Questo reverendissimo avvocato meriterebbe essere descritto per la sua

persona, costumi e modi suoi, con il suo studio altresì ed i suoi

commessi; ora mi menerebbe troppo in lungo; lo farò un'altra volta. Il

confessore pertanto, succinto e preciso, gli espose il suo bisogno:

considerasse se per via di testamento potesse buttarsi all'aria il

contratto di donazione che gli porgeva; se sì, ammannisse tutto,

testamento, notaio e testimoni; tornerebbe poco prima delle

ventiquattro, e partì. L'avvocato senza indugio si mette all'opera,

legge, rilegge, torna a leggere; spezza frasi e periodi, li riconnette,

li confronta nell'insieme, li esamina separatamente, leggi consulta e

commentatori; entra e giravolta nel laberinto — non mica quello di

Creta, bensì l'altro della giurisprudenza, in mezzo al quale s'incontra,

non il minotauro, che per quello si sente dire fu mezzo uomo e mezzo

bestia, bensì una bestia intera. Tanto cotesto contratto, tutto bene

considerato, gli parve avere ad essere messo in terzo co' nodi di

Salomone e gordiano.

Puntuale come... il vizio delle similitudini, ch'è un vizio come gli

altri e peggiorando invecchia, il vizio, dico, delle similitudini quasi

mi aveva spinto su l'orlo di paragonare la puntualità del prete con

quella degli orologi pubblici, che tutti i giorni gli orologiari

rimettono e tutti i giorni vanno peggio; puntuale dunque, il prete

comparve nello studio del giureconsulto, il quale con faccia da _de

profundis clamavi_, tostochè lo vide, gli disse:

— Ah! padre mio, cattive nuove; io ci ho provato tutti i grimaldelli

della legge sofisticata e della giurisprudenza cavillata, ma e' non ci è

verso per aprirlo: il contratto sta, e mettersi a cimento di farlo

annullare dai tribunali tornerebbe lo stesso che dare del capo nel muro,

e _lor_ signori devono astenersi da sputare contro vento, perchè,

massime ai tempi che corrono, vi ritornerebbe in faccia.

Il nostro prete, all'udire questa sentenza, lanciò un'occhiata al cielo,

che parve un tiro di schioppo ad ago; tuttavia, ricompostosi, indi a un

attimo disse:

— Gua'! bisogna rassegnarsi ai divini voleri, — e se ne andò via senza

pur torre comiato dall'onesto curiale. Passò di rincorsa dalla

sagrestia, dove presa la teca dell'olio santo proseguì fino alla casa di

Amina. Le parole di lui, messo appena il piede sul limitare

dell'anticamera, furono queste:

— È anche viva?

— Viva, rispose un medico, che giusto in quel punto usciva da visitare

la inferma, anzi in apparenza più sollevata che non fosse mai da

parecchi giorni in qua.

— O come può darsi questo?

E l'altro: — Già, tutti gli infermi all'appressarsi della morte pare che

si riabbiano; ma non è perciò che sembra ricreata la signora: ella le

stazioni del suo calvario ha compito tutte: già accadde la tumefazione

delle ossa; la cangrena di queste, ovvero la necrosi è incominciata; le

guancie le pendono giù flosce; i muscoli furono presi da paralisi;

respira appena; la sua laringe ha perduto le parti solide che ne

formano, per così dire, lo scheletro; i brani necrosati di tratto in

tratto gitta fuori tossendo; ora riesce facile a intendere, che cessando

in lei la potenza di espellere taluno di cotesti brani di carne

fradicia, o il catarro sifilitico, che le si condensa nella gola, ella

può da un punto all'altro rimanere soffocata; sicchè la causa più

prossima di morte per lei non sarà la sifilide, bensì l'asfissia: ciò

può accadere adesso, o fra un minuto, o fra ore: ma fino a domani non

potrebbe andare. Già Venere, secondo il costume vecchio, non ismesso

mai, ha incoronato la sua vittima; voi potrete osservare la fronte della

misera donna cinta da una tempia all'altra di ulcere dolorosissime.

