CAPITOLO XX.

_Decadimento e servitù delle repubbliche lombarde. — Rivoluzioni

nelle repubbliche marittime. — Loro rivalità. — Costantinopoli

ritolta dai Greci ai Veneziani ed ai Francesi._

1250=1264.

Ne' primi tempi abbracciati da questa storia le repubbliche lombarde

richiamavano la nostra attenzione più che tutte le altre città d'Italia.

In queste solamente l'amore di libertà produceva quell'eroico coraggio

che fa sprezzare i pericoli e la vita per la difesa e per la gloria

della patria. Nella lunga lotta ch'ebbero a sostenere con Federico

Barbarossa, abbiamo veduto rinnovarsi quelle virtù che altra volta

illustravano la Grecia, e malgrado la barbarie del dodicesimo secolo

abbiamo trovato presso i loro scrittori racconti abbastanza

circostanziati per formarci un'adequata idea del loro carattere, e per

interessare vivamente il nostro cuore ne' loro infelici o prosperi

avvenimenti. Ma quest'epoca gloriosa fu di breve durata; e già in sul

cominciare del tredicesimo secolo abbiamo veduto languire quel nobile

eroismo del secolo precedente; e siamo omai giunti all'epoca in cui

mancò. Nello spazio di tempo che comprende questo capitolo, i signori

della Torre e Pelavicino stesero il loro dominio sopra quasi tutte le

città della Lombardia, nelle quali l'amore di libertà era venuto meno

anche prima che cadessero sotto la loro tirannia.

Noi non abbiamo preso a scrivere che la storia dei popoli liberi

d'Italia; e di mano in mano che c'innoltriamo a traverso de' secoli,

ogni generazione ne rapisce alcuna delle nazioni che appartenevano al

nostro argomento. In tal maniera il vento che volge le onde d'arena

della Libia, le spinge lentamente sopra l'Egitto; di già l'ardente

sabbia copre campagne altra volta fertilissime; assedia Alessandria, si

spinge avanti la popolazione, le arti, la cultura, e ristringe ogni anno

i confini della terra abitabile in quel paese che fu inaddietro il

giardino dell'universo.

Rintracceremo in questo capitolo le cagioni del decadimento delle

repubbliche lombarde, e le circostanze della loro oppressione. Dovremo

peraltro accennare ancora alcuni tentativi fatti più tardi per sottrarsi

alla servitù; ma siamo giunti ormai al termine del lavoro impostoci a

loro riguardo. Dovremo bensì parlare dei signori della Torre, Visconti e

della Scala; ma solamente come di principi nemici, le cui pratiche

possono recar danno alle repubbliche, non appartenendo essi più alla

nostra storia che per gl'immediati rapporti colla medesima. Il

principale difetto del soggetto che abbiamo preso a trattare, quello che

dissuase dall'intrapresa altri di noi più abili scrittori, è questa

mancanza d'unità, la quale incomincia di già a scemare, e finalmente

cesserà affatto. Nel rimanente di questo secolo più non dovremo

occuparci che d'un solo corpo di repubbliche, talora divise e talvolta

riunite dagli stessi interessi. Giunti al seguente secolo, troveremo

questo corpo composto di minore numero di membra, ed invece d'essere

costretti a valerci di qualche artificio per dare unità alla storia di

cinque o sei potenti repubbliche, non potremo, anche volendolo,

separarle interamente.

Pare che due principali cagioni concorressero a mutare la forma del

governo nelle città lombarde; l'interna discordia tra la nobiltà ed il

popolo, che in queste città privava i cittadini d'ogni sicurezza e forse

d'ogni libertà, ed il cambiamento della militare disciplina, che

accrebbe a dismisura il potere de' capitani degli uomini d'armi. La

prima di queste cause privava il popolo della volontà, l'altra della

forza di difendere i suoi diritti.

Niuna delle repubbliche italiane ebbe una costituzione che meriti

d'essere proposta come modello. Le due più perfette sono l'aristocrazia

di Venezia e la democrazia di Firenze, sebbene in ambedue la libertà di

tutti non si trovasse legata colla sicurezza individuale. Della quale

unione sembra che nè pure si prendessero pensiere gli autori delle

bizzarre ed incoerenti costituzioni di Milano e delle altre città

lombarde; e l'ordine sociale non aveva alcun solido fondamento.

Le passioni più impetuose nel tredicesimo secolo di quel che lo siano

nella età nostra, erano cagione di più frequenti delitti, e la

moltiplicità degli stati indipendenti agevolava ai colpevoli la fuga:

onde l'amministrazione della giustizia criminale occupava più di

tutt'altro oggetto, e quasi esclusivamente, il governo. Il desiderio di

comandare non tardò peraltro ad unirsi al bisogno di reprimere i

delinquenti, e si crearono nuove magistrature, meno per assicurare la

felicità della nazione, che per soddisfare all'ambizione d'un maggior

numero di individui.

I delitti de' particolari moltiplicarono le particolari inimicizie delle

famiglie, come l'elezione de' magistrati fu causa della costante gelosia

fra gli ordini dello stato. I delinquenti puniti dalle leggi nel

presente secolo appartengono quasi tutti alle ultime classi della

società, onde i loro delitti sono veramente personali, ed i loro

congiunti non hanno nè volontà, nè forza di difenderli viventi o di

vendicarli estinti. Per lo contrario nel tredicesimo secolo v'erano

tanti delinquenti tra i grandi come tra i plebei. Questo cambiamento ne'

nostri costumi, agevolò la maniera di governare le nazioni; sotto altri

rispetti non abbiamo motivo di potercene molto gloriare. I frequenti

omicidj ricordati dalle storie, non erano assassinj, ma conseguenze

delle private guerre: al presente i tribunali non si occupano dei

duelli, che sono per noi la forma regolare[200] delle guerre private, e

l'omicidio usato dalle persone di rango. Gl'intrighi amorosi

terminavansi altra volta con un ratto, oggi colla seduzione; la colpa è

forse la medesima, ma la seconda sfugge alla sopravveglianza delle

leggi. Uomini avidi ed ingiusti appropriavansi colla violenza le altrui

fortune, oggi coi fraudolenti fallimenti. Altravolta commettevansi i

delitti allo scoperto, oggi celatamente. I parenti e gli amici, senza

avere avuto parte al delitto, non rimanevano stranieri o alla difesa del

colpevole, o alla vendetta dell'offeso: quindi la pubblica autorità era

sempre chiamata a spiegare tutta la sua energia per reprimere delitti

che ponevano in pericolo lo stato, e per assicurarsi di delinquenti

protetti da potenti alleati.

[200] Ciò poteva esser vero rispetto alla Francia, ma in Italia i

duelli strettamente tali richiamerebbero l'attenzione de' tribunali.

_N. d. T._

I podestà, cui era confidata la giurisdizione criminale, furono perciò

rivestiti del più assoluto potere; sì che pareva che, rispetto a loro,

non si avesse timore di renderli troppo forti con pericolo della

libertà, ma bensì di lasciarli troppo deboli per mantenere l'interna

tranquillità. Si avvezzarono i popoli a chiamarli _signori_ e _padroni_,

onde tra questi ed i tiranni non rimaneva altra diversità che quella

della durata della loro dominazione.

Frattanto nuove cagioni d'anarchia si andavano ogni giorno aggiungendo

alle antiche: abbiamo osservato quanto fossero profondamente radicate

negli animi italiani, quanto sangue avevano fatto versare, quante

ricchezze sovvertite avessero le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Il

desiderio della vendetta si andava moltiplicando colle sventure, e

rendendo più difficile la pace.

La nobiltà aspirando ad avere le prime parti nel governo della patria,

erasi appropriati tutti gl'impieghi civili e militari, e quasi tutti gli

ecclesiastici. I consoli, gli anziani, i consiglieri, gli ambasciatori,

i comandanti delle porte, i capitani delle milizie, i canonici delle

cattedrali, erano tutti gentiluomini; e questi erano tanto gelosi di non

associarsi nelle cariche i plebei, che, avendo a vicenda risvegliata la

gelosia degli ultimi, diedero origine nelle città lombarde a quelle

frequenti guerre civili che avevano per oggetto di costringere i nobili

a dividere colla plebe tutte le pubbliche incumbenze. La pace di

sant'Ambrogio a Milano accordava ai plebei la metà delle cariche, dalle

funzioni d'ambasciatore fino a quelle di trombettiere del comune[201].

[201] Questo trattato di pace fu sottoscritto il 4 aprile 1258 tra i

nobili ed i plebei. _Corio, Istorie milanesi p. II, p. 115, verso._

Indipendentemente dalla gelosia eccitata dalla distribuzione delle

pubbliche cariche, i nobili erano inoltre esosi alla plebe, perchè

sembrava che fossero essi soli cagione di tutte le pubbliche calamità.

Le rivalità de' nobili facevano ogni giorno versare il sangue de'

cittadini; le fazioni guelfe e ghibelline erano diventate pei primi

contese di famiglia; ed anche le guerre esterne tra una ed altra

repubblica potevano talvolta sembrare un risultato delle loro violenze e

del loro impeto inconsiderato. Era universale opinione, e si andava

pubblicamente dicendo che senza i nobili l'Italia goderebbe d'una

imperturbata pace; quasi che le passioni cui si abbandonavano, fossero

attaccate alla loro nascita, non alle loro funzioni ed all'esercizio del

potere. Il popolo stanco di soffrire tanti mali, di cui dava la colpa

alla sola nobiltà, si moveva di quando in quando alla vendetta sempre

estrema nel primo empito della passione; impugnava le armi contro i

nobili, gli esiliava, li perseguitava, li faceva perire sopra un palco:

allora gli abitanti della campagna si rivoltavano contro la città; le

terre ove abitavano i gentiluomini prendevano le armi contro la

metropoli, ed il disordine e la pubblica ruina giugnevano all'estremo.

Il numero degl'individui ond'erano composte le famiglie, e quel legame

che le univa in separato corpo, formavano in gran parte la potenza de'

nobili. Quando l'autorità pubblica è debole si sente il bisogno di

accrescere la forza individuale con parziali società. Un'intera famiglia

era sempre apparecchiata a salvare, a difendere, a vendicare qualunque

de' suoi individui. Lo stesso nome, lo stesso sangue, l'onore della

classe, erano bastanti motivi per riunire i più lontani parenti, e

perchè mettessero a rischio la vita e le fortune loro per la salvezza o

la vendetta d'un solo individuo. D'altra parte i plebei cercarono

d'acquistare la stessa specie di forza; ed in cambio dei legami della

natura, ne formarono d'artificiali, contraendo fraternità che,

senz'essere unite dal sangue, presero spesse volte il nome di famiglia.

Sembra che in Milano vi fossero molte di tali fraternità plebee, tutte

figlie di due potenti società chiamate la _Motta_ e la _Credenza_.

Quelle associazioni che in sul finire del precedente secolo ebbero in

Francia il nome di _clubs_, erano per molti capi simili alle fraternità

delle repubbliche italiane, le quali formavano uno stato nello stato,

nominavano magistrati per sopravegliare quelli della repubblica,

assoggettavano a disamina gli affari nazionali, e si arrogavano le

prerogative della sovranità senza che la costituzione ne attribuisse

loro il diritto.

Furono appunto queste fraternità milanesi che, dandosi un capo perpetuo,

innalzarono le prime un potere monarchico nello stato, e distrussero la

repubblica. Ma prima di riferire più circostanziatamente questo

avvenimento che mutò i destini di quasi tutta la Lombardia, conviene

dare un'occhiata ai cambiamenti operatisi nella disciplina militare, da

noi poc'anzi indicati come una delle cause dello stabilimento della

tirannide.

