_Continuazione del regno di Federico II. — Guerra della Lega
lombarda contro questo imperatore. — Viene deposto dal papa nel
concilio di Lione._
1234=1245.
Non erano appena passati sessant'anni dopo il trattato convenuto in
Venezia tra le repubbliche lombarde e l'imperatore Federico Barbarossa,
che una nuova guerra si riaccese nella stessa contrada fra la medesima
lega lombarda e Federico II, nipote del Barbarossa. Apparentemente
sembrava provocata dagli stessi motivi che avevano dato luogo alla
precedente guerra; e se da un lato pretestavansi le antiche prerogative
dell'Impero, facevansi risonare dall'altra banda i diritti de' cittadini
e la riconosciuta indipendenza delle città. Nel tredicesimo secolo,
siccome nel dodicesimo, la Chiesa non tardò a dichiararsi la protettrice
delle repubbliche ed a ferire più gravemente l'imperatore colle armi
spirituali. Si confondono facilmente i due Federici, le due leghe
lombarde, le due lunghe contese tra l'autorità reale e la libertà.
Queste due guerre sono per altro distinte da due importantissime
differenze. Era la prima necessaria; perchè, rispetto alle città,
trovavansi compromessi i loro più preziosi diritti, il loro onore, la
stessa loro esistenza. La seconda poteva facilmente risparmiarsi, se
l'insidiosa politica della corte romana non avesse accesa e tenuta viva
la discordia, e se ai Lombardi non avessero ispirata troppa fidanza le
loro ricchezze, e troppo orgoglio il sentimento della propria forza. E
siccome i motivi della guerra furono meno puri, n'ebbero altresì meno
onorevoli risultamenti. Spiegando lo stesso coraggio e la stessa
costanza del precedente secolo, ed adoperando maggiori forze, gran parte
delle repubbliche d'Italia non respinsero l'autorità imperiale, che per
cadere sotto il giogo della tirannia. L'illimitato potere dei capi di
parte, fatti sovrani, subentrò in molte città al legittimo e moderato
potere del monarca costituzionale.
Gregorio IX che appena fatto papa aveva date così luminose prove del suo
violento carattere e della sua parzialità, scomunicando Federico, erasi
posto relativamente a questo principe nella più difficile situazione.
L'imperatore regnava senza rivali in Germania, e poteva al bisogno
levare in queste contrade formidabili armate; ma preferendo all'aspro
clima della Germania i suoi regni della Puglia e della Sicilia, vi
faceva l'ordinaria sua residenza; e per tal modo trovavasi, per così
dire, alle porte di Roma; inoltre egli si era assoggettati que' baroni
che colla loro indipendenza avevano resa debole l'autorità de' suoi
predecessori: e ciò che più ancora doveva intimidire il papa, aveva dato
prove di tanta intelligenza nell'amministrazione de' suoi stati (come ne
fanno indubitata prova le sue leggi) che potè riempire il suo tesoro, ed
accrescere le sue armate senza angariare i suoi popoli[1]. In distanza
di tre in quattro marcie da Roma aveva stabilite due colonie di soldati
saraceni de' quali si era guadagnato l'amore, e ne' quali assai
confidava perchè stranieri al timore delle censure e delle scomuniche
papali. S'aggiungevano a tutti questi vantaggi la sua profonda
conoscenza della politica romana, perchè, cresciuto da fanciullo in
mezzo agl'intrighi, aveva appreso a schermirsene; e, nelle sue frequenti
controversie colla Chiesa, egli era divenuto così poco scrupoloso che
adoperava qualunque mezzo, purchè creduto utile ai suoi progetti. Nato
italiano, aveva in Italia più partigiani che mai ne avesse avuto alcun
altro imperatore; e per la debolezza de' grandi feudatarj, la sua
influenza era cresciuta a dismisura ne' ducati di Toscana, di Spoleti e
di Romagna. Nè mancava di partigiani nella stessa Roma, la quale, come
le altre città che formavano in allora lo stato della chiesa, cercava di
rendersi libera col tener viva la rivalità fra i due capi del
cristianesimo; onde, lungi dal favorire gl'interessi del papa, questi
non poteva restarvi sempre con sicurezza. Per tali motivi Gregorio IX
occupavasi incessantemente di alzare una potenza in Italia che potesse
difenderlo; e risguardava la propria esistenza come dipendente da quella
della lega lombarda. Erasene perciò dichiarato il protettore; ma mentre
cercava col mezzo de' suoi emissarj di accrescerne il coraggio, non
voleva romperla così presto con Federico, o perchè la lega acquistasse
maggiore consistenza, o perchè non si vedesse dalla medesima costretto
ad abbandonare egli stesso la neutralità.
[1] _Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XVI, c. 8, p.
