sciame strepitoso e irrequieto pei vari giochi della infanzia lo faceva
arricciare peggio di un istrice che veda il cane; così non ci era
dispetto che loro non facesse; se li sorprendeva a sollazzarsi alla
_buchetta_, egli con le proprie mani la riempiva di terra; se alla
_settimana_, ed egli ecco cancellarne i segni dei vari compartimenti co'
piedi; era il flagello dei _maschi_ e delle _piastrelle_, perchè quante
gliene capitavano nelle mani tante scaraventava lontano; nella
_spagnoletta_ il meno che si potevano aspettare era vedersi con un
calcio sparpagliati i soldi fitti per taglio in terra; onde i ragazzi,
appena lo vedevano dalla lontana scantonare, gli urlavano dietro:
— O maligno! O vecchio maligno!
Egli allora, tutto indracato, volgendosi li minacciava col pugno, ed
essi, quantunque per la tardità delle membra costui non li potesse
rincorrere, pure spuleggiavano; ma indi a breve raggruppavansi più
infesti di prima, e agli schiamazzi aggiungevano i fischi. Ora accadde
che Omobono, per essersi la sera innanzi ubriacato di acquavite, si
levasse tardi, e più scorrubbioso del solito; gli pareva gli tenessero
un bottone di ferro infuocato su lo stomaco; aveva la bocca, per così
dire, motosa: camminava per le vie svagolato e brontolando vanità
maligne; fortuna volle che gli venisse fatto di passare per certa via,
dove parecchi giovanetti giocavano alla palla, e come avviene rimase
_bollato_; costui schizzò veleno, ghermì la palla, trasse fuori un
coltellino, e sbuzzatala ne disperse il ripieno. Se i fanciulli si
arrapinassero a vedersi sagrificare sotto gli occhi a quel modo l'amata
palla, immaginatelo voi: per me giurerei che tanto non patì Agamennone
per la figlia Ifigenia, lui presente svenata su l'ara di Diana.
Gli urli di vecchio maligno e i fischi andarono alle stelle, e bisogna
confessarlo, volò anche qualche sassata; Omobono non si rimase con le
mani a cintola, e raccolti anch'egli alquanti ghiaiottoli, rispose per
le rime, donde ne nacque una sassaiola nelle regole, l'esito della quale
però non poteva esser dubbio, perchè, oltre a trovarsi Omobono solo
contro a tutti, i suoi colpi come quelli di Priamo contro lo scudo di
Pirro erano _tela sine ictu_, mentre i sassi dei fanciulli fendevano
l'aria sibilando come vipere in amore: dopo lungo battagliare, ecco un
sasso coglie in pieno l'occhio sinistro di Omobono e glielo spacca
orribilmente; costui per lo atroce spasimo stramazza e si avvoltola per
terra; i ragazzi spulezzano; le guardie di sicurezza accorse raccattano
Omobono semivivo, e lo trasportano semivivo all'ospedale; e questa fu la
causa ond'egli in quel giorno non tribolò con la sua presenza la povera
Isabella.
La infermità fu giudicata pericolosa, la cura lunga; ne uscì con un
occhio di meno, e più che non era deforme a cagione di una margine
cavernosa sempre sanguinolenta; siccome durante la malattia e nella
convalescenza spesso diede prova di vaneggiare, fu deciso accomodarlo in
certo ricovero di mendicità nella Liguria, dove io lo vidi.
Stava solo dentro una stanza che prendeva luce dall'alto, e tutti i
compagni d'infortunio lo fuggivano peggio della moria; colà grugnando
logorava i suoi dì a sfilacciare vecchi cavi. Chiamato a nome non
rispose; mi posi fra la luce della finestra e lui per tentare se il buio
subitaneo valesse a moverlo, e non tentennò. Interrogato il custode
intorno ai costumi di lui e alla qualità del lavoro che faceva, mi
rispose:
Cotesto suo capo è una pentola che spicca sempre il bollore della
iniquità, con questa ragione, che le gallozzole di mano in mano
spariscono in una galla sola, ch'è quella del furto. Quante volte ha
occasione di andare nella sua stanza da letto, tante ci porta dentro un
lucignolo piccolo o grande, e lo nasconde dentro le materasse, ovvero
nel saccone; in capo alla settimana noi andiamo a cavarlo e lo
riportiamo al magazzino; e' pare che non se ne avveda, però che il
lunedì cominci da capo. La sfilacciatura ch'ei fa serve per calafatare i
bastimenti; ad altro non è buono.
