ancona, nella Campania, nel ducato di Spoleti e nel patrimonio

di san Pietro, dando a tutte le città governatori e comandanti, che

sceglieva tra gli ufficiali, o nella stessa famiglia del re siciliano.

Carlo, per non perdere di vista questo pontefice che vivea sotto la sua

tutela, dimorava sempre con lui in Viterbo[376].

[376] _Raynald. Ann. § 14, p. 326._

Finalmente il re di Sicilia volgeva gli ambiziosi suoi pensieri alla

Grecia, che meditava di togliere a Paleologo per darla a suo genero

Filippo, figliuolo dell'ultimo imperatore de' Latini; e Martino IV cercò

d'adonestare questa nuova guerra con motivi di religione. Scomunicò

Michele Paleologo per essere ricaduto nello scisma, o eresia de'

Greci[377], accomunando la stessa pena a tutti coloro che contraessero

con lui alleanza, o gli prestassero ajuto, mentre l'infelice Paleologo,

per aver voluto rappacificarsi colla chiesa d'Occidente, erasi provocato

l'anatema del suo clero e di tutti i suoi sudditi. La ribellione era

scoppiata ne' suoi stati, e Carlo non aveva avuto vergogna di soccorrere

gli scismatici, che non eransi ribellati contro il loro sovrano che per

avere egli cercato di riconciliarli col papa[378].

[377] _Ib. § 25. p. 329._

[378] _Pachymerus l. V, c. 22, 23, p. 222 e seg. e l. VI, c. 30, p.

282. — Script. Byzant. t. XII, Venet. Dufresne Ducange Hist. de

Constantinople l. VI, c. 8, p. 95._

Intanto Carlo annunciava qual nuova crociata la spedizione che stava

preparando contro Costantinopoli. Egli aveva formato un numeroso corpo

di cavalleria, chiesti soccorsi a tutti i suoi alleati, armati vascelli,

e di già spedito, dall'altra banda dell'Adriatico a Canina, presso

Durazzo, un corpo di tre mila uomini sotto il comando di Rousseau de'

Soli[379], cui in breve sarebbesi unito egli medesimo per occupare il

Levante. Ma l'insaziabile sua avidità, la sua ambizione, la sua crudeltà

avevano finalmente stancata la fortuna e la pazienza de' suoi sudditi.

Un privato nemico, uomo d'un carattere generoso e profondo, un uomo

animato dalla gratitudine e dall'amore verso i suoi antichi sovrani, dal

desiderio di vendicarli; dall'odio della tirannide; un uomo solo colle

sue forze individuali intraprese ad abbattere l'usurpatore che opprimeva

il suo paese, e riuscì a preparare e condurre a termine questa grande

vendetta nazionale.

[379] _Pachymerus l. VI, c. 32, p. 284. — Niceph. Gregoras Hist. l.

V, c. 6, p. 74 e seg. — Byzant. t. XX. — Notæ L. Botvin ad Niceph.

Greg. p. 28._ intorno al nome di Rousseau de' Soli molto sfigurato

dai Greci.

Giovanni di Procida, nobile salernitano, era padrone di quell'isola di

Procida, posta nel golfo di Napoli, che viene oggi visitata dal curioso

forestiere per vedervi conservate le costumanze e l'abito de' Greci. Era

inoltre signore di Tramonte, Cajano e Pistilione[380]. I suoi natali non

gli avevano però impedito di studiare la medicina, che allora veniva

coltivata dai principali signori. Era egli stato il medico e ad un tempo

il confidente e l'amico di Federico II e di Manfredi[381], ed aveva

prese le armi per Corradino, quando questo giovane principe era entrato

nel regno. Dopo la vittoria di Carlo, tutti i suoi beni essendo stati

confiscati, erasi egli ritirato presso Costanza, figliuola di Manfredi,

e regina d'Arragona, ultima erede della famiglia di Svevia, la quale

avealo accolto come un suddito fedele ed uno zelante amico. Il re Pietro

d'Arragona, per indennizzarlo di quanto aveva perduto, lo nominò barone

del regno di Valenza, signore di Luzzo, Benizzano e Palma[382].