Gli Arabi e gli Ungari che guastarono l'Italia nel decimo secolo,

combattevano a cavallo, armati alla leggera; ma la principale forza de'

Franchi e de' Tedeschi nello stesso secolo e ne' due susseguenti, stava

ancora nell'infanteria. Le armate di Federico Barbarossa erano in gran

parte formate di pedoni; ed i nobili che combattevano a cavallo, non

erano però coperti di quella pesante armatura, nè accostumati ancora a

quella ordinanza ferma, inalterabile, che formò il carattere della

cavalleria dal tredicesimo fino al quindicesimo secolo. I cittadini

delle città italiane potevano combattere con eguale vantaggio tanto

contro la cavalleria leggera, come contro l'infanteria tedesca; e sembra

che, come questi ultimi, avessero per armi difensive uno scudo, un

caschetto, cosciali e bracciali, che loro coprivano parte del corpo

davanti, e per tutt'armi d'offesa una larga spada tagliente. Soltanto

alcuni corpi privilegiati avevano inoltre alabarde e balestre; ma

l'infanteria non portò mai, come quella de' Romani, quel pesante e

terribile _pilum_ che una mano inesperta non avrebbe saputo lanciare.

Queste armi appropriate ai borghesi che non dovevano vivere

continuamente sotto le insegne, proporzionate al coraggio ed alla fisica

costituzione di corpi mantenuti robusti dalla temperanza e, dagli

esercizj faticosi, dovevano farli capaci di tener testa alle truppe

migliori allora conosciute; e ne diedero luminose prove nella prima

guerra lombarda.

Trovavasi per altro anche a que' tempi nelle armate imperiali una

qualità di truppe di cui bastava perfezionare l'armatura perchè

l'infanteria non le potesse più star a fronte, e questi erano gli uomini

d'arme. Il cavaliere era tutto vestito di ferro, ed in parte n'era

coperto anche il cavallo, onde affrontava impunemente le frecce degli

arcieri, e con una lunga e grossa lancia feriva i pedoni e li teneva in

modo lontani, che non potevano offenderlo colla spada. Tali armature non

abbisognavano d'alcun cambiamento, ma soltanto di renderne più forte

ogni parte; dovevasi far più densa la corazza, più pesante il caschetto,

lo scudo più impenetrabile, più lunga la lancia e più soda; bisognava

che il ferro o il rame onde l'uomo era coperto, non lasciassero veruna

giuntura, verun lato debole per cui la morte potesse aprirsi una strada;

bisognava che il cavaliere soggiacesse ad un continuato esercizio per

avvezzarsi al faticoso peso delle armi; bisognava trovare, o far nascere

una più robusta razza di cavalli e più coraggiosa per portare così

enorme peso, e galoppare in tempo della battaglia a seconda dei casi.

Tale perfezionamento dell'armatura cavalleresca si operò lentamente dai

gentiluomini. Mentre i plebei occupavansi delle cose del commercio e

delle arti, e perdevano ogni giorno l'antica forza e l'abitudine alla

guerra, i nobili non avevano nelle loro fortezze altra occupazione,

altro divertimento che quello dell'armeggiare, esercitandosi in tutto

ciò che poteva dare maggiore forza ed arrendevolezza alle membra; a ciò

tendevano tutti i loro giuochi, i loro tornei: vivevano tra i loro

cavalli ed avevano la stessa cura per l'educazione del loro _destriero_,

come per l'educazione de' loro figliuoli. Questo destriero destinato per

la battaglia non veniva adoperato in tutt'altre circostanze; anche nel

campo il cavaliere adoperava il _palafreno_ fino all'istante in cui

doveva entrare in battaglia. Il cavallo e l'uomo resi forti

dall'esercizio delle loro forze, furono capaci di sforzi superiori a

quanto possiamo immaginare. L'armatura, il cavaliere ed il cavallo

s'andarono facendo sempre più forti fino alla fine del quindicesimo

secolo, quando l'abituale uso dell'artiglieria rese inutile questa

cavalleria perfezionata con tante cure. Nel quindicesimo secolo

l'armatura era tanto pesante che un cavaliere abbattuto non poteva

rialzarsi da sè medesimo.

Quando il cavaliere si trovò coperto di una corazza impenetrabile alla

freccia dell'arciere ed alla spada del pedone, l'infanteria delle città

trovossi affatto incapace di sostenere l'urto della cavalleria. I

cavalieri stretti in ordine di battaglia, abbassavano le loro lance e

rompevano le file attraversandole di galoppo senza che niente potesse

fermarli, e senza esporsi a verun pericolo. L'infanteria romana avrebbe,

non v'ha dubbio, resistito a sì grand'urto, lanciando il _pilum_ alla

testa de' cavalli nell'istante opportuno di abbatterne molti e gettare

il disordine tra le file: l'infanteria svizzera, ancora meglio ordinata

sotto questo rapporto, oppose più tardi all'urto della cavalleria una

selva d'immobili lance, contro le quali gli squadroni andavano a

rompersi: ma le nazioni europee s'avvidero troppo tardi di questa

maniera di combattere; onde dalla Norvegia fino all'estremità

dell'Italia la cavalleria ebbe in ogni luogo tanta superiorità sulla

fanteria, che si terminò col non farne più verun conto, credendosi

affatto inutile nelle battaglie.

Per una strana rivoluzione la forza militare si trovò dunque tutta in

mano della nobiltà, ed i pochi furono infinitamente più forti dei molti.

Prima dell'invenzione delle armi da fuoco, e quando i soldati si

battevano corpo a corpo, il numero delle truppe influiva assai meno che

al presente sull'esito delle battaglie; perchè non eranvi che coloro i

quali venivano a fronte l'uno dell'altro che potessero combattere.

Quattro in cinquecento cavalieri gettavansi arditamente in mezzo a dieci

mila pedoni, perchè al più potevano combattere ad un istesso tempo

contro dei cinquecento cavalieri mille fanti, e gli altri nove mila

dovevano rimanere inutili spettatori del combattimento finchè venisse la

volta loro subentrando ai primi: e più volte accadeva che un piccolo

corpo di cavalieri rompesse una colonna di parecchie migliaja di pedoni

senza che un solo cadesse di cavallo. Non era dunque rigorosamente

parlando una pugna ma un massacro, non trovando resistenza che in altro

corpo di cavalieri egualmente armati, i quali urtandoli con eguale

impeto e con eguali lance, potevano coglierli ed abbatterli. Se le lance

si rompevano, i cavalieri combattevano colla spada o colla sciabla:

talvolta riusciva loro di trovare la connessura delle corazze, o il

difetto dello scudo; ma il più delle volte la battaglia terminavasi

senza che morisse alcun cavaliere; e come si legge ne' romanzi di

cavalleria, la sciabla picchiava sul capo del cavalier nemico, e lo

stordiva senza però aprir l'elmo ond'era coperto.

Questo prodigioso vantaggio che i nobili avevano acquistato sul popolo

nelle battaglie, doveva accrescerne l'odio e la gelosia. Ma i

gentiluomini non potevano nelle città conservare la loro superiorità,

come in campagna, perchè quando vi scoppiava una rivoluzione gli

steccati, o _serragli_, chiudendo tutte le strade, impedivano che i

cavalli passassero, mentre le milizie assediavano le case de' nemici, o

afforzavano le proprie. I gentiluomini erano dunque cacciati facilmente

dalle città; ma giunti in campagna, riprendevano la perduta superiorità,

ed il popolo non ardiva d'inseguirli.

Poichè i cittadini cessarono d'essere tutti soldati o almeno soldati

utili, le città dovettero assoldare degli uomini d'arme per non restare

in balìa de' loro gentiluomini, e per tal modo la loro difesa fu

affidata a mercenarie braccia. Troviamo i primi esempi di cavalleria

assoldata dalle città nella guerra contro Ezelino, verso la metà del

tredicesimo secolo, e l'uso si rese ben tosto generale in tutta

l'Italia. Per non essere vittima del primo inventore, i popoli sono

forzati di adottare all'istante i nuovi mezzi di attacco e di difesa, di

cui un solo fa utile uso.

Siccome gli uomini d'armi riconoscevano dalla loro educazione la forza

necessaria per combattere sotto il peso dell'armatura, i soli

gentiluomini fecero lungo tempo la guerra a cavallo, e solamente fra

loro si potevano trovare uomini d'armi. Vedremo in appresso, che i

grossi stipendj che si offrivano ai cavalieri, furono cagione che molti

uomini d'ogni classe si dedicassero fino dalla fanciullezza a questo

mestiere; e che questi nuovi mercenarj, capitanati da gente, com'essi,

senz'onore e senza patria, formarono quelle bande di _condottieri_ che

nel susseguente secolo ebbero tanta parte nelle rivoluzioni delle

repubbliche italiane. Nel tredicesimo secolo i soldati a cavallo,

essendo tutti gentiluomini, non soffrivano di militare che sotto capi di

un rango superiore; giacchè (tale è la stravaganza del punto d'onore)

erano ben disposti a vendere il proprio sangue, non però le vane loro

pretensioni.

I fuorusciti furono probabilmente i primi che si accontentassero di

ricevere un soldo straniero, servendo ad una causa cui non erano

altrimenti interessati. Perdute improvvisamente tutte le loro ricchezze,

e non sapendo accomodarsi a meno agiato vivere, risguardarono il

mestiere della guerra come il più nobile di quanti potevano esercitarne.

Gli emigrati ghibellini di Firenze formarono una piccola armata

mercenaria sotto il comando del conte Guido Novello, mentre i Guelfi

capitanati dal conte Guido Guerra furono al soldo di potentati stranieri

nelle guerre di Parma e di Sicilia. Alcuni feudatarj che intrattenevano

alle piccole loro corti più gentiluomini che non potevano, cercarono di

supplire colla guerra alle sottili entrate de' loro feudi. I marchesi

Lancia e Pelavicino furono un dopo l'altro al soldo dei Milanesi ora con

cinquecento, ora con mille cavalli. E non solamente chiedevano il

pagamento della loro bravura, ma ancora della nobiltà, volendo oltre il

danaro onorifici titoli che soddisfacessero l'ambizione loro, com'era

quello di capitano generale, ed anche di signore della repubblica.

Mentre in tal guisa si esacerbavano i partiti, ed a dismisura crescevano

i disordini dell'anarchia, fu veduto nascere fuori dello stato un potere

militare, afforzarsi, confondersi coi poteri civili, e minacciare la

libertà. Milano, la più potente delle repubbliche lombarde, fu la prima

di questa provincia a piegare sotto il giogo del dispotismo, seco ben

tosto strascinando nella sua caduta tutte le altre.

«Dopo la morte dell'imperatore, dice Galvano Fiamma[202], godendo Milano

al di fuori perfetta pace, nacque ne' cittadini l'ambizione di dominare,

che fu cagione di crudelissime guerre». I nobili da un lato, dall'altro

il popolo, ossia la confraternita della credenza, scelsero per loro capi

due cittadini, che chiamarono podestà; titolo accordato soltanto al capo

della repubblica, il quale, oltre l'essere sempre forestiere, non

rimaneva in carica che un anno, e le di cui prerogative, quantunque

assai ampie, erano però dalle leggi circoscritte[203]. Per lo contrario

il podestà de' nobili, Paolo di Soresina, e quello del popolo, Martino

della Torre, avevano un illimitato e perpetuo potere perchè non se ne

conoscevano nè gli attributi nè la durata.

[202] _Manipulus Florum, c. 299, p. 685._

[203] L'anno 1256. _Giorgio Giulini, Memorie della città e campagna

di Milano l. LIV, p. 131._

Martino della Torre era nipote, o, come altri vogliono, fratello di quel

Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva con tanta

generosità soccorsi i Milanesi dopo la rotta di Cortenova[204]. Dopo

tale epoca, quella famiglia era diventata al popolo assai cara, sospetta

alla nobiltà; e Pagano, finchè visse, fu risguardato come il difensore

ed il tribuno della plebe. Egli conosceva l'arte di affezionarsi il

popolo, lusingandone le passioni; e quella di rendersi necessario,

esacerbando gli animi de' plebei contro la nobiltà. Martino aveva tutti

i talenti di un capo di partito, e maggiori virtù di quasi tutti gli

usurpatori. Quando si vide capo dello stato, e quasi assoluto signore,

salvò i suoi nemici, che i tribunali avevano condannati alla morte come

convinti d'avere cospirato contro lo stato, dichiarando che, siccome non

aveva mai saputo dar la vita ad un uomo, così non priverebbe mai di vita

un altr'uomo[205].