Allora il mentecatto, piegando il collo sopra la spalla sinistra e
sbirciando traverso di sotto in su, proprio a mo' della iena, brontolò:
— Non tutta... non tutta; buona parte ne vende costui ai funaiuoli,
perchè la mettano in mezzo ai cavi, che i funaioli furfanti quanto lui
danno per nuovi.
Io proruppi in un solenne starnuto per fare le viste di non sentire; ma
guardando di scancìo vidi la faccia del custode tinta in verderame.
*
Un tempo furono gli altari asilo contro la giustizia umana e la
giustizia divina; oggi contro la umana non contano più, ma contro la
divina si cercano sempre, e si cercheranno ancora per lungo secolo;
imperciocchè si mantenga grande il numero di coloro a cui giova una
religione che ti agguanta l'anima e te la foggia a _maestro_, dove da un
lato ti si registrano a _debito_ le colpe e dall'altro a credito i
_suffragi_, offrendoti comodità di metterti da parte un po' di viatico
pel viaggio del paradiso, o alla più trista di saldare i tuoi conti;
quindi non importa nè anche dire con quale e quanta furia Amina si
attaccasse all'altare, e per converso con quanta furia i sacerdoti si
attaccassero a lei; scarafaggi che sotto l'altare pongono il covo. La
donna si peritava a mettere nel bucato della confessione tutti i panni
sudici dell'anima sua, e per altra parte la serpentavano i preti non
isperasse salute se non travasava la sua anima intera nell'anima del
confessore; forse, se avesse potuto persuadersi, se avesse avuto pegno
in mano che dopo la confessione fosse cessata la vista dei due occhi
appannati dalle pupille contratte, ella avrebbe rotto il diaccio; ma no;
qui incerto il guadagno, la perdita del mettere a parte una terza
persona dell'orribile segreto sicura.
Però, compiacendo alla naturale sua disposizione ed ai conforti del
confessore, desiderò in prima mettere a fil di squadra il suo stato
dirimpetto ad Egeo. Il confessore sempre lì a limarla, che per celebrare
il santissimo sacramento del matrimonio bastava, e ce n'era di avanzo,
la sola cerimonia religiosa; ma ella non dandogli torto, pure lo
supplicava a consentire che si facessero le cose in regola ai termini
della legge; però i preti, addentata che abbiano per un orecchio l'anima
del cristiano, non lasciano presa così facilmente, onde il confessore
insisteva:
— Ma veda, la è chiara come il sole di luglio che regna in tutto Babele;
legislatori e leggi, mentre rifuggono dal fine peggio che dal sangue di
vipera, ecco qua spianano le strade e ci spingono la gente. O la mi
faccia la finezza di dirmi che cosa predica aborrire questa società
matta? Il materialismo; e sta bene, perchè questo è morte di ogni
eccelsa aspirazione, e fa le anime immortali sorelle alle ranocchie nel
pantano. Ora, mi dia retta, questi grulli, per conseguire il loro scopo,
che mi fanno? Allontanano dai matrimoni, nei quali tanta parte ci entra
di bestia, ogni concetto di sacramento, che solo vale a nobilitarli: ma
le pare che bastino a consacrarlo la lettura di alcuni articoli del
codice civile fatta da un coso che sbadiglia e fa sbadigliare, a patto
però che sia fasciato della sciarpa dai tre colori? Dopo ciò, o che
trova ella di strano che altri, alla derrata del diavolo aggiungendo la
giunta infernale, insegni ai popoli il matrimonio consistere nel
mescolarsi in amore alla spartita di due creature di sesso diverso? I
galli, secondo i nuovi dottori, soli maestri da preporre allo
insegnamento del matrimonio e dei suoi doveri. — A queste aggiungeva
altre ragioni, ma l'Amina dura.
Proprio il giorno antecedente a quello del matrimonio davanti il
sindaco, Amina tenne ad Egeo questo discorso:
— Caro Egeo, il Signore, che ha veduto in segreto la vostra carità verso
me, povera, derelitta, ve ne vuole ricompensare in palese... e qui
raccontava essere provvista con bene duecentocinquantamila lire di
capitale; volere accomunarle con lui con questa ragione, che di ogni
loro bene si facessero donazione irrevocabile _inter vivos_.
