Ma a costui erano soprammodo odiosi i fanciulli; lo agitarsi di questo

sciame strepitoso e irrequieto pei vari giochi della infanzia lo faceva

arricciare peggio di un istrice che veda il cane; così non ci era

dispetto che loro non facesse; se li sorprendeva a sollazzarsi alla

_buchetta_, egli con le proprie mani la riempiva di terra; se alla

_settimana_, ed egli ecco cancellarne i segni dei vari compartimenti co'

piedi; era il flagello dei _maschi_ e delle _piastrelle_, perchè quante

gliene capitavano nelle mani tante scaraventava lontano; nella

_spagnoletta_ il meno che si potevano aspettare era vedersi con un

calcio sparpagliati i soldi fitti per taglio in terra; onde i ragazzi,

appena lo vedevano dalla lontana scantonare, gli urlavano dietro:

— O maligno! O vecchio maligno!

Egli allora, tutto indracato, volgendosi li minacciava col pugno, ed

essi, quantunque per la tardità delle membra costui non li potesse

rincorrere, pure spuleggiavano; ma indi a breve raggruppavansi più

infesti di prima, e agli schiamazzi aggiungevano i fischi. Ora accadde

che Omobono, per essersi la sera innanzi ubriacato di acquavite, si

levasse tardi, e più scorrubbioso del solito; gli pareva gli tenessero

un bottone di ferro infuocato su lo stomaco; aveva la bocca, per così

dire, motosa: camminava per le vie svagolato e brontolando vanità

maligne; fortuna volle che gli venisse fatto di passare per certa via,

dove parecchi giovanetti giocavano alla palla, e come avviene rimase

_bollato_; costui schizzò veleno, ghermì la palla, trasse fuori un

coltellino, e sbuzzatala ne disperse il ripieno. Se i fanciulli si

arrapinassero a vedersi sagrificare sotto gli occhi a quel modo l'amata

palla, immaginatelo voi: per me giurerei che tanto non patì Agamennone

per la figlia Ifigenia, lui presente svenata su l'ara di Diana.

Gli urli di vecchio maligno e i fischi andarono alle stelle, e bisogna

confessarlo, volò anche qualche sassata; Omobono non si rimase con le

mani a cintola, e raccolti anch'egli alquanti ghiaiottoli, rispose per

le rime, donde ne nacque una sassaiola nelle regole, l'esito della quale

però non poteva esser dubbio, perchè, oltre a trovarsi Omobono solo

contro a tutti, i suoi colpi come quelli di Priamo contro lo scudo di

Pirro erano _tela sine ictu_, mentre i sassi dei fanciulli fendevano

l'aria sibilando come vipere in amore: dopo lungo battagliare, ecco un

sasso coglie in pieno l'occhio sinistro di Omobono e glielo spacca

orribilmente; costui per lo atroce spasimo stramazza e si avvoltola per

terra; i ragazzi spulezzano; le guardie di sicurezza accorse raccattano

Omobono semivivo, e lo trasportano semivivo all'ospedale; e questa fu la

causa ond'egli in quel giorno non tribolò con la sua presenza la povera

Isabella.

La infermità fu giudicata pericolosa, la cura lunga; ne uscì con un

occhio di meno, e più che non era deforme a cagione di una margine

cavernosa sempre sanguinolenta; siccome durante la malattia e nella

convalescenza spesso diede prova di vaneggiare, fu deciso accomodarlo in

certo ricovero di mendicità nella Liguria, dove io lo vidi.

Stava solo dentro una stanza che prendeva luce dall'alto, e tutti i

compagni d'infortunio lo fuggivano peggio della moria; colà grugnando

logorava i suoi dì a sfilacciare vecchi cavi. Chiamato a nome non

rispose; mi posi fra la luce della finestra e lui per tentare se il buio

subitaneo valesse a moverlo, e non tentennò. Interrogato il custode

intorno ai costumi di lui e alla qualità del lavoro che faceva, mi

rispose:

Cotesto suo capo è una pentola che spicca sempre il bollore della

iniquità, con questa ragione, che le gallozzole di mano in mano

spariscono in una galla sola, ch'è quella del furto. Quante volte ha

occasione di andare nella sua stanza da letto, tante ci porta dentro un

lucignolo piccolo o grande, e lo nasconde dentro le materasse, ovvero

nel saccone; in capo alla settimana noi andiamo a cavarlo e lo

riportiamo al magazzino; e' pare che non se ne avveda, però che il

lunedì cominci da capo. La sfilacciatura ch'ei fa serve per calafatare i

bastimenti; ad altro non è buono.