[204] Lo stesso _l. LV, p. 210_ disamina le due opinioni,

confrontando le genealogie adotte dagli storici colle iscrizioni

delle pietre sepolcrali.

[205] Martino della Torre non ebbe figliuoli. _Ann. Mediolan. t.

XVI, c. 34, p. 664. — Galvan. Fiamma Manip. Flor. c. 293, p. 687._

Sembra che il capo de' gentiluomini, Paolo di Soresina, non avesse un

carattere così deciso: sempre disposto a riconciliarsi colla fazione

nemica, non ebbe difficoltà di maritare sua sorella con Martino della

Torre, rendendosi egualmente sospetto alle due fazioni. Ma il vero capo

della nobiltà era l'arcivescovo frate Leone da Perego. Probabilmente

questo accorto prelato, non osando di mostrarsi armato alla testa d'una

fazione, aveva egli stesso suggerito di fare in apparenza capo dei

nobili un uomo senza energia, onde poterlo dominare a sua voglia.

L'attentato di un gentiluomo che uccise un suo creditore, perchè lo

stringeva al pagamento, pose le armi in mano ai due partiti. Dopo avere

spianata fino ai fondamenti la casa dell'uccisore, il popolo scacciò

tutti gli altri nobili dalla città; i quali nel mese di giugno del 1257

si adunarono intorno all'arcivescovo, e, soccorsi dai Comaschi loro

alleati, presero i castelli del Seprio, della Martesana, di Fagnano, di

Varese ed altre importanti terre. Il popolo sotto il comando di Martino

della Torre trasse fuori di città il carroccio per ridurre al dovere i

gentiluomini; ma in molte scaramucce rimase perdente; e quando tutto si

apparecchiava per una battaglia generale, s'interposero gli ambasciatori

delle città vicine, e persuasero le due fazioni a sottoscrivere una

pace, in forza della quale i nobili tornarono in città. Il solo

arcivescovo non potè approfittarne, e morì poco dopo in Legnano,

lasciando la sua fazione senza capo[206].

[206] Giorgio Giulini lo dice morto del 1257. Altri genealogisti la

differiscono di alcuni anni, _l. LIV, p. 139_.

Non si tardò a vedere che questo trattato tra il popolo ed i nobili non

aveva chiaramente fissati i diritti degli uni e degli altri, e convenne

di prevenire la discordia, che dopo pochi anni andava ripullulando,

affidando a sessantaquattro arbitri nominati metà per parte,

l'incumbenza di stendere un nuovo trattato, che assegnasse ad ogni

ordine i rispettivi privilegi in un modo irrevocabile, e che, prevedendo

tutti i casi, e scendendo a tutti i particolari, non lasciasse verun

appiglio a nuove contese. Questo trattato solennemente stipulato il

giorno 4 aprile del 1258 nella basilica di sant'Ambrogio, da cui

ricevette il nome, ci fu conservato dallo storico Corio[207].

Sanzionando una perfetta eguaglianza tra i due ordini, tanto rispetto

alle nomine de' pubblici impiegati, che coll'abolire tutte le antiche

condannagioni, e coll'ammettere tutte le alleanze, pareva che questo

trattato dovesse perpetuare in Milano la concordia; ma sgraziatamente

non durò più di tre mesi; ed i nobili furono nuovamente forzati a

lasciare la città in sul finire di giugno. Sperando di ripararsi in

Como, trovarono la città divisa dalla stessa lite che lacerava la loro

patria; onde le due fazioni milanesi s'associarono a quelle di Como, e

dopo una calda battaglia accaduta entro le mura di questa città, nella

quale il popolo fu vittorioso, e dopo una seconda datasi in campagna in

cui i nobili avvilupparono l'armata plebea, fu conchiusa con vantaggio

de' gentiluomini una seconda pace che non doveva aver più lunga durata

di quella di sant'Ambrogio.

[207] _Bernardino Corio delle Istorie milanesi p. II, p. 114._

Per quanto vantaggiose fossero le condizioni imposte dai nobili dopo la

battaglia, in cui la loro cavalleria aveva deciso della vittoria, non

erano appena rientrati in città, che il popolo riprendeva sopra di loro

tutta la sua superiorità. Ma la lotta tra le due fazioni rendeva sempre

più necessaria l'autorità de' loro capi, ed i plebei non d'altro

occupandosi che dell'abbassamento de' nobili, dimenticavano interamente

la propria libertà: anzi, a tale era giunto l'odio del popolo verso la

nobiltà, che per ridurla all'estremo avvilimento parve compiacersi di

averla compagna sotto il dominio di un signore. Ciò accadde del 1259 in

cui determinarono d'eleggere un protettore della plebe, cui diedero i

titoli di capo, d'anziano e di signore del popolo. L'elezione per altro

non fu affatto tranquilla. La Credenza unita a tutti gli artigiani ed

alle più basse classi della plebe destinava questa dignità a Martino

della Torre, il prediletto capo della fazione popolare; ma l'altra

società, la Motta, composta delle più ragguardevoli famiglie popolane,

di quelle famiglie che per le loro ricchezze e per le cariche occupate

nella repubblica avevano acquistato qualche considerazione, temendo

forse la soverchia potenza di Martino, nominò un altro capo. In fatti

avendo la Motta perduto il suo capo in un ammutinamento, si unì quasi

tutta al partito de' nobili ed a Guglielmo Soresina, successore di Paolo

e capo della nobiltà.

Seguendo i consigli di un legato pontificio che bramava di ristabilire

la pace in Milano, il podestà bandì i due capi di parte; ma Martino,

sicuro del favore e degli ajuti delle ultime classi del popolo, rientrò

dopo due giorni in città, e, fattosi riconoscere per anziano e signore

del popolo, ottenne che si ratificasse la sentenza di bando contro il

suo concorrente Guglielmo di Soresina, e contro i suoi partigiani.

In tale stato di cose i nobili milanesi si volsero ad Ezelino, sperando

di rientrare col suo ajuto in patria, ed essendosi a lui uniti presso

Orci Novi, ch'egli aveva stretta d'assedio, lo persuasero ad avanzarsi

oltre l'Adda, ove questo tiranno fu rotto e fatto prigioniero, in parte

coll'assistenza di Martino della Torre. Così glorioso avvenimento

accrebbe maravigliosamente l'influenza di Martino sopra la sua patria;

perciocchè come i suoi avversari infamarono la propria causa unendosi al

più odiato tiranno, così egli acquistò nuovi diritti alla riconoscenza

de' suoi patriotti salvandoli da dura servitù.

Nè i Milanesi furono i soli che ricompensassero i servigi di Martino:

che nello stesso tempo gli abitanti di Lodi lo nominarono signore della

loro città, senza che per altro credessero d'avere con ciò rinunciato

alla loro libertà; perchè anco i Milanesi risguardavansi sempre come

repubblicani, quantunque gli avessero di già accordato il titolo di loro

signore: ma Lodi era una città assai più piccola e più debole di Milano,

e per conseguenza la potenza di un signore, e d'un signore straniero

assai più sproporzionata a quella del popolo. In Lodi cessarono allora

le dispute, nè Martino la tiranneggiò; ma questo piccolo stato fu

ridotto ad essere tra le sue mani un istrumento di cui si valse per

ridurre Milano in servitù.

Frattanto i gentiluomini milanesi, quasi tutti fuorusciti, formavano un

corpo di cinquecento uomini d'armi oltre alcuni cavalleggieri; onde

malgrado l'estrema superiorità del popolo di Milano per ricchezze, per

numero, per potenza, non poteva Martino opporre a quella terribile

cavalleria, che una infanteria plebea incapace di resisterle, poichè

colui che fino dalla fanciullezza non erasi accostumato a vestire la

corazza ed a combattere sotto così pesante soma, non poteva più

accomodarvisi dopo essersi applicato ad un altro genere di vita. Una

lunga e dura scuola era necessaria per esercitare il mestiere del

soldato, onde non credevasi possibile che un plebeo diventasse mai

cavaliere. Martino che aveva combattuto contro Ezelino di concerto col

marchese Pelavicino, credette di poter senza pericolo servirsi della

cavalleria del marchese in ajuto della propria potenza e di quella del

popolo. Perciò a nome della repubblica di Milano conchiuse un trattato

col marchese, in forza del quale ebbe questi il titolo di capitan

generale, e fu preso con un corpo di cavalleria al soldo del popolo che

gli assicurò l'annua pensione di mille libbre d'argento e la piena

autorità in Milano per cinque anni.

Pelavicino, come abbiamo altrove osservato, era uno zelante ghibellino;

e si vuole inoltre che in odio della santa sede avesse abbracciata

l'eresia de' Pauliciani, onde proteggeva i predicatori di que' settarj

in tutte le città da lui dipendenti, non permettendo agl'inquisitori di

dar corso alle sanguinose loro procedure. L'alleanza di Martino della

Torre col Pelavicino fu risguardata dalla santa sede come l'abbandono di

una città e di una famiglia, che fin allora eransi mantenute fedeli ai

Guelfi; e malgrado che Martino non abbandonasse questa fazione, i papi

più non gli perdonarono quest'alleanza cogli eretici, e risolsero di

punirlo, come di fatti lo fecero con una tarda, ma premeditata vendetta,

innalzando, per deprimere la sua casa, la famiglia rivale de' Visconti.

Lo stesso Pelavicini, già da lungo tempo signore di Cremona, aveva pure

ottenuto, dopo la morte di Ezelino, di farsi nominare capitano generale

di Brescia e di Novara: indi coll'ajuto di Martino della Torre

s'impadronì ancora di Piacenza; di modo che quasi tutta la Lombardia

veniva governata da questi due signori.

I fuorusciti milanesi, perseguitati dalle loro forze riunite di città in

città, finalmente del 1261 si chiusero in numero di circa novecento nel

castello di Tabiago, ove furono ben tosto assediati dall'infanteria

milanese e dalla cavalleria del marchese. Tutte le cisterne del castello

furono in breve asciugate per abbeverare i cavalli di tanti

gentiluomini; i quali, mancata l'acqua, essendo periti di sete, i loro

insepolti cadaveri guastarono l'aria: talchè gli emigrati privi de' loro

cavalli, indeboliti dalle malattie e dalle privazioni d'ogni genere,

trovaronsi perfino nell'impotenza di farsi strada a traverso ai loro

nemici. Costretti dopo lunghi sforzi di arrendersi, furono tutti

incatenati e condotti a Milano sulle carrette. In tale occasione Martino

della Torre li salvò dal furore della plebe che chiedeva la loro morte;

ma li fece chiudere nelle prigioni, nelle torri e ne' campanili delle

città, o in vaste gabbie di legno, esposti alla vista del popolo quali

bestie feroci; lasciandoli più anni in tanta miseria.

Ogni cosa riusciva prospera alla famiglia della Torre, il di cui dominio

sopra Milano sembrava da quest'ultima vittoria consolidato. Pure Martino

volle assicurarsi di un altro pegno della sua grandezza. Dopo la morte

di Leone da Perego il capitolo della cattedrale non aveva ancora

nominato il successore. Il capitolo era composto presso a poco dello

stesso numero di nobili e di plebei. Questi, dietro le istanze del

capitano del popolo, proponevano Raimondo della Torre cugino o nipote di

Martino; ma i nobili gelosi della gloria di Martino, si rifiutavano di

aderirvi, e davano i loro suffragi a Francesco da Settala. Questa doppia

elezione dava alla corte pontificia il diritto di appropriarsi la

contrastata elezione. Il papa escluse i due competitori, e nominò l'anno

1263 Ottone Visconti che allora soggiornava in Roma. Era questi un

canonico della cattedrale appartenente ad una delle più nobili famiglie

milanesi. Martino, offeso da tale inaspettata elezione, si appropriò

quasi tutti i beni della mensa episcopale; per lo che l'arcivescovo ed

il papa si unirono ai nobili, e rialzarono le prostrate forze di questo

partito.