537._
(1234) Da molti storici si dà colpa a Gregorio IX d'avere suscitato
contro Federico un rivale nella sua propria famiglia[2]. Del 1234 si
seppe in Italia che il giovane Enrico primogenito dell'imperatore, e già
da lui nominato re di Germania, disponevasi colà alla ribellione; e
seppesi poco dopo che teneva intelligenza coi deputati della lega
lombarda, e che i Milanesi avevangli promesso di mettergli in capo la
corona d'Italia che custodivasi in Monza, costantemente rifiutata a suo
padre. Intanto il papa non poteva prender parte in questa ribellione
senza rendersi doppiamente colpevole; poichè non solo avrebbe messe in
mano d'un figlio le armi contro al proprio padre, ma l'avrebbe fatto in
tempo che riceveva dal padre un servigio di grande importanza. Di fatti,
in questo stesso anno, essendo Gregorio costretto a fuggire da Roma, fu
visitato a Rieti da Federico che offerse sè ed i suoi soldati in ajuto
della Chiesa, e continuò tre mesi la guerra contro i rivoltosi
romani[3]. Vero è che non sarebbe questi stato il primo figlio che
Gregorio avrebbe armato contro il proprio padre. Il Rainaldi ci conservò
negli Annali ecclesiastici una bolla diretta dallo stesso papa l'anno
1231 ai due signori da Romano, ordinando loro di dare essi medesimi il
loro padre Ezelino II in mano del tribunale dell'inquisizione, se non
rinunciava all'eresia[4].
[2] _Galvan. Flam. Manip. Flor. c. 264, p. 671, E. t. XI. — Ann.
Mediol. c. 5, t. XVI, p. 644. — Corio p. II, p. 97. b._ — Potrebbe
darsi che questi tre storici si fossero copiati l'un l'altro, non
essendo contemporanei. Nella lettera in cui Federico parla di questa
ribellione al re di Castiglia, non accusa il papa. _Petri de Vineis
l. III, c. 26, p. 439._
[3] _Chron. Richardi de s. Germano, p. 1034._
[4] _Raynald. An. Eccles. ad an. 1231, § 22, p. 379._
(1235) Ad ogni modo qualunque siano state le segrete pratiche di
Gregorio per determinare Enrico alla ribellione, quando in sul
cominciare del susseguente anno Federico partì per recarsi in Germania
onde ricondurre suo figlio al dovere, il papa assecondò gli sforzi
dell'imperatore, scrivendo ai prelati della Germania per esortarli a non
favorire il ribelle[5]. Federico attraversò l'Adriatico da Rimini ad
Aquilea, ed entrò senz'armata in Germania, assicurato da tutti i
principi dell'Impero della loro fedeltà[6]. Lo stesso Enrico si vide
costretto a domandar grazia, e venuto a Worms a gettarsi al piedi del
padre, il quale lo mandò prigioniero in Puglia dopo di averlo dichiarato
decaduto dalla corona di Germania. Questo giovane principe, la di cui
istoria è coperta d'impenetrabili oscurità, non sortì più di prigione,
ove morì pochi anni dopo. Attestano alcuni ch'egli si meritò questa
perpetua prigionia con nuovi attentati; altri danno colpa a Federico
d'aver trattato il figliuolo con eccessivo rigore[7].
[5] _Raynal. Annal. Eccles. ad annum 1235, § 9, p. 423. — Vita
anonim. Gregorii IX, p. 581, t. III Rer. Ital._
[6] _Richardi de s. Germano Chronic. p. 1036. — Giannone l. XVII, c.
I, p. 552 e 553._
[7] Federico scrisse al clero di Sicilia deplorando la morte di suo
figliuolo, e raccomandandolo alle loro preghiere. «Per acerbo che
sia il dolore, egli dice, cagionato ai padri dalle trasgressioni dei
figliuoli, punto non iscema quello ancora più acerbo, che fa provare
la natura, allorchè si perdono.» _Petri de Vineis Epist. l. IV, c.
I, p. 543._
Non era supponibile che l'imperatore perdonasse ai Milanesi il delitto
del figliuolo, ed i pericoli cui era stato esposto; e quand'anche
avess'egli potuto dimenticare la loro offesa, Ezelino III da Romano
prendevasi cura di ricordargliela, e di eccitarlo alla vendetta. In un
altro capitolo abbiamo avuto opportunità di parlare della famiglia da
Romano e della rivalità d'Ezelino II col marchese d'Este. Ezelino III,
cui il suo secolo diede il soprannome di feroce, fisserà più lungo tempo
i nostri sguardi. Una lunga vita, talenti straordinarj, sommo coraggio,
furono da costui impiegati a stabilire una tirannide, quale l'Italia e
forse il mondo non avevano ancora veduta. L'arte con cui seppe usurpare
la sovranità in mezzo a' repubblicani gelosi della loro libertà, i
delitti commessi per conservarla, la sua grandezza, la sua caduta,
meritano d'essere studiate dagli uomini nemici della crudeltà e della
tirannide, potendo ricavarne importanti ammaestramenti.
