mastino, barbone: non più ringhiava, non più mostrava i denti:
scodinzolava; in breve ei seppe cattivare l'animo suo: allora le
partecipò come Amina, alle interrogazioni giudiciali, avesse risposto:
dei biglietti di banca ella sapere nulla, nè mai averne avuti; forse, ma
non lo poteva affermare, non era fuori del probabile che Omobono
buon'anima, _oltre_ il portafoglio cascato nel lago di Como, ne avesse
un altro; e per ciò verosimile che la signora Elvira, entrandole in
camera mentr'ella versava in gravissimo pericolo di vita, avesse trovato
il portafogli e tenutolo; e non senza perchè, avendo la buon'anima non
una, ma più volte promesso solennemente di costituirle dote
proporzionata al suo grado, che per opinione comune si aveva per
isterminato. La signora marchesa Elvira per senso di dovere, come per
attitudine fisica inettissima alla fabbricazione di biglietti falsi;
tanto potere giurare e giurarlo. Ora il giudice istruttore persuadeva
Elvira a pigliare la testimonianza ordinata a favorirla, tale e quale, e
a servirsene di falsariga per adattarci sopra la sua confessione;
pensasse che veniva ad escludere il dolo dal fatto dell'appropriazione
del portafogli e dall'altro dello spandimento della moneta falsa; pel
resto lasciasse almanaccare gli avvocati. Il tedio del carcere, le
impedite sfrenatezze nelle quali la Elvira irrompeva alla stregua degli
anni declinanti, ed anche perchè si vedeva venire meno ogni altro uncino
dove potersi attaccare con qualche speranza di buon esito, la indussero
ad accettare il partito e a metterlo in pratica.
Rispetto al vecchio Omobono, ci volle il diavolo per ridurlo a termine
di ragione; fieramente di tutto si lamentava e di tutti; i suoi
costituti erano querimonie e imprecazioni perpetue; avere accolto al suo
seno di padre parenti, amici, di ogni maniera infelici, e tutti avergli
deposti nel cuore nidi di aspidi; peggio di ogni altro il proprio
sangue; il suo nipote avere falsato i biglietti, egli averne per milioni
e milioni empito la sua cassa; nè potersene accorgere egli, perchè
inesperto a conoscerli, come quello che non amministrando la cassa non
li aveva in pratica: unico e di piena fiducia, capace a trovare il
bandolo della matassa arruffata, il Nassoli, ma sparito ad un tratto,
non avere lasciato traccia dietro di sè. Cotesta parve acqua grossa, ed
era, ma passò per la doccia; tuttavia faceva mestieri rinvenire un capo
espiatorio, e per ventura non mancava; quello del tradito giovane
Onesti, il quale presentava due qualità uniche all'uopo, era assente e
morto.
Nonostante ciò, fu reputato savio consiglio sostare, affinchè le ardenti
passioni dei creditori sboglientissero, i quali co' pugni chiusi, i
denti stretti, irti i capelli e stremenziti come il Flaxman disegna gli
spettri degli eroi greci comparsi ad Ulisse giù nell'inferno, stavano ad
aspettare che i prigionieri uscissero di carcere per iscorticarli di
santa ragione; ed anche perchè la gente, assuefacendo l'occhio alla
cosa, o dimenticandola nel turbinìo giornaliero delle vicende umane, non
levasse troppo scalpore a vederli prosciolti.
Ed i presagi, come ordinariamente avviene, si verificarono, dacchè nei
fallimenti i tocchi nell'interesse si avventano sul fallito a nugoli e
schiamazzanti peggio dei corvi sopra la bestia morta; ed un convento
intero di monache non varrebbe a ripetere le letanie delle bestemmie e
delle maledizioni che escono loro di bocca; ma poi il nugolo si dirada,
chè qualche stella cadente si stacca a sua posta dal cielo mercantile
per precipitare anch'ella nel fallimento; il tempo cicatrizza la piaga;
e quando ormai si sono adattati a perderli tutti, se mai avvenga di
ricuperare un terzo, non parrà loro perderne i due terzi, bensì
guadagnare un terzo, e, se ti piace, farai loro deliberare un voto di
ringraziamento ai ladri.
I bisticciamenti fra spogliati e spogliatori in commercio arieggiano
agli screzi che corrono fra gl'innamorati; si rappattumano presto; la
causa di pace trovano per lo più nello accordo di spogliare un terzo.
