CAPITOLO XVII.

_Ultimi anni del regno di Federico II. — Assedio di Parma. —

Rivoluzioni in Toscana. — Tirannia d'Ezelino._

1245=1250.

La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i

principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di

questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa

tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva

cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non

riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale.

Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze

del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura

che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e

raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro

prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella

Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento

delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla

superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati,

giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione

tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico

favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro

la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi

figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La

maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato

qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da

Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà

delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e

tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le

sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore.

Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de'

papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che

questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando

tutto lo stato loro sopra un diritto contestato.

[62] _Math. Paris Hist. Angliae ad an. 1245, p. 586. Edit. Londin.

fol. 1684._

[63] Riccardo di san Germano, Nicola di Jamsilla, Corrado Abate

d'Ursperg, Nicola Speciale, Bartolomeo di Neocastro, Gherardo

Maurisio, l'autore della cronaca di Ferrara, ec.

Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi

della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde

imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e

necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i

diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma

la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza

distruggere l'indipendenza dei papi.

La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi

principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò

ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più

importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle

completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia

ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il

loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori.

Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del

vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità

di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi

erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza,

che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto

praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo,

erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de'

pontefici.

Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu

quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione;

imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive

contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella

austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi

prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere

opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di

partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche

indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi

monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima

virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini

della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a

riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a

danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle

imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli

all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte

guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che

fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno

un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie

nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella

del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la

città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non

potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si

ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo,

legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto

la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito

ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa,

vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei

Lupicini[65].

[64] _Chron. Parmen, Scrip. Ital. t. IX, p. 769._

[65] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 1114. — Annales veteres

Mutinens. t. XI, p. 62._

Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città

lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà,

cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai

quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà

ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro

diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed

aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi

in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della

libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che

sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo

Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa

se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco

procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come

potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro

comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce,

che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza

de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire

a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66].»

[66] Lettera d'Innocenzo IV scritta da Lione il 6 delle calende di

maggio, an. 3. _Apud Raynald. an. 1246, § 11-13, p. 555._

Un certo che di così nobile e liberale spirano i concetti di questa

lettera, che ci sforza a rimaner dubbiosi intorno alla giustizia della

causa del pontefice e dei Guelfi, ed allo scopo che si proponevano. Ma

quand'anche la libertà, e non una licenziosa indipendenza, fosse

effettivamente l'oggetto dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono

certo indegni di così nobil causa i modi tenuti per acquistarla;

riducendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte gli antichi

amici ed i confidenti di Federico, da loro guadagnati. I due figliuoli

del grande giustiziere del Mora, tutti i Sanseverino, tre fratelli della

Fasanella, ed altri molti avevano nel 1244 cospirato coi frati minori

per assassinare il loro sovrano. Federico, come si disse altrove, aveva,

dietro i primi indizj di tale congiura, fatti imprigionare molti frati,

nell'istante medesimo in cui il papa fuggì da Roma. Ciò nulla meno la

sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati riaccesero la

sopita congiura, che avrebbe facilmente avuto effetto, se il complice

Giovanni di Presenzano, scosso dai rimorsi, non palesava il segreto a

Federico. Quando seppero imprigionati alcuni de' loro compagni, i del

Mora ed i Fasanella si salvarono nello stato del papa, altri

s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, ove furono presi

dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato

da un domestico della famiglia[67]. Quasi tutti i congiurati, condannati

a pena capitale, attestarono prima di morire, che il papa era partecipe

della loro congiura. L'imperatore dando notizia di questo macchinamento

a tutti i re e principi dell'Europa con una lettera circolare, che forse

fu l'ultima che scrivesse Pietro delle Vigne, la chiude con queste gravi

parole: «Chiamiamo in testimonio il giudice supremo, che ci vergogniamo

di quanto abbiam detto, perchè eravamo troppo alieni dal credere di

dover vedere e sentire attestato somigliante delitto; non essendoci mai

immaginati che i nostri amici, i nostri pontefici, ci volessero vittima

di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanto obbrobrio! Lo sa

Iddio, che dopo l'iniqua procedura del papa contro di noi intentata nel

concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte od

a quella di taluno de' suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da

persone zelanti del nostro servigio, limitandoci a difenderci dagli

altrui attentati colla giustizia, e non colle vendette»[68].