Ezelino II dopo avere lungo tempo diretta la parte ghibellina nella
Marca Trivigiana, dopo avere ottenuti sorprendenti successi, ed avere
estesi i dominj di sua famiglia su quasi tutto il territorio posto alle
falde dei monti Euganei, erasi dato alla divozione, ed, abbandonato il
mondo, aveva divise le sue sostanze tra i suoi figliuoli. Siccome dava
voce d'essersi assoggettato a penitenze monastiche, venne chiamato
Ezelino il _monaco_[8], quantunque effettivamente avesse abbracciate le
opinioni dei Paterini o Pauliciani, che alcun tempo dopo provocarono
contro di lui le censure della Chiesa. Egli aveva due figli; Ezelino III
cui aveva dato i castelli posti tra Verona e Padova, ed Alberico,
investito dei feudi del contado trivigiano. Fino del 1232 aveva Federico
accordato ai due fratelli un diploma che li dichiarava sotto la speciale
sua protezione, ed a dir vero niun altro signore lombardo aveva maggiori
diritti al favore dell'imperatore[9].
[8] _Rolandini de factis in March. Tarvis. l. II, c. 6, p. 186._
[9] Riferito da Gerardo Maurizio, che l'aveva ottenuto egli
medesimo, _p. 35_.
Alberico conservò lungo tempo la più alta influenza sulla repubblica di
Treviso; ma siccome egli aveva strascinata questa città a dividere il
suo odio contro i signori da Camino, i più potenti gentiluomini guelfi
del territorio, questi si posero sotto la protezione della città di
Padova, una delle principali della lega lombarda, dichiarandosi suoi
cittadini; e col suo appoggio forzarono finalmente i Trevigiani a
rinunciare alla parte ghibellina per unirsi alla guelfa[10]. Ezelino
ebbe più costante il favore della sorte: la città di Verona era
governata da un senato composto di ottanta consiglieri scelti tra la
nobiltà che si rinnovavano ogni anno; e l'elezione del 1225 fu in modo
favorevole ai signori da Romano, che i Montecchi (che così chiamavansi i
loro partigiani) ne approfittarono per eccitare una sedizione, col
favore della quale cacciarono di città Riccardo, conte di san Bonifacio,
capo del partito guelfo. Il senato, dominato dal partito ghibellino,
affidò ad Ezelino i poteri di podestà col nuovo titolo di capitano del
popolo[11]. Dopo tale epoca la repubblica si governò sotto l'influenza
del signore da Romano, quantunque per lungo tempo ancora Ezelino fosse
abbastanza avveduto per non cambiare le forme della sua amministrazione.
Soltanto del 1236 egli persuase i Veronesi a ricevere nella loro città
guarnigione imperiale sotto pretesto di rendere più sicuro il partito
ghibellino. Queste truppe, poste da Federico sotto gli ordini d'Ezelino,
giovarono maravigliosamente a consolidarne il potere[12].
[10] _Rolandini l. III, c. 8, p. 205._
[11] _Vita Com. Ricciard. de s. Bonifacio p. 125. — Parisius de
Cereto Chronic. Veronense p. 624._
[12] _Chron. Veronens. p. 628._
Le città di Cremona, Parma, Modena e Reggio eransi da lungo tempo già
dichiarate per la parte ghibellina, avevano abbracciata l'alleanza di
Ezelino, e con lui formavano una federazione opposta alla lega lombarda;
per cui trovavasi questa divisa in tre parti senza sicura comunicazione:
cioè da una parte Milano, Brescia, Piacenza e le meno importanti città
del Piemonte; dall'altra Bologna colle città della Romagna, e finalmente
nella Marca, Padova, Treviso e Vicenza. Se le due comuni di Mantova e
Ferrara, la prima delle quali era influenzata dal conte di san
Bonifacio, l'altra dal marchese d'Este, si mantenevano fedeli alla lega,
avrebbero assicurata la comunicazione tra le sparse membra, che tanto
importava di riunire; ma la costituzione delle repubbliche della Marca e
di qualunque altra, ove un capo di parte poteva acquistare molta
influenza, non era propria a guarentire la stabilità dei consigli, o la
costanza dei cittadini.
Niun altro governo offre la storia, che abbia più delle aristocrazie ben
costituite dato prove di maraviglioso coraggio e d'irremovibile
costanza. Il senato di Sparta, quelli di Roma e di Venezia sostennero
sempre l'avversa fortuna con più nobilità che non fecero mai le
assemblee popolari di Atene o di Firenze. Un governo aristocratico,
forse con pregiudizio del resto della nazione, giugne ad innalzare
l'anima d'una classe privilegiata: ma ciò non si ottiene che assicurando
a questa classe dominante tutti i vantaggi della libertà, e tutti ancora
quegli affatto illusorj dell'eguaglianza, che più degli altri abbagliano
l'immaginazione. Uomini che, senza regnare, possono vantare non esservi
nell'umana razza un solo uomo loro superiore; uomini che al di sopra di
sè medesimi non vedono che l'Essere degli Esseri, e la regola delle
leggi immutabili e astratte al pari di esso; questi uomini sentono più
di tutt'altri il sentimento dell'umana fierezza, e sono capaci di forza
straordinaria, di grandi sagrificj, di grandi virtù. L'emulazione tra
gli eguali innalza il loro spirito; nè l'obbedienza che li rende degni
del comando, nè il comando che li prepara all'ubbidienza, gli avvilisce
giammai.
Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali,
d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario
i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può
bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad
essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad
altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i
nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli
schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per
abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità.
Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della
Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era
fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era
proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente
dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore
colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata
alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero
credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse
in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie,
i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate,
riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone,
quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che
ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche
signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli
altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che
per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più
potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la
debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante
sacrificio del pubblico al privato interesse.
[13] Ne sia prova l'avvilimento e la venalità di Roberto Maurisio,
un nobile di second'ordine addetto ad Ezelino. Si mostra tale in
tutta la storia ch'egli scrisse, e più chiaramente a _pag. 45_.
Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia
per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre
mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito
de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le
truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando.
Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia,
che pose a fuoco ed a sangue.
La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della
Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della
lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san
Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche,
riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto
Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due
comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto
di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito
Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con
tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città
prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15].
I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati
ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono
atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza
distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad
Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le
strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette
allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in
seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici.
[14] _Rolandini l. III, c. 9, p. 207._
[15] _Gerardus Maurisius, p. 44 e 45. — Ant. Godius Civ. Vicent. p.
82. — Mon. Patav. p. 675. — Rolandin. p. 207._
(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna
ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico,
duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino,
il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal
monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le
redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in
pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII,
marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del
comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior
parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente
addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per
provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad
avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici
della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così
difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese
loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini.
Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della
patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria
autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo
storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando
Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di
presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini
del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro
fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo.
[16] _Roland, l. III, c. II, p. 209._
La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il
quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata
dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei
venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città
italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi.
Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti,
l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua
vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i
Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace
coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che
custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino
Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo
Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche
questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini
ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune,
s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo
in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che
le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza
taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni,
purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata
capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso
alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e
gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè
questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che
allora si erano a lui sottomessi.
[17] _Rolandini l. III, c. 16, p. 213._
Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma
convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle
nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo
volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta
modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle
comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui
subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova,
Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino,
prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento
Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran
guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui.
[18] _Rolandinus l. IV, c. I, p. 215._
Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi
avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi
rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti
indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero
gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti
soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza
per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle
famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al
partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più
potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore
influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro
amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore,
allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in
pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che
s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non
dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di
Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri
castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi
giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti
sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di
Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero
di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta
ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva
abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul
finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di
Padova altro non erano che un mucchio di rovine.
[19] _Rolandin. l. IV, c. 3, p. 216._
Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che
in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si
conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non
farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo,
non gli si porgesse occasione di prendere le armi.
Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui
predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica,
trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle
pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di
mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno
gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a
palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il
priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta,
venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo
prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero
ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro
coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero
potuto rovesciare[21].
[20] _Rolandin. l. IV, c. 4. p. 218._ — Può ancora leggersi intorno
allo stabilimento della tirannia Gerardo Maurisio, creatura del
tiranno che termina la sua storia a quest'epoca _p. 47-50_: come
pure Lorenzo de' Monaci, _Ezelinus III, p. 141_; ma questi non fece
che copiare il Rolandino.
[21] Ezelino III era capo del partito ghibellino, e dichiarato
nemico della corte di Roma, la quale rovesciò sopra di lui e della
sua casa tutti i suoi fulmini perchè il più potente mantenitore dei
diritti dell'impero in Italia: fu bensì di carattere feroce, e che
non guardava troppo minutamente se i mezzi che impiegava per
giugnere a' suoi fini fossero sempre onesti, ma non in ogni parte
così scellerato uomo, quale ci viene rappresentato dallo storico
Rolandino, e da altri scrittori affatto ligi alla parte guelfa.
Siccome il nostro autore non ebbe forse sott'occhio l'accurata
storia che della famiglia degli Ezelini da Romano pubblicò,
corredata di rari documenti, il sig. abate Verci, non dispiacerà a
chi legge la presente opera di vedere accennate le ragioni che ci
devono rendere circospetti nel prestar fede agli storici guelfi.
Era troppo facile cosa che in un tempo in cui due contrarie fazioni
avevano divise tutte le città di Lombardia, anche le storie dettate
da scrittori contemporanei si risentissero della parzialità
dell'autore. Il Muratori, che più d'ogni altro doveva conoscere i
vizj delle cronache italiane, osserva ne' suoi annali, all'anno
1258, che in particolare gli storici guelfi alterarono la verità
secondo la passione che li dominò. Bastava a costoro che Ezelino si
rendesse colpevole di qualche clamorosa esecuzione capitale per
rappresentarlo come il più crudele tiranno che mai esistesse, senza
farsi carico dei motivi che potevano averlo determinato ad insevire
contro i suoi nemici, e senza contrapporre ai suoi delitti le sue
virtù. L'autore della cronaca piacentina confessando la sua
crudeltà, ne trova l'origine ne' tradimenti de' suoi sudditi:
_Propter multas proditiones quas invenit in subditis suis, et alias
quas acriter puniebat, dicitur ipsum fuisse tirannum sævum et
crudelissimum. Sc. Rer. It. t. XVI, p. 470._ «Del rimanente, fu
Ezelino sempre fiero contro i nemici, ma verso gli amici affabile,
mansueto e benigno; nelle promesse fedele, ne' proponimenti stabile
e costante, maturo nel discorso, ne' consigli prudente, in ogni più
arduo affare saggio e circospetto; e finalmente in tutte le sue
azioni compariva un egregio e nobile cavaliere.» Tale è il carattere
che ci lasciò di Ezelino non uno storico ghibellino, ma Pietro
Gerardo, monaco padovano, del partito guelfo, da cui non dissentono
il Godi e Galvano Fiamma, che pure lo maltrattarono quanto seppero.
