CAPITOLO XVIII.

_Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e

Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il

senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si

stabilisce in Fiorenza._

1251=1255.

Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità

degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era

però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono

principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni

l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo

d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de'

suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto

scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero

il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo,

entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la

subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli

italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere

tutti i legami che gli univano alla Germania.

[103] La sola repubblica di Venezia, siccome quella che esisteva

avanti che si rinnovasse l'Impero occidentale, non si volle mai

riconoscere dipendente agl'imperatori francesi o tedeschi. _N. d.

T._

La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II

una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non

lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono

staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli

degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio;

come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro

forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal

trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della

Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel

seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che

vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa

de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da

intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti

che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.

Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più

separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione

degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia

de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini

e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad

essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi

vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un

popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle

repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto

il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei

destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli

Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o

nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di

rappresentare, quasi tutte le nazioni.

La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria,

perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo

stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale

scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli,

la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui,

cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la

burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò

l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il

bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto

invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a

prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città

di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese

sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e

tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata

sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà

giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno

imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].

[104] _Innoc. IV, Epist. l. VIII, ep. I, Ap. Raynald. ad ann. 1251,

§ 3, p. 604._

[105] _Inn. Epist. l. VIII, ep. 148, ib. § 41, p. 612._

Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino

alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul

cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova

dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla

presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi

per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza

quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella

che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito

ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di

molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal

pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a

rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di

Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore,

ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa

città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla

parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati

caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate

domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i

Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici,

posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro:

«Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»;

ed ebbe così fine ogni trattato.

[106] _Caffari Contin. l. VI, Ann. Genuen. p. 518. — Caval. Flamm.

del Borgo l. V dell'Istoria pisana, § 5, p. 282._

Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si

affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de'

Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan

luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di

cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro

capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del

pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si

dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai

loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi,

tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con

Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.

[107] _Nicolai de Curbio Vita Innoc. IV, t. III, p. I, § 30, p. 592.

1. — Galvan. Flammæ Manip. Flor. § 285, p. 683. — Corio Stor. di

Milano p. II, p. 109. verso._

Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma

se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca,

gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che

n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio

di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre

più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima

di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale

sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi

mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così

dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone

fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono

per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne

ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato

dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle

cerimonie religiose, e detto _baldacchino_. I Milanesi intrattennero il

papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di

nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli

onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.

Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per

favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate;

onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune,

un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle

onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a

tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la

repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad

accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa

specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi

risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un

illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno,

dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in

allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato

Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle

concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si

sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e

nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde

incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico

debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del

popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome

autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il

Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle

gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato,

gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno

continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa

erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui

sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a

quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà

ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le

rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci,

detti _umiliati_, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte

ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà

riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la

repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali

castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo.

Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono

affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi

partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese

Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante

ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari

della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo

della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne

però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo

luogotenente un podestà da lui nominato.

[108] _Giorgio Giulini, Memorie della campagna di Milano, t. VIII,

l. LIII, p. 52._

[109] _Conte Giulini, Memorie l. LIV, p. 113. — Galvan. Fl. Manip.

Flor. § 288, p. 685. — Corio Istor. di Mil. p. 112 — Annal. Anon.

Mediol. t. XVI, c. 24 e 26, p. 657._

Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non

sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte

guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai

cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo

stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico,

a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del

partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con

Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e

ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa

contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le

alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse

passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.

Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due

opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la

gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la

discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani

dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che

si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di

ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non

eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori

della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini

erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario.

La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia

di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata

determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o

verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero

l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati

partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già

accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a

lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio

secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con

cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o

Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui

alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore,

potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi

in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle

fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più

virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle

forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole

originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare

energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà

sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i

partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di

giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due

podestà religiosa e politica.

Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia

contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il

tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e

privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango,

la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne

rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de'

popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni

di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani

veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al

grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di

_lealtà_, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.

Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può

allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla

giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di

esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il

cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici

della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni

non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra

un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso

convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie,

fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio,

senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle

dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più

suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le

due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare

in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con

energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti

dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.

