_Pontificato d'Alessandro IV. — Crociata contro Ezelino; sua
disfatta e morte. — Manfredi re di Sicilia: soccorre i
Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia._
1255=1260.
Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi
aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di
questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a
sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in
Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del
vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati
nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il
vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo
Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella
astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli
avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore
impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro
Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba
attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più
debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due
anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo
predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed
i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi
atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata
contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari
a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia,
dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva
egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più
inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del
secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti
del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei,
egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi
della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e
specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito
dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio,
l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste
province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali
e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della
croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca,
loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro
che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi
dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga
finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla
prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa,
all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità
della vostra patria[162].»
[161] _Paris Hist. Angl. an. 1254, p. 771. — Raynald. an. 1254, t.
XIV, § 2, p. 1._
[162] Dato dal Laterano il 13 delle calende di gennajo. _Epist.
Alex. IV, l. II, epis. 7, ap. Raynald. Ann. 1255, § 10, p. 4._
Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il
nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino
dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine
superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù
militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la
sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per
risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile
per coloro che lo superassero.
Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano
indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della
Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava.
Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo
avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del
suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime
erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in
mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle
patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza.
Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza,
e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e
consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte
le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e
risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i
nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di
distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno
di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua
crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi
negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di
specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le
grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano
confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro
case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso
alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro
colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero
cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva
diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era
sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè
meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli
occhi.
[163] _Monachi Patav. Chron. l. I, p. 687._
Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la
terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice,
venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora
dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al
pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro
grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale
senz'armi, gridando: _Vengano alla malora i traditori!_ Monte, appena
vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e
lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al
tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo
gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla
una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto.
Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano
sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili
sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino
che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a
rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165].
[164] Ciò accade l'anno 1253.
[165] _Rolandini l. VII, c. 5, p. 274._
In marzo del 1256 il legato pontificio, Filippo, arcivescovo eletto di
Ravenna, si recò a Venezia, ove incominciò a predicare la crociata.
Trovò in questa città molti fuorusciti e specialmente padovani,
salvatisi dalla furia di Ezelino. Il più distinto era Tisone Novello di
Campo Sampiero, giovane appena uscito di fanciullezza, figliuolo di quel
Guglielmo di cui abbiamo descritta la morte, ed ultimo erede d'una
famiglia vittima quasi tutta del tiranno. I fuorusciti padovani per
meglio guadagnarsi l'appoggio della repubblica nominarono loro podestà
Marco Quirini, gentiluomo veneziano; ed il legato seguendo la stessa
politica affidò la carica di maresciallo dell'armata ad un altro
gentiluomo veneziano, Marco Badoero, e scelse Tisone Novello per portare
lo stendardo. Infatti moltissimi Veneziani presero la croce; altri per
naturale sentimento di sdegno verso un così feroce tiranno, di cui in
tanta vicinanza avevano potuto conoscerne i delitti; altri mossi da
gelosia contro un principe che ogni giorno rendevasi più potente, e che
stendeva omai i suoi confini a sole sette in otto miglia dalla loro
capitale. Somministrarono al legato navi da guerra, onde potesse
rimontare la Brenta ed attaccare Padova.
La guerra cominciata nella Marca Trivigiana facevasi con forze eguali.
Il marchese Azzo d'Este veniva risguardato come capo naturale della
parte guelfa. Era stato spogliato da Ezelino di molte terre, ma gli
restavano il Polesino di Rovigo, ove dimorava; e conservava tanta
influenza nella città di Ferrara, ch'egli la governava omai piuttosto
come suo principato che come repubblica. Mantova trovavasi nella stessa
dipendenza verso i conti di san Bonifacio. Al conte Riccardo era
succeduto il figliuolo Luigi, il quale tenevasi, come Mantova, attaccato
al partito della Chiesa, ed implacabile nemico di Ezelino. Per lo stesso
partito stava pure la repubblica di Bologna; e Trento, ribellatosi di
fresco ad Ezelino, ne aveva scacciati i partigiani. D'altra parte
ubbidivano ad Ezelino Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno; erasi
inoltre segretamente rappacificato con Alberico suo fratello, che
governava Trivigi, ed aveva contratta alleanza col marchese Oberto
Pelavicino e Buoso di Dovara, capi di parte ghibellina in Lombardia, che
alternativamente o di comune accordo reggevano Cremona col titolo di
podestà, esercitandovi un potere quasi dispotico, ed inoltre stavano per
insignorirsi di Piacenza e di Parma. In Brescia mantenevasi viva tra le
due fazioni la guerra civile; ma il partito ghibellino sembrava più
potente; ed Ezelino lusingavasi che per metter fine alle private liti
de' suoi cittadini, Brescia si porrebbe in sua mano, ond'egli verrebbe
ad aggiugnere così nobile acquisto ai suoi stati.
Ond'essere meglio a portata di approfittare delle corrispondenze che
manteneva in Brescia, e vendicarsi ad un tempo de' Mantovani che
costantemente eransi fatti conoscere suoi nemici, Ezelino alla testa
delle milizie di Padova, Verona e Vicenza, e de' suoi antichi vassalli
di Bassano e di Pedemonte, corse il distretto mantovano, che tutto pose
a fuoco e sangue. Poi accampò le sue genti in riva al lago che circonda
questa città, quasi volesse intraprenderne l'assedio. Aveva d'altra
parte ordinato ad Ansedisio de' Guidotti, suo luogotenente in Padova, di
marciare contro l'armata del Legato e di chiuderle il passaggio,
afforzando la Brenta[166].