E venendo agli storici delle susseguenti generazioni, Giovanni
Basilio lo dice: _peritissimus rei militaris fuit, et virtute et
prudentia singulari._ Il Bologni: _Ezelinus innumerabilia quoque
virtutis exempla praestitit_; e l'accuratissimo Bonifacio nella sua
storia trivigiana asserì «essere degno Ezelino per le sue crudeltà
di gran biasimo, ma che fu uomo chiarissimo per la cognizione
dell'arte militare, e merita d'essere ricordato come grande e
valoroso principe.»
Il Brunacci nella storia MS. della Chiesa di Padova, ed il canonico
Avogaro nella nuova raccolta d'opuscoli _t. X, p. 179_ rivendicarono
dottamente Ezelino dalle ingiuste imputazioni de' suoi nemici;
dietro ai quali ne fece una ben ragionata Apologia nel _l. VI_ della
storia della famiglia da Romano l'abate Verci. I suoi dotti
apologisti distinguono le sue azioni in due epoche, avanti la presa
di Padova, e dopo; e lo dimostrano nella prima epoca, cioè fino
all'età di 43 anni, assai meno feroce che nella seconda, quando
esacerbato dalle continue congiure e dalle invettive che contro di
lui facevano i frati ne' loro sermoni, diventò assai più crudele che
prima non era.
Altronde se vorremo con occhio imparziale esaminare i modi tenuti
dagli altri signori e dalle repubbliche di que' tempi contro i
nemici, non accuseremo di enormi crudeltà il solo Ezelino. Lo
storico Rolandino, tanto parziale degli Estensi, racconta che quando
il marchese Azzo prese dopo lungo assedio il castello della Fratta,
furono messi a fil di spada uomini, donne, piccoli e grandi, in modo
che que' miseri abitanti furono tutti disfatti. Leggasi la sentenza
decretata nel maggior consiglio della città di Treviso contro
Alberico da Romano fratello di Ezelino, e contro la di lui moglie e
figli, in forza della quale quell'infelice signore fu barbaramente
ucciso, dopo avergli scannati in sugli occhi ad uno ad uno la
consorte e sei figli, tra i quali uno ancora in fasce; e poi si dica
se Ezelino fu il più crudele di tutti gli uomini. _N. d. T._
Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città
costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo
di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far
fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in
agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e
fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che
aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la
sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il
conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si
sottomisero[22].
[22] _Roland, l. IV, c. 4 p. 218. — Ricciardi Comitis sancti
Bonifacii vita, p. 130._
L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici
giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore
importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del
suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi
cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati
presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude;
perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in
tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino
a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i
quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe
fino all'aprirsi della nuova stagione.
I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie
sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno:
onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando
il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo
stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla
loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de'
Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente
dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' _forti_,
cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua
posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.
Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non
poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che
Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa
il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque
rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima
attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così
avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata
la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi
medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i
carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte.
Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il
Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a
Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò
al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state
conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23].
Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al
1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].
[23] _Petri de Vineis Epist. l. II, c. I. p. 250._
[24] _Murat. Antiqu. Med. Aev. Diss. XXVI, t. II, p. 491._
Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè
giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio
della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono
contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi
furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero
sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della
Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne'
suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece
curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve
tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto
di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il
popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in
compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così
nobile famiglia[25].
[25] Intorno a questa parte della storia di Milano, e della lega
lombarda ho consultati: _Galvan. Flamma Manip. Florum, c. 269, 270.
p. 673. — Annal. Mediol. t. XVI, c. 8. p. 645. — Jacob. Malvecius
Chron. Brixian. c. 125. p. 909._ Questi è breve e poco
soddisfacente. — _Chron. Parm. t. IX, p. 767. — Monach. Patav.
Chronic. t. VIII, p. 677._ — Nulla trovasi nel _Chron. Placent._
benchè la città di Piacenza avesse molta parte in questa guerra _t.
XVI, p. 593_. — _Campi Cremona Fedele, l. II, p. 52. — Corio, delle
historie di Milano p. II, p. 98. — Conte Giulini, memorie della
città e campagna di Milano t. VII, l. L, LII, p. 515.-525._
Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai
Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in
tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne
contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e
podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico
con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in
diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La
repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa
crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo
innanzi erasi rifiutata di prender parte.