Ad Egeo parve sentirsi inondato da capo alle piante di contentezza; un
vero bagno di giubilo; ma siccome nel fonte stesso del piacere sorge
qualche cosa di amaro che ne intorbida le acque di un tratto, una nuvola
gli passò davanti gli occhi. La nuvola sorgeva dal dubbio: — e se
fossero falsi! — Ma a rimettergli il cuore in corpo sovveniva la donna
dicendo: legittimi essere i biglietti, averli esaminati ella stessa più
volte; li riscontrasse anch'egli; e avvertisse che da lei potevano
adoperarsi in buona coscienza, perchè il defunto marito glieli aveva
assegnati per dote.
Mentiva; ma da un punto all'altro di vermi non si diventa farfalle, e
questo le diceva anche il confessore, che ogni dì le faceva una predica,
e talora dopo il pasto un'altra.[62]
[62] Così Lucrezia Borgia, quando la paura dello inferno
prevalse in lei. La marchesana di Gonzaga lasciò scritto in
proposito: «tanto era sitibonda (di ascoltare le prediche) che
non istando contenta di un solo predicatore, duoi predicatori
udire voleva; uno la mattina, e l'altro il dopo pranzo, ma
eziandio induceva quelli a recare in iscripto molte devote
dottrine da quelle udite.» Sempre così; i frantumi di tutti i
naufragi vanno a morire sopra la spiaggia.
A Egeo poco premeva, anzi punto, chiarire se Amina mentisse, moltissimo
poi se fossero buoni i biglietti di banca; ella glie li portò; egli
prese a esaminarli parte a parte, e poi nell'insieme; niente sfuggì alla
sua molta pratica in materia: per ultimo con un sospiro, che tenero gli
partiva dal cuore, esclamò:
— O benedetta tu sia fra tutte le donne, i biglietti non sono falsi;
però, Amina, pensa che mettendo io in comunione solo cinquantamila lire,
mentre tu ce ne poni duecentocinquanta, ciò darebbe luogo a Dio sa
quanti sospetti, che ci potrebbero turbare la pace domestica... forse
peggio... tu hai buon giudizio, e vorrei tu mi capissi: a scanso di
fastidi, ecco, io figurerei costituirti la dote di centocinquantamila
lire, che tu poi faresti soggette alla donazione, e siccome io godo
sempre opinione di ricco, ciò non farebbe specie. Per tua sicurezza
iscriveremo nei nomi tuo e mio nel gran libro le ventuna o ventiduemila
lire di rendita, a patto che non si possa alienare senza il consenso di
ambedue.
La donna assentiva; stipularonsi i contratti; il matrimonio civile si
celebrò; e finalmente le due colombe furono congiunte davanti l'altare
del Signore da un sacerdote quasi innocente quanto loro, il quale per di
più li benedisse.
E codesta benedizione sembra che sopra la infermità latente dell'Amina
esercitasse la virtù della rugiada sul cespite dell'erba inaridita;
perchè appena ella tornò a casa le si manifestava nella gola un bruciore
insopportabile; crescendo lo spasimo mandarono pel medico, il quale
tostochè l'ebbe esaminata fece ritirare il marito col pretesto di
visitarla nelle parti segrete del corpo, ma in realtà per dirle
spiattellatamente:
— Signora Amina, mi duole averle a dire che vostra signoria è minacciata
di lue sifilitica della peggiore qualità; prima di tutto si separi di
letto dal suo signor marito, ed anche di camera; in quanto a me, mi
studierò medicarla con i rimedi indicati dall'arte salutare, e spero
riuscire a guarirla; solo la prego ad essere obbediente alle mie
prescrizioni.
In questa guisa il giorno che vide stringere il nodo delle due belle
anime fu testimone altresì della separazione dei corpi.
Terribile fu il processo della malattia, che per me giudico
avvelenamento; e non mica portata fra noi da remote contrade per la
trafila degli spagnuoli, o dei francesi, ma sì messa nel mondo con le
sue benedette mani da Dio; sicchè fra le altre delizie il genere umano
dovrebbe essergli obbligato anco di questa.[63]
[63] Il professore Ricord soleva aprire le sue lezioni con
questo dettato: «Dieu créa le ciel, la terre, les animaux,
l'homme et les maladies vénériennes».