[110] Qui l'autore confonde l'abuso che in alcun tempo fecero della

religione cattolica i principali prelati, valendosi dell'ignoranza

de' popoli superstiziosi, colla natura della religione medesima; la

quale, fondata sopra la divina rivelazione, è ben lontana dal

chiedere il sagrificio della ragione, volendo anzi che la

_sommissione de' fedeli sia ragionevole_. _N. d. T._

Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla

fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi

negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a

Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo

addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di

onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di

accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di

divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini.

Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase

alcun tempo.

[111] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. VIII, c. 4, t. XIV, p.

920. — Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, 30, 592._

Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale,

era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva

Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli

legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora

viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico

figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo

testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli.

Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di

una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo

che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È

probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui

sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno

e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico

re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de'

Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il

giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e

Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del

1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per

venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.

[112] Vedasi il testamento di Federico II presso _Lunig. Codex

Italiæ Diplomat. t. II, p. 910_, oppure presso il _Giannone l. XVII,

c. 6, t. II, p. 617_.

[113] Se crediamo a Matteo Paris, Federico d'Antiochia sarebbe morto

prima di suo padre. _An. 1249, p. 665._

Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca

Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da

Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare

l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la

sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze

per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo

scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a

portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere

veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo

all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata

composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee

metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò

a Siponto nella Capitanata.

[114] _Monac. Patav. in Chron. p. 685._

[115] _Flamin. del Borgo Diss. V dell'Istoria pisana, p. 285._

Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il

regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era

stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la

sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso

carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche

de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani

dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè

ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia,

nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli;

Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de'

ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che

non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle

marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non

aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto

il suo regno.

[116] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo, t. VII, p. 1069._

Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi

acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare

il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun

padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente

facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al

fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che

doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I

conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e

che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato

della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli

co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni

di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que'

gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e

Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non

ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi

a ridurre queste due città.

[117] _Nicolai de Jamsilla t. VIII, p. 505 e 506._

Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva

procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla

solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone

dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio

le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le

due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero

della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse

gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.

[118] _Nicolai de Curbio Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x._ — Dice

Matteo Paris che in tempo delle negoziazioni, Corrado fu avvelenato

dai partigiani del papa, e che a stento si sottrasse alla morte.

_An. 1252, p. 725._

Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere

soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze

andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città,

dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico

uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da

una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè,

incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di

capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non

volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i

Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco,

e spianare le mura della città[119].

[119] _Matteo Spinelli Diurnal, p. 1071. — Sabas. Malaspina Hist.

Sicula l. I, c. 3, p. 789. — Barthol. de Neocastro Hist. Sicula, c.

I, t. XIII, p. 1016._

La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di

soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e

conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così

vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma

tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo

della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per

diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa

politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou,

ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.

[120] _Nicolaus de Curbio, Vita Innocent. IV, § 31, p. 592, x. —

Raynald. 1253, § 2-5, p. 623, 625._

Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi

predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi

diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo

di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora

l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva

sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva

rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò

Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la

corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello

d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le

guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte

militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere

una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo

ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso

conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai

montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete

speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie,

aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio

della Sicilia.

[121] _Mathæi Paris Hist. Angl. (Continuatio) ad an. 1253, 1254, p.

761._ Matteo Paris si era proposto di terminare la sua storia

coll'anno 1250, onde terminando il venticinquesimo mezzo secolo,

ricapitola gli avvenimenti degli ultimi cinquant'anni, e chiude le

sue osservazioni con una specie di epilogo, _p. 697_. A fronte di

ciò io penso che lo stesso Paris sia il continuatore della storia.

Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa,

e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla

necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata

delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul

parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima

moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado

alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a

dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì

repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj

del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono

apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto

fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali

d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III

stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al

fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo,

conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto

sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle

istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua

sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi

tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori

esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa,

ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli

avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi

dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della

Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla

morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno,

fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che

lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare

in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca

di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in

fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo

raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso

principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il

marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo

avevano in grandissima stima.

[122] _Mathæus Parisius an. 1254, p. 765._ — Lettera di Corrado _in

additamentis ad Mat. Paris. p. 1113_.