[67] _Diurnali di Matteo Spinelli di Giovenazzo t. VII, p. 1073._

[68] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10, p. 278._

Ma la più dolorosa perdita di Federico fu quella del suo primo ministro,

del suo intimo confidente, del suo amico, Pietro delle Vigne. Ossia che

quest'uomo affatto straordinario si fosse macchiato di un tradimento, o

che il principe, reso diffidente dalle congiure che ogni giorno si

andavano scoprendo, desse troppo facile orecchio alle suggestioni

degl'invidiosi cortigiani; o giusta o ingiusta che si fosse la sentenza

di Pietro; si dice che Federico esclamasse più volte prima di

pronunciarla: «me sciagurato, qual uomo io gastigo!»[69]

[69] _Matt. Paris Hist. Angl. ad an. 1249, p. 662._

Pietro delle Vigne era nato a Capoa affatto povero; la passione per lo

studio lo aveva condotto all'università di Bologna, ov'era costretto di

andare elemosinando per vivere, sebbene desse prove di maravigliosi

talenti nello studio della legge, dell'eloquenza e della poesia.

Condotto accidentalmente innanzi a Federico, ebbe la fortuna di

meritarsi in modo la sua stima, che lo tenne in corte, facendolo a bella

prima suo segretario; in appresso giudice, consigliere, protonotaro, e

partecipe di tutti i suoi segreti. Pietro delle Vigne aveva una

maravigliosa arte nello scriver lettere; aggiungendo ad una nobile e

dignitosa eloquenza una certa qual forza di ragionamento che convince e

persuade. Perciò verun principe avanti che s'inventassero la stampa ed i

giornali aveva, come Federico, fatto tanto capitale dell'illusione delle

scritture, nè provocato colle sue lettere sopra le proprie azioni la

pubblica opinione. Nè in ciò solo valevasi l'accorto principe de'

talenti di Pietro; abbiamo altrove osservato che approfittò de' suoi

consigli e dell'opera sua per riformare le leggi del regno, e per

rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; abbiamo veduto che lo

incaricò di giustificare la propria condotta innanzi al popolo di Padova

contro la sentenza di scomunica pubblicata contro di lui; che lo aveva

più volte mandato suo deputato al papa, e per ultimo incaricato di

trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. Nella quale ultima

occasione parve che Pietro mal rispondesse all'antica sua riputazione,

conservando un misterioso silenzio, mentre Tadeo di Suessa difese

caldamente il suo sovrano[70].

[70] Pietro delle Vigne conobbe i prelati adunati nel concilio di

Lione affatto ligi al papa, e non voleva trattare innanzi a loro la

causa di Federico contro il papa che presedeva e dirigeva tutte le

risoluzioni conciliari. Se ne accorse, ma troppo tardi anche lo

Suessa, e fece un'inutile protesta. Pietro delle Vigne è uno di que'

grandi Italiani che hanno maggior diritto ad essere posti nel novero

de' più illustri italiani. _N. d. T._

Dopo tale epoca Pietro delle Vigne non ebbe forse più l'intera

confidenza di Federico, non trovandolo adoperato in veruna importante

occasione, nè meno nello scriver lettere a nome del sovrano; anzi una ne

troviamo diretta al medesimo per accertarlo della propria innocenza[71].

È probabile che, senza abbandonare la corte, non vi avesse più

quell'opinione che gli aveva dato la confidenza del sovrano; e che

soltanto tre anni dopo cedesse alle istigazioni degli emissarj del papa;

oppure che i suoi nemici si approfittassero di qualche apparenza per

farlo credere a Federico, quantunque non avesse ceduto[72]. Ecco come

racconta il fatto Matteo Paris.

[71] _Petri de Vineis Epistolæ l. III, c. 2, p. 391._ — Benvenuto da

Imola parlando di altre lettere nelle quali Pietro si chiama colpevole,

dice che queste sono false. _Excerpta in Comœd. Dantis ap. Murat.