Allora il mentecatto, piegando il collo sopra la spalla sinistra e

sbirciando traverso di sotto in su, proprio a mo' della iena, brontolò:

— Non tutta... non tutta; buona parte ne vende costui ai funaiuoli,

perchè la mettano in mezzo ai cavi, che i funaioli furfanti quanto lui

danno per nuovi.

Io proruppi in un solenne starnuto per fare le viste di non sentire; ma

guardando di scancìo vidi la faccia del custode tinta in verderame.

*

Un tempo furono gli altari asilo contro la giustizia umana e la

giustizia divina; oggi contro la umana non contano più, ma contro la

divina si cercano sempre, e si cercheranno ancora per lungo secolo;

imperciocchè si mantenga grande il numero di coloro a cui giova una

religione che ti agguanta l'anima e te la foggia a _maestro_, dove da un

lato ti si registrano a _debito_ le colpe e dall'altro a credito i

_suffragi_, offrendoti comodità di metterti da parte un po' di viatico

pel viaggio del paradiso, o alla più trista di saldare i tuoi conti;

quindi non importa nè anche dire con quale e quanta furia Amina si

attaccasse all'altare, e per converso con quanta furia i sacerdoti si

attaccassero a lei; scarafaggi che sotto l'altare pongono il covo. La

donna si peritava a mettere nel bucato della confessione tutti i panni

sudici dell'anima sua, e per altra parte la serpentavano i preti non

isperasse salute se non travasava la sua anima intera nell'anima del

confessore; forse, se avesse potuto persuadersi, se avesse avuto pegno

in mano che dopo la confessione fosse cessata la vista dei due occhi

appannati dalle pupille contratte, ella avrebbe rotto il diaccio; ma no;

qui incerto il guadagno, la perdita del mettere a parte una terza

persona dell'orribile segreto sicura.

Però, compiacendo alla naturale sua disposizione ed ai conforti del

confessore, desiderò in prima mettere a fil di squadra il suo stato

dirimpetto ad Egeo. Il confessore sempre lì a limarla, che per celebrare

il santissimo sacramento del matrimonio bastava, e ce n'era di avanzo,

la sola cerimonia religiosa; ma ella non dandogli torto, pure lo

supplicava a consentire che si facessero le cose in regola ai termini

della legge; però i preti, addentata che abbiano per un orecchio l'anima

del cristiano, non lasciano presa così facilmente, onde il confessore

insisteva:

— Ma veda, la è chiara come il sole di luglio che regna in tutto Babele;

legislatori e leggi, mentre rifuggono dal fine peggio che dal sangue di

vipera, ecco qua spianano le strade e ci spingono la gente. O la mi

faccia la finezza di dirmi che cosa predica aborrire questa società

matta? Il materialismo; e sta bene, perchè questo è morte di ogni

eccelsa aspirazione, e fa le anime immortali sorelle alle ranocchie nel

pantano. Ora, mi dia retta, questi grulli, per conseguire il loro scopo,

che mi fanno? Allontanano dai matrimoni, nei quali tanta parte ci entra

di bestia, ogni concetto di sacramento, che solo vale a nobilitarli: ma

le pare che bastino a consacrarlo la lettura di alcuni articoli del

codice civile fatta da un coso che sbadiglia e fa sbadigliare, a patto

però che sia fasciato della sciarpa dai tre colori? Dopo ciò, o che

trova ella di strano che altri, alla derrata del diavolo aggiungendo la

giunta infernale, insegni ai popoli il matrimonio consistere nel

mescolarsi in amore alla spartita di due creature di sesso diverso? I

galli, secondo i nuovi dottori, soli maestri da preporre allo

insegnamento del matrimonio e dei suoi doveri. — A queste aggiungeva

altre ragioni, ma l'Amina dura.

Proprio il giorno antecedente a quello del matrimonio davanti il

sindaco, Amina tenne ad Egeo questo discorso:

— Caro Egeo, il Signore, che ha veduto in segreto la vostra carità verso

me, povera, derelitta, ve ne vuole ricompensare in palese... e qui

raccontava essere provvista con bene duecentocinquantamila lire di

capitale; volere accomunarle con lui con questa ragione, che di ogni

loro bene si facessero donazione irrevocabile _inter vivos_.