La città di Novara aveva probabilmente, come Milano, nominato il

marchese Pelavicino suo capitano solamente per un determinato tempo;

onde rientrata nell'esercizio de' suoi diritti, l'anno 1263 ne affidò la

signoria a Martino della Torre, che quasi nello stesso tempo ebbe avviso

d'un importante vantaggio ottenuto dalle sue truppe sopra i partigiani

dell'arcivescovo ne' contorni del lago Maggiore. Ma furono questi gli

ultimi prosperi avvenimenti di Martino, il quale in sul cominciare di

settembre trovandosi in Lodi da grave infermità oppresso, e sentendosi

morire, chiese ed ottenne dal popolo di Milano, che volesse accordare a

suo fratello Filippo quell'autorità di cui egli era rivestito.

Non sarebbe facile a decidere se l'immatura morte di quasi tutti i

signori della Torre riuscisse utile o dannosa a questa famiglia. Un

successore egualmente destro ed intraprendente, prendendo subito il

luogo del defunto, avvezzava il popolo all'idea dell'eredità del supremo

potere; ed essendovi stati, in meno di vent'anni, cinque capi della

stessa famiglia, succeduti l'uno all'altro, si venne a risguardare

l'ultimo quale rappresentante di un'antica dinastia. Filippo successore

di Martino non gli sopravvisse che due anni, nel quale breve spazio

consolidò l'autorità suprema nella propria casa, estendendola prima

sopra Como, poi Vercelli e Bergamo, che del 1264 lo nominarono

volontariamente loro signore. In tutte queste città, siccome nelle altre

che suo fratello si era prima rese soggette, il popolo non credeva di

rinunciare alla sua libertà: egli non voleva darsi un padrone, ma bensì

un protettore contro i nobili, un capitano delle milizie, un capo della

giustizia. L'esperienza mostrò troppo tardi che queste prerogative

riunite costituivano un sovrano.

Filippo della Torre approfittò di questo accrescimento di potere per

isvincolarsi dall'onerosa alleanza del marchese Pelavicino. Erano

passati i cinque anni convenuti con Milano, ed il suo ajuto più non era

necessario, perchè della Torre aveva finalmente in tante città a lui

subordinate adunati abbastanza gentiluomini per formarne un rispettabile

corpo di cavalleria. Il marchese fu licenziato, ma sebbene gli fossero

strettamente mantenute le condizioni del trattato, concepì un profondo

sdegno a cagione di questo congedo, e cercò di vendicarsi sui mercanti

milanesi della condotta del loro principe[208].

[208] Scrivendo la storia dell'innalzamento della casa della Torre

mi sono unicamente attenuto al conte Giorgio Giulini, che con dotte

indagini illustrò questo tratto di storia. _L. LIV_ e _LV_ delle sue

memorie, _t. VIII, dalla p. 73 alla p. 210_. Non ho per altro

lasciato di leggere _Bernard. Cor. Istor. di Milano, p. II, p.

110-122. — Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 285-302. — p. 683-694.

Annales Mediolan. t. XVI, c. 28-37. p. 658-666._

Era effettivamente principe perchè aveva a sè soggetta la Lombardia, la

quale comechè non s'avesse a rimanere lungo tempo sotto il dominio dei

signori della Torre, il carattere repubblicano andava avvezzandosi

all'ubbidienza, ed i Visconti rivali dei Torriani più omai non avevano a

combattere che contro un principe nemico, non contro i cittadini.

La preponderanza della cavalleria nelle battaglie, ed il vantaggio che

ne traeva la nobiltà, fu nell'aperte pianure della Lombardia una delle

immediate cagioni della caduta delle repubbliche. In mezzo alle colline

della Toscana, ove la cavalleria pesante non può stendersi nè agire

liberamente, i nobili non erano così avvantaggiati; lo erano poi meno

nelle repubbliche marittime, la di cui forza consisteva nelle galere, e

dove il popolo, che ne formava gli equipaggi, aveva il sentimento della

sua indipendenza. Dopo averle lungo tempo lasciate da un canto, è ormai

tempo di riprendere il filo della storia delle loro rivoluzioni.

Mentre l'odio eccitato da una nobiltà arrogante precipitava i Lombardi

sotto il giogo del dispotismo, in Venezia ove la nobiltà non era

intimamente persuasa della propria forza, quella stessa nobiltà

s'innoltrava per una via legale e regolare verso lo stabilimento di un

governo aristocratico, che fondava sopra le ruine del potere monarchico

dei dogi. Venezia avendo sempre volto il pensiere ai suoi ricchi

stabilimenti dell'Oriente, ed alle guerre necessarie per la loro

conservazione, non aveva presa parte alle rivoluzioni dell'Italia, nè

conobbe le fazioni guelfe e ghibelline: onde non si ebbe occasione di

parlare delle esteriori relazioni di questa potente repubblica; come le

sue interne riforme operatesi lentamente e per gradi, non richiamarono a

sè i nostri sguardi. Soltanto abbracciando un lungo spazio di tempo si

riconosce lo spirito ond'era animata questa repubblica, e lo sviluppo di

quel sistema che doveva farne la più severa e durevole aristocrazia

dell'universo.

Nelle altre città d'Italia l'esterior forma del governo fu in origine

repubblicana; e quando si prese a riformarne gli abusi, credettesi di

doversi allontanare da tutte le forme che prima esistevano, e convenne

accostarsi naturalmente alle monarchiche. Per lo contrario a Venezia,

antichissima essendo l'istituzione dei dogi, i quali inamovibili

magistrati furono per quattro interi secoli giudici supremi, generali di

tutte le forze dello stato, circondati da un fasto orientale preso dalla

corte di Costantinopoli, più volte autorizzati a trasmettere la propria

dignità ai loro figliuoli, erano, rispetto alle prerogative, eguali ai

re d'Italia. Anche la forma essenziale del governo era affatto

monarchica; e quando se ne scorgevano gl'inconvenienti, ogni limitazione

dei poteri del doge parve una conquista fatta a favore della libertà. La

nazione fece causa comune colla nobiltà, e non si adombrò delle

prerogative che questa si attribuiva.

Di già l'anno 1032, quando Domenico Flabenigo era stato creato doge, il

potere monarchico, in seguito di una sommossa, aveva sofferte alcune

restrizioni[209]. Il popolo aveva dati al doge due consiglieri, senza il

di cui consentimento non poteva prendere veruna determinazione: era

stata proibita l'associazione d'un figlio col padre, e nelle più

importanti occasioni il doge era stato sottomesso all'obbligo di adunare

a sua scelta i principali cittadini per deliberare con loro intorno

agl'interessi dello stato. Coloro ch'egli pregava ad assisterlo, ebbero

il nome di _pregadi_; e questa è l'origine del più antico e più illustre

consiglio della repubblica di Venezia.

[209] _Sandi stor. civile Veneta p. I, v. II, l. III, c. 1. p. 378._

Ma la formazione di un corpo assai più importante, di quel corpo che in

appresso attribuissi la sovranità, e formò da sè solo tutta la

repubblica, fu posteriore di cento quarant'anni a questa prima

limitazione dell'autorità ducale. Dopo la sgraziata spedizione

nell'Arcipelago del doge Vital Micheli, il quale, ingannato dai

negoziati della corte di Bizanzio, espose la sua flotta al contagio, e

perdette il fiore de' soldati, scoppiò in appresso al suo ritorno un

tumulto, nel quale fu ucciso da un plebeo[210]. Un interregno di sei

mesi precedette l'elezione del suo successore, e la nazione veneziana

gettò in quel frattempo i fondamenti di un governo veramente

repubblicano, onde evitare che l'inconsideratezza di un solo uomo non

mettesse in pericolo tutto lo stato.

[210] _Sandi storia civile Veneta p. I. l. III._

Fino a quell'epoca la nazione non aveva avuta in faccia al governo verun

rappresentante; s'adunava essa medesima, e con questi parlamenti o

assemblee generali il doge divideva la sovranità. Ma quanto più la

nazione cresceva di potenza, queste assemblee diventavano più

tumultuose; e restando incomplete per l'assenza di molti cittadini,

giudicavansi più incapaci di sopravvegliare il governo e di difendere

contro i suoi attentati la pubblica libertà. Si credette, secondo il

sistema che fu poi chiamato rappresentativo, che la nazione potrebbe

delegare i suoi poteri ad un minor numero di cittadini che agirebbero in

suo nome ed osserverebbero il governo. Si credette che affidando loro la

comune difesa, li si darebbero pure i proprj interessi e sentimenti, e

per tal modo si fece il primo passo, forse necessario, verso

l'aristocrazia. Senza abolire le generali assemblee del popolo, che

nelle più importanti occasioni si convocarono fino al quattordicesimo

secolo[211], si formò un consiglio annuale di quattrocento ottanta

cittadini, rappresentanti i sei sestieri della nazione e le dodici più

antiche divisioni de' suoi tribunati. A questo consiglio venne affidata

la somma di tutti i poteri non attribuiti al doge, ed in unione al

medesimo la sovranità della repubblica[212].

[211] _Sandi p. I, l. III, p. 413._

[212] _Sandi p. I, l. III, c. 3, p. 401._

Forse la maggiore di tutte le difficoltà in politica è di fare che il

popolo elegga degnamente i suoi rappresentanti. Pochi uomini resi famosi

dalle loro virtù e dai loro talenti possono ottenere un'opinione

universale, il popolo può conoscerli, e procedendo a scegliere tra

questi, prendersi cura della scelta; ma s'egli deve nominare un corpo

numeroso, se deve estrarre dalla folla centinaja d'individui che vi

rimanevano inosservati, trovasi costretto d'agire a caso, senza

cognizione di causa e senza interesse. Quando le elezioni sono

tranquille e facili convien dire che il popolo sia quasi straniero

all'opera che sembra da lui fatta. Abbiamo veduto ne' saggi di

costituzioni fatte a' nostri giorni, le liste de' notabili, degli

elettori, de' pubblici funzionarj partire in apparenza dal popolo con

una regolarità numerica che appagava i matematici inventori di tutti

questi sistemi; ma il popolo non era stato giammai meno rappresentato

che da' suoi mandatarj; imperciocchè i cittadini convinti

dell'inefficacia di tutte le loro funzioni, o non assistevano alle

assemblee, o agivano come a caso e senza prendersene pensiero; e

talvolta non conoscevano pure lo scopo delle operazioni che

facevano[213].

[213] Vedasi un paragrafo assai profondo intorno alla spettanza

della nazione nelle elezioni nell'opera di Necker, _Ultime viste di

politica e di finanza p. 106-137_.

Si può, non v'ha dubbio, provvedere a tanti inconvenienti; ma i mezzi

opportuni poche volte si praticarono, ed alcune delle repubbliche

italiane non li hanno pure conosciuti. Tutte hanno creduto non potersi

accordare le elezioni de' consigli al popolo, e preferirono di

confidarle o ai loro magistrati, oppure ad un ristretto numero di

elettori a ciò creati, oppure anche alla sorte, piuttosto ch'esporsi al

tumulto, all'ignoranza, alla noncuranza della massa del popolo, in una

determinazione ch'esse non credevano fatta per lui.

A Venezia furono dunque destinati dodici tribuni per far ogni anno

l'ultimo giorno di settembre l'elezione del maggior consiglio. Due di

questi tribuni appartenevano ad ognuno de' sestieri o divisioni della

città e della nazione. Ognuno di loro doveva scegliere nel proprio

sestiere quaranta cittadini, e perchè in una repubblica che credeva

contenere i discendenti del fiore della nobiltà romana, si faceva

grandissimo caso de' natali, si volle che la nuova legge proibisse agli

elettori di accordare troppo favore alle famiglie illustri, e fu vietato

di prendere più di quattro membri del gran consiglio nella stessa

famiglia.

È probabile che i due tribuni per ogni sestiere fossero la prima volta

nominati dal popolo del proprio sestiere; e malgrado le loro

contraddizioni, apparisce dalle cronache conservata al popolo tale

partecipazione alle elezioni fino a tutto il dodicesimo secolo. Ma

venendo tutte le altre nomine senza eccezione attribuite al maggior

consiglio, questo fece sue bentosto anche quelle degli elettori che

dovevano rinnovarlo: quindi sotto colore di limitare nelle mani degli

elettori una pericolosa prerogativa, ma in fatto per accrescere la

propria, dichiarò che le nomine de' tribuni non si risguarderebbero che

quali semplici designazioni, e si arrogò il diritto di confermare o

rigettare i nuovi membri che verrebbero presentati dagli elettori, prima

di rassegnar loro i suoi poteri.