Nella sciagurata la infermità consumò implacabile i suoi tre stadi; se
talora davanti alla potenza dei medicamenti parve arrestarsi, e' fu come
poca acqua in fiamma, la quale invece di spegnerla la divampa. Apersero
la marcia le ulceri, a cui tosto si aggiunsero ascessi infiammatori e
virulenti, scrofole e dolori nelle ossa in prossimità delle
articolazioni; ma supremo affanno le arrecava lo spasimo nei capelli,
che presero a cascarle in tanta copia da trovarne quotidianamente sparso
il guanciale e piena la cuffia. Durante la notte pativa strazi
d'inferno, ora guaiva come colta dalle doglie del parto, ed ora strideva
come se le trafiggessero il cuore; le stava nella fronte inchiodata la
cefalea notturna, e sempre dinanzi agli occhi, sia che li tenesse aperti
o chiusi, le pupille appannate e contratte del morto Omobono...
sempre... ahimè! sempre; e siccome ella fantasticando, si dava ad
intendere che tra coteste pupille e la sua visione intercedesse qualche
spazio, poneva nel mezzo la mano per nasconderle; vani conati! che
coteste pupille appannate e contratte, non fuori, ma dentro la fronte
gliele aveva dipinte il rimorso.
Impensierito dei progressi del male, il medico curante, sentendosi venir
meno il coraggio, persuase consulti, e si aggiunse alla cura medici che
andavano per la maggiore: allora sì che ricomparve il caos nella
magnificenza della confusione: chi prescrisse bagni sulfurei e chi
iodici; altri, Dio ne liberi da bagni: frizioni mercuriali soltanto. Da
un lato dieta rigorosa, dall'altro ha da mangiare bocconi ghiotti, e
vino del buono, e lo ha detto il Faloppio.[64] Il confessore, che si
trovava presente al consulto, non potè trattenersi da esclamare: —
anch'io faccio così, e me ne trovo benone.
[64] _Comedat res bonas, bibat vinum praestantissimum laeve, et,
si potest haberi, suavissimum_.
Uno dei medici, con aria ingenua, soggiunse:
— Come! Anche _lei_ si cura la lue in cotesto modo, reverendo?
— Che lue? Io mi curo in cotesta maniera lo stomaco, la lue lascio
intera a lei, _eccellentissimo_.
Proseguendo i medici a contradirsi, taluno suggeriva tagliassero i
capelli alla inferma e col sapone glieli lavassero, tale altro non si
toccassero; solo con molta cura si nettassero; chi li voleva coperti;
chi scoperti: con quattro voti contro tre rimase vinto il partito della
fumigazione. Posero la malcapitata a sedere sopra una sedia, e sotto
questa collocarono un lume alimentato a spirito di vino, il quale
infocava una lastra di porcellana messa orizzontalmente sul lume, e
quivi spargevano ad ardere fino a due grammi di cinabro: coprivano
inferma e sedia per via di cappa d'incerato disposta così, che non
lasciasse adito a svaporazione; a quel martirio la facevano durare
quindici minuti o venti; però cessarono di corto, imperciocchè ogni
volta che tentavano lo esperimento ce la cavassero più morta che viva.
Nè i medici soli si erano moltiplicati intorno al letto della inferma,
bensì preti, frati e di ogni generazione beghine; i primi non sapevano
di altri rimedi che non fossero messe, tridui, novene, e così via; le
altre, pur confessando la virtù di tutte queste cose, a cui aggiungevano
quella dei rosari alla beata Vergine della Cintola, consigliavano,
ammannivano e di celato ministravano all'Amina brodi di serpi e vino
dove avevano annegato rospi... ella poi beveva disperatamente ogni cosa,
tanto agita i petti mortali la rabbia della vita!
Tuttavia il morbo procede a bandiera spiegata: adesso tutto il suo corpo
si cuopre di eruzioni purulenti, massime negli occhi e nelle membra
riposte; il sangue dà volta come il vino sotto la sferza del sollione;
la sifilide si avventa alla gola, e quinci e dal naso emana in copia una
materia viscosa di formidabile fetore più tristo di quello dell'_ozena_.