[123] _Ibid. p. 767._

[124] Il 21 maggio 1254. _Nicol. de Jamsilla hist. t. VIII, p. 507._

[125] _Schmidt storia degli Allemanni l. VI, c. 10, t. III, p. 589_;

lo dice Margravio d'Hocherg, ma tutti gl'Italiani lo chiamano

d'Oenburgo.

La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo,

dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie

di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo

primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo

padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane

Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non

sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa,

accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità.

Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla

corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il

dispiacere avutone[130].

[126] _Barth. de Neocastro hist. Sic. t. XIII, p. 1016._

[127] _Ricord. Malasp. hist. Fior. c. 143, p. 974._

[128] _Raynald. an. Eccl. 1254. § 42. p. 644._

[129] _Sabas Malas. hist. Sicula l. I, c. 4, p. 790._

[130] _Math. Paris ad ann. e Giannone hist. civile l. XVIII, c. 2,

p. 631. — Flaminio del Borgo, dissert. V, p. 290._ Niuno scrittore

coetaneo parlò di veleno. _Monac. Patav. l. II, p. 689. — Nicol. de

Jamsilla p. 507. — Diurnali di Matteo Spinelli p. 1071._

Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado,

tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per

raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado,

rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto

commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua

eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi

interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di

Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere

nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni

pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e

rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere,

avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in

appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato,

poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe

accordargli[131].

[131] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 507._

Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche

guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti

del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo

conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi

partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro

quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi.

Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano

Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La

sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui

avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il

primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di

dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si

erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le

redini del travagliato governo.

Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a

mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma

riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto

turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a

condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di

Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che

passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in

ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde

moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso

ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso

e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai

vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non

poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti,

che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che

accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di

aspettare salute dagli avvenimenti.

Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua

dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale

protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva

espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice;

e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo

stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle

sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote,

e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e

devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto

al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del

papa mentre passava il Garigliano[132].

[132] _Nicol. de Jamsilla p. 512. — Diurnali di Matteo Spinelli p.

1073._

Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da

tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del

regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino,

i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi

premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I

Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi,

incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i

baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le

fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo

allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava

questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva

a Borello d'Anglone suo nemico.

Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una

grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore

verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del

principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi

beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo

postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere

possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a

Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta

reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e

partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il

suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che

l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti

ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il

volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da

credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che,

quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo

avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a

presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora

lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un

salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa

fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo.

Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto

parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui

lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua

condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo

contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non

erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di

Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi

sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda

dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa,

sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato

all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.

Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di

attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi

confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e

risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre

conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni

Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al

papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada

occupata dai suoi nemici.

Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra

avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare

inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano

parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini

napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi

attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a

Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il

marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di

scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna

sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai

cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano,

formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga,

angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente

interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi

fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo

destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così

difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e

precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo

la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il

motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza

appartenente al borgo, senza fare altre novità.

[133] _Nicolai de Jamsilla hist. p. 523._

Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i

signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai

onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il

principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi,

perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro

tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di

rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo

negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria,

che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.

[134] _Ibidem p. 524._

D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio,

terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe

dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al

papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si

rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe,

Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli

sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega

guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.

Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del

papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille

soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre

chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il

principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove

erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per

fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria,

credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse

alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due

scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le

campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che

l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando

furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la

notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria,

diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale,

che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono

alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come

piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa

reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un

poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da

Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136],

e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.

[135] _Nicolai de Jamsilla historia, p. 529._

[136] Pare che Nicola di Jamsilla fosse del numero de' suoi amici; e

perciò rese così commovente tutta questa narrazione.

Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta

molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua

araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre

mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste

parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero

allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e

che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti

che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci

facciamo mallevadori per la sua persona.»

Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte:

ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del

ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di

quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per

entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri,

che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e

spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi

sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.

Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi

contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il

popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi

innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio,

confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle

guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il

giuramento di fedeltà.

E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono;

imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento.

Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di

una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i

loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera

fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo

e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito

assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi

cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati

stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva;

onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati

cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla

persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati

tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle

genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener

testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile

abbandono.

Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto

da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il

legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con

un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso

che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un

fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i

consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il

rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di

cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria

vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di

entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a

Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose

negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a

Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di

Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che

dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia,

ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva

inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che

sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che

questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua

armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia,

e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle

scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena

giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137].

[137] Il 7 dicembre 1254.

La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine

per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di

quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli,

sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo

III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così

accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo

papa.

(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto

faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in

Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della

Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero

ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con

molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile

galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo

fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa

capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle

sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima

provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono

spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il

regno che gli aveva tolto il pontefice.

Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa

può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le

umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un

regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un

potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli

alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti

disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il

sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia

tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli

innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui

giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era

per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate.

Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che

senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de'

suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed

il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e

di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato

fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il

funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli,

dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il

sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo

diventa esecrabile.

Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia,

e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua

autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle

prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV

secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in

Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella

repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto

secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco

vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa

oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato

dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva

soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua

corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui

giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de'

suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde

non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla

testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case,

atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte.

[138] _Raynald. ad ann. 1235. § 1, 3, 4. — Storia diplomatica de'

senatori di Roma p. I, p. 95-97._

Alcuni nobili romani avevano afforzate le case, altri in maggior numero

eransi impadroniti de' solidissimi monumenti de' più gloriosi tempi di

Roma. I sepolcri e gli archi trionfali erano stati convertiti in rocche

inespugnabili, dall'alto delle quali si facevano giuoco dell'autorità

de' pontefici, della potenza del senatore, della furia della plebe.

L'abitudine delle guerre private rassomiglia in modo all'abitudine del

ladroneccio, che facilmente si fa passaggio dall'una all'altra. Talvolta

i gentiluomini uscivano di notte armati dalle loro fortezze per

ispogliare i magazzini de' mercadanti; facevano de' prigionieri nelle

strade, ch'erano costretti di pagare grosse taglie per riscattarsi; ed

in mezzo ad una città si credevano in istato di guerra colla medesima e

con tutta la società. Questi abusi crebbero a dismisura in tempo che

Innocenzo soggiornò in Lione; onde il popolo, volendo liberarsene,

determinò di non affidare il potere giudiziario ad alcuno de' suoi

concittadini, ma di chiamare, come praticavano altre città, qualche

forastiere di specchiata integrità, accordandogli un illimitato potere,

a condizione che ristabilisse in Roma l'ordine e la tranquillità.

Brancaleone d'Andalo, bolognese e conte di Casalecchio, fu quello che

scelse il popolo di Roma per suo dittatore; ma Brancaleone che conosceva

l'incostanza de' Romani ed il proprio inflessibile carattere nel

giudicare i colpevoli, non accettò l'offerta carica che a condizione di

averla per tre anni, mandando trenta giovani delle principali famiglie

romane a Bologna, ostaggi per la sua persona. Tutto gli venne accordato,

ed egli in principio del 1253 entrò in Roma.

La giusta amministrazione di Brancaleone fu accompagnata da un tale

carattere di severità che fa orrore. Qualunque attentato contro la

pubblica tranquillità, commesso da un gentiluomo, fu rigorosamente

punito: se taluno osava resistere, marciava alla testa del popolo contro

la rocca in cui erasi rifugiato il colpevole; la chiudeva con istretto

assedio, e non soleva ritirarsi finchè, venuta in suo potere, non era

atterrata. Molti gentiluomini furono condannati ad essere appiccati alle

finestre del loro palazzo; e la tranquillità di Roma fu acquistata collo

spargimento del sangue più illustre.

Brancaleone volle altresì richiamare le campagne romane all'antica loro

dipendenza: per la qual cosa mandò ambasciadori a Terracina chiedendo a

quella piccola città il giuramento d'ubbidire ai suoi ordini, e di

associarsi all'assemblee, all'armata ed ai giuochi pubblici de' Romani.

Innocenzo IV, trovandosi allora in Assisi, spedì una bolla al senatore

per fargli sentire che gli abitanti di Terracina erano immediati

vassalli della santa sede, e non tenuti a verun servizio verso la città

di Roma; gli raccomandava di ritirare, pel rispetto dovuto alla santa

sede, i dati ordini; essendo determinato in caso contrario a difendere

con tutte le sue forze i cittadini di Terracina[139].