L'annuale elezione del consiglio sovrano pareva conservare l'essenza del

governo rappresentativo; ma effettivamente erasi stabilita

l'aristocrazia, e la nazione si era, senz'avvedersene, spogliata della

sovranità. Il maggior consiglio, padrone delle proprie rielezioni,

doveva, malgrado l'apparente sua ammovibilità, essere sempre press'a

poco composto degli stessi individui. Quel rispetto per gl'illustri

natali, che presiedette all'origine di questo corpo, doveva accrescersi

sotto il suo regno; e la rivoluzione che in sul finire del tredicesimo

secolo rese ereditaria la carica di consigliere, era senza dubbio

preparata dall'eredità reale nelle famiglie che quasi sole composero

questo corpo ne' cento trent'anni della sua durazione.

Ma la nobiltà che nel tredicesimo secolo trovavasi già in possesso del

poter sovrano a Venezia, veniva nonpertanto mantenuta nell'eguaglianza e

nell'ubbidienza alle leggi dal timore del doge e dal rispetto del

popolo. I nobili veneziani non avevano allora alcun possedimento in

terra-ferma, verun castello ove rifugiarsi a dispetto della pubblica

autorità, verun vassallo che potessero armare per la propria difesa. Se

fossero stati chiamati a prendere le armi contro il popolo, avrebbero

dovuto combattere a piedi come l'ultimo della plebe nelle anguste

contrade di Venezia impraticabili ai cavalli, o pure stando nelle barche

e nelle galere, i cui marinaj erano tutti uomini liberi e valorosi

quanto i nobili. E perchè niun sentimento della propria forza poteva in

essi risvegliare l'insolenza, non se ne rendevano giammai colpevoli. I

nobili veneziani si mantennero perchè si credettero deboli; i nobili

lombardi si perdettero per essersi conosciuti forti. Dopo l'undecimo

secolo la repubblica di Venezia non fu più lacerata da fazioni civili;

cercò costantemente e di comune accordo gli stessi oggetti, al di fuori

la gloria e la grandezza nazionale, nell'interno la soppressione del

potere arbitrario, il mantenimento dell'eguaglianza tra i nobili, e

della prosperità per tutti i sudditi.

L'amministrazione della giustizia affidata ad un solo uomo nelle

repubbliche lombarde diventò naturalmente arbitraria e violenta. Si

credettero necessarie al mantenimento dell'ordine l'esecuzioni d'un

podestà o capitano rivestito degli attributi dittatoriali; ma per

mantenere l'ordine si sagrificò la libertà. In tempo che tutte le città

d'Italia adottavano la straniera istituzione de' podestà, i Veneziani

spogliavano il doge della pericolosa prerogativa di giudice criminale,

ed affidavano questa delicata incumbenza ad un nuovo senato, la

_quarantia_, che in appresso si chiamò _vecchia_ o _criminale_ per

distinguerla da altri due tribunali composti egualmente di quaranta

individui e destinati ad analoghe funzioni. La vecchia quarantia fu

istituita l'anno 1179 dal maggior consiglio, di cui i giudici erano

membri[214].

[214] _Sandi Storia civile di Venezia l. IV, p. 510, p. I, t. II._

Il doge formò lungo tempo il consiglio de' _pregadi_ con una scelta

libera ed istantanea. Consultava intorno agli affari di stato chi voleva

e quando voleva. La vigilanza del maggior consiglio impediva bensì che

questa scelta arbitraria avesse funeste conseguenze per la nazione; ma

ciò non bastava: pareva in opposizione allo spirito della repubblica il

lasciare ad un uomo la facoltà d'accordare e di togliere titoli d'onore

ed una pubblica confidenza; si ebbe timore che questa prerogativa

potesse dargli una corte, e che l'adulazione guastasse il cuore de'

gentiluomini; non volevasi che verun di loro scendesse sotto al livello

de' suoi eguali, o si facesse a credere d'avere un superiore. Del 1229

il consiglio de' pregadi diventò parte della costituzione dello stato

[215]. Fu composto di sessanta membri nominati ogni anno dal maggior

consiglio, e fissate le sue incumbenze sotto la presidenza del doge.

Ebbe il carico di preparare gli affari che dovevano sottoporsi alla

decisione del maggior consiglio, e soprattutto d'aver cura del commercio

e delle relazioni esteriori dello stato.

[215] _Sandi p. I, v. II, l. IV, c. 11. § 1, p. 581._

Nella stessa epoca i Veneziani ristrinsero i limiti de' dogi.

Approfittarono dell'interregno che precedette l'elezione di Giacomo

Tiepolo, per creare due nuove magistrature unicamente destinate ad

opporsi alle usurpazioni de' dogi. La prima fu quella de' cinque

_correttori della promission ducale_ incaricata di riconoscere in ogni

interregno il giuramento d'inaugurazione che doveva prestare il doge, e

di farvi, di consenso del maggior consiglio, le correzioni ed aggiunte

che trovassero convenienti al mantenimento dell'onore di così sublime

dignità e della libertà di tutti. L'altra magistratura fu quella de'

_tre inquisitori del doge defunto_, la quale esaminava l'amministrazione

del capo dello stato dopo la sua morte, confrontandola col giuramento

che aveva prestato quando entrò in funzione; di ricevere ed esaminare le

lagnanze e le deposizioni de' cittadini contro di lui; e se lo

meritasse, di condannarne la memoria, assoggettando i suoi eredi alla

ammenda. Non pertanto questo giudizio poteva sempre essere portato

innanzi al sovrano consiglio da' procuratori nazionali, chiamati

avogadori del comune[216]. E per tal modo le usurpazioni del capo dello

stato si poterono sempre reprimere senza scosse, e senza che i

magistrati dovessero lottare contro di lui per frenare la sua ambizione.

[216] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 3, § 1, p. 621._

Pare che il giuramento del doge formasse per lo addietro la gran carta

delle libertà nazionali; ma il potere di questo capo dello stato venendo

gradatamente ristretto dal sovrano consiglio, il suo giuramento si

ridusse ad essere una rinuncia non solo a tutte le antiche prerogative

della sua carica, ma quasi alla personale sua libertà. La raccolta delle

_promesse ducali_ divisa in centoquattro capitoli è probabile che siasi

cominciata verso il 1240, e continuata soltanto fino al cadere dello

stesso secolo. Il doge prometteva d'osservare le leggi della sua patria,

e d'eseguire i decreti di tutti i consigli; prometteva di non tenere

corrispondenza colle potenze estere, di non riceverne gli ambasciatori,

di non aprirne le lettere senza l'assistenza del suo piccolo consiglio;

di non dissigillare nemmeno le lettere che gli fossero dirette da'

sudditi dello stato se non in presenza d'uno de' suoi consiglieri; di

non acquistare veruna proprietà fuori dello stato veneto, e

d'abbandonare quelle che avesse all'atto della sua nomina; di non

prender parte in alcun giudizio nè di fatto, nè di diritto; di non

cercare d'accrescere il suo potere nello stato; di non permettere a

veruno de' suoi parenti d'esercitare dipendentemente da lui alcun

ufficio civile, militare o ecclesiastico negli stati della repubblica o

fuori; finalmente a non permettere che alcuno cittadino piegasse innanzi

a lui le ginocchia, o gli baciasse le mani[217].

[217] _Sandi p. I, t. II, l. IV, c. 4; p. II, § 2, p. 704._

L'anno 1172 la nomina del doge fu trasferita con tutte le altre elezioni

dall'assemblea del popolo al maggior consiglio, che delegava in origine

ventiquattro, e ne' tempi susseguenti quaranta membri, che la sorte

riduceva ad undici. Dopo il 1249 questa elezione diventò assai più

complicata. Trenta membri estratti a sorte in tutto il consiglio si

riducevano a nove con una seconda estrazione. Questi dovevano scegliere

a pluralità di sette suffragi quaranta membri dello stesso consiglio,

che poi la sorte riduceva a dodici. In appresso i dodici ne nominavano

venticinque, che la sorte nuovamente riduceva a nove; i nove ne

nominavano quarantacinque, e questi erano dalla sorte ridotti ad undici,

i quali finalmente nominavano i quarantuno elettori del doge, che

dovevano eleggerlo colla maggiorità di venticinque suffragi[218]. Alcuni

scrittori risguardarono questa complicazione della sorte e dell'elezione

come una mirabile invenzione politica. Sarebbe per altro difficil cosa

il circostanziare i vantaggi proprj di così intralciata combinazione, e

forse que' medesimi che l'inventarono non seppero prevederne verun utile

risultato. Poteva con questo metodo eleggersi un doge di Venezia, perchè

doveva soltanto rappresentare e non agire: ma quando il capo dello stato

deve esercitare le funzioni di giudice, o di amministratore, o di

generale, con questo metodo non si otterrà che per accidente la scelta

del più degno.

[218] _Sandi Stor. Ven. p. I, t. II, l. IV, p. 630._

È cosa naturale che i Veneziani non si prendessero troppa cura delle

cose d'Italia, e che, tranne i pochi soccorsi dati all'armata crociata

contro Ezelino, non ci abbiano data occasione di parlare delle loro

guerre. Le conquiste che fatte avevano grandissime in Levante,

domandavano per conservarle sforzi tanto superiori ai loro mezzi, che

tutta l'attenzione dei capi della repubblica era rivolta a quella sola

parte. Abbiamo veduto nel precedente capitolo che Enrico Dandolo si era

stabilito in Costantinopoli, e che suo figliuolo, contro gli usi dello

stato, aveva avuta la facoltà di esercitare in Venezia le funzioni del

doge come suo luogotenente. Per altro, morto Dandolo[219], più non si

permise al suo successore di allontanarsi dalla capitale; fu incaricato

un altro magistrato, il balìo di Costantinopoli, di governare la

porzione di quella grande città che spettava alla repubblica, e la

colonia veneziana che vi si era stabilita. Questo magistrato prese come

il doge il titolo di signore di un quarto e mezzo dell'impero romano;

titolo che rendevasi ogni giorno più vano, imperciocchè dopo la morte di

Dandolo e di Enrico di Fiandra, i Greci avevano in ogni parte prese le

armi contro i Latini, e cacciatili da quasi tutte le loro conquiste,

chiudendoli, sto per dire, entro le mura di Costantinopoli. Pure quando

il pericolo si fece urgente, i Veneziani, come l'attestano due delle

loro cronache manoscritte, per non lasciar cadere il conquistato impero,

l'anno 1225 consultarono se fosse conveniente di trasportare a

Costantinopoli la sede della repubblica, sicchè, abbandonando le loro

lagune, tutta la nazione andasse a chiudersi in quella superba città, la

quale a stento potevano, stando così lontani, difendere: si racconta che

la proposizione non fu rigettata nel maggior consiglio che per la

maggiorità di due soli voti[220].

[219] L'anno 1205. Vedasi la Cronaca d'_Andrea Dandolo c. 3, p.

XLVII, p. 333 e c. 4_.

[220] Dietro la sola autorità del Sandi, _Stor. Civile p. 620_, cito

le due Cronache ms. Savina e Barbaro, ch'io non ho vedute. Dandolo,

Sanudo e Navagero non accennano questo fatto.

Le isole del mar Egeo, che quasi tutte erano cadute in potere della

repubblica, non esaurivano meno la nazione di gente o di danaro,

quantunque i suoi consigli punto non si occupassero della loro

amministrazione o della loro difesa. Erano queste state date in feudo a

dieci potenti famiglie, molte delle quali vi mantennero la loro signoria

fino al sedicesimo e diciassettesimo secolo. La repubblica sentendosi

troppo debole per sostenere sola tutti i suoi diritti, aveva abbandonate

le isole dell'Arcipelago ai particolari che ne facessero la conquista,

loro permettendo di reggerle colle leggi o _assise_ di Gerusalemme, che

l'impero di Costantinopoli aveva adottate[221]. L'isola di Candia in cui

Venezia più che in Costantinopoli aveva fatto il centro della sua

potenza in Levante, richiedeva assai più cure per governarla, e maggior

coraggio e vigilanza.