Antiq. Ital. t. I, p. 1051._

[72] Il racconto di Matteo Paris distruggerebbe, se fosse vero, la

supposizione del nostro autore. Se da tre anni Pietro non godeva più

dell'intera confidenza del principe, come sarebbe stato scelto, per

presentargli, unitamente al medico, la bevanda avvelenata? Per

imputargli quest'orribile attentato conviene supporlo nell'intima

confidenza di Federico. Ma conviene di più dare a Pietro delle Vigne

carattere, opinioni, inclinazioni affatto diverse da quelle

costantemente seguite in tutto il corso della gloriosa sua vita

politica; lo che non deve supporsi col solo appoggio di memorie

tanto incerte ed oscure. _N. d. T._

Federico giaceva infermo quando Pietro gli si presentò col medico

ch'egli aveva guadagnato, il quale gli offrì come medicina una bevanda

avvelenata. Il principe, nell'atto di accostare il nappo alla bocca,

disse ai traditori: io credo che voi non vogliate darmi veleno. Pietro,

turbato a un tempo e sorpreso, si dolse di un dubbio che faceva torto

alla sua lealtà, chiamandosene altamente offeso: ma Federico,

rivolgendosi in atto minaccioso al medico, gli porse il calice,

ordinandogli di beverne la metà. Il medico sbigottito finse d'inciampare

e lasciò cadere il calice in terra; ma Federico fatto raccogliere quanto

si poteva della sospetta bevanda, la fece dare ad un condannato a pena

capitale, che morì all'istante. Avute così evidenti prove del delitto,

l'imperatore ordinò che il medico perdesse la vita sul palco, e che

Pietro delle Vigne fosse abbacinato; ma questi diede del capo contro il

muro con tanta violenza, che si spaccò il cranio, e morì dopo pochi

istanti[73]. Matteo Paris è il solo storico contemporaneo che parli

circostanziatamente della morte di quest'uomo straordinario; e non

bastano a smentirlo le vaghe ed incerte relazioni degli scrittori guelfi

de' tempi posteriori. Non devo per altro lasciar di dire che nel secolo

decimoquarto credevasi comunemente che Pietro fosse stato vittima della

calunnia; onde Dante, ponendolo tra i suicidi nell'inferno, gli fa dire:

_Canto XIII, vers. 70_:

«L'animo mio, per disdegnoso gusto,

«Credendo, col morir, fuggir disdegno,

«Ingiusto fece me contro me giusto.»

[73] _Math. Paris p. 662._ L'istoria di Pietro delle Vigne è assai

oscura, e piena di contraddizioni. Nè io intendo parlare solamente

delle favole narrate da Tritemio nel suo Chronic. _Hirsang. ad ann.

1229_; e ripetute da altri molti; ma ancora de' moderni scrittori e

de' più acuti critici. Mi sono più che d'ogni altro valso della

_Storia della letteratura italiana del Tiraboschi p. IV, l. I, c. 2,

p. 5-14, 16-30_, da cui per altro mi sono talvolta allontanato per

seguire gli autori originali, che ho pure voluto consultare; quali

sono, _Ricordano Malespini Stor. Fior. c. 131, p. 964. — Giovanni

Villani Istorie l. VI, c. 22, p. 169. — F. Franc. Pipini Chron. t.

IX, c. 39, p. 660. — Benvenuto da Imola Comment. Antich. Ital. t. I,

p. 1051. — Giannon. Istoria Civile l. XVII, c. 3, § 2, p. 584. —

Flamin. Del Borgo Dissert. dell'Istoria pisana l. IV, § 2, p. 257._

Questi riporta un MS. dell'ospitale di Pisa, stando al quale Pietro

delle Vigne sarebbe morto in Pisa, nella chiesa di sant'Andrea.

Allorchè Federico ebbe notizia della scomunica pronunciata dal Sinodo,

non si lasciò punto smuovere, e scrisse a tutti i principi d'Europa per

rappresentar loro che il clero, corrotto dalle ricchezze, abusava

stranamente del suo potere: scrisse di nuovo al re di Francia per

attaccare l'irregolare condotta del papa, e mostrare la nullità del

processo contro di lui intentato, invitandolo a riflettere che potrebbe

ben venire la volta loro, quando i sovrani non si unissero a reprimere

l'arroganza della corte di Roma[74]. Ma in breve oppresso da spiaceri

d'ogni genere, tradito dai suoi più cari amici, abbandonato dai principi

tedeschi che avevangli sostituito, in qualità di re dei Romani, Enrico,

langravio della Turingia, il quale sconfiggeva suo figlio, il re

Corrado, ad altro più non pensò che a pacificarsi col papa, onde metter

fine alla travagliata sua vita. A tale oggetto sottoscrisse in presenza

di molti prelati una professione di fede conforme affatto a quella della

Chiesa; ed in pari tempo chiedeva la mediazione di san Luigi: ma tutto

inutilmente.

[74] _Petri de Vineis Epistolæ l. I, c. 1, p. 87; e c. 3, p. 98._

Senza decidere se queste lettere siano o no scritte da Pietro delle

Vigne, osserverò soltanto che tutte le lettere di Federico scritte

anche dopo la morte del suo segretario furono comprese in questa

raccolta.

(1247) Nel susseguente anno, non ommise Federico di rinnovare le sue

calde istanze per rientrare in seno della Chiesa, sebbene avesse avuta

notizia della totale disfatta e della morte del suo rivale, Enrico di

Turingia, all'assedio di Ulma. Le condizioni da lui offerte nel presente

anno, e ne' due successivi con nuovi schiarimenti, pare che lo mostrino

atterrito dalle censure della Chiesa, e che, a fronte della fierezza del

suo carattere, e del prospero stato de' suoi affari, non avrebbe

ricusato di sottoporsi alle più penose umiliazioni, ai più dolorosi

sagrificj, per rappacificarsi col clero. In questo tempo san Luigi si

apparecchiava a condurre in Egitto quell'armata di crociati ch'ebbe così

sventurato fine. Federico proponeva di unire tutte le sue forze a quelle

del re francese, e di fare insieme l'impresa d'Oriente; e perchè tale

offerta non era di piena soddisfazione del papa, aggiunse l'altra

condizione di militare contro gl'infedeli oltre mare finchè vivesse.