Dopo un attendere lungo, un bel giorno la Camera di consiglio giudicò
tutti i detenuti aversi a riporre in libertà per mancanza di prove;
quanto all'Omobono Onesti, lui spento, spenta l'azione penale. Questa
notizia non fece caldo nè freddo, e tutti poterono tornare inavvertiti
nel consorzio umano, come i ranocchi dalla ripa rituffansi nel pantano.
Innanzi però di aprire la porta del carcere alla Elvira, la costrinsero
ad accettare per patto ch'ella si sarebbe _spontaneamente_ confinata
sotto nome mentito in qualche remota terra di provincia, dove
l'avrebbero mantenuta, e poichè ella capì che reluttando gliene poteva
incogliere peggio, piegò la testa e si ridusse a Gavi, nell'Appennino
Ligure; le tenne dietro il Merlo, delle tante accuse appostegli di
questa unico innocente. Qual vita costà menassero, io volentieri mi
passo raccontare: nella medesima guisa che i gravi tendono perpetuamente
al centro, Elvira ogni giorno più precipitava verso lo stato che gli
uomini appellano abbrutimento, con espressa calunnia delle bestie, di
cui ogni specie vive da pari suo. Nè tabacco, nè acquavite, nè vino
bastavano a sollevare la tetra noia: invece dei bei discorsi come i
pastori di Virgilio costumano, si alternavano sbadigli da fendersi le
mascelle. Le persone dabbene li fuggivano, i ribaldi si peritavano
visitarli; allora il Merlo, per non morir di noia, propose procurarsi la
patente per la rivendita dei tabacchi e dei sali, e piacque; e tanto si
dimenarono con le mani e co' piedi, che l'ottennero. Apersero pertanto
bottega in mercato, dove non mancando frequenza di trecconi e di
vetturali, la bisogna avrebbe potuto camminare pei suoi piedi, se la
Elvira e il Merlo non avessero da per loro consumato la metà delle
provviste; allora trovarono un altro partito, e ci aggiunsero il giuoco:
dopo l'un'ora di notte, chiusa la porta, illuminati appena da una
lampada fumosa, e con carte luridissime si davano a spellicciarsi
scambievolmente a maccao, a toppa, a goffo e ad altri giuochi plebei,
comecchè noi non sappiamo giuoco nobile che sia: ladri sempre, non era
da supporsi che deponessero gli istinti rapaci sopra la soglia: non
l'avrebbero fatto entrando in chiesa, figuratevi se lo volessero fare
entrando in bottega al Merlo! però non passava notte, che Dio metteva in
terra, che non accadessero fiere riotte con accompagnatura di pugni,
seggiolate e legnate ed altra simile confettura: certa notte, fra le
altre, il Merlo attaccò lite con Sandraccio, uomo fino dalla sua nascita
destinato a morire su la forca come il cappone in pentola. Sandraccio,
colto sul punto che rubava la carta, con un pugno mandò a terra la
lampada, e grancita una manata di quattrini se la diede a gambe; il
Merlo, infellonito, salta fuori di bottega, e piglia a rincorrerlo, e
via via tanto che lo arriva sul canto della piazza, quivi gli mette una
mano sopra la spalla, e con la bocca trovandosi presso ad un'orecchia di
lui, di una zannata gliela strappa mezza: il nibbiaccio, ridotto a mal
partito, cacciava urli, che per morte non avria potuto maggiori:
sopraggiunsero due giandarmi, i quali, come suole, diedero lì per lì
torto ad ambedue; ma il Merlo perfidiava a voler dire la sua ragione, e
intanto la ubriachezza e lo affanno non gli permettevano di spicciare
parola, sicchè uno dei giandarmi, non avendo tempo da perdere, mise
fuori le manette, _ultima ratio_ dei giandarmi; al quale argomento non
mostrando volersi arrendere il Merlo, i giandarmi gli strinsero vie più
i panni addosso per persuaderlo; non fu niente di niente; due cotanti
intorato, il Merlo caccia fuori il coltello, e ne passa da banda a banda
il braccio sinistro al giandarme, il quale, senza dire un fiato, cava a
sua posta la rivoltella, e gli spacca il cranio come un melogranato.
Accuse, processi, discorsi da un lato e discorsi dall'altro, ma è
stabilito che ai giandarmi non si può mai negare ragione, massime quando
hanno torto; il nostro giandarme, avendo ragione, stentò alquanto più a
farsela fare; per allora l'assolverono; dopo alquanto spazio di tempo lo
licenziarono, avendo conosciuto i suoi superiori che veramente costui
menava un tantino troppo le mani: gli si contavano tre ammazzati e dieci
feriti nello esercizio della sua nobile professione.