Così è, le care rose, onde l'Amore inghirlanda i suoi devoti, dove

vengano tocche da taluna delle inique Veneri, o _pornea_, o _schenide_,

o _pandemia_, o _etaira_, perdono le foglie, e diventano spine in

paragone delle quali paiono soavi gli artigli delle Furie.

Il prete, dopo avere avvertiti i circostanti che lo lasciassero solo con

la moribonda, imperciocchè intendeva riconciliarla con Dio, li

chiamerebbe per amministrarle la estrema unzione, entrò in camera, e a

colpo d'occhio conobbe come nello indugio stesse il pericolo, onde reso

a costei il contratto di donazione, favellò:

— Pur troppo, di qui non si può cavare seme da seminare grano di

suffragio; ma a voi non possono mancare mezzi da sopperirci, comecchè in

minima parte; dove tenete i vostri ornamenti? Ori, gemme e simili? Vi

fia meritorio convertire tutti questi arnesi di peccato, suggeriti dal

demonio per la perdizione delle anime, in opere intese alla salute

dell'anima. Poca cosa sono, ma Dio che misura il valore dell'offerta non

dal pregio di quella, bensì dalla intenzione dell'offerente, ve la

segnerà a credito nel giornale dov'è scritto il bene e il male: volete

darmi a questo scopo libera e spontanea i vostri ornamenti preziosi?

La donna si provò a parlare, ma facendole fallo la voce accennò col capo

affermativamente; allora il prete cacciò le mani rapaci per cantere e

cassette, tutto arraffando, e tutto nelle bolge della sua tonaca

affondando; non gli parve caso di perdere tempo a esaminare quale fosse

buono e quale falso, li scevrerebbe a comodo; — come rispose la

buon'anima dell'abate Arnoldo circa all'ammazzare in fascio cattolici ed

eretici a Bezières: «ammazziamoli tutti, poi il Padre Eterno a tempo

avanzato cernirà i buoni dai cattivi.»

Intascati i gioielli, il prete soggiunse: Qualche biglietto di banca voi

ve l'avreste pure a trovare?

Ed ella assentì con un lieve cenno del capo; altro non potè significare;

allora egli fruga e rifruga, rovista, rifrusta, metti sottosopra ogni

cosa, e trova tra biglietti grandi e piccoli otto bellissime mila lire,

che ripose dentro un abitino della Madonna del Rosario fatto a modo di

tasca, che portava appeso al collo.

Ciò fatto, da capo il prete, improntissimo come un prete, aggiunge: Se

avete altri oggetti di oro o di argento non vi lasciate scappare la

bella occasione di fare un magnifico affare, voi li mettereste a cambio

in paradiso alla ragione del mille per uno.

Ma essendo venuta meno nella donna la balìa di assentire, ella tacque;

ond'egli conchiuse: chi tace acconsente, e continuò ad arraffare: da

prima prese una stoppiniera di argento, poi un cucchiaio e un

campanello, il quale per sospetto che squillasse agguantò pel battaglio,

e insinuò nelle tasche dei calzoni; avendo visto poi a capo del letto un

angiolino con la piletta nella mano sinistra e l'aspersorio nella

dritta, tutto bene inteso di argento, così gli rivolse la parola:

Creatura celeste, tu hai finito il tuo compito, e qui adesso tu stai

come lo imbuto dopo la vendemmia. Levando le ciglia in su ecco

occorrergli una lampada di argento appesa davanti alla immagine della

Madonna, ed un crocifisso della medesima materia inchiodato sopra una

croce di ebano... vero patibolo di lusso, e mormorò: dove trovi la

ragione medesima di giudicare, tu pronunzia la medesima sentenza; e così

brontolando tira innanzi una seggiola, ci monta sopra, stacca la

lampada, ne cava il lampioncino di vetro, dove ardeva galleggiante su

l'olio il lucignolo, dipana le catenelle intorno al guscio della

lampada, e giù tutto in tasca. Anche questa è fatta; ora tocca a te,

Cristo. Tu sai, mio divino Redentore, se io voglia o possa dividermi da

te. Tu hai salvato me dalla servitù del demonio, ed ora intendo renderti

la pariglia salvando te dall'obbrobrio di questa casa; e strettolo nelle

gambe lo cacciò nelle tasche del suo tonacone a capo in giù come ci

danno ad intendere che fosse crocifisso san Pietro a Roma, dove egli non

capitò mai. All'ultimo, passato e ripassato lo sguardo da per tutto, a

mo' che il barbiere costuma il rasoio sopra le gote dell'avventore per

farci la barba e il contropelo, conobbe essere tempo di levare le tende:

per la qual cosa attorse un bioccolo di cotone intorno a un ferro da

calza, e lo tuffò per fare più presto nell'olio da lumi del lampioncino;

chiamate poi le beghine e le serve in camera prese a menare il ferro col

bioccolo unto per la fronte della moribonda a mo' d'imbiancatore che

scialbi una parete: dalla fronte in fuori altro non unse, essendone

dispensati i preti dai sacri canoni in caso di contagio. Profferite

ch'ebbe così alla lesta le parole sacramentali della estrema unzione,

aggiunse con voce di usciere che intimi lo sfratto:

— _Proficiscere anima christiana._

E siccome l'anima cristiana pareva che non avesse furia ad andarsene,

egli disse fra sè: poichè non se ne vuole andare ella, facciamo una

cosa, me ne andrò io; e se ne andò.

Rimasero le pinzochere a frigolare salmi; ma indi a poco

l'insopportabile fetore le cacciò via. Finchè non furono uscite di casa

tacquero, ma appena messo il piè su le scale, apriti cielo! Un pissi

pissi vorticoso di discorsi di tutti i colori, un fuoco artifiziato di

maldicenza da far paura; senonchè tutti i vari discorsi si confusero di

corto in uno solo, in quello del giuoco del lotto. In _primis_ fu

proposto giocare una quaderna, e votarono pel sì alla unanimità; e non

fu difficile, perchè, quantunque devote, avessero talora saltato la

messa, non mai il giuoco del lotto; nell'accordarsi su i numeri

s'incontrò l'osso; udito _hinc et inde_ il flagello delle opinioni

diverse, parvero prevalere queste. Ecco, notava una bigotta,

bisognerebbe cavare la giocata degli anni della sua vita bene spesi al

servizio di Dio; ella ne contava ventisette, dunque dividiamo prima, due

e sette; ora moltiplichiamo, due via sette quattordici; dunque propongo

due, sette, quattordici. — O che sia benedetta, si cucia la bocca, saltò

su a dire un'altra, ma le sballa proprio da pigliarle con le molle;

io... io ho trovato il bandolo; dov'è il libro dei sogni... che numero

fa la stola? Quanto fa crocifisso? — Gesù mio, che mi tocca a udire!

miagola la terza beghina, o che il crocifisso è un sogno? I numeri non

si hanno da rilevare dai sogni, bensì da casi che sono cascati veramente

sotto occhi aperti. A monte il libro dei sogni, miriamo un po' in altri

libri quanto fa Venere, Amore e... — _Lei svagella_, signora Girolama,

sarebbero quattrini buttati nel Naviglio; o che non sa che la Fortuna si

è fatta cristiana? Ella si recherebbe a scrupolo di bazzicare con quei

figuri degli Dei dell'antichità, che in fine dei conti erano tanti

demoni. — Che la Fortuna sia stata battezzata in duomo, io non l'ho

sentito mai dire; ci crederò se mi porta le fedi. Intanto veda qua, dei

giorni della settimana cinque sono consacrati da lei ai demoni: lunedì a

Diana, martedì a Marte, mercoledì a Mercurio, giovedì a Giove, venerdì a

Venere, che non sempre per lei fu il diavolo; il sabato al Dio degli

ebrei; la domenica sola al nostro Signore. O sa che cosa ho da dirle,

signora Paola? — Che cosa, signora Girolama? — Che i suoi discorsi mi

puzzano di zolfo. — E i suoi di scemo.