[380] _Ducange Hist. de Costantin. l. VI, c. 9, p. 95._

[381] Tutini _degli Ammiragli p. 66._ citato da Giannone _l. XX, c.

5, p. 56_ dice di aver veduto ne' reali archivi uno scritto con cui

Gualtiero Caraccioli domandava al re Carlo II il permesso d'andare

in Sicilia a trovare Giovanni di Procida, assai vecchio, per farsi

guarire da una malattia.

[382] Pietro III detto il grande, era stato coronato re d'Arragona

negli stati di Saragozza del 1276. _Hier Blancæ Rer. Arag. Comment.

p. 659, t. III, Hisp. illust._ — I feudi dati a Procida sono

indicati da Mariana, _Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. — Hisp.

Illust. t. II, p. 621._

Ma nè feudi, nè ricchezze potevano fare scordare a Procida la tragica

morte di Manfredi e di Corradino, la sventura della sua patria e

l'oppressione de' suoi concittadini. Dalle corrispondenze ch'erasi egli

conservate nelle due Sicilie, riceveva continui avvisi delle vessazioni

de' Francesi, delle loro ingiustizie, delle loro crudeltà, ed in

particolare dell'affettato disprezzo che mostravano d'una nazione,

ch'essi per altro non avevano conquistata, ma che si era da sè medesima

data nelle loro mani per la tradita speranza d'un miglior governo.

Giovanni di Procida informava il re e la regina d'Arragona delle

lagnanze de' Siciliani, i quali, trovandosi più lontani da Carlo, erano

abbandonati a' suoi vicarj, e più crudelmente vessati dei Pugliesi.

Faceva sentire alla regina, ch'ella era la sola legittima erede della

casa di Svevia e del regno delle due Sicilie; che Corradino, morendo,

l'aveva in un modo solenne chiamata a raccogliere la sua eredità ed a

vendicare il suo supplicio; che non si trattava soltanto d'un diritto,

ma ch'era per lei un dovere d'accettare il governo d'un paese che gli

veniva trasmesso dalle leggi delle due nazioni e dai voti dei popoli: e

perchè Pietro e Costanza non erano sconsigliati dalla guerra di Sicilia,

che per credersi troppo deboli da attaccar soli un re che aveva fama

d'essere allora il più potente di tutta la Cristianità, Procida vendette

tutti i beni che aveva ricevuti dalla loro liberalità, onde impiegarne

il prezzo ne' suoi viaggi diretti a suscitare nemici a Carlo in tutto il

mondo allora conosciuto[383].

[383] _Gian. Stor. Civ. l. XX, c. 5, t. III, p. 55. seguendo il

Costanzo Storia di Napoli l. II._

Nel 1279 passò prima in Sicilia per conoscere personalmente lo stato de'

sudditi di Carlo. Trovò che non doveva sperar molto dalle province di

terra ferma al di qua del Faro[384], perchè sopra le rovine de'

partigiani della casa Sveva molti baroni francesi eransi stabiliti così

sodamente quanto potevano esserlo i loro predecessori. Comprese che la

vicinanza della corte, i frequenti passaggi delle armate, l'occhio

vigilante del padrone che scorreva frequentemente queste province, vi

comprimerebbero la ribellione nel suo nascere.

[384] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. — Ricordano Malaspini c.

206, p. 1024._

Diverso affatto era lo stato della Sicilia, la quale siccome si era

tutta intera dichiarata a favore di Corradino, così i Francesi avevano

voluto punire tutta intera. I baroni erano stati spogliati ed oppressi,

ma i Francesi non aveano potuto nè tutti imprigionarli, nè tutti

scacciarli dall'isola; ed agli antichi oltraggi se ne aggiungevano ogni

giorno di nuovi, che per altro non li privavano affatto dei mezzi di

vendicarsi. I Francesi abitavano le città e le coste, ma appena osavano

di penetrare alcuna volta tra le montagne dell'interno dell'isola, ove

tanto i signori che i contadini avevano conservata tutta la loro

indipendenza. Tre grandi ufficiali di Carlo governavano l'isola.