(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non
rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che,
quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato
di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza
de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua
ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si
staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti
ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona,
Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la
federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano,
Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene
dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che
si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro
cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in
mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.
[26] Enumerando queste città convien dire che l'autore risguardasse
alla presente condizione di Tortona, Alessandria, Asti ec., perchè
altrimenti non potrebbero dirsi piemontesi. _N. d. T._
I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani.
Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia
d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato
in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro
Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il
quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori
prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà.
L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le
macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai
più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra
lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto
che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul
cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo
quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende
interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto
d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici
coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti
loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle
storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero
parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.
[27] _Jacobus Malvecius in Chron. Distinct. VII, c. 128. t. XIV. p.
911._
In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente,
e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne
approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi,
risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa
prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del
partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò
loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e
Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della
lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da
Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a
quella repubblica.
Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed
il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più
potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le
sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si
trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai
che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero.
Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte
dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo
riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del
marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato
progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua
confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva
dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese,
i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la
partenza dell'imperatore.
(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della
divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in
pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che
questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli
medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove
stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto
conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle
Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per
testo del sermone due versi d'Ovidio:
_Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;_
_Quæ venit indigne pœna, dolenda venit._
Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di
cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo
all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la
sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo
fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma
chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del
pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la
scomunica, si studiò di provarne la falsità.
Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed
incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma
suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e
perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le
mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre
e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].
[28] La bolla di scomunica viene riportata ed illustrata negli _Ann.
Eccl. Raynaldi 1239, p. 475_.
Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal
giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati
dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul
cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due
principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di
san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi
di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo
figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più
pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione
de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito
dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso,
vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso
imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da
Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a
Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre
l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo
seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro
che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a
traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29].
Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono
i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le
porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a
nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte
della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este
ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale,
credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare
impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare
sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme
o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava
attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati
perirono in un solo giorno nel prato _della valle_ di Padova[30].
[29] _Rolandini l. IV, c. 13, p. 229._
[30] In settembre del 1259. _Rolandini l. IV, c. 15, p. 232._
Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di
Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di
dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio.
L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello
scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in
Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed
ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se
prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della
partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato
della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla,
un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo
lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e
forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi
stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.
[31] _Ibid. c. 13. p. 229._
Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera
libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti
gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia
incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava
troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre
le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue
nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale
delle fresche discordie.
Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di
Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le
sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i
Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache
di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde.
I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti
al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura;
lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo
alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare
queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle
supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la
successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più
oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi
accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e
perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco
un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa
pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno
1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che
avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de'
suoi cugini[32].
[32] _Raynaldi an. 1206. § 36. p. 149._
Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del
papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di
comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa
famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune
galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai
piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e
ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In
tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto
morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di
Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli
riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi
interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III,
e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che
rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa
sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio
egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di
Pisa[34].
[33] _Anno 1218._
[34] Nel 1237.
Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole
alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca
furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il
casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e
perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo
le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a
quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di
Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due
fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed
i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e
si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la
pace.
In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare
la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali,
dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti
che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza
che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in
Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il
comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro
i Milanesi[37].
[35] Gl'Italiani chiamarono questo principe _Enrico._ Probabilmente
il suo nome era _Hause_ o sia _Giovanni._
[36] _Flaminio del Borgo, dissert. IV, dell'istoria Pisana p.
178-185._
[37] Parte di questo diploma viene riferito da Giorgio Giulini:
_Memorie della campagna di Milano l. LII, t. VII, p. 529._
Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per
formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani,
tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio
della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le
quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore;
ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e
Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la
causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo
dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e
dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo
palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie
alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo
passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa.
Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua
lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e
riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e
di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la
crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non
erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la
dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed
in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza
formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico.
Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia;
ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che
condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di
odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa.
[38] Pare che allora il papa soggiornasse nel palazzo di Laterano,
lontano più di tre miglia dal Vaticano.
I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di
Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato,
assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del
partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo
difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza,
e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città
di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di
partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come
a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese
d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara
trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana
formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e
dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come
una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si
dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni
tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.
[39] _Rolandini, l. V, c. I. p. 233. — Chronicon. parva Ferrariens
t. VIII, p. 484._
Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di
lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della
Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli
occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san
Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al
quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La
sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio
di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde
apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi
partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero
un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto
quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i
sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio
che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a
rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra
contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi
partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era
sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le
strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad
istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si
difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in
sul cominciare di primavera.
(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi
eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del
papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di
ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere.
La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata
nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle
frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che
gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà
conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e
dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che
andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in
marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano,
ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta
coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e
ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica
di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per
verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa
e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva
promessa la sua assistenza.
[40] _Continuatio Caffari Annal. Genuensium Barthol. Scribae l. VI.
p. 485_, e seguenti.