[221] _Sandi t. II, p. I., p. 600._

Numerosi sono gli abitanti di quest'isola, e, stando alle testimonianze

de' Veneziani, il loro carattere è perfido e incostante. Potrebbesi per

altro spiegare tanto per le virtù loro che pei loro vizj le frequenti

sedizioni e l'avversione che mostravano per un giogo straniero. I

Veneziani per tenerli in dovere mandarono in Candia una colonia: ma quel

popolo che fabbricava ed equipaggiava con estrema facilità flotte di

cento navi in pochi mesi, quel medesimo popolo i di cui mercanti erano

domiciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento trovava alcuni

uomini che rinunciassero per sempre alla loro patria, anche loro

offrendo in altro paese dignità, poteri e ricchezze. A formare la

colonia concorsero in ugual parte i sei sestieri di Venezia; la quale

colonia, appena giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue

feudi di _hautbert_ o cavallerie, e di cento otto feudi di scudieri,

ossia sergenti d'armi[222]. Dunque il numero delle famiglie veneziane

che passarono in Creta, era soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa

della colonia fu stabilito un duca per rappresentare il doge, il quale

veniva eletto ogni due anni dal maggior consiglio di Venezia, ed era,

come il doge, assistito da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia

come a Venezia i _giudici del proprio_, i signori della notte, quelli

della pace, il piccolo consiglio, o signoria, il grande cancelliere, e

soprattutto il maggior consiglio, che nella stessa epoca di quello di

Venezia fu dichiarato nobile ed ereditario. Perciò quando, del 1669, la

città di Candia fu presa dai Turchi, e che la repubblica perdette la

colonia, i gentiluomini di quel consiglio richiamati nella metropoli,

furono risguardati come non avessero mai perduti i loro ereditarj

diritti; e tutti i nobili candiotti dichiarati nobili veneziani, e come

tali registrati nel libro d'oro[223].

[222] _Sandi t. II, p. I, l. IV, p. 609._

[223] Parlando della costituzione veneta mi sono attenuto a Vittore

Sandi: un nobile veneziano che nel diciottesimo secolo scrisse nove

volumi in 4.º intorno alla costituzione del proprio paese merita

piena fede in tutto ciò che è semplice erudizione patria. Molta

infatti ne contiene rispetto a tutto quanto è veramente veneziano,

per tutto ciò che poteva levarsi dagli archivj del suo paese,

ch'egli ha accuratamente esaminati. Ma non vi si può prestar fede

quando esce dal suo argomento. Cade spesso in gravissimi errori

nelle cose della storia generale d'Italia; assurde sono molte volte

le sue riflessioni, ed il suo stile è goffo ad un tempo ed

affettato. Le memorie storiche e politiche intorno alla repubblica

di Venezia di Leopoldo Curti sono meno nojose, ma lascian travedere

soverchiamente la sua parzialità; e le sue quistioni colla

repubblica fanno dubitare, almeno in Venezia, della sua esattezza.

Rispetto al commercio veneziano ho già citate le _Ricerche storico

critiche_ del dotto conte Figliasi. Ho pur fatto uso degli antichi

storici Andrea Dandolo, Marino Sanudo ed Andrea Navagero. Ho pure

letta una voluminosa storia della guerra di Candia nel 1669, che

sparge molta luce sullo stato di quella colonia. _Istoria

dell'ultima guerra tra Veneziani e Turchi di Girolamo Brusoni dal

1644 al 1671 divisa in 28 libri, 1 v. in 4.º 1676._

Le frequenti sedizioni de' Candiotti, le non meno frequenti invasioni

de' Greci sudditi di Vatace, di Teodoro Lascari, o di Paleologo tennero

questa colonia in continui pericoli in tutto il tredicesimo secolo. Fu

pure contrastata ai Veneziani dai Genovesi che quasi nel tempo della

prima conquista avevano saputo formar uno stabilimento nell'isola.

Questo popolo era geloso degl'immensi dominj che i Veneziani avevano

acquistati nel Levante, e più ancora dell'estensione del loro commercio

e delle loro ricchezze. I Genovesi avevano più volte tentato di

appropriarsi alcune isole dell'Arcipelago, ed alcune piazze forti della

Morea. Tale gelosia avvelenò una lite eccitata tra le due popolazioni

dal solo punto d'onore nella città di Tolemaide ossia san Giovanni

d'Acri.

Di tutte le conquiste fatte in Terra santa più non restavano ai

Cristiani che due o tre piazze sulle coste della Siria, la più forte

delle quali era san Giovanni d'Acri, ov'eransi rifugiati quasi tutti i

Latini scacciati dal regno di Gerusalemme[224]. Ognuno presumeva di

trovare in questo asilo la stessa indipendenza di cui aveva goduto ne'

feudi ond'era stato spogliato; di modo che questa sola città trovossi

divisa in sei o sette differenti sovranità. Il re di Gerusalemme, i

conti di Tripoli e di Edessa, il gran maestro dell'ospitale e del

tempio, i Pisani, i Veneziani, i Genovesi avevano tutti il proprio

quartiere. Nacque tra gli ultimi una contesa pel possesso della chiesa

di san Sabba, che non era stata con precisione assegnata all'una delle

due nazioni. I Veneziani, per decidere questa disputa, volevano farne

arbitro il papa; ma i Genovesi presero le armi, ed impadronitisi della

chiesa, la fortificarono; nè di ciò contenti assalirono i magazzini de'

Veneziani in Acri ed in Tiro, e gli scacciarono dal loro quartiere[225].

[224] Trovasi nella raccolta degli storici bizantini, _t. XXIII_,

una curiosissima relazione dello stato di Terra santa l'anno 1211,

quando l'autore la visitò. Incomincia la sua descrizione dalla città

di san Giovanni d'Acri. Vedasi l'_Itinerarium Terræ Sanctæ, auctore

Villebrando ab Oldenborg canonico Hildesemensi, p. 10. Leon. Allatii

t. XXIII_.

[225] _An. 1258 Bart. Scribæ Contin. Caffar. Ann. Gen. l. VI, p.

525._

Non prenderemo a descrivere le zuffe che per vendicare questa prima

offesa i due popoli si diedero in tutti i mari dell'Italia e del

Levante. Siccome nelle battaglie navali s'affrontano ad un tempo la

furia de' nemici, i pericoli del mare, e spesso quelli della burrasca,

gli uomini danno prova della maggiore intrepidezza di cui possa essere

capace una debole creatura, la quale in tale cimento sembra innalzarsi

al livello de' dominatori della natura. Ma i prosperi o gl'infelici

avvenimenti delle battaglie di mare non influiscono direttamente sulla

sorte delle nazioni come quelle delle armate di terra; e quando non

trovasi tra i guerrieri qualche illustre personaggio che a sè richiami

lo sguardo della posterità, quando le battaglie navali sono dirette da

capitani oscuri, quando finalmente la guerra si fa piuttosto da armatori

indipendenti che dalle flotte d'una nazione, difficile e nojoso diventa

il racconto delle particolari circostanze; di modo che tutto quanto noi

potremmo dire intorno alle vicendevoli sconfitte delle flotte veneziane

e genovesi, nulla aggiugnerebbe all'idea generale che formar ci possiamo

d'una inutile perdita di gente e di tesori.

Vero è per altro che la rivalità de' Genovesi coi Veneziani produsse un

notabile cambiamento nelle alleanze delle due nazioni. I Veneziani che

fino a tale epoca erano stati i protettori del partito guelfo, ed

avevano lungo tempo fatto guerra a Federico II poi ad Ezelino,

staccaronsi dal papa per allearsi da una banda coi Pisani, implacabili

nemici dei Genovesi, dall'altra con Manfredi che aveva da vendicare sui

Genovesi le antiche ingiurie, ed in particolare l'ajuto dato al loro

compatriotto Innocenzo IV[226]. La lega dai Veneziani contratta coi

nemici del papa incoraggiò i Genovesi a contrarne un'altra che fu ancora

più scandalosa. Spedirono essi ambasciatori a Michele Paleologo,

imperatore dei Greci, per impegnarlo a perseguitare più caldamente i

Veneziani loro comuni nemici, esibendosi di ajutarlo a ritogliere dalle

mani de' Veneziani e de' Francesi la città di Costantinopoli, che

avrebbe dovuto essere la capitale di Paleologo, e che di tanti acquisti

era quasi il solo che ancora fosse in potere de' Latini. Il trattato di

alleanza fu sottoscritto a Nicea il giorno 13 marzo del 1261[227].

Paleologo esentò i Genovesi dai diritti di pedaggio in tutti i suoi

porti, e questi invece gli promisero un certo numero di vascelli di

guerra ad un determinato prezzo. Infatti essi ne armarono sei, e dieci

galere, che immediatamente spedirono in Levante.

[226] _Chron. Andreæ Danduli c. 7, § 8 e 9, p. 365._

[227] Questo trattato trovasi stampato nella raccolta dei diplomi

del Ducange, _t. XX_ della Bizantina, _p. 5_. — _Hist. de

Costantinople sous les empereurs françois di Ducange l. V, § 21,

edit. Ven., t. XX, p. 75. — Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p.

528._

Baldovino II, debole e spregevole principe, era in allora imperatore

latino di Costantinopoli, e regnava solo fino dall'anno 1237; il quale

avendo nelle sue angustie talvolta vilmente e sempre invano supplicati i

principi dell'Occidente ad ajutarlo, era ritornato nella sua capitale,

ove per procacciarsi un poco di danaro, faceva levare il piombo dai

tetti delle chiese e dei palazzi di Costantinopoli, indi faceva demolire

questi edificj per provvedersi di legna da fuoco; vendeva od impegnava

le sacre reliquie; e per ultimo dava il proprio figlio come ostaggio ad

alcuni banchieri veneziani, che gli prestarono alcune somme di

danaro[228]. Per lo contrario i Greci in sessant'anni di sventure e di

esiglio avevano ripreso un poco di coraggio e di energia. Dopo la caduta

del loro impero non ammettendo più padroni ereditarj, i soli talenti

aprivano la strada al trono. Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e

finalmente Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono de'

Cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio la maggior parte delle

province dell'Europa e dell'Asia, che i crociati avevano tolte ai loro

predecessori. Questi principi non meno valorosi guerrieri che accorti

politici avevano potuto volgere tutte le loro forze contro i Latini,

perchè i Bulgari ed i Saraceni, loro naturali nemici, indeboliti da

interne fazioni, non gli davano più molestia.

[228] _Ducange Histoire de Costantinople l. V, § 19, p. 75._

I soli difensori, i soli sostenitori dell'impero latino di

Costantinopoli erano i Veneziani; perchè i Francesi non isperando più di

arricchirsi coi saccheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e di

tornare alla loro patria, mentre ogni anno nuovi negozianti giugnevano

ad ingrossare la colonia veneziana, e nuovi vascelli, e nuovi valorosi

guerrieri venivano a difenderla. Se dobbiamo per altro credere ad uno

storico greco, fu l'imprudenza de' Veneziani che perdette la città[229].

Aveva Michele Paleologo con Baldovino conchiusa la tregua d'un anno,

quando il nuovo balìo o podestà di Venezia, Marco Gradenigo, giunse nel

porto di Costantinopoli[230]. Questi rinfacciò ai Latini il vergognoso

loro ozio in mezzo ai nemici, e li persuase ad intraprendere l'assedio

di Dafnusio, isola e città all'imboccatura del Bosforo nel Ponte Eusino.

Egli si valse in questa spedizione delle truppe veneziane e francesi che

trovavansi in città, non lasciando alla guardia delle mura che il debole

Baldovino colle donne e coi vecchi.