Elvira (caso non raro nè strano) prese a delirare pel giandarme omicida,
che acuto solletico le diede il sembiante terribile e il corpo
atticciato, nè il giandarme trovò il tornaconto a rinnovare il caso di
Giuseppe ebreo, lasciandole il suo tabarro in mano: durò breve il
contubernio; al giandarme non piaceva andare in armento, però dirizzava
l'ale in altre regioni, non senza avere fatto prima _domine repulisti_
in casa dell'amica del cuore; l'Elvira, tutta sottosopra, ricorse alla
pretura, ma o non la crederono o non le diedero retta: allora non le
sovvenendo altro conforto, nè volendo, nè potendo forse ritrarre il
piede dal tristo cammino, prese ad affogare più che mai i molesti
pensieri nell'acquavite. Sovente la raccattarono per le strade in
deplorevole stato, rotta il mento e la fronte, tutta sanguinosa o
intirizzita dal freddo; portata all'ospedale per morta, si riebbe
sempre; ma anche per lei una volta le furono buone mosse, che
stramazzata briaca nel canto di una via, le si rovesciarono addosso le
braci del caldano che portava, onde arsero le vesti e le carni di lei;
la mattina la rinvennero cenere: — uscita di grembo alla natura terra
innocente, ci tornò terra scellerata; ma scellerata o no, ella è
tutt'una; anzi essendo il vizio crapulone, chi sa che la sua terra non
contenesse elementi più idonei al laboratorio della natura, che la terra
costretta alla compagnia della sobria virtù. — Parrebbe che a scavare
tutte queste cose l'uomo ci avesse ad essere condotto come un condannato
alle miniere, ma no; egli si arrangola per sapere e far sapere ch'è una
bestia, e va su i mazzi a pensare che la sua figlia leverà gli occhi al
firmamento per richiamare la memoria di lui morto, invece di cercarne la
traccia fra i lumbrichi del terreno guasto. E' sono gusti!
I parenti dell'Elvira provarono per la morte di lei maravigliosa
contentezza, però non la palesarono, paurosi di rimuginare la cloaca; in
segreto ne fecero baldoria; dove e come morisse lo seppero pochi:
tuttavia rimane in certo mondo memoria di lei come della più bella e più
abietta creatura che sia comparsa fra noi a dare l'ultimo sfregio su la
faccia della nobilea italiana.
Omobono, uscito di prigione con fronte più invetriata delle maioliche di
Luca della Robbia, ricomparve in _Borsa_, abbordando disinvolto or
questo, or quello dei suoi conoscenti. Guai al banchiere caduto! Il
sodalizio loro è compagnia di lupi, uniti per divorare: quando taluno
resta ferito, gli altri gli saltano addosso per divorarlo; nè certo ci è
da fare le maraviglie, che finisca in odio un amore che nei giorni più
lieti si nudriva con dolci messaggi di protesti, conti di ritorno e
precetti a pagamento. Non giovava pertanto scansarlo, nè voltargli le
spalle; per guardature bieche non si sgomentava costui; con disgustosa
famigliarità poneva a tutti le mani addosso, lasciando il segno nero
anche su la veste nera; non gli riescendo co' vecchi archetti a pigliare
più uccelli, prese ad arcare; dapprima chiedeva cento per avere dieci,
ma si ridusse presto a domandare dieci per ottenere uno: e ciò
nonostante questo rigagnolo in breve si seccò; allora fu visto di via in
via rovistare, a mo' che i cani fanno per le spazzature, in traccia
della sua figliuola; cerca, fruga con pervicace insistenza, alla fine la
rinvenne; orribile a vedersi, le comparve davanti: sozzo nelle vesti e
nel corpo, artigli le mani, il volto non più umano, le scarpe a
ciabatta, sdrucite sul tomaio, sicchè seminava, come si suol dire, le
dita; la palandrana per lungo uso lustra, sforacchiata, in brindelli,
quasi bandiera che si fosse trovata a molte battaglie contro la miseria;
il cappello ad ogni sussulto levava in alto il cucuzzolo... pareva la
scatola del frate cercatore quando entra in casa al contadino, e la
sporge col saluto: sia lodato Gesù Cristo, lusinga al nasso e lusinga
alla religione della massaia; ma se era orribile a vedersi, troppo più
era ad udirsi. Egli ghignando si congratulò con Isabella, che la sua
fortuna le concedesse il lusso di beneficare la giovane cieca; cosa di
ottimo augurio, dandogli sicurezza ch'ella potesse adempire il dovere di
compensare il padre che si era quasimente spropriato per lei, e che il
suo figliuolo aveva assassinato: alle corte, pensasse a mantenerlo, e
bene, altrimenti avrebbe ricorso ai tribunali per farla condannare a
passargli la prestazione alimentaria. La povera donna con mani e con
cenni lo supplicava a tacere, onde le sue parole non contristassero il
cuore della infelice giovane; ma costui ringhiava più stizzoso che mai.