Ora l'uno, ora l'altro occhio, e sovente ambedue le s'infiammavano nelle
iridi, nelle orbite e nei globi, per cui la luce la punge e il buio non
la solleva; molto più che le pupille appannate e contratte del morto le
stanno attaccate alle palpebre quasi bocca di amante s'incolla alla
bocca dell'amante.
Veramente non ci era mestieri occhio medico per conoscere che la morte
veniva avanti a gran giornate; tuttavia occhio di confessore in simili
faccende non teme confronti; e poi i segni della prossima fine
concorrevano tutti; prima di ogni altra cosa la quantità dei medici; il
continuo contendere di parole, e talvolta d'ingiurie fra di loro, senza
che alcuno sapesse che pesci pigliare; in fine il flagello dei
medicamenti; comode da notte, tavole, tavolini, canterani,
inginocchiatoio ingombri di bocce lunghe, piccole, mezzane, di ogni
dimensione, insomma tante che più non possiedono canne gli organi della
chiesa dei Cavalieri di Pisa e della cattedrale di Siviglia; il mercurio
faceva pomposa mostra di sè, sotto tutte le forme e con tutti i colori;
qui avanzi di pillole di etiope, ovvero ossido mercuriale _nero_, colà
reliquie di deutossido _rosso_, più oltre di calomelano _bianco_, e non
mancava lo ioduro _giallo_. Le preparazioni metalliche furono tentate
tutte, e invano; il platino o l'argento, e soprammodo l'oro in pillole,
ovvero mercè frizioni sopra la lingua; i medici, disperati, si erano
spinti fino ad amministrarle bevande di sublimato corrosivo, rimedio
giudicato _eroico_ per modo, che a ragione può dirsi l'_Achille_ della
morte. Anche il dottor _Tenca_ con la caterva dei suoi medicinali ci
rimase sbancato. Allora non parve al prete tempo di starsi con le mani a
cintola: quindi, avvertiti i servi che andava a confessare per l'ultima
volta la signora, epperò non entrasse persona, nè anco il marito, aperse
con fracasso l'uscio, si pose di faccia alla morente con sembianza
minacciosa; dopo parecchi istanti con tali parole l'assale:
— Donna, la morte ti batte alla porta di casa; peccatrice, io non voglio
avere su l'anima la perdizione della tua anima. Io ti leggo nel cuore;
tu non hai confessato tutti i tuoi peccati; fin qui le tue confessioni
furono tanti sacrilegi. Tu hai dubitato della misericordia di Dio, e Dio
vendicandosi ti nega la sua misericordia; perchè io vo' che tu sappia,
maggiore ingiuria non potersi fare a Dio, che mettere in dubbio la sua
bontà. Tu certo non leggesti nei libri di santa madre Chiesa, bensì
unicamente libri profani, e pure, se tu avessi voluto, avresti eziandio
da questi raccolto insegnamenti salutari per l'anima tua, come appunto
Sansone levò il miele dalla gola della bestia feroce: _e forti dulcedo_;
l'esempio dell'ira del Signore che leggesti nella _Ildegonda_ di Tommaso
Grossi è vero, vero come il Vangelo, vera la mano lunga lunga, nera
nera, che calava giù dal cielo del letto, e buttati via dal guanciale il
crocifisso, dai piedi la stola, e abbrancato l'infermo alla strozza, lo
strangolava; veri i demoni saltati sul letto a graffiargli il crisma
dalla fronte; vero il doloroso trasporto dell'anima alle fiamme
dell'inferno su le spalle ai demoni; preci non valsero, non assoluzione
di sacerdoti, Renzo Brancaleone di San Vittore andò dannato nel fuoco
penace, dove sono rabbia, disperazione e stridore di denti, per avere
taciuto in confessione un solo peccato. Dunque confessa il tuo,
approfittati di questo istante che ti concede Dio nella sua infinita
bontà; non ci è tempo da perdere, scegli tra Dio e il diavolo, tra
l'inferno e il paradiso.