Ad Egeo parve sentirsi inondato da capo alle piante di contentezza; un

vero bagno di giubilo; ma siccome nel fonte stesso del piacere sorge

qualche cosa di amaro che ne intorbida le acque di un tratto, una nuvola

gli passò davanti gli occhi. La nuvola sorgeva dal dubbio: — e se

fossero falsi! — Ma a rimettergli il cuore in corpo sovveniva la donna

dicendo: legittimi essere i biglietti, averli esaminati ella stessa più

volte; li riscontrasse anch'egli; e avvertisse che da lei potevano

adoperarsi in buona coscienza, perchè il defunto marito glieli aveva

assegnati per dote.

Mentiva; ma da un punto all'altro di vermi non si diventa farfalle, e

questo le diceva anche il confessore, che ogni dì le faceva una predica,

e talora dopo il pasto un'altra.[62]

[62] Così Lucrezia Borgia, quando la paura dello inferno

prevalse in lei. La marchesana di Gonzaga lasciò scritto in

proposito: «tanto era sitibonda (di ascoltare le prediche) che

non istando contenta di un solo predicatore, duoi predicatori

udire voleva; uno la mattina, e l'altro il dopo pranzo, ma

eziandio induceva quelli a recare in iscripto molte devote

dottrine da quelle udite.» Sempre così; i frantumi di tutti i

naufragi vanno a morire sopra la spiaggia.

A Egeo poco premeva, anzi punto, chiarire se Amina mentisse, moltissimo

poi se fossero buoni i biglietti di banca; ella glie li portò; egli

prese a esaminarli parte a parte, e poi nell'insieme; niente sfuggì alla

sua molta pratica in materia: per ultimo con un sospiro, che tenero gli

partiva dal cuore, esclamò:

— O benedetta tu sia fra tutte le donne, i biglietti non sono falsi;

però, Amina, pensa che mettendo io in comunione solo cinquantamila lire,

mentre tu ce ne poni duecentocinquanta, ciò darebbe luogo a Dio sa

quanti sospetti, che ci potrebbero turbare la pace domestica... forse

peggio... tu hai buon giudizio, e vorrei tu mi capissi: a scanso di

fastidi, ecco, io figurerei costituirti la dote di centocinquantamila

lire, che tu poi faresti soggette alla donazione, e siccome io godo

sempre opinione di ricco, ciò non farebbe specie. Per tua sicurezza

iscriveremo nei nomi tuo e mio nel gran libro le ventuna o ventiduemila

lire di rendita, a patto che non si possa alienare senza il consenso di

ambedue.

La donna assentiva; stipularonsi i contratti; il matrimonio civile si

celebrò; e finalmente le due colombe furono congiunte davanti l'altare

del Signore da un sacerdote quasi innocente quanto loro, il quale per di

più li benedisse.

E codesta benedizione sembra che sopra la infermità latente dell'Amina

esercitasse la virtù della rugiada sul cespite dell'erba inaridita;

perchè appena ella tornò a casa le si manifestava nella gola un bruciore

insopportabile; crescendo lo spasimo mandarono pel medico, il quale

tostochè l'ebbe esaminata fece ritirare il marito col pretesto di

visitarla nelle parti segrete del corpo, ma in realtà per dirle

spiattellatamente:

— Signora Amina, mi duole averle a dire che vostra signoria è minacciata

di lue sifilitica della peggiore qualità; prima di tutto si separi di

letto dal suo signor marito, ed anche di camera; in quanto a me, mi

studierò medicarla con i rimedi indicati dall'arte salutare, e spero

riuscire a guarirla; solo la prego ad essere obbediente alle mie

prescrizioni.

In questa guisa il giorno che vide stringere il nodo delle due belle

anime fu testimone altresì della separazione dei corpi.

Terribile fu il processo della malattia, che per me giudico

avvelenamento; e non mica portata fra noi da remote contrade per la

trafila degli spagnuoli, o dei francesi, ma sì messa nel mondo con le

sue benedette mani da Dio; sicchè fra le altre delizie il genere umano

dovrebbe essergli obbligato anco di questa.[63]

[63] Il professore Ricord soleva aprire le sue lezioni con

questo dettato: «Dieu créa le ciel, la terre, les animaux,

l'homme et les maladies vénériennes».