[139] _Contarini histor. Terracinensis, p. 65 e 67: e Bulla Innoc.

IV. Apud Vitale storia diplomatica de' senatori di Roma t. I, p.

114._

Brancaleone cercò invano di richiamare lo stesso pontefice a ciò ch'egli

credeva di sua pertinenza; ed il racconto, che ne abbiamo in Matteo

Paris è la più luminosa prova dell'indipendenza de' Romani e del loro

magistrato verso Innocenzo IV. «Nello stesso tempo, egli scrive,

essendosi il papa trattenuto alcuni mesi in Assisi, per parte de' Romani

e del senatore Brancaleone, gli furono spediti deputati ad intimargli di

rientrare sollecitamente nella città di cui era pastore e sommo

pontefice. Soggiungevano i Romani, che si maravigliavano di vederlo

errante qua e là come un vagabondo o un proscritto, abbandonando Roma,

la sede pontificia, la greggia di cui doveva rendere stretto e rigoroso

conto al sovrano giudice, per andar in traccia di danaro. Il senatore ed

il popolo romano ordinavano pure al popolo d'Assisi di non permettere

che soggiornasse più oltre in quella città un pontefice che s'intitolava

dalla sede di Roma, non da Lione, da Perugia o d'Anagni (luoghi ove il

papa aveva lungamente dimorato). Esigevano che la città d'Assisi lo

rimandasse, altrimenti avrebbe veduto il suo territorio messo a

soqquadro. Conobbe allora Innocenzo che, se non tornava a Roma, Assisi

sarebbe distrutta dagl'irritati Romani, come era accaduto ad Ostia,

Porto, Tusculano, Alba, Sabina ed ultimamente anche a Tivoli. Rientrò

dunque in Roma più forzatamente che di propria volontà, e non senza

timore di qualche sinistro. Ad ogni modo, dietro gli ordini del

senatore, vi fu onorevolmente ricevuto[140].»

[140] _Math. Paris hist. Angl. 1254. p. 757._

La tornata d'Innocenzo a Roma fu anteriore alla sua spedizione contro

Manfredi ed il regno di Napoli: e poco dopo, la morte del pontefice

lasciò Brancaleone assoluto padrone di Roma, la di cui amministrazione

fu sempre egualmente severa e vigorosa. I Romani mostraronsi alcun tempo

soddisfatti nel vedere i più principali gentiluomini, allorchè turbavano

l'ordine pubblico, trattati con tutto il rigore della giustizia; ma a

lungo andare quest'estrema severità si rese loro odiosa non meno

dell'anarchia. Scoppiò una sedizione contro Brancaleone, eccitata

dall'illustre famiglia degli Annibaldeschi, nella quale il senatore fu

portato via dal Campidoglio e posto in prigione. Coloro che avevano

alcun titolo di lagnanze contro di lui, furono invitati a produrle; ed

era facile il prevedere che il processo intentato contro di lui innanzi

al suo successore Emmanuele de' Maggi di Brescia sarebbe terminato con

una condanna capitale.

Ma Brancaleone, al primo sentore della sedizione, aveva spedita la

consorte a Bologna, per ottenere da quel senato che facesse strettamente

custodire gli ostaggi dati dai Romani e mandasse deputati a Roma a

chiedere la sua libertà. Invano il nuovo papa Alessandro IV rappresentò

ai Bolognesi che il magistrato ch'essi domandavano era sospetto d'essere

parziale di Manfredi, figlio e successore del loro nemico Federico;

invano lo dipinse qual caldo ghibellino, indegno affatto della

protezione di così zelanti guelfi; invano passando dalle sue persuasioni

a quelle del rigore, li minacciò dell'interdetto se non mettevano in

libertà gli ostaggi loro consegnati[141]: i Bolognesi si mostrarono così

fermi nel difendere l'illustre loro concittadino, che i Romani dovettero

rimandare libero Brancaleone; il quale, giunto a Fiorenza, segnò un atto

di rinuncia alla sua carica, che ci fu conservato[142]. Sembra che dopo

il corso pericolo, la rinuncia di Brancaleone dovesse essere sincera e

senza pentimento: pure quando, dopo due anni, fu dai deputati romani

invitato nuovamente a riassumere una carica che il popolo troppo

amaramente allora pentivasi d'avergli tolta, Brancaleone tornò a Roma, e

per la seconda volta vi ristabilì la sicurezza ed il governo popolare:

ma il desiderio della vendetta aggiungendosi forse all'abituale severità

del suo carattere, mandò al supplicio alcuni degli Annibaldeschi, e

tutti gli altri cacciò da Roma. Scomunicato da Alessandro IV, per

vendicarsene, costrinse questo pontefice con tutta la sua corte ad

uscire di Roma, ed in appresso attaccò Anagni, patria d'Alessandro, e la

rese soggetta alla repubblica romana. In questa seconda amministrazione,

per forzare i nobili a rispettare il popolo, distrusse cento quaranta

delle loro torri e rocche; obbligò il papa a riconoscere la sua

autorità, ed a rappattumarsi con lui. Sembrava che la repubblica romana

avesse assicurata la sua indipendenza, quando Brancaleone, assalito da

grave malattia, morì desiderato da tutto il popolo. Il suo capo fu

riposto in un vaso prezioso sopra una colonna di marmo, e per onorare la

sua memoria fu nominato senatore un suo parente[143].

[141] _Sigonius de Regno l. XIX, p. 1026._

[142] _Vitali stor. dipl. de' senatori di Roma t. I, p. 117._

[143] _Raynald. ann. Eccl. 1258. § 5. t. XIV, p. 37. — Sigon. de

regno It. l. XIX, p. 1037. — Vitali storia diplom. del senato p.

120._

Dopo aver osservate le rivoluzioni che la morte di Federico produsse nel

mezzodì dell'Italia, convien vedere quali ne furono le conseguenze nelle

altre province della medesima contrada, poichè tutte provarono

l'immediata influenza di tale avvenimento.

(1250) L'ultimo atto dell'amministrazione di Federico in Toscana

esiliava da Fiorenza i Guelfi, e poneva l'assoluto potere della città

tra le mani de' gentiluomini ghibellini; e la prima conseguenza della

morte di Federico fu la chiamata de' Guelfi, e lo stabilimento di

un'amministrazione che lasciava alle inferiori classi della nazione la

più estesa influenza. «In quel tempo, dice il Villani[144], i cittadini

di Firenze viveano sobri e di grosse vivande e con piccole spese e di

molti costumi, grossi e rudi, e di grossi drappi vestivano le loro

donne; e molti portavano le pelli scoperte senza panno con berette in

capo e tutti con usatti in piede, e le donne fiorentine senza ornamenti,

e passavasi la maggior donna d'una gonnella assai stretta di grosso

scarlatto, cinta ivi su d'uno schegiale all'antica, ed un mantello

foderato di vajo cotassello di sopra, e portavanlo in capo: e le donne

della comune foggia vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo

simile modo ed usavano di dare in dote cento lire[145] la comune gente,

e quelle che davano alla maggioranza duecento, o insino in trecento lire

era tenuta senza modo gran dota, e la maggior parte delle pulzelle che

n'andavano a marito avevano venti anni o più, e di così fatto abito e

costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo, e

tra loro fedeli; e molto voleano lealmente trattare le cose del comune,

e con la loro così grossa e povera vita, più virtuose cose, ed onori

recavano a casa loro, che non si fa a' nostri tempi, che pur

morbidamente viviamo[146][147].»

[144] _Gio. Villani storie Fiorent. l. VI, c. 7, p. 202._

[145] La lira di Firenze di quel tempo corrisponde ad undici lire e

sette soldi tornesi.

[146] Giovanni Villani era nato verso il 1280, e fu priore della

libertà l'anno 1317.