Eriberto d'Orleans, vicario reale; Giovanni di san Remi, giustiziere di

Palermo; e Tomaso de Busant, giustiziere di Val di Noto[385]. La venale

loro parzialità, l'avarizia, la crudeltà li facevano degni successori di

Guglielmo detto lo Stendardo, il carnefice de' Siciliani[386]. Anche la

pubblicazione della crociata contro i Greci irritava maggiormente questi

popoli. «Di già, dice Neocastro, avea Carlo spiegate contro i nostri

amici della Grecia la croce dell'assassinio, imperciocchè suole appunto

sotto questa sacra bandiera spargere il sangue degl'innocenti. I suoi

sforzi per istrascinare il popolo siciliano in questa guerra formavano

la disgrazia e la desolazione della nostra patria»[387]. Col pretesto di

questa crociata, Carlo esigeva da' suoi sudditi insopportabili

sovvenzioni di guerra, imposte inaudite. Nello stesso tempo «disponeva

arbitrariamente delle ricche o nobili eredi, che dava ai suoi partigiani

in matrimonio come compenso dei loro servigi; mentre condannava alla

morte, senza che pur fossero accusati d'alcun delitto, o faceva languire

entro infernali prigioni, o condannava alla deportazione ed a lungo

esilio gli uomini che gli erano sospetti. Molti signori, che la

religione, l'età, o la dignità loro facevano venerabili, venivano

assoggettati ad insultanti trattamenti come i più vili del popolo; e per

colmo d'oltraggio, oltraggio che in ogni luogo precipitò i tiranni, le

donne erano esposte alla brutalità dei soldati»[388]. Infatti tale

offesa sorpassa tutte le altre: non è la galanteria, che potrebbe

eccitare il furore della nazione la più gelosa, bensì l'insolenza del

forte esercitata contro il debole; l'impudenza della dissolutezza, che

disprezza la protezione che gli sposi ed i fratelli debbono alle loro

spose o sorelle.

[385] _Barthol. de Neocastro Hist. Sic. c. 14, t. XIII, p. 1027._

[386] Vedasi il fine del capit. 21, ed il massacro d'Augusta.

[387] _Barth. de Neocastro, c. 12, p. 1026._

[388] _Nicolai Specialis Rer. Sicul. l. I, c. 2, t. X, p. 924._

Giovanni di Procida parlò di vendetta ai Siciliani profondamente

ulcerati; fece loro comprendere che si avvicinava il tempo

d'esercitarla; ma in pari tempo gli esortò a prepararla lentamente per

renderla più sicura, e loro promise i soccorsi di Pietro d'Arragona loro

legittimo sovrano, e di Michele Paleologo nemico de' loro nemici.

Andò infatti a Costantinopoli, ed informò il Greco imperatore de'

formidabili apparecchi che si preparavano contro di lui[389]. Carlo

faceva equipaggiare ne' porti delle due Sicilie cento galee leggeri,

venti grossi vascelli, trecento navi da trasporto e duecento palandre

per trasportare i cavalli. Quaranta conti avevano promesso d'unirsi alla

crociata, e dieci mila cavalli si allestivano sotto i suoi ordini. Nello

stesso tempo negoziava col doge Giovanni Dandolo, segnava un trattato,

in forza del quale la repubblica di Venezia obbligavasi a prendere parte

alla crociata, mandando lo stesso doge con quaranta galere armate in

guerra[390]. Queste forze sembravano sufficienti per distruggere

l'impero greco, e Paleologo aveva più volte esperimentato l'impetuoso

valore dei Latini, e la viltà delle sue truppe. Procida facendogli

conoscere il pericolo che gli sovrastava, gli offrì nello stesso tempo

di eccitare negli stati del suo nemico una ribellione che non gli

permettesse di pensare per molto tempo a guerre straniere. Gli offriva

inoltre di mettere Carlo in guerra con una nazione non meno valorosa

della Francese, una nazione la di cui formidabile infanteria non

lascerebbesi spaventare o rovesciare dall'urto degli uomini d'armi. La

sola cosa ch'egli chiedeva a Paleologo era del denaro per supplire alle

spese della spedizione degli Arragonesi, e per comperare armi ai

Siciliani ribellati.