[166] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Diss. VIII, c. 14, p. 923, t.
XIV. — Monachus Patav. Chron. l. II, p. 692. — Roland. de factis in
March. Tarvisana l. VIII, c. 1, p. 283 e segu. — Laurent. de Monacis
Ezerinus III, p. 148 ex l. XIII Hist. Venetæ. — Chron. Veron.
Parisii de Cereta p. 636. — Campi Cremona Fedele l. III, p. 63. —
Pigna Istoria de' principi d'Este l. III, p. 218. — Chron. Estense
t. XV, p. 318. — Ghirardacci Istoria di Bologna l. VI, p. 191._
Ezelino conservava sul trono tutto il valore che gli aveva agevolata la
strada per salirvi; ma d'ordinario i ministri di un tiranno sono più
vili del padrone. Ansedisio non prese le convenienti misure per impedire
la marcia de' crociati: perchè volendo travoltare le acque della Brenta
onde le navi veneziane non potessero rimontare il fiume, aprì un
passaggio ai pedoni che lo attraversarono senza bagnarsi; e mentre il
legato s'impadroniva dei castelli di Concadalbero, di Buvolenta, di
Cansilva, egli teneva inoperosa la sua armata a Pieve di Sacco. Bentosto
abbandonò anche l'armata, e tornò a Padova, ove poco dopo la fece
ritirare. Tante perdite servirono a scoraggiare i soldati, molti de'
quali servivano di mala voglia, ed accrescevano la confidenza
dell'armata nemica, la quale attribuiva così prosperi avvenimenti
all'aperto favore del cielo, poichè non potevano darne lode al prete che
la comandava, il quale aveva date sicure riprove della sua incapacità.
Il lunedì 18 giugno, l'armata de' crociati s'incamminò da Pieve di Sacco
verso Padova, guidata dall'arcivescovo di Ravenna, il quale circondato
da' suoi preti intuonò l'inno:
_Vexilla regis prodeunt;_
_Fulget crucis mysterium..._
ripetuto con entusiasmo da tutta l'armata. Al ponte del Bacchiglione,
discosto solo due miglia da Padova, i crociati posero in fuga alcune
bande d'Ansedisio, per sostenere le quali arrivarono troppo tardi altre
truppe che vennero disperse di mano in mano che uscivano di città; di
modo che, approfittando i Guelfi della confusione de' fuggiaschi,
entrarono assieme nel sobborgo di Padova, e se ne resero padroni.
All'indomani attaccarono in più luoghi le mura e le porte della città. E
mentre in ogni altro luogo i crociati combattevano debolmente, il
legato, circondato di frati, di preti, di soldati, di cavalieri, tentava
di prendere d'assalto la porta di ponte Altinato. I crociati vi si erano
avvicinati coperti da una specie di galleria mobile detta _vinea_, la
quale teneva luogo dell'antica testuggine. Dall'alto delle mura
versandosi olio e pece infiammati per allontanare gli assalitori, la
galleria prese fuoco; di che avvedutisi i crociati, la spinsero contro
la porta che pure era di legno, ed aggiungendovi altre materie
combustibili, la ridussero ben tosto in cenere. Gli assediati che
avevano eccitato il primo incendio, non avendo modo di fermarne i
progressi, uscirono atterriti per l'opposta porta collo spaventato
Ansedisio, mentre l'armata crociata, appena spente le fiamme, entrava
trionfante in città[167].
[167] _Roland. l. VIII, c. 13 e 14. p. 295-298. — Monachi Patavini
Chron. p. 693._
I crociati avendo sottomessa Padova piuttosto per favore del caso, che
per forza di valore o d'ingegno, usarono senza misericordia di una
vittoria senza gloria. Poca gente perdette la vita in città, perchè
pochi osarono difendere le loro proprietà; ma i vincitori saccheggiarono
per sette giorni consecutivi i beni di que' miseri cittadini, così che
quella nobilissima città, dopo avere perdute tante ricchezze e tanto
sangue ne' diciotto anni che fu soggetta ad Ezelino, fu spogliata dei
miseri avanzi dell'antica sua opulenza da coloro che si annunciavano per
suoi liberatori.
A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non
lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai
mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e
sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi
le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo,
furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di
Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre
sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne
uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse
dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto
spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati
in più atroci guise.
[168] _Rolandini l. IX, c. 1 e 4. p. 299-302. — Monachus Patavinus,
p. 694._
Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato
all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa
città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in
riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali
undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali
conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero;
locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia
sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare
tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che,
per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i
soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe
erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima,
felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per
iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco
furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di
Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero
la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna
padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i
nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente
spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti
mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare,
senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere
spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla
sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col
fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella
armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena
se ne salvarono duecento[169][170].
[169] Le particolari circostanze sono prese dal Rolandino _l. IX, c.
7.-8. p. 304-306_: ma il fatto viene attestato da tutti i coetanei.
_Chron. Veron. p. 636. — Mon. Patav. p. 695. — Laurent. de Mon.
Ezerinus III, p. 149. — Ant. Godi Chr. Vic. p. 87. — Chron. Est. p.