[147] Quanta mutazione di costumi in 50 anni! _N. d. T._

Un popolo che sa conservare così virtuosa sobrietà, un popolo arricchito

da un florido commercio, e provveduto di tutti i beni che rendono la

vita più dolce, non rimane lungo tempo schiavo. Il nuovo governo creato

dai Ghibellini sotto l'influenza di Federico era assolutamente

aristocratico; e perchè nelle famiglie nobili conservavasi la medesima

semplicità di costumi, e la medesima energia che nelle popolane, la

forza di tali famiglie non fondavasi soltanto nelle leggi, ma ancora

nelle armi. Tutti i fratelli si ammogliavano, tutti avevano una numerosa

figliuolanza che avvezzavano alla guerra: ed eranvi alcune famiglie che

contavano fin trecento individui. Quella degli Uberti era in Firenze la

più potente, e fors'anco la più orgogliosa; essa aveva fatta la

rivoluzione, manteneva una viva corrispondenza coll'imperatore, e

possedeva in Firenze i palazzi meglio fortificati. Si dice che i nobili,

resi insolenti dal loro potere, vessarono sovente la plebe con

estorsioni ed atti violenti ed ingiuriosi. Il 20 ottobre del 1250, prima

che accadesse la morte di Federico, tutti i più ricchi borghesi di

Firenze si animarono a prendere le armi, e si adunarono nella piazza di

santa Croce, avanti ad una chiesa che vide allora per la prima volta

formarsi lo stato popolare di Fiorenza; avanti a quella chiesa ove i

sepolcri de' grandi uomini fiorentini, ossia la repubblica degli estinti

trovasi adunata anche ai nostri giorni. Di là, attraversando la città,

s'avanzarono verso la casa degli Anchioni a san Lorenzo ove abitava il

podestà, e lo costrinsero a rinunciare la sua carica. Dopo ciò si

divisero per quartiere in venti compagnie, a cadauna delle quali fu dato

un capo ed uno stendardo; nominarono un giudice in luogo del podestà, e

questi fu Uberto di Lucca, al quale diedero il titolo di capitano del

popolo; per ultimo formarono il consiglio dei dodici anziani,

prendendone due per ogni quartiere della città; e questo consiglio, che

s'intitolò signoria, doveva rinnovarsi ogni due mesi. Tale fu la

costituzione che si diedero i Fiorentini in mezzo al tumulto di una

sedizione, sotto la quale per altro operarono nel corso di dieci anni le

più grandi cose[148].

[148] _Gio. Villani l. VI, c. 39. p. 181. — Ricordano Malespini, c.

141. p. 971. — Machiav. istor. Fiorent. l. II, p. 96. — Leonardo

Aretino l. II, traduzione dell'Acciajuoli p. 35._

La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che

fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza

militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata,

perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine,

sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i

cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di

milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie

ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono

subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti

di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo,

ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi

gonfaloni e delle sue imprese.

Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di

spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si

sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì

di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili

di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta

braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I

materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni,

furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel

quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo

del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di

prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal

epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese.

Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre

ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo

1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello

all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi

esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di

pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una

famiglia guelfa di Milano.

[149] _Gio. Villani l. VI, c. 42. p. 184._

Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que'

cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di

tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi

anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e

pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I

Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi

entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di

forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di

Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la

flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi

per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal

regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra

l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252

stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani

attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri;

ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più

credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso

sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che

potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi

approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare

colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri,

tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa

vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio

di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino,

che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva

domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le

mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i

territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze.

[150] _Scipione Ammirato istor. Fiorent. l. II, p. 96. a. — Marang.

Cron. di Pisa, p. 510. — Flam. del Borgo diss. V, p. 287. § 6. —

Gio. Villani l. VI, c. 49. p. 190. — Janotti Manetti hist. Pistor.

t. XIX, Rer. Ital. p. 1008._

In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di

coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò

al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo

d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede

dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità

dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non

solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di

quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una

moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe

in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e

variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando

cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine;

oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane

lire undici e quaranta centesimi[152].

[151] _Gio. Villani l. VI, c. 53. p. 191._

[152] _Storia delle monete della repub. fiorent. d'Ignazio Orsini.

Firenze 1760, 1 v. in 4.º fig._

L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di

Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte

castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di

sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i

Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e

permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso

a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica

fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua

suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le

fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di

perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153].

[153] _Gio. Villani, l. VI, c. 55, p. 193. — Janot. Manetti Histor.

Pistorii, p. 1008._

(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno,

chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà,

Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione,

fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro

territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni

di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro

alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo

l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per

lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di

Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto

Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un

libro intitolato _il Tesoro_, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di

quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante,

militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e

firmò il trattato di pace tra le due repubbliche.