Nella sciagurata la infermità consumò implacabile i suoi tre stadi; se

talora davanti alla potenza dei medicamenti parve arrestarsi, e' fu come

poca acqua in fiamma, la quale invece di spegnerla la divampa. Apersero

la marcia le ulceri, a cui tosto si aggiunsero ascessi infiammatori e

virulenti, scrofole e dolori nelle ossa in prossimità delle

articolazioni; ma supremo affanno le arrecava lo spasimo nei capelli,

che presero a cascarle in tanta copia da trovarne quotidianamente sparso

il guanciale e piena la cuffia. Durante la notte pativa strazi

d'inferno, ora guaiva come colta dalle doglie del parto, ed ora strideva

come se le trafiggessero il cuore; le stava nella fronte inchiodata la

cefalea notturna, e sempre dinanzi agli occhi, sia che li tenesse aperti

o chiusi, le pupille appannate e contratte del morto Omobono...

sempre... ahimè! sempre; e siccome ella fantasticando, si dava ad

intendere che tra coteste pupille e la sua visione intercedesse qualche

spazio, poneva nel mezzo la mano per nasconderle; vani conati! che

coteste pupille appannate e contratte, non fuori, ma dentro la fronte

gliele aveva dipinte il rimorso.

Impensierito dei progressi del male, il medico curante, sentendosi venir

meno il coraggio, persuase consulti, e si aggiunse alla cura medici che

andavano per la maggiore: allora sì che ricomparve il caos nella

magnificenza della confusione: chi prescrisse bagni sulfurei e chi

iodici; altri, Dio ne liberi da bagni: frizioni mercuriali soltanto. Da

un lato dieta rigorosa, dall'altro ha da mangiare bocconi ghiotti, e

vino del buono, e lo ha detto il Faloppio.[64] Il confessore, che si

trovava presente al consulto, non potè trattenersi da esclamare: —

anch'io faccio così, e me ne trovo benone.

[64] _Comedat res bonas, bibat vinum praestantissimum laeve, et,

si potest haberi, suavissimum_.

Uno dei medici, con aria ingenua, soggiunse:

— Come! Anche _lei_ si cura la lue in cotesto modo, reverendo?

— Che lue? Io mi curo in cotesta maniera lo stomaco, la lue lascio

intera a lei, _eccellentissimo_.

Proseguendo i medici a contradirsi, taluno suggeriva tagliassero i

capelli alla inferma e col sapone glieli lavassero, tale altro non si

toccassero; solo con molta cura si nettassero; chi li voleva coperti;

chi scoperti: con quattro voti contro tre rimase vinto il partito della

fumigazione. Posero la malcapitata a sedere sopra una sedia, e sotto

questa collocarono un lume alimentato a spirito di vino, il quale

infocava una lastra di porcellana messa orizzontalmente sul lume, e

quivi spargevano ad ardere fino a due grammi di cinabro: coprivano

inferma e sedia per via di cappa d'incerato disposta così, che non

lasciasse adito a svaporazione; a quel martirio la facevano durare

quindici minuti o venti; però cessarono di corto, imperciocchè ogni

volta che tentavano lo esperimento ce la cavassero più morta che viva.

Nè i medici soli si erano moltiplicati intorno al letto della inferma,

bensì preti, frati e di ogni generazione beghine; i primi non sapevano

di altri rimedi che non fossero messe, tridui, novene, e così via; le

altre, pur confessando la virtù di tutte queste cose, a cui aggiungevano

quella dei rosari alla beata Vergine della Cintola, consigliavano,

ammannivano e di celato ministravano all'Amina brodi di serpi e vino

dove avevano annegato rospi... ella poi beveva disperatamente ogni cosa,

tanto agita i petti mortali la rabbia della vita!

Tuttavia il morbo procede a bandiera spiegata: adesso tutto il suo corpo

si cuopre di eruzioni purulenti, massime negli occhi e nelle membra

riposte; il sangue dà volta come il vino sotto la sferza del sollione;

la sifilide si avventa alla gola, e quinci e dal naso emana in copia una

materia viscosa di formidabile fetore più tristo di quello dell'_ozena_.