[389] _Gio. Villani l. VII, c. 56, p. 273. — Ricord. Malaspini c.

206, p. 1024. — Ann. Genuens. l. X, p. 575._

[390] Questo trattato fu sottoscritto il giorno 3 luglio del 1281.

Fu pubblicato nella raccolta de' diplomi in appendice alla storia

del Ducange. _Ed. Ven. p. 15._

(1280) Nicolò III governava ancora la Chiesa, e Paleologo che con tanti

sagrificj erasi riconciliato colla santa sede, non voleva perdere la sua

protezione. Accordò un primo soccorso di danaro a Procida, esigendo che

non si facesse la ribellione di Sicilia senza l'assenso del papa[391].

Giovanni, che viaggiava sotto mentito abito di monaco francescano, tornò

a Malta con un segretario dell'imperatore greco. Colà si recarono tre

de' più principali baroni siciliani, e confermarono al segretario

dell'imperatore le promesse di Procida, incaricandolo di far conoscere

al papa ed al re d'Arragona la qualità del giogo ch'essi portavano e

l'impazienza loro di liberarsene.

[391] Gli storici greci non fanno parola di questa spedizione. Il

Ducange peraltro cita Niceforo Gregora _l. V, c. 12_, ma per uno

strano abbaglio perchè il V libro non ha che sette capitoli. —

_Ducange Hist. de Costant. l. VI, c. 12, p. 97._

Procida passò a Roma coll'inviato dell'imperatore, ed ottennero da

Nicolò III una segreta udienza nel castello di Suriano. Colà si pretende

che Procida si valesse dell'oro de' Greci presso il conte Bertoldo

Orsino e presso lo stesso papa[392]; ma soprattutto ricordò all'ultimo,

che Carlo aveva sdegnato d'imparentarsi colla sua famiglia, ed aveva

rifiutata l'offerta con un insultante motto[393]; che lo stesso Carlo

erasi costantemente opposto a' suoi progetti; che sforzavasi di

riaccendere le guerre civili, che il papa cercava di spegnere; per

ultimo, ch'egli erasi eretto in arbitro dell'Italia, e teneva quasi la

Chiesa in servitù. Per abbassare la potenza de' Francesi altro Procida

non domandava al papa che il suo assenso in iscritto a favore di

Costanza d'Arragona per far valere i suoi diritti sulla Sicilia[394].

L'ottenne, e munito di lettere pontificie dirette al re di Arragona, si

pose in viaggio per la Spagna.

[392] Dante pose papa Nicolò nell'inferno perchè colpevole di

quest'atto simoniaco, _c. XIX, v. 98_. Pare peraltro che niun

commentatore abbia avvertito che il poeta gli rimproverasse questa

transazione.

[393] _Gio. Villani l. VII, c. 53, p. 270._

[394] _F. Francisci Pipini Chron. l. III, c. 12, t. IX, p. 687._

Ma non era appena giunto alla corte di Barcellona, che l'inaspettata

morte di Nicolò III poco mancò che non rovesciasse tutti i suoi

progetti. Pietro d'Arragona pareva già scoraggiato; ed era a temersi che

i Siciliani si disanimassero vedendo il capo della Chiesa dichiararsi

contro di loro, invece d'appoggiarli. Procida risolse di tornare a

Costantinopoli onde affrettare i sussidj attesi dal re Pietro; e volle

che gli ambasciatori di questo re indagassero le disposizioni del nuovo

pontefice, e che i Siciliani dal canto loro implorassero la sua

protezione, sperando che non solo non gli ajuterebbe, ma gli avrebbe al

contrario esacerbati con una manifesta parzialità pei Francesi.