— Che importa a me di colei? Veniamo al _gloria patri_... vai d'accordo
a somministrarmi gli alimenti?
— Padre, vi darò quello che posso.
— Parole equivoche... frasi ministeriali: tu hai a pigliare per misura
non la tua potenza, bensì il mio bisogno; d'altronde volere è potere;
l'ha detto anche il Lessona.
— Sentite, padre mio, venite, noi stenteremo purchè stiate bene voi.
— No davvero; io non intendo di starmene in compagnia; le oche vanno in
armento, le aquile volano sole... hai capito... vogliono essere
quattrini... piglierò anche carta; però meglio sarebbero contanti.
— Non urlate, per carità; non mi fate scorgere nel casamento... oh! che
vergogna! che vergogna! Eccovi tutto quello che possiedo — e Isabella
rovesciò le tasche sul tavolino.
— E che sono eglino cotesti soldi? Non mi bastano pel tabacco — pure si
mise a contarli — trenta... trentuno, trentadue, trentatrè... quanti gli
anni di Cristo; — dopo averli intascati soggiunse: — Vo' vedere se ne
hai altri, e fattesi dare le chiavi, frugò armadi e cassettoni, ma non
rinvenne altro: allora, infellonito di trovarli vuoti, si volse alla
figliuola e le domandò:
— E della bella roba che avevi, che ne hai tu fatto?
— Padre mio... la miseria...
— La miseria! Vallo a contare ai morti... come puoi sostenere la
miseria, se ti trovi capace di aprire in tua casa un ricovero di
mendicità?
Isabella per sè avrebbe sopportato ogni cosa, ma udendo umiliare così la
povera cechina, cominciò a venirle meno la pazienza; ventura fu che di
un tratto frullasse per la testa a quel tristo di andarsene, e:
— Orsù, disse, io non vo' entrare nei fatti vostri; domani tornerò a
mezzogiorno in punto... e bada a farmi trovare i _miei_ trentatrè
soldi... per ora, s'intende... perchè tu devi bene ficcarti nella mente
che trentatrè soldi ad un uomo par mio non possono bastare.
Dio solo, che li vide, conobbe i dolori della desolata per sopperire
alle improntitudini di cotesto uomo: anch'ella provò le sue ore di
passione, che fanno sudare acqua e sangue: non bastando l'arrovellato
lavoro notturno e diurno a racimolare i trentatrè soldi ad Omobono e a
provvedere il cibo a due persone, sè condannava al digiuno: e siccome la
povera cieca non avrebbe sofferto nutrirsi mentr'ella si struggeva
d'inedia, il suo cuore di donna e di madre le suggerì, un pietoso
inganno, il quale fu questo: mentr'ella sedevasi a mensa con la cechina,
batteva del cucchiaio in fondo alla scodella, e recatoselo alla bocca,
con le labbra mandava il suono di chi sorbisce materia liquida; e così
dando ad intendere che mangiava, incoraggiava Eufrosina a saziarsi senza
sospetto.
Ormai ho risoluto di non incomodare più gli angioli con le mie
similitudini, però che mi accorgo che anch'essi stanno in bilico di dare
la capata nella bottega del rigattiere, ma io credo (e quest'altra è
roba che nella bottega del rigattiere non capiterà mai) che solo Gesù,
in un trasporto divino, avrebbe saputo trovare così gentile atto di
amore.
È facile immaginare come non corressero troppi giorni che la fatica
incomportabile e lo scarso nutrimento condussero Isabella a tale, che
appena poteva reggersi in piedi; sovente non vedeva gli oggetti interi,
all'opposto, la più parte annegati nel fuoco; le frizzavano i nepitelli
di cocente ardore; non più bianca la congiuntiva degli occhi, bensì
chiazzata di sangue, e tuttavia si fece coraggio per istrascinarsi fino
al mercato a procacciare quel po' di vivere per la giornata: comprò non
so che erbaggi ed una libbra di riso, non badando, come quella che era
sbalordita, ai soldi che aveva in tasca: comprò anche un pane, ma quando
fu sul pagarlo si accorse avanzarle due soldi soli: avvampò di vergogna,
e rimettendo il pane sul banco, parlò tutta tremante:
— Scusate, mi sono dimenticata di portar meco i quattrini per pagarlo.