In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal
partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza,
ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello,
portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti
armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono
in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il
conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi,
come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo.
La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il
giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che,
quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La
battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la
più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a
fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila
Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi
furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel
capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar
loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il
bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si
divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].
[41] _Raynaldi ann. 1241. § 54. p. 509. — Caval. Flaminio del Borgo,
dissert. IV, p. 206_, con molte scritture originali. — _Barthol.
Scribae contin. Caffari Annal. Genuens. l. VI, p. 485. — Cronache di
Pisa di B. Marangoni. Supp. ad Scrip. Rer. Ital. t. I, p. 499. —
Petri de Vineis Epistolae l. I, cap. 8. p. 115. — Ricordano
Malespini istor. Fiorentina cap. 128. p. 962. — Paolo Tronci Annali
Pisani p. 190._
La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un
manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che
non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono
subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si
avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa
sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente
la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli
scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a
vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di
Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri
fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova
risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che,
messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi
vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo
vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in
terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non
abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42].»
[42] La lettera viene riportata per disteso dal Raynaldo all'anno
1241. § 60 e 63. È scritta in nome di Guglielmo Sordo podestà, e del
consiglio e comune genovese.
Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a
suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro
infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo
territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato
nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva
col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna,
Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli,
Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti
travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la
fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].
[43] Una vita di questo pontefice fu scritta da un anonimo, e
conservata tra quelle del cardinale di Arragona. _Scrip. Ital. t.
III, p. 575._ Ma questa vita è dettata con tanto fiele contro
Federico, e con un così affettato stile, che riesce penoso il
leggerla, difficile il darle fede.
(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due
anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento
dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato
Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni
all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi
cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e
non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E
perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei
suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per
impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo
così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il
mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno
verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li
avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro
sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo,
l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano
alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non
ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro,
figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione
indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del
conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo
di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle
negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza
effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla
Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese
ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare
dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda,
la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle
dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.
[44] _Raynald. 1241. § 85. p. 514. e 1242. § 1. p. 515. — Matteus
Parisius hist. Angliae, an. 1242. p. 518._
[45] Questa lettera trovasi nella raccolta di quelle di Pietro delle
Vigne, _l. I, c. 17. p. 138._ ed in _Raynaldus ad ann. 1242, § 2, p.
515_.
La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella
loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri.
Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a
suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di
san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari.
Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia
doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la
perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che
tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili
di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il
favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per
altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di
darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare
affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si
manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere
l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un
omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici
soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta
contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di
un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica
andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da
qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le
fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini
le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne
usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che
diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di
eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina,
che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata
milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per
tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non
rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua
causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.
[46] Dietro il peso della moneta milanese, di cui devo la notizia
alla gentilezza del conte Luigi Castiglione; io valuto la lira di
terzuoli di quel tempo a quindici franchi tornesi, ossia sette lire
e dodici soldi a lir. 114 di Francia.
[47] La casa della Torre di Milano pretende essere un ramo di quella
di _Latour d'Auvergne_. Ma i suoi genealogisti non si appagarono di
tale origine. Gli annali di Milano fanno rimontare i Della Torre ai
tempi di sant'Ambrogio, _c. 12. p. 649_. Il Corio li fa discendere
da un bastardo di Ettore, chiamato Franco, _p. II, p. 100_.
Finalmente un monaco che non voleva essere soverchiato, ascende in
retta linea da Pagano fino ad Adamo. _Presso il Giulini, p. 544._
Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo
straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de'
Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli
storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena
facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato,
siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48].
Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj
dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di
fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne
in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.
[48] _Ann. Mediol. Anonimi, c. 11-13, t. XVI, p. 649. — Galvaneus
Flamma Manip. Flor. c. 273-275, t. XI, p. 677 — Conte Giulini
Memorie t. VII, l. LII, p. 542-555. — Corio storia di Milano, p. II,
p. 100-102._
Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le
une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la
Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli
vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i
Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga,
d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente
che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola
guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste
contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di
Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di
Novara.
(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò
a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de'
conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome
d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne'
pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli
storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a
tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito
ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della
sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono
pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla
loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta
potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai
suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de'
cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più
crudele nemico[50].»
[49] Il 24 giugno.
[50] _Ricordano Malespini istorie fiorentine, c. 132, p. 964. —
Galvan. Flamma Manip. Flor. c. 276, p. 680. — Raynaldus ad an. 1243,
§ 12, p. 525. — Flaminio del Borgo nella dissertazione IV, p. 239_,
confuta questo racconto colle più deboli ragioni del mondo.
Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece
ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo
pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono
pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata
composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo
gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine
teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia,
concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina.
Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione,
proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del
Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo
figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi
desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli
domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico
accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le
terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede
desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che
predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente
potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo
ch'erasi di fresco ammutinato[52].