(1281) L'ambasciatore del re d'Arragona aveva per missione ostensibile,

presso Martino IV, di felicitarlo intorno alla sua elezione e di

domandargli la canonizzazione di frate Raimondo di Pinnaforte, monaco

catalano, ch'era morto nel principio del 1275, dopo avere, si diceva,

risuscitati almeno quaranta morti, ed attraversato il mar Baleare sopra

il suo mantello che gli teneva luogo di nave[395]. Le raccomandazioni

dell'Arragonese non furono vantaggiose alla causa del beato; furono anzi

cagione che la sua canonizzazione si protraesse fino all'anno 1601.

Quando poi l'ambasciatore arragonese volle ricordare al papa i diritti

di Costanza alla corona delle due Sicilie, Martino gli rispose adirato:

«Dite al vostro padrone che, prima di chiedere grazie alla santa sede,

pensi a pagarle con tutti gli arretrati l'annuo tributo, che suo avo

promise alla Chiesa allorchè se ne dichiarò vassallo e feudatario[396].»

[395] _Indices rerum ab Aragon. Regibus gestarum Hisp. ill. t. III,

p. 116_: quest'opera è un compendio dello Zurita, della quale io non

ho più per le mani il testo spagnuolo. — _Raynald. ad an. 1275, §

13, p. 237, ex Leandro et Zurita._

[396] _Giannone l. XX, c. 5, t. III, p. 60, ex Costanzo l. II. —

Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 6. — Hisp. illust. t. II, p.

621._

Gli ambasciatori de' Siciliani furono ancora più mal ricevuti: era stato

scelto per questa missione Bartolomeo, vescovo di Pacto, ed un religioso

domenicano. Martino non volle ascoltarli che in pieno concistoro; e

quando furono ammessi, osservarono con maraviglia, che sedeva tra i loro

uditori anche il re Carlo. Pure il prelato, senza punto sbigottirsi,

prese per testo le seguenti parole della Scrittura: «Figlio di Davide,

abbi pietà di me, perchè la mia figliuola è crudelmente tormentata da un

demonio.» Espose in seguito la tirannia e le soverchierie dei ministri

di Carlo, e voltosi al re con nobile sicurezza, lo richiese di porvi

rimedio. Quand'ebbe terminato il discorso, fu congedato senza risposta;

ma sortendo dall'udienza le guardie di Carlo presero i due ambasciatori

e li chiusero in carcere[397]. Vero è che il prelato potè a forza di

danaro corrompere i custodi e fuggire; ma l'altro penò più anni in una

crudele prigione. Il vescovo, tornato in Sicilia, manifestò francamente

a Messina l'esito della sua legazione. Altri Siciliani, arrivati da

Napoli, soggiunsero, che Carlo preparavasi a spedire nell'isola l'armata

assoldata contro i Greci, disposto a punire le sediziose disposizioni

de' Siciliani col ferro e col fuoco.

[397] _Nicolai Specialis rerum Sicul. l. I, c. 3, p. 924, t. X._

Frattanto Giovanni di Procida aveva nel 1281 fatto un secondo viaggio a

Costantinopoli, e ne aveva riportate venticinque mila once d'oro, che

diede al re Pietro, colla promessa di più ragguardevole sussidio, che

gli verrebbe pagato tosto che la sua armata sarebbesi posta in

movimento[398]. Pietro non frappose ulteriori dimore, e, dando voce

d'andare ad attaccare i Saraceni dell'Affrica, adunò un'armata di dieci

mila uomini a piedi, con soli trecento cinquanta cavalli, e fece

equipaggiare pel trasporto diecinove galere, quattro grandi vascelli ed

otto palandre[399].