Si separarono: ognuna giocò da sè; persero tutte; una ne rovesciò la

colpa su l'altra: unione acre nelle vecchie la devozione; si potrebbe

definire la pellagra dell'anima.

Il curato, affrettando il passo, è giunto senza intoppo fino alla sala

d'ingresso, ma qui fu che mi cascò l'asino; egli vide schierarglisi

contra _in acie ordinata_ Egeo, il questore suo amico e due guardie di

pubblica sicurezza. Il questore, senza tanti amminnicoli, secondo la

usanza dei tre quarti e sette ottavi dei questori, messa la mano sul

braccio al prete (già si sa che nei questori, come in ogni altro membro

della polizia, tra mano e lingua corre parentela strettissima, sicchè

alla lingua non riesce parlare se la mano non agguanta: nelle costoro

orazioni la perorazione tiene il posto dell'esordio) gli disse:

— O reverendo, o che va nel deserto a sagrificare al Dio di Abramo?

— Mio buon signore, che dice mai?

— Dico che il troppo leggere il Testamento vecchio gli ha fatto venire

il capo grosso. Adesso a lei pare d'essere diventato un ebreo.

— Io!

— E di più crede questa casa terra di Egitto, Faraone il signor Egeo; di

fatti, ella, come gl'isdraeliti, si parte di qua col buono e col meglio

della casa... oh! non vede che di petto a lei uno idropico non c'è per

nulla? La si compiaccia passare in quest'altra stanza.

— Ma con chi ho l'onore di parlare?

— Col questore di polizia.

— Scusi, io non ho niente a fare con lei.

— Ma sono io che ho da fare con vostra signoria reverendissima.

— Rifiuto recisamente.

— In questo caso, guardie, ammanettate costui come ladro colto in

_flagrante_ e trasportatelo a piedi alla questura.

— Obbedirò per forza.

Il prete di pallido diventò giallo; le passioni dei preti non conoscono

altri colori; le tinte del loro arcobaleno circoscritte a due; tinta di

odio e tinta di paura; giallo di burro e giallo d'uovo; entrambi andati

a male.

— Come le pare, ma obbedisca.

— Però protesto.

— Quanto vuole; favorisca.

Il prete entrato nella camera a parte, sempre infellonito, ma vedendosi

capitato in male branche, così favellò:

— Signor mio, noi non siamo usi a saccheggi nè a piraterie; la

buon'anima della signora Amina, non potendo disporre altrimenti delle

sue sostanze, a me suo confessore consegnava spontanea certi oggetti di

sua pertinenza, onde io ne disponessi a seconda della sua intenzione;

anzi, poichè senza offesa del segreto sacramentale, questo posso

palesare, per erogarli in suffragio per l'anima sua, e per quella di un

altro defunto, del quale avrà forse... senza dubbio contezza il signor

Egeo. — E qui gittò di traverso un'occhiata ad Egeo, che parve un colpo

di lesina. — Ora io domando, signor questore, se il suo governo, non

contento di tribolare i vivi, astia che sieno sollevati dalle pene anche

i morti!

— Signor curato; innanzi tutto le ricorderò che il mio governo è anche

il suo, e poi che egli veglia perchè i cittadini tutti osservino le

leggi. Qui in casa il padrone è il signor Egeo; e voi, lo giudico dalle

vostre parole, non ignorate il contratto intervenuto fra la sua consorte

e lui. E quando ciò non fosse, chi vi dà il diritto di entrare nelle

case dei cittadini, col pretesto di religione, per isvaligiarle? Come mi

proverete che la signora Amina vi donava quanto eravate in procinto di

portar via?