Acconsentiva inoltre alla divisione della sua eredità, purchè non ne

fossero privati i suoi figliuoli. L'Impero germanico non doveva più

essere unito al regno di Puglia; ma il primo rimarrebbe a Corrado, ed

avrebbe il secondo Enrico, figlio di Federico e d'Isabella, sua terza

moglie[75]. E perchè Innocenzo IV, rigettando la confessione di fede

fatta avanti ai prelati per iscolparsi del delitto d'eresia, aveva

dichiarato appartenere a lui solo la disamina della coscienza del

monarca, e ch'era disposto ad ascoltarlo, qualora si recasse

personalmente alla corte pontificia[76]; Federico volle acconsentire

ancora a quest'ultima umiliazione, e si pose effettivamente in viaggio,

attraversando la Lombardia con un treno affatto pacifico, e non toccando

il territorio delle città nemiche, delle quali pareva volerne scordare

le offese[77]. E già era giunto a Torino, quando ebbe avviso che i

parenti del papa gli avevano ribellata la città di Parma. Abbiamo già

osservata che tre delle principali famiglie, i Rossi, i Lupi ed i

Correggeschi, essendosi dichiarati del partito guelfo, avevano dovuto

uscir di Parma. Erano costoro parenti o alleati dei Fieschi, i quali,

all'istante che fu nominato papa uno della loro famiglia, eransi dati

alla fazione nemica dell'Impero. Altri fuorusciti parmigiani avevano

pure raggiunti i primi a Piacenza, aspettando che le prediche di alcuni

frati lasciati in Parma disponessero quel popolo alla sedizione. Quando

credettero giunto l'istante favorevole, la domenica del 16 giugno 1247,

tutti gli emigrati parmigiani s'avanzarono sotto il comando di Gherardo

da Correggio fino al Taro, ove trovarono sull'opposta riva Enrico Testa,

podestà imperiale, con un grosso corpo di nobili e popolani di Parma; il

quale credendosi sicuro della vittoria attraversò il Taro per

attaccarli: ma, durante la battaglia, tutti quelli della sua armata, che

segretamente favorivano i Guelfi, si unirono ai nemici. Quest'impensato

avvenimento portò lo spavento nelle truppe, che non sostennero l'urto

de' Guelfi, restando tra i morti lo stesso podestà, Manfredi di

Cornazano, ed Ugo Manghirotti, due de' più illustri Ghibellini,

salvandosi gli altri colla fuga. Intanto la massa del popolo, perduti i

capi, manifestava con segni di acclamazione il suo attaccamento alla

Chiesa, e conduceva in trionfo gli emigrati entro le mura di Parma.

Gherardo da Correggio venne sulla pubblica piazza proclamato podestà, e

dati il palazzo, le mura e le torri in guardia ai suoi soldati.

[75] _Bartholomæi Scribæ, continuat. Caffari Ann. Genuens. l. VI,

an. 1248, t. VI, p. 515. — Raynaldi Ann. Eccl. an. 1246, § 24, p.

558. — Id. an. 1249, § 14, p. 592. — Math. Paris. Hist. Angl. an.

1249, p. 665._

[76] Lettera dei papa del 10 giugno an. 3 presso il Raynaldi

all'anno 1246, § 20, _p. 557_.

[77] _Barthol. Scribæ Ann. Genuens. p. 511._

Enzo, ossia Enrico, figliuolo di Federico, e re di Sardegna, trovavasi

allora nel contado di Brescia all'assedio di Quinzano. Avuto avviso

della rivoluzione di Parma, abbrucia le macchine guerresche, e viene a

grandi giornate fino alle rive del Taro, lusingandosi di sottomettere i

ribelli con un colpo di mano. Federico, informato a Torino dello stesso

avvenimento, avvampa di collera contro il papa, e deposto con orrore il

pensiero di andare a Lione per umiliarsi innanzi ad un uomo che non

cessava di macchinare contro di lui, riunisce tutti i suoi partigiani

delle vicine città, e fattane una piccola armata, raggiugne il figlio

sulle rive del Taro, di dove si avanza fino a pochi passi dalla

città[78].