230. — Regiurinum Paduæ Chronicatores duo, p. 377, 378._
[170] Il fatto ne' particolari è assai diversamente raccontato, e
gli scrittori allegati erano tutti guelfi. _N. d. T._
(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non
erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini
ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche
de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a
sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero
col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi
naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali
valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi
sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa
per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo
dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili
sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella
medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche
religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate
Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia:
generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo,
arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli
avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata,
occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di
ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente.
Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da
Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità.
Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa,
ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo
col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte
fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e
penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta
d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il
legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò
nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più
servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina
l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza
apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova.
Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di
questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un
messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a
qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo,
si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico,
chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le
sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de'
crociati[171].
[171] _Roland, l. IX, c. 10, 11, 12. — Mon. Pat. Chr. p. 695._
Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne
l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre
miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano
coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò,
licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in
campagna.
(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta
importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per
rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini
di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo
conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti
del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il
legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per
trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione
senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente
occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i
nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze
guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani.
Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la
pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e
bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado
l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi
stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle
città ch'egli diceva di voler proteggere.
(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad
entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città,
si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva
attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive
dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a
ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le
milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto
Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze
superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa
da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti
prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi
compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata
guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi
strada a traverso l'armata nemica[172][173].
[172] _Monachi Patav. Chron. p. 700. — Rolandinus t. XI, c. 8 e 9.
p. 331. — Jacobus Malvecius Chron. Brixian. Dist. VIII, c. 17. p.
924. — Chron. Veron. p. 638._
[173] Il trattamento usato da Ezelino al legato suo prigioniere, che
pure lo aveva tanto maltrattato nelle sue prediche, dovrebbe essere
risguardato come un argomento della poca fede dovuta ai racconti
esagerati della crudeltà di quest'uomo. _N. d. T._
Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi
rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini,
rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli
di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non
fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi
ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre
l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il
vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro
famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi,
compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità;
«imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o
qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova,
quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174].»
[174] _Lib. IX, c. 10. p. 333._
Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di
Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte
le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si
credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza
correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto
da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli
era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e
Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti
consignori di quella città, che governavano colla loro influenza
aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi
gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi
di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi
in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di
Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui
non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e
quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi
vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a
discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono
appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo
signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti
della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni.
Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata
dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le
insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta
perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio
sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito
alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a
Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con
lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non
fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa
di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto
Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte
dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di
Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato
riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e
promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla
santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino
alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini
promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro
forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare
mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra.
Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del
futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal
giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro
vicendevoli promesse.
[175] Questo trattato viene letteralmente riferito dal Campi nella
sua _Cremona Fedele, l. III, p. 65._
Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259.
Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi
impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi
afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con
un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di
Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso
supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini,
donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso
e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica
compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che
infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione,
tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma
le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella
Marca Trivigiana.
[176] _Roland. l. XI, c. 17. p. 340._
[177] La cosa viene variamente raccontata da altri storici. Si dice
che avendo proclamato che tutti i poveri storpiati, mutilati ec.,
presentandosi in Verona alla sua corte, avrebbero avuto da Ezelino
un nuovo abito, e vitto finchè vi rimanessero. Che quando vi si
trovarono adunati moltissimi, fece a tutti dare nuove vesti, e
ritenere i loro cenci, ne' quali, inutilmente riclamati da que'
mendici, trovaronsi nascosti molti danari, e che perciò tutti i
mendicanti dolevansi per le città italiane di Ezelino. _N. d. T._
La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe.
Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la
sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse
di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul
finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai
avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva
all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi
guardato dai Cremonesi.
Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il
castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese
d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria
venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio;
finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino.
Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè
colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con
Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città
tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona
passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua
cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di
Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di
là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di
Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna
resistenza.
La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi
posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso
della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua
patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli
stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di
aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece
accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle
spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico.
Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle
rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello
di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò
il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato.
Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata
delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la
Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza.
Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti
in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni
banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di
vincere.
Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata
presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello
e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro
augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva
alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio,
soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente
l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte
di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate
per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a
cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che
gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che
sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a
cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza
trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli
ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere
l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria
bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese
la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto
il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli
altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a
quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai
Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi
passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni
lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più
fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo
finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale,
cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere.
[178] Il 16 settembre 1259.
«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio,
tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua
indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i
soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso
principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e
la gioja era universale»[179].
[179] _Roland. l. XII, c. 9, p. 351._
I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma
condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per
curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste
alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino,
ove fu sepolto[180].
[180] _Chron. Astense c. 2, t. XI, p. 186._
Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed
il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo
portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più
arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile
ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i
supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni
dopo averne regnati trentaquattro[182].
[181] _Ant. Godii Chron. t. VIII, p. 90. — Monach. Patav. l. II, p.
708._
[182] _Rolandini, l. XII. c. 1-9. — Monach. Patav. Chron. p.
702-706. — Chron. Veron. p. 638. — Campi Cremona fedele, l. III, p.
71. — Pigna Istor. de' Principi d'Este l. III, p. 225. — Jacobi
Malvecii Chronic. Brixiense Dist. VIII, c. 30-37, p. 931, ec._
Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si
affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di
chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i
loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo
gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere,
e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno
violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi
risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune.
Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che
l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla
sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti
Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio
di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia,
Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo
anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per
tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della
torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta
tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli
che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato
l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e
le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate
da quella famiglia[183][184].
[183] _Rolandini l. XII, c. 14-16, p. 356 e seguenti._ Qui
prenderemo congedo da questo storico, che termina il suo racconto
colla caduta della famiglia da Romano. L'anno 1262 sottomise il suo
libro all'approvazione del magistrato e degli uomini dotti di
Padova, tutti testimonj dei riferiti avvenimenti.
[184] L'autore ebbe torto di seguire troppo minutamente i racconti
del Rolandino, uno de' più caldi partigiani della fazione guelfa, e
personalmente nemico di Ezelino. Fa veramente maraviglia che
mostrando altrove tanta filosofia e buona critica, sia qui disceso a
raccontare le puerili favole inventate sul conto d'Ezelino, che pur
troppo era colpevole: ma per dare una giusta idea ancora de' suoi
nemici, il nostro imparziale autore non doveva dissimulare il
barbaro modo con cui fu sacrificata la famiglia d'Alberico da
Romano, che forse non era alleata d'Ezelino: e convien dire che il
suo animo non sostenne l'immagine di tanti orrori. _N. d. T._
Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia
trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero
combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano
allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un
tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a
tutti i popoli [185].
[185] _Monachi Patav. Chron. l. II, p. 707._
E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di
Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e
ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese
Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per
riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta
l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi
da personali interessi, non erano in verun modo disposti a
rappacificarsi.
Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de'
talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti
d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli
intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di
tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna
che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di
tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che
quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri.
Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la
guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli
Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra
di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia,
che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu
costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli
dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola
restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e
perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa
armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine
de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò
sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione,
inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per
alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli
antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni
diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in
Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe
risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora
accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle
forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno
stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati
contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di
ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in
Calabria[188].
[186] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 579._
[187] _Ib. p. 565, 566._
[188] _Nicolai de Jamsilla Historia p. 571._
Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva
soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli,
governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente.
Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della
riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi
colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva
saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale
stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del
giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di
riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi
interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le
preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che
gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in
proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva
salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in
Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di
Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della
notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da
Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino
allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli
ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che
dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo
trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol
poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua
persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non
permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una
donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale
egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte:
che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo
erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno
governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben
accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo
sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo
figliuolo[190].
[189] Fu incoronato il giorno 11 agosto del 1258; e qui termina la
sua storia Nicola de Jamsilla. Io lascio con dispiacere
quest'amabile scrittore. Quantunque le sue storie non abbraccino che
un periodo di otto anni dalla morte di Federico fino
all'incoronazione di Manfredi = 1250-1258, seppe dare grandissima
importanza al suo racconto. Un cuore caldo, un vivo affetto pel
principe cui era attaccato, la perfetta conoscenza ch'egli aveva
delle più minute circostanze degli avvenimenti, sono qualità poco
comuni agli storici di que' tempi; e sentesi tanto più vivamente la
sua mancanza perchè dopo di lui il regno di Napoli non ha più
storici ghibellini.
[190] _Giannone Istoria Civile, l. XIX, p. 666._
(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali
gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso
per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo
interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle
province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo
stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza
militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure
poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in
balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo
partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare
i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella
Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe
la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro
impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal
ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa.
I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati
da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione
diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati.
Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi
contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro
case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi
clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti
prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la
repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini
alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo
di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena,
ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante.
[191] _Gio. Villani l. VI, c. 65, p. 199._
Nel trattato di pace stipulato del 1254 tra Siena e Firenze, era stato
convenuto che le due repubbliche non darebbero asilo ai nemici ed ai
ribelli dell'altra[192]. Perciò i Fiorentini fecero intimare a Siena
l'osservanza dei trattati acciocchè vietasse entro le sue mura le ostili
adunanze dei Ghibellini. I Sienesi, che avevano già fatto un trattato
d'alleanza con Manfredi, non lasciaronsi sopraffare dalle minacce degli
ambasciatori di Firenze, e risposero che avevano contratta alleanza
coll'intero popolo fiorentino e guelfo e ghibellino, i quali tutti
avevano allora un'egual parte della sovranità; che oggi vedevano una
metà di questo stesso popolo scacciato dai suoi focolari, onde non
sapevano dove fosse la repubblica: che non prenderebbero conoscenza
delle loro civili discordie; ma che il popolo di Siena non romperebbe
l'alleanza con quella parte del popolo fiorentino ch'era esiliata,
perchè era infelice. Questa risposta procurò ben tosto ai Sienesi una
dichiarazione di guerra, ed allora fu che i Ghibellini di Firenze, per
cagione dei quali stava per incominciarsi la guerra, mandarono
ambasciatori a Manfredi per ottenere il suo ajuto.
[192] _Flam. del Borgo Stor. Pis. l. VI, p. 349. — Malavolti Hist.
di Siena p. I, Diss. V, p. 68. — Leon. Aret. l. II, c. 3, p. 41._
Il re di Sicilia, anche prima di ricevere l'ambasceria de' fuorusciti
fiorentini, aveva mandate truppe per difendere la repubblica di
Siena[193]. Il conte Giordano d'Anglone giunse in Toscana con un corpo
di cavalleria tedesca. Entrò in Siena in dicembre del 1259, e fu
adoperato dalla repubblica nell'espugnazione delle fortezze ribelli di
alcuni gentiluomini. Ma l'acquisto di Grosseto, di Montemassi e dei
conti Aldobrandeschi non era ciò che stesse a cuore degli emigrati
fiorentini; onde questi facevano istanza a Manfredi d'accordargli in
particolare delle truppe ausiliarie specialmente destinate a
ristabilirli nella loro patria.