[154] _Orlando Malavolti Stor. di Siena p. I, l. V, p. 65. — Gio.

Villani l. VI, c. 56, p. 193. — Scip. Ammir. l. II, c. 1, p. 37._

[155] Se il _Tesoro_ di Brunetto Latini abbracciava tutte le

cognizioni del XIII secolo, i lumi di quel secolo erano ben piccola

cosa. Ma quest'espressione usata da chi voleva onorare questo uomo

singolare non vuol essere presa letteralmente. _N. d. T._

Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze

di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una

delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta

montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da

alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori

ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani

dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli

abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il

vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle

milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal

abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che

portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a

gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu

sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il

governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu

conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati

di allontanarsi dalla loro patria[156].

[156] _Gio. Villani l. VI, c. 58, p. 193. — Leonardo Aretino l. II._

Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di

Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini

domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che

peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così

gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto

di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle

porte.

La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i

Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual

parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura

al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in

particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i

Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra,

gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti

d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad

Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando

passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte

Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo

dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il

possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza

di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di

Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini

all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per

ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace

con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua

conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano

risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli

abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più

restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il

conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro

le loro mura[159].

[157] Febida fu quello che si pose in possesso della Cadmea

coll'ajuto della fazione aristocratica, e fu deposto e condannato a

dieci mila dramme di ammenda.

[158] _Gio. Villani l. VI, c. 62, p. 196. — Leonardo Aretino l. II._

[159] Poichè i Fiorentini ebbero persuaso il conte Guido a sortire

d'Arezzo, gli Aretini nominarono loro podestà Tegghiajo Aldobrandi

degli Adimari, uno de' più virtuosi cittadini di Firenze. È questi

uno degli eroi ricercati da Dante e trovato nell'Inferno, cant. 16,

v. 41, nel cerchio in cui si puniva un cotal vizio associato a tante

virtù. Tegghiajo, esposto ad una pioggia di fuoco, cammina senza mai

fermarsi sopra una arena ardente col conte Guido Guerra e Giacomo

Rusticucci; i quali, quantunque si fossero meritati la collera del

cielo, imprimevano ancora un profondo rispetto alla terra. Virgilio,

vedendoli avanzarsi, dice a Dante:

«.... a costor si vuole esser cortese;

E se non fosse il fuoco che saetta

La natura del luogo, i dicerei

Che meglio stesse a te che a lor la fretta.»

Diffatti quando Dante ode i loro nomi, sta irresoluto di cacciarsi

avanti tra le fiamme per abbracciarli e grida:

«Di vostra terra sono, e sempre mai

L'ovra di voi e gli onorati nomi

Con affezion ritrassi ed ascoltai.»

Nello stesso cerchio e per lo stesso genere di incontinenza era da

perpetue fiamme tormentato il maestro di Dante, Brunetto Latini, di

cui abbiamo già parlato. È cosa veramente sorprendente che un così

vergognoso vizio fosse così comune in una repubblica che sotto ogni

altro rapporto era tanto austera e virtuosa; come riesce curioso il

vedere in qual modo quegli uomini ad un tempo repubblicani e

religiosi risguardavano in quel secolo i giudizj del cielo. Quando

li vediamo tributare tanto rispetto a coloro che sono già vittime

dell'eterna vendetta, ci sembra di scorgervi quelle idee di

fatalismo sulle quali i Greci fondarono le loro tragedie. I delitti

di Tegghiajo e di Rusticucci, come quelli di Edipo e d'Oreste

sembravano l'effetto della collera degli Dei: ma sotto il peso di

questa collera gli uomini non lasciano di mostrarsi ancora grandi.

Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che

avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al

Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di

soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di

consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di

Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro,

distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire

la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo

che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di

farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione,

temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in

riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad

avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per

prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino

Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si

diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che

quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè

agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a

condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di

Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno

avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e

riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la

distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai

Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli

anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo

alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente

atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la

generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono

i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua

condotta[160].

[160] _Gio. Villani l. VI, c. 63, p. 197._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) · 第 4 / 12 题