[78] _Chron. Parmense, t. IX, p. 770._

La perdita di Parma gli toglieva la comunicazione colle città ghibelline

dalle Alpi al suo regno di Puglia, la quale mantenevasi per Torino,

Alessandria, Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena e Toscana; oltrecchè

Parma e Cremona gli aprivano un'altra importantissima comunicazione con

Verona, gli stati d'Ezelino e la Germania. Affrettava perciò la leva di

una formidabile armata e faceva avanzare a grandi giornate un corpo di

Saraceni, i soli suoi sudditi non esposti all'influenza de' frati, nè al

terrore delle scomuniche. Ma prima che potesse formare un'armata

abbastanza forte per fare l'assedio di Parma, i Guelfi ebbero tempo di

provvederla abbondantemente di truppe e di vittovaglie. Il legato del

papa, Gregorio di Montelungo, vi si chiuse con mille soldati scelti di

Milano, e seicento di Piacenza, ch'egli vi aveva condotti per difficili

strade. Un altro rinforzo vi spediva da Mantova il conte di san

Bonifacio, il quale alla testa d'un altro corpo di Mantovani entrava in

pari tempo nel territorio cremonese, per guastarlo, onde sforzare i

Cremonesi ad abbandonare il campo dell'imperatore per venire in soccorso

della loro patria. Anche il marchese d'Este, poco curandosi di lasciare

in balìa di Ezelino le proprie terre, si gettò con un corpo di Ferraresi

in Parma, ov'eransi pure adunati tutti i fuorusciti guelfi di Reggio, di

modo che vi si trovarono due mila cavalieri forastieri e mille della

città. La milizia dividevasi per quartieri; e le milizie di due porte

occupavansi ogni giorno della guardia della terra, dello scavamento di

nuove fosse e dell'innalzamento di bastioni e di palizzate per supplire

alla conosciuta debolezza delle antiche mura.

Mentre Parma era alleata dell'imperatore, gli aveva spediti dei soldati,

ch'egli teneva nelle vicine città; de' quali, essendogli, dopo

l'accaduto, talmente sospetta la fede da poterli trattare come aperti

nemici, ne fece imprigionare ottanta a Reggio e cinquanta in Modena,

ritenendoli per ostaggi; ed inoltre fece arrestare tutti i giovani

parmigiani che trovavansi allo studio di Modena, i quali tutti spogliati

de' loro cavalli, delle armi, dei libri e di quanto avevano, furono

mandati carichi di catene al campo imperiale[79].

[79] _Chron. Parmense, p. 771._

Intanto l'armata ghibellina riceveva ogni giorno nuove genti; erano

arrivati dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo: Ezelino aveva

seco condotte le milizie di Padova, di Vicenza, di Verona; ed i

Ghibellini di tutte le città d'Italia si univano sotto le bandiere di

Federico per ricominciare una sanguinosa guerra: ma ossia che le forze

ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la

campagna, oppure gli mancassero le macchine d'assedio, nè assediò la

città, nè venne a giornata con Bianchino da Camino ed Alberico da

Romano, i quali con un'armata guelfa eransi trincerati dalla banda

settentrionale di Parma sull'altra riva del Po. Tutte le fazioni di

questa campagna si ridussero dunque ad alcune scaramucce coi Saraceni, i

quali cercavano d'impedire che fosse vittovagliata la città: al quale

oggetto s'impadronirono un dopo l'altro de' castelli del territorio

parmigiano, tranne Colorno; e tutti li distrussero; di modo che le bande

de' soldati guelfi, quando ancora potevano scorrere la campagna, non

trovavano viveri di veruna sorte per portare in città: onde i cittadini

cominciavano a soffrire la fame, ed i viveri si vendevano a carissimo

prezzo.

Credette Federico giunto l'istante opportuno d'atterrire gli assediati

con sanguinose esecuzioni. Fece dunque condurre nel prato di Flazano, a

due tiri di balestra dalle mura, quattro prigionieri parmigiani, due

gentiluomini, e due borghesi, e fece loro tagliar il capo, proclamando

in pari tempo che ogni giorno, finchè s'arrendesse la città, farebbe

morire quattro Parmigiani, e mille ne teneva allora Federico in poter

suo; ma il podestà ed i consiglieri, cui il consiglio generale aveva

dati illimitati poteri per la difesa della città, presero le più

rigorose misure per impedire che dal campo imperiale si recasse notizia

di quanto accadeva; onde il pericolo che correvano tanti cittadini, non

consigliasse i loro parenti ed amici a qualche atto di debolezza. Molte

spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono

colti dalle guardie del podestà, ed abbruciati nella pubblica piazza,

talchè niuno della città osò parlare di entrar in trattati col nemico.

Frattanto nel susseguente giorno erano stati decapitati due altri

prigionieri, e tutti gli altri minacciati dello stesso destino, quando i

soldati di Pavia che militavano nel campo dell'imperatore, lo

supplicarono ad accordar loro la vita de' prigionieri. «Noi siamo

venuti, gli dissero, per far guerra ai Parmigiani, ma colle armi e sul

campo di battaglia, non per far il carnefice.» L'imperatore si lasciò

placare, e da quel punto il suo campo non fu più macchiato da così

odiose esecuzioni[80].