[193] Tutti gli scrittori fiorentini hanno supposto che le prime
truppe tedesche mandate da Manfredi in Toscana siano stati i cento
uomini d'armi accordati a Farinata, e che il conte Giordano vi
arrivasse dopo avuta notizia della disfatta dei primi. Il loro
racconto contiene qualche inverosimiglianza di date; ma viene poi
apertamente smentito dai pubblici registri degli archivj di Siena.
Il _Malav., Stor. di Siena p. II, l. I, p. 1-10_, ha cercato di
dimostrare quest'opposizione; ed io, per lo contrario, cerco di
conciliare le due opinioni. I Fiorentini, quasi tutti coetanei,
meritano al certo molta fede, ma la loro testimonianza non è che una
sola, perchè il Villani copiò parola per parola Ricordano Malespini
senza citarlo, come il Villani fu copiato da Coppo de' Stefani.
Lionardo Aretino ripete a modo suo lo stesso racconto. _Ricord.
Malesp. c. 163-164, p. 987. — Gio. Vill. l. VI, c. 74-75. — Leon.
Aret. l. II, p. 45, c. 5. — Flam. del Borgo Dissert. VI, p. 349. —
Murat. Ann. ad an. t. XI, p. 34, 8._
Manfredi non si lasciò subito muovere dalle istanze dei fuorusciti
fiorentini, non volendo, mentre ancora vedevasi circondato da segreti
nemici, privarsi di un maggior numero di soldati. Sapeva che gli
emigrati sono sempre pericolosi consiglieri, perchè non avendo più nulla
da perdere, non temono d'esporre i loro alleati qualunque volta
travedano in alcun fatto la più lontana speranza di prospero successo.
Diffatti loro sempre conviene di tentar la fortuna colle forze
straniere, quando essi più non possono essere colpiti da verun sinistro.
Manfredi per rimandare con onesti modi gli ambasciatori ghibellini offrì
loro una compagnia di cento uomini d'armi tedeschi, siccome il solo
corpo di cui potesse allora disporre. Tutti gli ambasciatori
disponevansi a partire senza accettare così debole soccorso, che non
credevano proprio che ad eccitare le risa de' loro nemici, ed a
scoraggiare affatto i loro partigiani. Ma Farinata fece loro comprendere
che dovevano approfittare delle offerte di Manfredi, qualunque si
fossero. «Facciamo soltanto d'avere i suoi stendardi nella nostra
armata, e li pianteremo in tal luogo, che ben dovrà in appresso mandarci
più importanti soccorsi.»
In maggio del 1260 l'armata guelfa fiorentina entrò nel territorio di
Siena per guastarlo; e dopo aver presi molti piccoli castelli, venne ad
accamparsi presso alle mura di Siena stessa, avanti alle porte di
Carnuglia. Frequenti erano le scaramucce tra le due parti, ma non
venivano mai a formale battaglia. Un giorno Farinata degli Uberti, dopo
avere riscaldati i Tedeschi seco condotti col vino ed altre spiritose
bevande, sortì alla loro testa di città, e caricò impetuosamente il
campo fiorentino. I Tedeschi penetrati troppo avanti tra le truppe
nemiche, non ebbero più modo di ritirarsi, e perirono tutti combattendo,
dopo aver fatto grandissimo danno ai Fiorentini, e quale non dovevano
temere da così poca gente. La bandiera di Manfredi, rimasta in potere
de' Guelfi, fu ignominiosamente strascinata nel campo, ed in appresso
portata a Firenze, ed esposta ai nuovi oltraggi della plebe. Ecco ciò
che desiderava Farinata, il quale scrisse al re di Sicilia che l'onor
suo era compromesso, e che doveva vendicare gl'insulti fatti ai suoi
stendardi; Manfredi gli mandò ottocento cavalli tedeschi ed alcuni
pedoni, che furono posti sotto gli ordini del conte Giordano d'Anglone,
ed uniti alle altre truppe ch'egli comandava col titolo di vicario
generale del re Manfredi in Toscana.
Premeva ai fuorusciti fiorentini di venire senza ritardo ad un'azione
che decidesse della loro sorte: ma i magistrati di Siena erano troppo
prudenti per seguire così caldi consigli, o per avventurarsi troppo
avanti sul territorio nemico, quantunque spalleggiati dalle truppe
ausiliarie tedesche. D'altra parte credevasi a Firenze che il re non
avesse accordati che tre mesi di paga alle sue truppe, e che, passato
questo tempo, sarebbero sforzati di ritirarsi; talchè si pensava di non
mettersi in campagna che dopo la loro partenza. I due castelli di monte
Pulciano e di mont'Alcino ch'eransi posti sotto la protezione de'
Fiorentini, trovavansi assediati da Sienesi; ma perchè situati molto al
di là di Siena, i Fiorentini non s'attentavano di soccorrerli con una
marcia pericolosa. Per determinarli ad avventurarsi nel cuore d'un paese
nemico con tutte le loro forze, onde si dovesse poi venire
necessariamente ad un fatto d'armi, Farinata intavolò un finto trattato
cogli anziani di Firenze, per opera di due frati minori. Scriveva loro
che il popolo di Siena era scontento del proprio governo; che i
fuorusciti avevano gagliardi motivi di malcontento, e perciò disposti a
riacquistare il favore della loro patria, rendendole un importante
servigio; ch'essi avevano il modo di consegnare all'armata fiorentina la
porta di san Vito a Siena, ma che per riuscire nell'intento dovevasi
loro guarentire la ricompensa di dieci mila fiorini, e fare che sotto
pretesto di soccorrere mont'Alcino si avanzasse sulle rive dell'Arbia
una potente armata. Questa trama si maneggiava da soli due anziani,
uomini presontuosi, che avevano in consiglio maggiore influenza di quel
che si meritasse la loro incapacità.