— Il mio carattere sacro non basta?

— Passò l'usanza.

— Allora io non devo nè posso invocare altra testimonianza, quando anche

non avesse a Dio spiegate l'ale...

— La bell'alma innamorata, continuò cantarellando il questore. — Bravo

reverendo, ma bravo, la ci va fino di _Lucia di Lamermoor_...

Ma il reverendo, quasi sdegnoso di servire di bersaglio ai motteggi

plebei del questore, soggiunse con molta dignità:

— Ecco che io depongo quanto mi fu dato liberamente, protestando però

davanti agli uomini e davanti a Dio del sacrilegio commesso sopra la mia

persona.

— Eh! reverendo, vi risponderò come un dì rispondevano i vicerè di

Sicilia a quelli che li minacciavano ricorrere a Dio e al re per le loro

angherie; Dio è in alto e il re lontano; però quanto ha fatto non basta,

bisogna che adesso estenda la sua compiacenza a farsi frugare dalle mie

guardie, le quali nello esercizio di questa parte penosa del loro

ministero uniranno, vostra reverenza non ne dubiti, uniranno alla

solerzia ogni possibile riguardo.

— Come, ardireste mettere le mani su l'unto del Signore?

— Poi ci laveremo le mani col sapone.

Il curato tremava di rabbia e di paura; l'abitino gli pesava al collo;

onde rivolto ad Egeo, con piglio che parve terribile ed era codardo,

esclamò:

— Ah! siete voi, signor Egeo, proprio voi che volete si strugga nel

fuoco penace il meschino di cui gli occhi appannati dalla morte stavano

perpetuamente innanzi alla vostra defunta? Voi che esponete agli ultimi

oltraggi un sacerdote di Dio?

— Ma io... rispose Egeo esitando. E il prete mascagno chiappa la mosca a

volo e rincara la posta...

— Or bene, io vi ammonisco, e riponetelo bene nella mente, che non

passerà l'anno che voi vi raccomanderete a mani giunte perchè accetti e

porti all'altare di Dio la offerta che gli contrastate adesso: prima che

scada un anno vi cito a comparire innanzi la Corte di assise del

paradiso, per rendervi ragione del vostro iniquo operato...

— O a me non tocca? domanda il questore.

— Di voi e dei pari vostri non si occupa Dio... nè il diavolo; oggi

m'insolentite per ordine del padrone; domani, se il padrone ve lo

comanda, mi bacerete le mani; voi non avete diritto all'odio altrui;

qualcheduno, per mera generosità, potrà disprezzarvi. Adesso, signor

Egeo, fatemi frugare come un borsaiolo.

Egeo, per coteste parole, sentì smuoversi dentro; lo prese il tremitò e

balbettando pregò l'amico questore lasciasse andare in pace il curato:

anzi stette in forse di pregarlo a ripigliarsi la roba che affermava

avergli dato l'Amina, ma non ebbe il tempo, perchè il curato, tiratosi

il mantello su gli occhi, appena n'ebbe agio, come uno spettro, sparì.

— Ouf! sospirò egli a petto dilatato, appena si fu chiuso nella camera

della sua canonica, sono stato a un pelo di passare per occhio; _tamen_,

anche per questa volta san Pietro non ha calato la rete in mare invano;

e tratti fuori della tasca dell'abitino della Madonna del Rosario i

biglietti di banca, li ripose in compagnia degli altri con arti non

migliori acquistati.