[51] _Nicolai de Curbio, postea Episcopi Assisinatensis vita
Innocenti IV, Script. Rer. Ital. t. III, c. 11. p. 592._
[52] A quest'epoca Riccardo di san Germano termina la sua storia.
Questo scrittore coetaneo indica mese per mese colla più scrupolosa
esattezza e sufficiente imparzialità gli avvenimenti del regno delle
due Sicilie. La sua lettura non arreca molto piacere, ma istruisce
assai; ed io mi sono più volte doluto che le repubbliche lombarde
non abbiano prodotto in questo secolo alcuno scrittore del suo
merito.
(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno,
e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò
vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai
partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi
durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per
terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva
essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva
avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere
liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il
papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar
tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in
Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si
presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora
duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo
territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le
fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali
diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non
vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre
d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle
città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il
giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare
l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè
aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate
francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua
patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di
ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita
Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo
vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno
giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate
trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia
della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo
aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti
per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso;
quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta
considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo.
[53] Il trattato viene riferito da Matteo Paris. _Historia Angliæ ad
ann. 1244, p. 554_, e da Oderico Raynaldo: _ad an. 1244, § 24-29, p.
530._
Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del
Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta
soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era
apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il
podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto
conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia
che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello
stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati
francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio.
Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente
anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle
dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si
trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad
alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo
vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del
Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque
giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante
in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere
erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della
gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54].
[54] _Mathæus Parisius hist. Angliæ ad an. 1244, p. 560_, e presso
_Raynaldi_. — _Nicolaus de Curbio § 13 e 14, p. 592 v. in vita
Innocentii IV._ Nicola di Curbio era confessore e cappellano del
papa, e lo accompagnò nella sua fuga. — _Barthol. Scriba an.
Genuens. l. VI, p. 504. — Flaminio del Borgo diss. dell'istoria
Pisana p. 242 e seg._ Questo scrittore, producendo manoscritti fin
allora sconosciuti, ed attentamente esaminando le lettere di Pietro
delle Vigne, sparse molta luce e rese interessantissimo questo
tratto di storia.
Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a
Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva
mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia
s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il
vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita
dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di
corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si
fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano
travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono
catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non
aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe
quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che
aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi
colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si
sottrasse colla fuga a tale affronto.
[55] _Petri de Vineis Epistolæ l. II, c. 10. p. 273._
Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il
papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che
presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva
scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san
Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio
ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la
Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio
della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza
che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata
contro l'imperatore da Gregorio IX.
[56] Lettere di convocazione presso _Raynald. Ann. Eccles, 1245, §
1, p. 535_.
Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni
d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta;
ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno
del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto
dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini
non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari
Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria.
L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della
China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta
l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli
stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a
fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero
latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla
sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per
sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori
per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali,
malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la
difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore
non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo
zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le
medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo
dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori
apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna
salute.
[57] Zengis regnò dal 1206 fino al 1227. L'anno 1235 un generale di
suo figlio intraprese la conquista del Nord. Veggasi _Gibbon c.
LXIV, vol. XI, p. 214._
[58] La perdita di Gerusalemme può in gran parte attribuirsi al
papa, che aveva sommosso questo regno contro Federico e suo figlio,
investendone Enrico di Cipro; lo che aveva cagionata una guerra
civile in uno stato di già troppo debole per difendersi. _Raynald.
ad. ann. 1246, § 52. p. 563._
Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare
le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le
disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia,
d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti
a Nocera.
Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne,
eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese.
Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così
luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo,
tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a'
suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa,
escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non
altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le
armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo
Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e
quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così
belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di
Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere
mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi
inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo
costume, alle promesse[59].
[59] _Matteus Parisius hist. Angliæ; ad annum p. 580. — Raynald. ad
ann. § 27 e 28. p. 540. — Giannone istoria civile del regno, l.
XVII, c. 3. § 1. p. 578._
Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio.
Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico,
e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al
rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad
una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello
stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò
ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano
caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome
dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al
concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a
giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato
a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea.
Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò
la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli
ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici
giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del
pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato
dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal
viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di
luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse.
Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che
qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo
numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi
assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa
non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e
più numeroso concilio.
Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e
del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva
preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di
Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura
della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega
dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente
all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche
pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i
costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che,
quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo;
noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole:
_tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo_; noi
abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio
intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e
di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità
Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo
facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi
peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e
dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza.
Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà,
sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento,
vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica
autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in
qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno
soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono _ipso facto_ nella
scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore,
eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno
di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali,
nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60].»
[60] Dato a Lione il 16 delle calende d'agosto, l'anno III
d'Innocenzo IV.
Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una
candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per
ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: _questo è il
giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura!_ ed
uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua
deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo
circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo;
mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si
rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue
corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi
minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli
attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io
non la perderò senza spargimento di sangue[61].»
[61] _Math. Paris ad an. p. 586_ e seguenti; e presso _Raynald.
annal. 1245, § 58, p. 545_.