I due anziani, poi ch'ebbero ottenuto l'unanime assenso de' loro
colleghi, adunarono il consiglio del popolo; e proposero di
vettovagliare Montalcino con una più poderosa armata di quella che in
primavera di quell'anno era entrata nello stato di Siena. La maggior
parte de' gentiluomini guelfi, che nulla sapevano della macchinazione di
Farinata, ma che più de' plebei conoscevano l'arte della guerra,
s'opposero ad un'intrapresa che risguardavano come imprudentissima. Il
conte Guido Guerra, e poi Tegghiajo Aldobrandi rappresentarono come
pericolosa cosa fosse l'attraversare lo stato di Siena guardato da
un'armata di Tedeschi di cui ne avevano sperimentata la superiorità in
altro fatto d'armi, in tempo che sarebbesi potuto vettovagliare
Montalcino coll'ajuto degli Orvietani, senza strepito, senza pericolo e
con piccola spesa; in oltre doversi sperare dal tempo vantaggiosi
cambiamenti. Ma il popolo che diffidava dei nobili, ne rifiutò i
prudenti consigli. Uno degli anziani interruppe l'Aldobrandi,
villanamente rimproverandolo di non aver coraggio quando si doveva farne
uso. Cece dei Gherardini, altro gentiluomo, volle appoggiare l'opinione
di Tegghiajo, ma gli anziani gl'imposero silenzio sotto comminatoria
dell'ammenda di cento fiorini. Il cavaliere offrì subito il pagamento
dell'ammenda per avere il diritto di parlare; fu raddoppiata; indi
portata fino a quattrocento fiorini, senza che perciò rinunciasse alla
domanda di parlare; ma fu ridotto al silenzio dalla minaccia di pena
capitale, se ostinavasi a disubbidire. Intanto il popolo, ciecamente
diffidando de' gentiluomini, e ciecamente abbandonandosi ai consigli di
magistrati inesperti, ordinò la riunione dell'armata.
Affinchè fosse più poderosa, i Fiorentini chiesero ajuto a tutti i loro
alleati; onde i Lucchesi gli mandavano quante forze potevano disporre
sia d'infanteria che di cavalleria; e numerosi corpi di truppa
arrivarono pure da Bologna, Pistoja, Prato, Samminiato, san Gemignano,
Volterra e Colle di val d'Elsa. Le forze proprie de' Fiorentini
consistevano in ottocento cavalieri ascritti ai ruoli delle milizie, ed
altri cinquecento al loro soldo. Giunti sul territorio di Siena vi
trovarono quasi l'intera popolazione d'Arezzo e d'Orvieto; ricevuto il
quale ultimo rinforzo, s'innoltrarono fino a Monte aperto, montagnetta
situata cinque miglia al levante di Siena, sull'opposta riva dell'Arbia.
Colà passarono in revista l'armata, che si trovò forte di tre mila
cavalli e trenta mila fanti.
Gli anziani di Firenze aspettavano inquieti che fosse loro data in mano
la porta di san Vito, come si faceva loro sperare dai messi che d'ora in
ora mandavali Farinata, con segrete istruzioni di sedurre i principali
Ghibellini del campo fiorentino. Finalmente questa porta s'aprì tutto ad
un tratto[194], uscendone impetuosamente la cavalleria tedesca per
caricare i Guelfi, seguita da quella degli emigrati fiorentini, e da
quella che avevano potuto adunare i Sienesi, in numero di circa mille
ottocento uomini d'armi. Tennero dietro alla cavalleria cinque mila
fanti di Siena, tre mila vassalli della campagna, tre mila soldati
mandati dalla repubblica di Pisa, e due mila Tedeschi, in tutto tredici
mila uomini. Quantunque di numero assai più debole della Fiorentina,
quest'armata non era divisa d'opinione come quella de' nemici, dalla
quale staccaronsi i Ghibellini diretti dagli Abati e dai Della Pressa
per unirsi ai fuorusciti; mentre Bocca degli Abati che stava presso al
capitano dei gentiluomini, Jacopo del Vacca de' Pazzi, gli troncò con un
colpo di sciabla il braccio con cui portava lo stendardo[195].