[80] _Chron. Parmense, p. 772._

Non era lontano l'inverno, e tutto annunziava che l'assedio non sarebbe

così presto ridotto a termine; onde Federico che non voleva scostarsi

dalla città ribelle, risolse, per assicurare alla sua armata più

tollerabili quartieri d'inverno, di fabbricare una città, cui diede il

nome di Vittoria, nella quale, poichè si fosse impadronito di Parma,

pensava di trapiantarne gli abitanti. Ne fece porre i fondamenti a

duecento passi da Parma lungo la strada che conduce a Piacenza. La fece

circondare di larghe fosse, dietro alle quali alzavansi bastie di terra

difese da palizzate: le porte avevano ponti levatoj, ed il canale, detto

_naviglio_, che scendeva da Parma fino al Po, fu sviato dal suo corso

per farlo entrare nelle fosse di Vittoria per girare i mulini. In pari

tempo i Saraceni ebbero ordine di trasportare alla nascente città i

materiali delle case distrutte nel territorio parmigiano[81].

[81] _Chron. Parmense, p. 773._

Mentre Federico occupavasi della fondazione di Vittoria, e che Enzo, suo

figliuolo, guardava la linea del Po, le città di Mantova e di Ferrara

allestirono una flottiglia carica di vittovaglie d'ogni sorta; e fattala

rimontare il fiume, mentre l'armata di terra cercava di forzare il ponte

custodito da Enzo, introdussero il loro convoglio per il fiume Parma

nella città.

(1248) Intanto l'imperatore allontanavasi spesse volte dall'armata, per

cacciare col falcone, poichè la cattiva stagione non gli permetteva di

muovere le truppe. La guarnigione di Vittoria erasi, durante l'inverno,

indebolita assai per essersi molti capi ghibellini recati alle loro

case. Avutosi di ciò sentore in città, il 18 febbrajo, i Parmigiani coi

Guelfi sussidiarj progettarono di attaccare improvvisamente la città di

Vittoria, mentre l'imperatore stava cacciando co' suoi falconi; e

l'assaltarono così bruscamente, che se ne resero ben tosto padroni

cacciandone gl'imperiali. Perirono in questo fatto molti Saraceni, quel

Taddeo Suessa che aveva tanto caldamente difesa la causa di Federico

innanzi al concilio di Lione, il marchese Lancia, ed altri assai

distinti personaggi; in tutto circa due mila, periti sul campo di

battaglia, e tre mila fatti prigionieri. Caddero in mano de' vincitori

il carroccio de' Cremonesi, il tesoro della camera imperiale ricco di

molto numerario, di corone, di giojelli, di vasi preziosi. La nuova

città fu incendiata in modo, che non rimase pietra sopra pietra.

Federico di ritorno dalla caccia incontrò i fuggiaschi e fu con loro

strascinato verso Cremona, inseguìto dai vittoriosi Parmigiani fino alle

rive del Taro[82].

[82] L'assedio di Parma viene circostanziatamente descritto nella

Cronica parmigiana _t. IX, p. 770 e seguenti_ — Vedasi inoltre

_Rolandini l. V, c. 21, p. 248. — Chron. Veronense t. VIII, p. 634.

— Monachi Patav. Chron. p. 683. — Chronic. Placent. t. XVI, p. 464.

— Memoriale potestat. Regiens. t. VIII, p. 1115. — Nicolai de Curbio

Vita Innocent. IV, § 26, p. 592. — Ghirardacci Storia di Bologna l.

VI, p. 169._

Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo

Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato

più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito

guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla

dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore,

oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i

buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e

siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio

del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo

nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra

santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma

l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua

vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi

alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie

di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi

feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti

d'_Angoulême_ e di _saint Paul_[83] convennero tra di loro di metter

limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di

proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta

loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già

colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò

sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi

coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi,

usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele

d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa

esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in

Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi

smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò

contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai

regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con

prodigalità tra le loro famiglie.

[83] _Paris. Historia Angliæ ad an. 1247_, p. 628. — _Raynaldi Ann.

Eccles. 1247, § 46, p. 574._

Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e

desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo

carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di

Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante.

Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia

all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno

delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua

origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno

potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj

trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città

considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle

cariche pubbliche.

Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino,

Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma

quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il

vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era

affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi

apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la

repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità

del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la

repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano

la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste

frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva

fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i

nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette

_serragli_, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui

chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che

combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate

innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle

quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali

avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano

la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini

difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una

disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo

incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà;

ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei

o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti

nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente

era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini

s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per

decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che

aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti

sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della

patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero

molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse

in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini.

Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare

maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana

uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il

comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse

alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per

muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro

antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi,

ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma

i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si

unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi

dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi

tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla

medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro

avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi,

finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia

a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle

precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal

modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in

presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte,

secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia,

alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi

difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi

ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e

sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi

o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di

Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo.