Singolare poi fu quest'altro, che Egeo, quantunque non fosse _Filippo_ e

molto meno il _Bello_, pure per lui il curato fu Giacomo Molay, e la

citazione di lui per comparire innanzi che finisse l'anno al tribunale

prese a trottargli pel capo; la sua fantasia si accese pensandoci su;

all'ultimo la sua salute ne rimase alterata: muscoli, nervi, ossa e le

altre parti del suo corpo, come creditori arrabbiati dello attendere

lungo, si presentano a un tratto per farsi pagare i vecchi conti, si

voltavano al vizio onde li sollevasse dalle sequele dello abuso ch'ei ne

aveva fatto: aggiungi che nei casti amplessi maritali egli aveva non già

sorbito, ma tracannato il veleno sifilitico; e se più breve fu in lui la

infermità che sfilaccicò la vita della sua moglie, non per questo ci la

provava meno spasimosa: appena ne sentì i morsi, mandava pel curato, il

quale venne sì, ma con un viso che pareva Longino. Tosto egli prese a

gettargli nell'anima tali e tanti terrori da fare rizzare i capelli, non

che ad altri, al Biancone di Piazza; per un pezzo continuò il tristo

gioco del gatto col topo con lui, finchè un bel giorno, ficcategli le

granfie in corpo, lo costrinse a lasciargli con amplissimo testamento

quanto si trovava a possedere, il quale si giudicò oltre il valsente dei

quattrocentomila franchi senza vincolo di sorta alcuna, comecchè

corresse fra loro la condizione tacita che la eredità si avesse a

dividere in tre parti eguali, di cui una avesse a servire pel suffragio

dell'anima sua, l'altra per quella di Amina, finalmente la terza pel

povero innocente tradito da tutti, e per giunta morto senza sacramenti.

Anzi negli ultimi giorni della sua vita provava consolazione grandissima

a contare col curato quante messe, quanti uffizi e quante esposizioni

del venerabile sarebbero toccate per anima; non rifiniva mai di

raccomandare al curato, badasse bene che la ripartizione si facesse

giusta; ogni avanzo si applicasse sempre all'anima del povero innocente.

Ricordare Omobono non si attentava; solo, _in extremis_ ebbe il coraggio

di susurrarne il nome nell'orecchio al prete.

— E soprattutto, egli disse, vi raccomando Omobono, anche prima di me.

Le quali parole fornirono argomento al prete, ogni volta in seguito gli

veniva fatto favellare di lui, di uscir fuori con questa scappata:

— S'egli si fosse trovato alla passione di Gesù Cristo, poteva darsi il

caso ch'egli ci presentasse la parte del buon ladrone.

*

E per rendere a tutti la dovuta giustizia, il curato non _bruciò il

pagliaccio_ a quelle anime poverine, imperciocchè se si mostrava scarso

con esse a uffizi e a esposizioni, di messe ne spedì loro a bizzeffe,

tutte asciutte e ben condizionate, uscite dalla sua fabbrica, e per

maggiore precauzione celebrate _tutte_ da lui.

Ancora eresse un monumento a Egeo, di marmo di Carrara, però

_ravaccione_; e, come stato un dì professore di rettorica, di sua mano

(doveva dir testa, ma io so ch'ella non ci ebbe che fare) gli compose

l'epitaffio in latino: stette un pezzo fra due se ci avesse a incastrare

l'_integer vitæ_, _scelerisque purus_ di Orazio, ovvero l'_insignis

pietatis vir_ di Virgilio; alfine vinse Virgilio, ed Egeo di Gorgonzola

resta raccomandato ai posteri per le medesime qualità che, secondo

quello ci racconta Virgilio, ornarono Enea Troiano.

FINE DEL TERZO VOLUME.

INDICE DEL TERZO VOLUME.

Capitolo XV. _Pag._ 7

Capitolo XVI. 57

Capitolo XVII. 103

Capitolo XVIII. 249

Capitolo XIX. 349

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (moria/morìa e simili), correggendo senza annotazione

minimi errori tipografici.

Il secolo che muore, vol. III · 第 23 / 23 段