Nell'istante in cui scoppia il tradimento, non potendosi conoscere
l'estensione del pericolo, l'immaginazione di tutti lo rende più grande;
un maresciallo di truppe tedesche, che con quattrocento cavalli aveva
girata la collina di Monte aperto, e che in quell'istante di confusione
attaccò i Fiorentini alle spalle, raddoppiò il loro terrore. La
cavalleria presa da panico timore fuggì a briglia sciolta: faceva più
lunga resistenza l'infanteria, ma trovandosi rotta la sua ordinanza, non
combatteva dietro un piano generale. Un corpo si chiuse nella rocca di
Monte aperto, ma fu ben tosto forzato d'arrendersi a discrezione; i più
valorosi eransi adunati intorno al carroccio, i quali coraggiosamente
combattendo per difenderlo, rimasero quasi tutti morti o prigionieri;
altri finalmente posti sul rovescio del colle, vedendo disfatti i primi
due corpi, cercarono salvezza colla fuga. Solamente di Fiorentini
furonvi più di due mila cinquecento uomini morti, non essendovi famiglia
che non avesse a piangere alcun suo parente: degli ausiliarj i più
maltrattati furono quelli d'Arezzo, d'Orvieto e di Lucca; talchè in
totale il numero de' morti dell'armata guelfa montò a dieci mila, e più
considerabile ancora fu quello de' prigionieri.
[194] Martedì 4 settembre 1260.
[195] La battaglia d'Arbia ebbe così importanti conseguenze, che
tutti gli storici ne hanno parlato. Noi intorno a questa guerra
abbiamo consultato _Gio. Villani l. VI, c. 79. p. 209. — Sabae
Malespinae hist. rer. Sicular. l. II, c. 4. t. VIII, p. 802. —
Ricord. Malesp. hist. Fior. c. 166. 167. p. 989. — Leon Aret, hist.
Fior. volg. d'Acciajuoli, l. II, p. 53. — Coppo de Stef. hist. Fior.
l. II. — Deliz. degli Eruditi t. VII. — Malavolti stor. di Siena p.
II, l. I, p. 17-20. — Flam. del Borgo dell'ist. Pisana Dissert. VI,
p. 357. — Giunta Tommasi hist. Sanese p. I, l. V, p. 323-337. —
Scip. Ammirato hist. Fior. l. II, p. 112-123. — Annal. Ptolomei
Lucensis t. XI, p. 1282. — Breviar. Pisanae hist. l. VI, p. 193. —
Ann. Cenuen. Contin. Caffari l. VI, p. 528. — Andrea Dei Chron.
Sanese t. XV, p. 29. cum notis Uberti Bentivoglienti. — Marangoni
Chron. di Pisa_ ec. ec. Dante allude più volte a questa battaglia, e
pone nell'inferno Bocca degli Abati, fra i traditori della patria.
_Infer. c. XXII, v. 78_, e seguenti.
Questa disfatta distrusse affatto la potenza del popolo fiorentino;
tutta la città quando n'ebbe avviso riempissi di grida di donne che
chiedevano i loro mariti, i fratelli, i figliuoli: pure rientrando i
fuggitivi l'un dietro l'altro, andavano ripetendo, dice Lionardo
Aretino, che non dovevansi piagnere coloro ch'erano morti per la patria
in battaglia, ma coloro ch'erano sopravvissuti, perchè i primi avevano
terminata gloriosamente la vita, gli altri rimasti ludibrio de' loro
nemici. E con queste parole scoraggiarono in modo i loro concittadini,
che tutta la parte guelfa risolse d'abbandonare la città, non perchè non
fosse fortificata, o mancasse di difensori capaci di tenere molto tempo
contro i nemici, ma perchè il tradimento de' Ghibellini alla battaglia
d'Arbia faceva temerne di nuovi; tanto più ch'eranvi ancora molti
Ghibellini in città, i quali tra la comune costernazione mostravano
un'insultante gioja. Un principio di discordia erasi già manifestato tra
i plebei del partito guelfo e la nobiltà, la quale disapprovava
l'imprudente spedizione nello stato di Siena, e la ruina dell'armata.
Mentre i ricchi borghesi che avevano abbracciato con zelo il partito
guelfo, mostrarono la propria ambizione, e s'abbandonarono alla loro
gelosia contro i gentiluomini della stessa fazione, il basso popolo,
straniero al governo, vedeva con indifferenza la tornata dei Ghibellini;
i quali altronde erano pure loro concittadini, la di cui vittoria non
disonorava la gloria nazionale, sicchè non dovevasi, per respingerli,
esporre la patria a nuovi pericoli.
I capi dello stato erano informati di tali sentimenti del popolo, e
tutti i più distinti cittadini del partito guelfo nobili e popolari il
13 settembre, nove giorni dopo la disfatta, uscirono di città colle loro
donne e figli. Alcuni ripararonsi a Bologna, ma i più andarono a Lucca,
ove fu loro dato il quartiere di san Friano, ed il portico che circonda
la chiesa di questo nome. Ritiraronsi egualmente a Lucca i Guelfi di
Prato, di Pistoja, di Volterra, di san Gemignano, e di tutte le città e
terre di Toscana, tranne quelli d'Arezzo, cosicchè Lucca rimase sola
costantemente il propugnacolo di tutto il partito guelfo.
Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a
sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre
i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria
sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino,
della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto
partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i
cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata
ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta
senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo,
abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere
l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata
al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui
tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido
Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati
tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città.
[196] Frate Ildefonso di san Luigi, Carmelitano Scalzo, consacrò una
vasta e laboriosa erudizione a fare la storia della famiglia de'
conti Guidi, e della discordia che gli attaccò a diverse fazioni.