[229] _Georgi Acropolitae historia c. 85. Byzant. Ed. Ven. t. XVI,

p. 77._

[230] _Sabellicus hist. Venet. dec. I, l. X. — Appendix ad

Villeharduin t. XX, Byzant. Venet. p. 100._

Nello stesso tempo, dopo avere dato il titolo di Cesare ad Alessio

Strategopulo, l'imperatore Paleologo lo aveva spedito contro il despota

dell'Epiro. Questo generale essendosi innoltrato fino alle porte di

Costantinopoli colla sua armata, fu avvisato dai contadini del sobborgo,

i quali, trovandosi allora al confine dei due imperi, viveano in una

licenziosa indipendenza, che Baldovino in quell'istante non aveva

truppe, e si offrivano d'introdurlo in città.

In fatti, dopo avere concertata ogni cosa con Strategopulo, que'

contadini che chiamavansi volontarj[231], il giorno 25 luglio del 1261

entrarono in Costantinopoli per una segreta apertura che metteva capo in

una delle loro case, ed impadronitisi della porta Aurea[232], che dai

Latini tenevasi chiusa, e spezzatala colle scuri, si fecero a gridare

dall'alto delle mura: _viva l'imperatore Michele! vivano i Romani!_

Strategopula che trovavasi acquartierato colla sua truppa presso il

convento della Fontana, aspettandovi il convenuto segno, entrò subito in

Costantinopoli per la porta che gli era stata aperta. I Comani o

Tartari, ch'erano i Saccomani della sua armata, si sparsero ne'

quartieri della città per saccheggiare le case de' Latini, mentre i

Greci si rimanevano con bella ordinanza intorno al loro generale. Lo

spavento incusso dai Comani, gl'incendj che andavano eccitando ovunque

potevano penetrare, la sommossa de' Greci di Costantinopoli, che

volevano scuotere il giogo de' Latini, portarono la confusione tra i

Franchi; i quali, preceduti dall'imperatore Baldovino, fuggirono verso

il porto, andando a bordo de' vascelli che vi si trovavano. La flotta

veneziana, che aveva fatta l'impresa di Dafnusio, arrivava allora

opportunamente presso al tempio di Sostenione, e servì a dar ricovero

all'imperatore, al balìo, al patriarca latino, a tutti i Francesi ed

alla maggior parte de' Veneziani che abitavano in Costantinopoli. Sì

grande era il numero degli usciti, che ben tosto consumarono tutti i

viveri della flotta, onde molti perirono di fame avanti che potessero

essere trasportati all'isola di Negroponte, colonia de' veneziani, ove

soggiornarono alcun tempo.

[231] Θεληματαριοι.

[232] Intorno alla perdita di Costantinopoli possono consultarsi

_Dufresne Ducange, histor. di Costant. sotto gl'imp. francesi l. V,

c. 21-34. p. 79, 80. — Byzant. Ven. t. XX. — Giorgio Accropolita

istor. c. 85. 89. p. 77. — Byzant. Ven. t. XIV. — Georgii Pachymeris

ist. l. II, c. 26-34. p. 78, 91. — Byzant. Ven. t. XII. — Phranza l.

I, c. 4 c 5, t. XXIII. p. 6, 7. — Nicephorus Gregoras hist. Byzant.

l. IV, c. 2. t. XX. p. 41._

E per tal modo Costantinopoli, dopo essere stata cinquantasette anni

sotto il dominio de' Francesi e de' Veneziani, tornò ad essere la

capitale dell'impero greco, che a quest'epoca parve riprendere nuovo

vigore, e che doveva ancora mantenersi quasi due secoli[233].

[233] Costantinopoli fu preso il 25 luglio del 1261, e secondo il

calendario greco l'anno del mondo 6769, indizione 4.

Mentre i Latini abbandonavano Costantinopoli, che vedeva con piacere

allontanarsi questi illegittimi suoi figliuoli[234], Michele Paleologo

avvisato a Meteoria che la reale città era stata occupata dalle sue

truppe, ringraziò il cielo d'un avvenimento che non osava sperare,

perchè l'anno precedente non aveva potuto impadronirsi con una grossa

armata del solo sobborgo di Galata. Preceduto da un'immagine della

Vergine e circondato dal senato e da tutti i grandi della nazione, entrò

in città per la porta aurea, cantando inni di rendimento di grazie[235].

L'imperatore andò ad abitare il palazzo dell'Ippodromo, perchè quello di

Blacherna, da più anni abitato soltanto dai Franchi, era imbrattato ed

annerito dal fumo. «Si vide allora, scrive Niceforo Gregora, che la

regina delle città più non era che un campo di desolazione pieno di

rottami e di ruine, molte case erano cadute, e quelle che ancora

rimanevano non erano che miseri avanzi salvati dalle fiamme. Bizanzio

aveva affatto perduta la sua bellezza ed i suoi più preziosi ornamenti

negl'incendj più volte appiccativi dai Latini, quando la ridussero in

servitù: e come ciò fosse poco, niuna cura si presero di ripararla,

quasi fossero da lungo tempo persuasi di doverla in breve

abbandonare[236].»

[234] μακρὰ καὶ ἀυτοὶ χαὶρειν ἔιπόντες Τὴν νόθον πατρίδα. _Niceph.

Gregor. l. IV, p. 43._

[235] Acropolita, che aveva composti questi inni, ci fa un

circostanziato racconto di questa ceremonia: tutto fu commovente,

tranne la vanità dello storico, _c. 88. p. 80_.

[236] _Niceforo Gregora, l. IV, c. 11. § 6, p. 43._

Ma non tutti i Latini erano usciti di città: oltre i Genovesi che

avevano ajutati i Greci a farne la conquista, eranvi ancora i Pisani e

molti Veneziani. Molti degli ultimi trattenuti dagl'interessi del loro

traffico, o dalle parentele contratte coi Greci, non avevano voluto

abbandonare nè le loro proprietà, nè la loro famiglia; altri accortisi

troppo tardi della subita perdita della città non trovarono luogo sulle

navi. Conosceva Michele troppo bene la debolezza e la povertà della sua

nuova capitale per privarsi dell'ajuto e delle ricchezze di così

industriosi abitanti: onde non solo riconfermò ai Genovesi tutti i

privilegi accordati nel precedente trattato d'alleanza, ma un egual

travamento prometteva pure ai Veneziani ed ai Pisani che volessero

soggiornare ne' suoi stati. Non però acconsentì ai primi, ch'erano i più

numerosi e resi più arroganti dalla sua amicizia, di abitare

nell'interno della città, ove potevano diventare pericolosi; e li

trasportò a Galata situata nell'opposta riva del porto, mentre non ebbe

paura di lasciare in città i Veneziani ed i Pisani sotto la

sopravveglianza del popolo che gli odiava. Del resto accordò alle tre

nazioni di appropriarsi il quartiere loro rispettivamente assegnato,

vivendo colle proprie leggi, e sotto il governo di quel magistrato che

alle determinate epoche loro manderebbe il consiglio generale della loro

patria[237]. I Genovesi intitolavano questo magistrato podestà; i

Veneziani, balìo; console i Pisani. E per tal modo i mercanti italiani

formavano in Costantinopoli tre piccole repubbliche che conservavano

l'intera loro libertà ed indipendenza, continuando i loro cittadini ad

esercitare la navigazione ed il commercio con quella industria ed

attività ch'erano allora proprie di quelle nazioni.

[237] Il ceremoniale cui i magistrati veneziani e genovesi dovevano

attenersi in Costantinopoli nelle loro comunicazioni coll'imperatore

ci fu conservato da _Codino Curopalata de Officiis Const. c. 14. §

8-14. Byz. t. XVIII. p. 91, 92._ — È cosa notabile che i Veneziani

vi sono meglio trattati dei Genovesi. _G. Pachymeris hist. l. II, c.

32, p. 89, 90. c. 35. p. 92. — Niceph. Gregora l. IV, c. 5. § 4. p.

92._

Sebbene Michele Paleologo avesse accordati tali privilegi ai Veneziani

dimoranti in Costantinopoli, non aveva però fatta la pace colla loro

repubblica, nè rinunciato alla speranza di spogliare affatto i Latini

delle isole e delle province che ancora possedevano in Levante. Attaccò

l'Eubea, facendo che quel principe si ribellasse ai Veneziani, e

s'impadronì delle isole di Lenno, di Chio, di Rodi e di molte altre,

poste nel mar Egeo[238]. Accordò per altro in feudo ai Genovesi l'isola

di Chio, volendo con ciò compensarli di quanto avevano operato a suo

favore nelle sue imprese marittime. È questo uno degli stabilimenti che

i Genovesi conservarono più lungo tempo in Levante, essendogli stato

tolto per tradimento dai Turchi soltanto del 1556, perchè i Greci che

abborrivano il clero e la signoria de' Latini favoreggiavano i

Musulmani. Oggi vi sono circa cento cinquanta mila Greci, de' quali

sessanta mila abitano la città. Quest'isola, una delle più belle colonie

de' Genovesi, non erasi conservata sotto l'immediata dipendenza della

repubblica; perchè, essendole stata data in pegno per una somma di

danaro, nove famiglie la pagarono, e fecero l'impresa a loro spese. Più

tardi queste famiglie si unirono tutte sotto il nome de' Giustiniani; e

del 1365 tutti i Giustiniani si trasportarono a Chio[239]; ove

l'assoluta oligarchia della loro famiglia si mantenne due secoli; essi

conservano ancora al presente il titolo di principi di Chio. Tutti non

lasciarono questa loro patria adottiva, essendovi ancora molti

Giustiniani in quell'isola che vivono coi prodotti delle loro terre

sotto il dominio de' Turchi; le famiglie tornate a' nostri giorni in

Genova, chiedevano ne' primi anni del presente secolo alla repubblica le

somme che le avevano date in deposito quando essa le investì del perduto

principato. Allorchè fu data ai Genovesi la proprietà dell'isola di

Chio, non erano altrimenti disposti a fondare un'oligarchia nella loro

colonia ed a render principi i loro gentiluomini. Egli era in quel tempo

presso a poco in cui cominciava a manifestarsi la discordia tra la

nobiltà ed il popolo; discordia lungo tempo fatale al riposo della

repubblica; discordia la quale pose più volte lo stato sotto il dominio

di un padrone; e la quale avrebbe finalmente distrutta affatto la

libertà, se nel carattere di un popolo marittimo non esistesse una

cotale energia che difficilmente può assoggettarsi al giogo. Gli uomini

la di cui patria non è soltanto posta sulla terra ma ancora sul libero

Oceano, non possono, tornando in porto, sopportarvi lungamente una

tirannia, dalla quale vanno esenti viaggiando sul mare.

[238] _Niceph. Gregoras. l. IV, c. 5. § 1, 5. p. 48, 49._

[239] Laonico Calcocondila, il solo degli storici greci che tratti

di questa infeudazione, ne parla assai confusamente. _De Rebus

Turcicis l. X, p. 216, Byzant. t. XVI._ Osservisi ancora la _Storia

veneta di Sandi p. I, l. IV, p. 670_. Ma io mi sono a Genova

informato da un Giustiniani, tornato da Chio colla sua famiglia 33

anni sono.

Nella prima metà del tredicesimo secolo, il poter sovrano era stato in

tal maniera diviso tra il governo ed il popolo. Eransi questi riservati

i suoi parlamenti o assemblee generali, nelle quali risolvevansi gli

affari di maggiore importanza, i cambiamenti nella costituzione, la

pace, la guerra, le alleanze. Accadde più volte, che il senato,

consultato intorno ad un importante affare, dichiarò nelle sue

deliberazioni, che potendosi compromettere l'intera nazione, alla sola

nazione toccava il decidere[240]. Più volte ancora si vide il podestà

adunare il parlamento, non solo per trattare di qualche impresa contro i

nemici dello stato, ma per formare nello stesso tempo la sua armata;

imperciocchè tutti i cittadini uniti in assemblea, dopo avere dichiarata

la guerra, prendevano le armi e seguivano lo stesso giorno il loro

pretore nel campo.

[240] Fra le altre l'anno 1238 pei gravi negoziati con Federico II.