[398] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 276._

[399] _Annales Genuens. Caffari Contin. l. X, p. 576._

Tutti i trattati di Giovanni di Procida erano rimasti affatto ignoti; ma

perchè si conoscevano le pretese sulla Sicilia della regina Costanza, il

re di Francia e quello di Napoli concepirono qualche sospetto intorno

all'armamento del monarca arragonese. Filippo l'ardito, ch'era suo

cognato, gli fece domandare ove volesse portare le sue armi; ed egli

rispose che voleva attaccare i nemici della fede siccome avevano

praticato i suoi antenati, e che pregava Filippo di voler concorrere a

così santa impresa, mandandogli 40,000 lire tornesi di cui aveva

grandissimo bisogno. Filippo lo fece; ma non avendo deposto ogni

sospetto, consigliava il papa e Carlo a chiedere a Pietro nuovi

schiarimenti. Martino mandò all'Arragonese un Domenicano per

interrogarlo a nome della Chiesa intorno al segreto della sua

spedizione, promettendo i soccorsi della santa sede, se effettivamente

armava contro i nemici della fede; e vietandogli di procedere più oltre

se pensava di attaccare un principe cristiano. Pietro si accontentò di

rispondergli che se una delle sue mani manifestasse all'altra il suo

segreto, la troncarebbe all'istante[400]. Allorchè Martino comunicò tale

risposta a Carlo: «Io ve lo aveva ben detto, soggiunse il re di Sicilia,

che l'Arragonese era un miserabile;» non pertanto egli non prese veruna

precauzione. Gli apparecchi di Pietro si prolungarono fino al

cominciamento del 1282 che egli spiegò le vele alla volta dell'Affrica.

A quest'epoca era già scoppiata la congiura in Sicilia, ma Pietro non

poteva saperlo, e stette aspettando l'andamento delle cose nelle

vicinanze d'Ippona, facendo freddamente la guerra ai Mori.

[400] _Gio. Villani l. VII, c. 59. p. 277._

Giovanni di Procida non aveva aspettato che la flotta arragonese fosse

apparecchiata per passare in Sicilia e scorrere quell'isola sotto

diversi travestimenti. Col danaro de' Greci somministrava armi a

chiunque non ne aveva; alimentava, riscaldava il loro spirito colla

speranza di una pronta liberazione, e soprattutto comunicava ai suoi

compatriotti quel profondo implacabile odio contro i Francesi, ch'era la

molla di tutte le sue azioni. Egli non formava congiure, ma eccitava le

passioni del popolo onde fosse apparecchiato ad ogni avvenimento ed al

risentimento dei primi oltraggi, troppo sicuro che non mancherebbe poi

qualche eccitamento al comune odio. Chiedeva soprattutto ai nobili ed ai

militari che avevano lungo tempo soggiornato nell'interno dell'isola, di

passare a Palermo e di frammischiarsi ancora ai loro concittadini,

ond'essere a portata di dirigere i movimenti popolari tosto che

scoppierebbero[401].

[401] _Gio. Villani l. VII, c. 60. p. 277._ — _ Jacchetto Malespini

contin. Ricordani, c. 209. p. 1029._

All'indomani della Pasqua, lunedì 30 marzo 1282, i Palermitani, com'era

loro costume, si posero in via per andare ai vesperi alla chiesa di

Monreale, tre miglia lontana dalla città. Era il passeggio ordinario de'