La donna infelicissima, presa così a soqquadro mentre il suo spirito
errava sul confine ultimo della vita e sentiva ventarsi in faccia il
soffio ghiacciato della morte, fu invasa da ineffabile terrore; tutte le
piaghe del corpo le si riapersero e pianse lacrime di sangue — proprio
di sangue spremuto dalle ulcere che aveva intorno agli occhi; tremola
più che foglia di autunno in procinto di staccarsi dall'albero, con voce
rantolosa svelò al confessore l'atroce insidia tesa ai danni
dell'infelice Omobono; e giunte le mani, con gli occhi levati al cielo,
stette come persona che attenda il colpo di grazia; ma con sua
maraviglia somma, non meno che con sollievo, la voce del prete, lasciato
di un tratto il suono del serpentone, assunse quello soavissimo del
plauso, e le diceva: Dio stendere così larghe le braccia da ricoverare
bene altre colpe che non erano le sue, a patto però ch'ella con
attrizione e contrizione dei peccati commessi si pentisse e con fermo
proposito deliberasse di non commetterne più (e qui il prete si prendeva
evidentemente gioco della moribonda). Tuttavolta, il sacerdote
proseguiva, il pentimento solo non bastava alla espiazione delle colpe;
occorreva lo accompagnassero i suffragi, i quali non solo avrebbe dovuto
ordinare per l'anima sua, ma troppo più per quella del tradito defunto;
la quale uscita, sua mercè, da questo mondo senza sacramenti per colpa
sua, andò perduta... forse; chè un solo sospiro di contrizione basta a
placare l'ira di Dio; e vuolsi credere che questo sospiro gli sia uscito
dal cuore; ma quanti secoli di purgatorio prima di purificarsi! Nè manco
lo scritturale del debito pubblico saprebbe scrivere tanti numeri.
Dunque presto si ponesse mano a fare un bel testamento di ogni sua
sostanza in pro della pia casa di ***, con l'obbligo della celebrazione
quotidiana di messe, e uffici altri divini in capo ad ogni mese e ad
ogni anno. La donna rispose: magari! ma temere assai poterlo fare con
efficacia a causa del contratto di donazione scambievole celebrato col
suo marito Egeo.
A questa inopinata notizia il nostro prete fece greppo come fanciullo a
cui il gatto abbia sgraffiato una mano, pure, avvezzo ai colpi di vento,
non si diede per vinto e chiese del contratto, e Amina, che lo teneva
sotto il guanciale, potè porgerglielo senza indugio; il prete, presolo,
volto alla inferma soggiungeva: — si desse coraggio; non disperato il
suo stato affatto, e ci volesse per sanarla anco il miracolo, pensasse
che come non sarebbe il primo, così non si avrebbe a giudicare l'ultimo
operato per intercessione della beata Vergine e dei suoi santi avvocati
in paradiso. _Amen_. Verso sera tornerebbe a visitarla, intanto
trattenesse il pensiero in pie meditazioni.
Impaziente poi di uscire per la ragione che sto per esporre, e non
rimanere soffocato dal fetore iniquo, irruppe con passi frettolosi fino
alla porta, ma qui risensando tornò a comporsi, piegò il collo, atteggiò
il volto a compunzione e aperse l'uscio. I servi, quale turandosi il
naso e quale tenendoci sotto ampolline e fazzoletti intrisi in acque
odorose, gli mossero incontro per domandargli: Come va? Come sta?
Ed egli:
— Ahimè! _Laborat in extremis, orate pro ea, orate fratres_; stasera
verrò ad amministrarle la estrema unzione, perchè quanto alla eucaristia
non ci è da pensarci nemmeno.
E se ne andò: se ne andò per recarsi a saetta volante dall'avvocato
meglio tenuto in pregio della compagnia di Gesù; il nostro lettore già
deve essersi accorto come il curato, quantunque non fosse ascritto _de
jure_ alla prelodata compagnia, pure le fosse addetto: e il mondo va
pieno più che non si crede, anzi dirò di avanzo, più che non si ha la
codardia di confessare, di satellizio siffatto; di satelliti di gesuiti
vanno ingombri il parlamento, i consigli provinciali e municipali; nelle
scuole non mancano e nella curia; e, duro a significarsi, non mancano in
casa, e tu, che leggi, forse ti trovi del gesuita in corpo più che non
pensi, imperciocchè tu mangi del gesuita impastato nel pane, lo bevi
confuso nel vino, lo respiri nell'aria: per me propongo addirittura
eleggere re d'Italia il padre Becker gesuita, dopo Vittorio Emanuele
s'intende, e semprechè il principe Umberto se ne contenti, dacchè non
vorrei mi apponessero l'accusa di sovvertire l'ordinamento presente
delle cose e la monarchia della Casa di Savoia.