Ora l'uno, ora l'altro occhio, e sovente ambedue le s'infiammavano nelle

iridi, nelle orbite e nei globi, per cui la luce la punge e il buio non

la solleva; molto più che le pupille appannate e contratte del morto le

stanno attaccate alle palpebre quasi bocca di amante s'incolla alla

bocca dell'amante.

Veramente non ci era mestieri occhio medico per conoscere che la morte

veniva avanti a gran giornate; tuttavia occhio di confessore in simili

faccende non teme confronti; e poi i segni della prossima fine

concorrevano tutti; prima di ogni altra cosa la quantità dei medici; il

continuo contendere di parole, e talvolta d'ingiurie fra di loro, senza

che alcuno sapesse che pesci pigliare; in fine il flagello dei

medicamenti; comode da notte, tavole, tavolini, canterani,

inginocchiatoio ingombri di bocce lunghe, piccole, mezzane, di ogni

dimensione, insomma tante che più non possiedono canne gli organi della

chiesa dei Cavalieri di Pisa e della cattedrale di Siviglia; il mercurio

faceva pomposa mostra di sè, sotto tutte le forme e con tutti i colori;

qui avanzi di pillole di etiope, ovvero ossido mercuriale _nero_, colà

reliquie di deutossido _rosso_, più oltre di calomelano _bianco_, e non

mancava lo ioduro _giallo_. Le preparazioni metalliche furono tentate

tutte, e invano; il platino o l'argento, e soprammodo l'oro in pillole,

ovvero mercè frizioni sopra la lingua; i medici, disperati, si erano

spinti fino ad amministrarle bevande di sublimato corrosivo, rimedio

giudicato _eroico_ per modo, che a ragione può dirsi l'_Achille_ della

morte. Anche il dottor _Tenca_ con la caterva dei suoi medicinali ci

rimase sbancato. Allora non parve al prete tempo di starsi con le mani a

cintola: quindi, avvertiti i servi che andava a confessare per l'ultima

volta la signora, epperò non entrasse persona, nè anco il marito, aperse

con fracasso l'uscio, si pose di faccia alla morente con sembianza

minacciosa; dopo parecchi istanti con tali parole l'assale:

— Donna, la morte ti batte alla porta di casa; peccatrice, io non voglio

avere su l'anima la perdizione della tua anima. Io ti leggo nel cuore;

tu non hai confessato tutti i tuoi peccati; fin qui le tue confessioni

furono tanti sacrilegi. Tu hai dubitato della misericordia di Dio, e Dio

vendicandosi ti nega la sua misericordia; perchè io vo' che tu sappia,

maggiore ingiuria non potersi fare a Dio, che mettere in dubbio la sua

bontà. Tu certo non leggesti nei libri di santa madre Chiesa, bensì

unicamente libri profani, e pure, se tu avessi voluto, avresti eziandio

da questi raccolto insegnamenti salutari per l'anima tua, come appunto

Sansone levò il miele dalla gola della bestia feroce: _e forti dulcedo_;

l'esempio dell'ira del Signore che leggesti nella _Ildegonda_ di Tommaso

Grossi è vero, vero come il Vangelo, vera la mano lunga lunga, nera

nera, che calava giù dal cielo del letto, e buttati via dal guanciale il

crocifisso, dai piedi la stola, e abbrancato l'infermo alla strozza, lo

strangolava; veri i demoni saltati sul letto a graffiargli il crisma

dalla fronte; vero il doloroso trasporto dell'anima alle fiamme

dell'inferno su le spalle ai demoni; preci non valsero, non assoluzione

di sacerdoti, Renzo Brancaleone di San Vittore andò dannato nel fuoco

penace, dove sono rabbia, disperazione e stridore di denti, per avere

taciuto in confessione un solo peccato. Dunque confessa il tuo,

approfittati di questo istante che ti concede Dio nella sua infinita

bontà; non ci è tempo da perdere, scegli tra Dio e il diavolo, tra

l'inferno e il paradiso.