_Barth. Scribae An. Gen. p. 479._

Finchè il popolo delibera egli stesso ed agisce senza l'interposizione

de' suoi rappresentanti, i consigli gli sono quasi affatto inutili;

quindi l'annuale senato della repubblica non figura nella storia di

Genova che a lontani intervalli, senza che si possano perciò ottenere

chiare nozioni intorno alle sue prerogative. Ma se piccola cosa sono i

consigli, importantissimi sono i magistrati, siccome coloro che

diventano depositarj di tutte le sovrane funzioni, che il popolo non ha

potuto riservare a sè stesso.

In Genova, in sull'esempio delle altre repubbliche italiane, il podestà

rimaneva un anno in carica, doveva essere forestiere e gentiluomo, ed

esercitare le incumbenze di giudice criminale, e di generale delle

truppe dello stato. Conduceva seco due legisti e due cavalieri.

Veniva in appresso un consiglio di otto nobili genovesi, eletti

probabilmente ogni anno dalle compagnie de' nobili; perciocchè pare che

i gentiluomini si fossero divisi in otto società formate sull'andare

delle associazioni popolari di Milano. Tali compagnie eransi arrogate

alcuni poteri non contemplati dalla costituzione, ma tacitamente

riconosciuti dalla repubblica. Frattanto esse di già formavano

un'oligarchia che aveva risvegliata non solo la gelosia de' plebei, ma

quella ancora de' nobili, che a principio non essendosi inscritti in

alcuna di tali associazioni, si trovarono in certo modo respinti fuori

della nazione; per la qual cosa nel 1227, essi cospirarono, ma

inutilmente, per ispogliare le compagnie nobili delle loro

prerogative[241]. Il consiglio degli otto nobili eletti da queste

compagnie era incumbenzato di tener conto delle spese e delle

riscossioni della repubblica, come pure di prestare assistenza al

podestà nelle sue funzioni; ed aveva presso di lui cinque notai del

comune.

[241] Questa congiura fu diretta da Guglielmo de' Mari. _Barthol.

Scribae, l. VI, p. 450-453._

Quattro tribunali, composti ognuno d'un console alle liti e di due

notai, amministravano la giustizia ne' quattro quartieri della città.

Venivano dalla repubblica nominati alcuni podestà subalterni per

governare le terre del territorio e specialmente quella porzione che

trovavasi oltre le Alpi liguri.

La nobiltà erasi avvantaggiata sul popolo formando delle particolari

società; il podestà era nobile, nobili i giudici ed i consoli, nobile il

solo de' consigli che avesse influenza, quello degli otto; onde il

potere della nobiltà non era soltanto grandissimo, ma in istato d'andare

ogni giorno crescendo. Però la gelosia del popolo non perdeva di vista

il potere degli otto; a ciò fare caldamente incitato da que' nobili che,

esclusi dalle già dette società, non erano soddisfatti della piccola

parte che avevano nella sovranità della loro patria. Questa gelosia si

manifestò del 1227 colla congiura di Guglielmo de' Mari, e prese un

diverso carattere in tempo che la guerra di Federico II occupava tutte

le menti non già del governo della repubblica, ma dei diritti della

nazione, di quelli della chiesa, e di quelli dell'impero. A tal epoca

non si videro che Guelfi e Ghibellini: e gli ultimi, detti _mascherati_,

affatto esclusi dalla sovranità, fecero, armata mano, molti tentativi

per ripigliare quell'autorità che si erano esclusivamente appropriata i

Guelfi[242]. L'attaccamento alle fazioni alla repubblica straniere

s'indebolì dopo la morte di Federico, ed una contesa più nazionale

intorno alle prerogative dei nobili e del popolo succedette alle fazioni

guelfe e ghibelline.

[242] Tra gli altri l'anno 1239, e l'anno 1241. _Annales Genuenses

l. VI, p. 482, 486._

I nobili che si staccano del proprio ordine per ergersi in demagoghi,

sono più avvantaggiati che tutti gli altri capi di parte, acquistando

essi facilmente la più alta e perniciosa influenza sopra coloro che

prendono a guidare. Torna loro così agevole il parer generosi, mentre

altro non sono che egoisti e calcolatori; lo spacciarsi protettori del

popolo, quando al contrario ne corteggiano il potere soltanto per

armarsi della sua forza; possono prendere a prestito tante utili virtù,

ed il popolo essere così facilmente sedotto dall'apparenza di quelle,

che costoro sono di tutti gli ambiziosi i più fortunati. Di fatti pochi

uomini, nati in città libera, hanno con modi diversi da questi usurpata

la tirannide. Genova non mancò di nobili demagoghi, e se non si

assogettò stabilmente al loro dominio, ebbe più volte l'imprudenza

d'accordar loro il supremo potere.

Il primo di questi nobili lusinghieri del popolo fu Guglielmo

Boccanigra. Nel 1257 mentre Filippo della Torre podestà dell'anno

precedente partiva alla volta di Milano sua patria, si levò contro di

lui il popolo a rumore accusandolo di venalità, ossia d'infedeltà

nell'amministrazione della repubblica. Il consiglio degli otto nobili,

ed i sindicatori della condotta dei magistrati caddero in sospetto,

perchè non avevano proceduto contro di lui con rigore. Il popolo

ripeteva ad alta voce che non voleva omai più essere la vittima di

nobili e di podestà corrotti; che voleva scegliere tra i cittadini

virtuosi un capo che fosse il depositario della sua autorità, e la di

cui passata condotta fosse la guarentìa del suo amore della patria e

della libertà: aggiunse ben tosto che Guglielmo Boccanigra era il solo

che si fosse meritata la sua confidenza colle sue costanti liberalità,

col suo amore pel popolo, soccorrendolo contra la nobiltà. I sediziosi

s'avanzarono verso la chiesa di san Siro, portando in trionfo Guglielmo,

e postolo a sedere presso l'altare, lo proclamarono capitano del popolo,

ed in tale qualità si affrettarono di prestargli il giuramento di

ubbidienza. Il susseguente giorno, i sediziosi nominarono trentadue

anziani, quattro per compagnia, per formare il consiglio del nuovo

capitano; e la prima legge che sottoposero alla loro decisione, fu

quella che determinava la durata delle funzioni di Guglielmo. Gli

anziani assecondarono la frenesia del popolo, o fecero la corte al suo

capo, decretando che Guglielmo sarebbe dieci anni capitano del popolo;

che morendo prima del termine gli verrebbe surrogato uno de' suoi

fratelli; che avrebbe sotto i suoi ordini, pagati dallo stato, un

cavaliere, un giudice, due scrivani, dodici littori e cinquanta arcieri,

che farebbero giorno e notte la guardia al suo palazzo ed alla sua

persona. Per ultimo gli diedero la facoltà di nominare, salva la loro

approvazione, il podestà annuale[243].

[243] _Ann. Gen. l. VI, p. 523, 524. — Uberti Foglietæ Genuens.

histor. l. IV, p. 361. Apud Graevium Thesaur. Antiq. Ital. t. I._

Ed ecco con questa rivoluzione compiutamente fondata la tirannide; ma

fortunatamente per Genova il popolo era troppo impaziente per

sopportarla lungo tempo. Del 1259 i nobili cominciarono ad avvedersi che

Guglielmo, il quale ogni giorno si arrogava nuove prerogative, aveva di

già molto perduto della sua popolarità. Ordirono contro di lui una

congiura, ma intempestiva; e Guglielmo che n'ebbe sentore, trovò parte

del popolo ancora disposto a difendere il suo idolo. Egli pronunciò

contro i suoi nemici una sentenza di esiglio, e fece spianare le loro

case. Domandò in seguito al suo consiglio, e facilmente ottenne, che gli

fosse accresciuto il salario, e data subito una somma di danaro per

mettersi in istato di difesa[244]. Frattanto se la mala riuscita di

questa congiura accrebbe la sua potenza, accrebbe pure l'odio che una

parte della nazione nudriva contro di lui. E già, se crediamo

all'annalista genovese coetaneo, del 1262 Guglielmo si comportava da

tiranno; dava e toglieva gl'impieghi di proprio arbitrio, sprezzava le

deliberazioni dei consigli, trattava in nome proprio le alleanze,

annullava le sentenze de' tribunali, ed escludeva i nobili da ogni parte

dell'amministrazione. Questi preser di nuovo le armi in tutti i

quartieri della città, ed occuparono le porte affinchè il capitano del

popolo non potesse chiamare gli abitanti della campagna in suo soccorso.

S'avviarono poi verso la gran piazza ove trovavasi il capitano con circa

otto cento uomini: strada facendo tagliarono a pezzi suo fratello, che

con un corpo di gente cercava di opporsi al loro passaggio. Intanto i

cittadini che avevano prese le armi a favore del capitano, l'andavano a

poco a poco abbandonando e si univano ai nobili. L'arcivescovo, per

impedire lo spargimento del sangue genovese, s'inoltrò tra le parti,

facendo sentire a Guglielmo che disperata era la sua causa, ed avendolo

persuaso a rinunciare alla carica di capitano del popolo, lo tolse in

tal modo al castigo dovuto ai tiranni. Furono colla sua mediazione

ristabilita in Genova la pace ed il governo quali erano avanti ii

1257[245].

[244] _Ann. Genuens. l. VI, p. 627. — Uberti Folietæ Genuens. hist.

l. IV, p. 366._

[245] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. l. VI, p. 529. — Uberti Folietæ

Genuens. hist l. IV. p. 367._

Ma il popolo non tardò a dolersi d'essere ricaduto sotto il dominio

della nobiltà, e malgrado la fresca esperienza dell'abuso che i suoi

favoriti facevano del loro credito, andava ancora cercando qualche

nobile che volesse essere suo capo. Il primo a presentarsi, due soli

anni dopo l'abdicazione di Guglielmo, fu Simone Grillo, che la

repubblica aveva nominato ammiraglio delle galere che spediva in

Levante; ma quando vide che i nobili stavano all'erta, partì colla sua

flotta, ed il tumulto eccitato in suo favore si dissipò in poche

ore[246].

[246] _Ann. Genuens. l. VI, p, 531._

Un più pericoloso demagogo cercò in seguito di farsi un partito nel

popolo, e fu questi Oberto Spinola, capo di una delle quattro più

nobili, più antiche e più potenti famiglie di Genova. Queste famiglie

che verso la metà del tredicesimo secolo cominciavano ad uscire

assolutamente dalla linea di tutte le altre, erano i Grimaldi, i

Fieschi, i Doria e gli Spinola. Pareva che nell'elezione del 1264 i

Grimaldi avessero avuto maggior parte alle magistrature ed a tutti i

consigli, che le tre altre famiglie. Tutte ne aveano conceputo gelosia,

ma Oberto Spinola seppe egli solo approfittarne. Tentò di ottenere la

carica di capitano del popolo, che era stata data a Boccanigra, e

sebbene non riuscì nell'intento in quest'occasione, si pose in relazione

col partito popolare; relazione, che mantenutasi nella sua famiglia, fu

lungo tempo cagione alla repubblica di pericolose scosse, minacciandola

frequentemente di rapirle la libertà[247].

[247] _Ib. l. VII. Lanfranci Pignolae ecc. p. 533, 535. — Uberti

Foliet. hist. Genuens. l. V, p. 371._

E per tal modo le due più potenti repubbliche marittime riformavano

nello stesso tempo la loro costituzione, ma in senso contrario. Una,

partendo da una democrazia reale, s'avanzava segretamente, lentamente e

senza scosse verso un'aristocrazia forte e regolare: l'altra, governata

da una nobiltà inquieta, faceva violenti sforzi e spesso inutili per

tornare alla democrazia; spesso ancora invocava imprudentemente la

potenza di un solo uomo per istabilire l'autorità di tutti. Infinite

circostanze influiscono sempre sulla costituzione de' popoli. Benchè i

Genovesi ed i Veneziani avessero le stesse abitudini, il medesimo

carattere, il medesimo amore per la libertà, benchè parlassero il

medesimo linguaggio, nello stesso tempo, e per così dire nello stesso

paese, presero due contrarie direzioni per arrivare allo stesso scopo.

In un altro capitolo avremo occasione di volgere lo sguardo alla terza

repubblica marittima, a Pisa, la cui storia, meno conosciuta, è per

molti rispetti simile a quella di Genova.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) · 第 6 / 12 题