Rilevasi da questa storia che questa nobile e potente famiglia
possedeva terre in tutte le parti della Toscana, ma specialmente
nelle montagne di Pistoja e di Arezzo; che ne aveva pure nella
Romagna, e nel ducato di Spoleti, e ch'ebbe in tutto il periodo de'
secoli di mezzo grandissima influenza su la sorte della Toscana.
_Deliz. degli Erud. Tosc. t. VIII, p. 89 a 195._
Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per
trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di
consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini
più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini
che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la
dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e
perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i
Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a
soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza.
Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena
dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la
fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro
patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la
di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale,
essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di
Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il
popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di
Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe
certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse
l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era
attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura
ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che
adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente
disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze
aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di
proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure
fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di
ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro
fortezze, e rompere ogni legame colle città.
Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai,
diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo
una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in
vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E
veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e
molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi
molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere
nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci.
L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e
collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io
tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa
passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e
con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno
parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo
luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla
in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che
modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte
amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare,
come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare
proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho
nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma
ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a
voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi
non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con
ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra
confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre
sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più
crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè
confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non
dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i
vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati
per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e
non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli
interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi
desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei
domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di
Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli
uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se
siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi
nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben
grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi
confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli
usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione
perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro
offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della
distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri
confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è
capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano
la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si
dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che
le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi
potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte
contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al
fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini
si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto
con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può
giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà
la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era
fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con
la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi
ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi
avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore
ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è
quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia
ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E
pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la
nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle
vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in
scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione
della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma
è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente,
non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate
l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata
la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj
conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri
abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore
della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè
cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la
terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me
una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se
non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille
volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla
morte.»
[197] Questo discorso viene riferito da Leonardo Aretino e forse fu
da lui composto. Abbiamo altrove osservato, che in tutti i discorsi
solevasi prendere un testo, e che quando si permetteva ad un oratore
di parlare gli veniva domandato intorno a quale testo parlerebbe.
Racconta il Villani, ma alquanto oscuramente, che Farinata troppo
occupato dei grandi interessi della sua patria, per isvolgere
ingegnosamente qualche antico testo, propose due proverbi volgari, e
questi ancora confusi in maniera l'uno coll'altro, che non
presentavano alcun ragionevole significato. Questi proverbi sono:
_come asino sape, così minuzza rape._ _Sì va capra zoppa che lupo
non la intoppa_; ch'egli travolse così: _come asino sape sì va capra
zoppa, così minuzza rape se lupo non la intoppa._ Egli seppe non
pertanto farne applicazione al soggetto, come vedesi nello stesso
Aretino. I nemici di Firenze come i vili animali citati nel
proverbio non sapevano innalzarsi al disopra delle corte loro viste
e delle loro miserabili costumanze; zoppicavano ancora dello stesso
piede ed erano disposti a nuocere nella stessa maniera che avevano
tentato di farlo in altri tempi affatto diversi. _Gio. Villani l.
VI, c. 82. — Ricordano Malespini c. 170. — Leonardo Aretino l. II._
Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta
l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e
massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non
v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che
questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno
alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento
di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare
l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono
mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo
nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini,
rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di
consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento.
Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana
mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido
Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto.
Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna
Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il
suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la
rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno
quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli
incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo
detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera
fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte
Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò
pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia,
l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano
fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni
lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje
fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva
chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali
uscivano spaventose grida e sospiri.
O Tosco, che per la città del foco
Vivo ten' vai così parlando onesto,
Piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
Di quella nobil patria natío
Alla qual forse fui troppo molesto.
Subitamente questo suono uscío
D'una dell'arche; però m'accostai,
Temendo, un poco più al duca mio.
Ed ei mi disse: volgiti, che fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
Dalla cintola in su tutto 'l vedrai.
Io aveva già 'l mio viso nel suo fitto,
Ed ei s'ergea col petto e con la fronte,
Come avesse lo 'nferno in gran dispitto:
E l'animose man del duca e pronte
Mi pinser tra le sepolture a lui,
Dicendo: le parole tue sien conte.
Tosto che al piè della sua tomba fui,
Guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
Mi domandò: chi fur li maggior tui?
Io ch'era d'ubbidir desideroso,
Non gliel celai, ma tutto gliele apersi:
Ond'ei levò le ciglia un poco in soso;
Poi disse: fieramente furo avversi
A me ed a' miei primi ed a mia parte,
Sì che per duo fïate li dispersi.
S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte,
Rispos'io lui, e l'una e l'altra fiata:
Ma i vostri non appreser ben quell'arte.
. . . . . . . . . . . . .
E se continuando al primo detto,
Egli han quell'arte, disse, male appresa,
Ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
La faccia della donna che qui regge,
Che tu saprai quanto quell'arte pesa:
E se tu mai nel dolce mondo regge,
Dimmi perchè quel popolo è sì empio
Incontr'a' miei in ciascuna sua legge?[198]
Ond'io a lui: lo strazio, e 'l grande scempio,
Che fece l'Arbia colorata in rosso,
Tale orazion fa far nel nostro tempio.
Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso,
A ciò non fu' io sol, disse, nè certo
Senza cagion sarei con gli altri mosso:
Ma fu io sol colà, dove sofferto
Fu per ognun di torre via Firenze,
Colui che la difesi a viso aperto[199].
[198] Gli Uberti furono sempre eccettuati dalle tregue concesse
alcune fiate ai Ghibellini.
[199] _Dante, Inferno canto X._