La donna infelicissima, presa così a soqquadro mentre il suo spirito

errava sul confine ultimo della vita e sentiva ventarsi in faccia il

soffio ghiacciato della morte, fu invasa da ineffabile terrore; tutte le

piaghe del corpo le si riapersero e pianse lacrime di sangue — proprio

di sangue spremuto dalle ulcere che aveva intorno agli occhi; tremola

più che foglia di autunno in procinto di staccarsi dall'albero, con voce

rantolosa svelò al confessore l'atroce insidia tesa ai danni

dell'infelice Omobono; e giunte le mani, con gli occhi levati al cielo,

stette come persona che attenda il colpo di grazia; ma con sua

maraviglia somma, non meno che con sollievo, la voce del prete, lasciato

di un tratto il suono del serpentone, assunse quello soavissimo del

plauso, e le diceva: Dio stendere così larghe le braccia da ricoverare

bene altre colpe che non erano le sue, a patto però ch'ella con

attrizione e contrizione dei peccati commessi si pentisse e con fermo

proposito deliberasse di non commetterne più (e qui il prete si prendeva

evidentemente gioco della moribonda). Tuttavolta, il sacerdote

proseguiva, il pentimento solo non bastava alla espiazione delle colpe;

occorreva lo accompagnassero i suffragi, i quali non solo avrebbe dovuto

ordinare per l'anima sua, ma troppo più per quella del tradito defunto;

la quale uscita, sua mercè, da questo mondo senza sacramenti per colpa

sua, andò perduta... forse; chè un solo sospiro di contrizione basta a

placare l'ira di Dio; e vuolsi credere che questo sospiro gli sia uscito

dal cuore; ma quanti secoli di purgatorio prima di purificarsi! Nè manco

lo scritturale del debito pubblico saprebbe scrivere tanti numeri.

Dunque presto si ponesse mano a fare un bel testamento di ogni sua

sostanza in pro della pia casa di ***, con l'obbligo della celebrazione

quotidiana di messe, e uffici altri divini in capo ad ogni mese e ad

ogni anno. La donna rispose: magari! ma temere assai poterlo fare con

efficacia a causa del contratto di donazione scambievole celebrato col

suo marito Egeo.

A questa inopinata notizia il nostro prete fece greppo come fanciullo a

cui il gatto abbia sgraffiato una mano, pure, avvezzo ai colpi di vento,

non si diede per vinto e chiese del contratto, e Amina, che lo teneva

sotto il guanciale, potè porgerglielo senza indugio; il prete, presolo,

volto alla inferma soggiungeva: — si desse coraggio; non disperato il

suo stato affatto, e ci volesse per sanarla anco il miracolo, pensasse

che come non sarebbe il primo, così non si avrebbe a giudicare l'ultimo

operato per intercessione della beata Vergine e dei suoi santi avvocati

in paradiso. _Amen_. Verso sera tornerebbe a visitarla, intanto

trattenesse il pensiero in pie meditazioni.

Impaziente poi di uscire per la ragione che sto per esporre, e non

rimanere soffocato dal fetore iniquo, irruppe con passi frettolosi fino

alla porta, ma qui risensando tornò a comporsi, piegò il collo, atteggiò

il volto a compunzione e aperse l'uscio. I servi, quale turandosi il

naso e quale tenendoci sotto ampolline e fazzoletti intrisi in acque

odorose, gli mossero incontro per domandargli: Come va? Come sta?

Ed egli:

— Ahimè! _Laborat in extremis, orate pro ea, orate fratres_; stasera

verrò ad amministrarle la estrema unzione, perchè quanto alla eucaristia

non ci è da pensarci nemmeno.

E se ne andò: se ne andò per recarsi a saetta volante dall'avvocato

meglio tenuto in pregio della compagnia di Gesù; il nostro lettore già

deve essersi accorto come il curato, quantunque non fosse ascritto _de

jure_ alla prelodata compagnia, pure le fosse addetto: e il mondo va

pieno più che non si crede, anzi dirò di avanzo, più che non si ha la

codardia di confessare, di satellizio siffatto; di satelliti di gesuiti

vanno ingombri il parlamento, i consigli provinciali e municipali; nelle

scuole non mancano e nella curia; e, duro a significarsi, non mancano in

casa, e tu, che leggi, forse ti trovi del gesuita in corpo più che non

pensi, imperciocchè tu mangi del gesuita impastato nel pane, lo bevi

confuso nel vino, lo respiri nell'aria: per me propongo addirittura

eleggere re d'Italia il padre Becker gesuita, dopo Vittorio Emanuele

s'intende, e semprechè il principe Umberto se ne contenti, dacchè non

vorrei mi apponessero l'accusa di sovvertire l'ordinamento presente

delle cose e la monarchia della Casa di Savoia.

Il secolo che muore, vol. III · 第 22 / 23 段