[84] La lettera credenziale di Federico d'Antiochia ai Fiorentini è

posta nel _l. III, c. 9, p. 409_ di quelle di Pietro delle Vigne.

I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte

le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito,

pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere.

Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85],

tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di _mercato

vecchio_ tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia.

L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de'

Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che

formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte

della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di

far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato

ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione.

[85] Ricordano Malespini, _c. 137 e 139, p. 967_; quasi copiato _ad

litteram_ da Giovanni Villani nel _l. VI, c. 33 e 35, p. 179_. —

Mach. St. Fior. — L'Aret. St. Fior.

(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini

volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de'

Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo

l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj.

L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo

stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli

assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione.

Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti

prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla

morte, altri alla perdita degli occhi.

Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione

di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna

con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in

Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il

partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il

cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna

sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo,

il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e

dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di

Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di

maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si

fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del

fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san

Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto

bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse

d'assedio.

Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento

d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della

inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente

sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e

l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della

Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono

tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu

all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli

de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della

repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86],

perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la

sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai

cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale.

[86] _Registro nuovo di Bologna, fol. 70 presso Ghirardacci, l. VI,

p. 172._

Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo,

Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate

al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed

alla lega di Bologna.

(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze

alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra

contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio,

figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in

Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque

Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva

specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro

castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di

approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al

marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e

delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava,

rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti.

L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini

d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo

e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal

carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale

Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti

castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al

Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro

nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme

speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le

milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle

altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi

lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il

Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta,

distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di

sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero

in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di

venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone

avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta

tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata

immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo

la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un

movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle

spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il

quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di

riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati

tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e

formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il

pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel

primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della

sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila

Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al

campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed

ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte

sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento

cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione

che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle

successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle

che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de'

progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si

mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente

vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo

ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non

pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in

modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici,

molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna,

tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti

prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che

già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e

cittadini modenesi.

Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente

un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito

in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al

castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute

dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle

trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la

strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il

principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e

perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque

anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la

gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente

espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto

della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura,

perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal

popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la

libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo

suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni

dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo

alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del

podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla

sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde

temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente

inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88].

[87] _Caroli Sigonii Histor. Bonon. Oper. omn. Edit. Palat. Mediol.

1733, 6 vol. fol. t. III, l. VI, p. 273-283._ Di qui ha preso il

Ghirardacci quasi tutte le particolarità della battaglia. _Sigonii

de Regno Ital. t. II, l. XVIII, p. 999-1005. — Ghirardacci Storia di

Bologna l. VI, p. 171-178. — Fra Bartolomeo della Pugliola, Cronica

di Bologna t. XVIII, p. 264. — Mathæi de Griffonibus Memoriale

Historicum de rebus Bonon. t. XVIII, p. 113. — Campi Cremona fedele

l. II, p. 57. — Memor. potest. Regiens. t. VIII, p. 1116. —

Ricobaldi Ferrar. Hist. Imper. t. IX, p. 131. — Chron. Fratr.

Francisci Pipini, t. IX, c. 35, p. 657. — Chr. Parm. t. IX, p. 775.

— Annal. Veter. Mutin. t. XI, p. 63. — Chron. Mutin. Johan. de

Bazano t. XV, p. 563. — Chron. Est. t. XV, p. 312. — Stor. de' Prin.

Esten. di Gio. Bat. Pigna l. III, p. 216._

[88] Abbiamo una lettera di Federico ai Bolognesi colla quale

ricordando le vicende della fortuna, chiede loro suo figlio, e li

minaccia in caso di rifiuto di tutto il suo sdegno. _Petri de Vineis

l. II, c. 34, p. 314._

Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il

pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi

giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena,

mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la

città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi

a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della

bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico

scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi

che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero

perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai

guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i

loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con

un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici

contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi

gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui

avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in

mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta

ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire

contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli

assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati,

la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città.

Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno

difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro

i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre

del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio

generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj

consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti

i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni

giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena

si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a

dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a

soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove

alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di

Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni

(così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de'

loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o

siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli

ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di

Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente

guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i

prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di

taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla

Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e

permettendo la celebrazione dei divini uffici[89].

[89] _Ghirardacci Stor. di Bolog. l. VI, p. 176._ Questa è la guerra

che forma l'argomento del poema eroicomico di Alessandro Tassoni,

_la Secchia rapita_.

Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte

ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che

Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si

disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta

indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed

aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena

aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò

dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti

padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui

delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà

riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel

territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel

periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle

fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si

credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del

castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da

più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso

in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva

che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza

occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo

eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo

guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj.

Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il

suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario

imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva

scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con

una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un

tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90].

Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi

delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe

interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi

illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a

scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata

idea di quest'uomo crudele.

[90] Senza oppormi in generale al racconto dell'autore non devo

tacere che molte terre della Marca Trivigiana ebbero motivo di

lodarsi del breve dominio d'Ezelino. _N. d. T._

Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di

Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto

educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo

Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino

contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il

debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che

Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto

pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più

vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo.

Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per

riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i

suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in

modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece

allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi

nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte.

Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida

domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si

trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e

diseccata.

Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato

indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva

Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze,

e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico,

siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi

in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi

zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa

loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero

sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non

tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di

ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da

lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo

un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in

ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91].

[91] _Roland. de factis in March. Tarvis. l. II, c. 9, p. 188; l. V,

c. 2, p. 234, c. 16, p. 245; l. VI, c. 12, ec. p. 262._

Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro

esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto

avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato

da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este.

Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed

infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio

imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani

affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara

penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica

piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di

Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite.

Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle

guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e,

rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo

con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti,

prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola

colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più

celebre il proverbio italiano: _Quello che vuol morire è padrone della

vita del tiranno_[93].

[92] _Ib. l. V, c. 9, p. 239._

[93] _Roland. l. V, c. 20, p. 248. — Monachus. Patav. in Chron. p.

682._

La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la

testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le

loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici

d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce:

accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si

allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni

strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che

rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo

agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana

natura[94].

[94] _Roland. l. V, c. 9, p. 239._

Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino,

ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di

Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni

paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una

grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero

veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di

quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle

prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in

quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi

penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle

tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso

per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato,

in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il

ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da

quel luogo»[95].

[95] _Roland. l. V, c. 10, p. 240._

Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini

vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue

crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni

podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de'

castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli.

Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua

residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de'

suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un

apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad

Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo

autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi

dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli,

furono tutti imprigionati.

[96]

_Accipitrem, milvi pulsurum bella, Columbæ_

_Accipiunt Regem; Rex magis hoste nocet._

_Incipiunt de rege queri, quia sanius esset_

_Milvi bella pati, quam sine marte mori._

Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai

compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e

potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di

fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di

san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in

Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo

la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella

famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un

suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati

gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e

dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo

padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si

ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed

il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano

verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove

furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la

morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta

la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia

parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione,

com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto

temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido

e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97]

[97] _Roland. l. VI, c. 2, p. 254; e c. 9, p. 261._

Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata

la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare

l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la

collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche

riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249

nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in

Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie,

Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti,

onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso

a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera

l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento

di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola

di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a

far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di

fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99].

Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo

stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di

san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico,

liberarono il papa da ulteriori istanze.

[98] _Petri de Vineis l. III, epist. 22, 23, 24, p. 431 e seguenti._

[99] _Math. Paris. Hist. Angl. ad ann. 1249, p. 663._

Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per

quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a

Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al

sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età

sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani,

cinquantadue re delle due Sicilie.

Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere

di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore

accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo

spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore

de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin

qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero

due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni

Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla,

napoletano, uno de' più caldi Ghibellini.

«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare,

savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose,

seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco

e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e

savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise,

e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i

delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non

facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione,

perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100].

[100] _Giovanni Villani Istor. l. VI, c. 1, p. 155._

«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la

somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue

azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di

giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi

stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie

un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per

le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del

mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali

assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il

mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque

condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio

della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj

letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un

libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la

rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire

contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso

ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare

contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la

giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla

clemenza»[101][102].

[101] _Nicolai de Jamsilla, Historia Conradi et Manfredi, in

proemio, t. VIII, p. 495._

[102] È cosa veramente singolare che questo così illustre Italiano,

ed il suo intimo confidente Pietro delle Vigne non abbiano avuto

luogo tra i sessanta uomini più illustri della nostra Italia; anzi

non siasi pur sospettato da chi ne fece la scelta, che potessero

aspirare a tanto onore; tale è la forza che anche in questa nostra

filosofica età conservano le opinioni di parte, che diressero la

penna degli storici nemici degl'imperiali. Ma se si vorrà

sottilmente esaminare ciò che a favore delle scienze e delle lettere

operarono Federico II, e Pietro delle Vigne, si troverà che l'Italia

e l'Europa va loro debitrice del rinnovamento degli studj e di

quello spirito filosofico, che a fronte degli sforzi fatti per

comprimerlo, incominciò, dopo tale epoca, a fermentare tra

gl'Italiani. _N. d. T._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 03 (of 16) · 第 3 / 12 题