giorni di festa, e tutto il cammino trovavasi coperto di uomini e di

donne. I Francesi stabiliti in Palermo, e lo stesso vicario reale

prendevano parte alla festa ed alla processione. Questi per altro aveva

pubblicato un'ordinanza, che vietava ai Siciliani di portar armi per

esercitarsi nel maneggio delle medesime ne' giorni festivi, secondo

l'antica usanza[402]. I Palermitani erano dispersi pei prati

raccogliendo fiori, e salutando con grida di gioja il ritorno di

primavera, quando una giovanetta, non meno distinta per la sua bellezza

che pei suoi natali, s'avviò al tempio, accompagnata dallo sposo, cui

era promessa dai suoi parenti e da' suoi fratelli. Un Francese per nome

Drovet s'avanzò con insolenza verso la giovane, e sotto pretesto di

assicurarsi che non avesse armi nascoste, le pose sfrontatamente la mano

in seno: la fanciulla cadde svenuta tra le braccia del suo sposo, ed un

grido di furore si alza tutto ad un tratto, _muojano, muojano i

Francesi_! e Drovet, ferito colla propria spada, fu la prima vittima

della rabbia popolare. Un solo non si sottrasse alla morte di quanti

Francesi assistevano alla festa. I Siciliani, quantunque disarmati, ne

uccisero duecento in campagna, mentre le campane di Monreale suonavano i

vesperi. Dalla campagna il popolo furibondo rientrò in città gridando

sempre, _muojano i Francesi_, e qui la carnificina ricominciò più feroce

che mai. Una terribile rappresaglia fa questa del massacro di Benevento

e di Augusta, benchè esercitata sopra un minor numero di Francesi:

uomini, donne, fanciulli, tutto quanto apparteneva a questa detestata

nazione fu messo a morte, ed il ferro andò fino a cercare nel seno d'una

sposa siciliana l'abborrito frutto della sua unione con un Francese.

Quattro mila persone perirono in questa prima notte[403].

[402] _Bartholom. de Neocastro c. 14, p. 1027._

[403] Velly nella sua storia di Francia _ad an._ aggiugne a questo

racconto molte circostanze ed aneddoti intorno alla morte di varj

cavalieri francesi. Non so dove gli abbia presi, non certo negli

autori da lui citati. Forse furono conservati dalla tradizione. È

sopra tal sorta d'autorità che raccontasi che i Siciliani

riconoscevano i Francesi alla pronuncia di due vocaboli _ceci_ e

_ciceri._ I Francesi non riuscivano quasi mai a pronunciare il _c_

italiano, e l'accentazione loro riesce ancora più difficile.

Per grande che fosse l'odio de' Siciliani, mal sapevano risolversi ad

imitare l'esempio di Palermo; tutto il mese d'aprile si consumò in vani

attacchi de' Francesi contro Palermo ed in trattati di quegli abitanti

cogli altri Siciliani. Ma pareva che il furore de' Palermitani fosse

contagioso; e la loro resistenza e l'impunità di cui godevano, erano

d'incoraggiamento a coloro che volevano imitarli. Gli abitanti di Bicaro

ed in seguito quelli di Corleone unironsi a quelli di Palermo,

suggellando la loro alleanza col sangue de' Francesi che trovarono nel

loro paese, mentre che quelli di Calatafino, governati dal rispettabile

Guglielmo de' Porcelets, nobile provenzale, che solo di tutti i Francesi

non aveva offesa l'umanità, nè tradita la giustizia, mandavano

onoratamente al di là del Faro quest'uomo virtuoso colla sua famiglia.

Tutte le borgate e le città dell'isola si andavano una dopo l'altra

associando alla ribellione. Messina fu l'ultima ad entrare nella

congiura: tutti i soldati francesi eransi rifugiati in questa città; e

vi si trovava il vicario reale alla testa di seicento cavalli; ma il 28

aprile i cittadini atterrarono gli stemmi di Carlo d'Angiò, cacciarono

il suo vicario ed i soldati al di là del Faro e giurarono di voler

essere partecipi della sorte degli abitanti di Palermo. Nel precedente

giorno i Palermitani avevano spedita una deputazione a Pietro d'Arragona

per invitarlo a venire a prendere possesso del regno di Sicilia e a dare

soccorso a' suoi sudditi che si ponevano tra le sue braccia.

La notizia dei Vesperi Siciliani era stata più sollecitamente recata a

Carlo d'Angiò; l'arcivescovo di Monreale erasi affrettato di

spedirgliela alla corte di Roma, ove allora dimorava. «Sire Dio, gridò

Carlo nel riceverla, poichè ti piacque di mandarmi un infortunio, ti

piaccia almeno di ordinare che il mio abbassamento si faccia

lentamente[404].»

[404] _Giovanni Villani l. VII, c. 61. p. 278._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) · 第 8 / 12 题