Senonchè la fornaia, sbirciandola in volto, si accorse che s'ella stava
male in tasca, doveva trovarsi peggio in casa; onde le fece ressa a
pigliarlo, lo pagherebbe a comodo; e la Isabella, dopo alquanto
schermirsi, pensando che in casa non ci era pane, lo pigliò e le disse
grazie, nella pienezza del cuore.
Anche questa sarebbe stata un'azione degna che Dio ne pigliasse ricordo
nel suo taccuino, per ricompensarla nel giorno del giudizio, ma poichè
la moderna filosofia ci ha portato via il giorno del giudizio e Dio, la
fornaia si chiami saldata dalla contentezza che provò, non mi attento
affermare maggiore, ma quasi uguale a quella di vederselo pagare.
La Isabella, salite le scale con lena affannosa, depose la spesa sul
tavolino di cucina; guardò nell'armadio, e recatasi la boccetta
dell'olio in mano, si fece a sperarla di contro all'aria; visto che
conteneva tanto rimasuglio di olio da condire il riso alla Frosina,
parve respirare, ed esclamò:
— Anche per oggi non istenterà, la meschina.
Allora, tolto il coltello, si pose a trinciare l'erbe; quando
l'aspettava meno, ecco comparirle davanti il padre Omobono, che sempre
beffardo le domandò:
— Ebbene, i miei trentatrè soldi li hai tu ammanniti?
— Oh! padre mio, mirate un po' che cosa mi sia riuscito raccattare per
vivere la giornata... ed anche il pane l'ho avuto a credenza; e come
sfinita si lasciò cascare su di una seggiola.
Il volto, l'atto e la voce di lei facevano testimonianza com'ella pur
troppo avesse parlato il vero; per la qual cosa non parve aria ad
Omobono insistere sopra il denaro, ma posta mano sul pane, sul riso e su
gli erbaggi, il pane si cacciò sotto il braccio e il rimanente in tasca,
poi volse imperturbato le spalle per andarsene.
— E noi con che camperemo? gli guaiva dietro Isabella; ed egli, di su il
limitare di casa, di rimando:
— Un giorno di digiuno fa bene all'anima ed al corpo; quella preserva
dal peccato, questo dalla indigestione — e scomparve.
Isabella, che fino a quel punto non aveva avuto balìa di levarsi da
sedere, ecco sentire una fiumana di sangue avventarlesi alla faccia; i
nervi irritati impartirle inusitato vigore, e assorta in piedi lo
rincorse e lo raggiunse a mezzo la prima scala: qui gli pose la mano al
petto e gli disse:
— Rendimi il cibo di quella povera creatura.
Omobono, visto il balenare degli occhi della donna, la rigidità delle
membra e il coltello che per caso l'era rimasto nelle mani, ebbe paura;
feroce ad un punto e codardo come sempre accade tra i vili; quindi si
affrettava a renderle tutto piagnucolando:
— Ed io con che mangio?
Isabella brandì il coltello, ed egli atterrito saltò giù sul
pianerottolo, non tanto presto che Isabella gli potè levare il pane di
sotto al braccio, e tagliatolo gliene porse mezzo dicendogli:
— Con questo voi non potete morire. Al tempo stesso, avendo ricuperata
la minestra e gli erbaggi, aggiungeva: e se volete la minestra,
aspettate che sia cotta.
— All'inferno te e la tua minestra; all'acquavite come ci rimedio? E
così favellava, perchè costui aveva fatto assegnamento su mezzo pane e
sul riso per rinvestirli in tanta acquavite.
Prego il lettore a riscontrare la osservazione che sovente ho fatto per
mio uso, cioè che l'acquavite pei ribaldi tiene il luogo d'Ippocrene pei
poeti: dalla prima i tristi cavano gli estri del delitto, imperciocchè
anche ai perduti quel rompere la legge metta un zinzino di scrupolo, ed
un zinzino più quelle di natura; dopo avere eccitato gli estri del
delitto, fa da calmante al rimorso, il quale taluno morde come la vipera
e tal altro come la zanzara, ma tutti morde.
Il dì veniente, inevitabile come il destino, si presentava Omobono, e lo
avvertivano invano la sua figliuola giacersi inferma; che premeva a lui
se la passione e lo stento l'avevano obbligata a starsene a letto. Volle
passare ad ogni modo, e di su l'uscio della camera prese ad interrogare:
— E i quattrini?
— Non ce ne sono, rispose la inferma.
— E da mangiare?
— Neppure.
— Questo vedremo, e andò a sincerarsi rovistando ogni cosa in cucina ed
i più riposti nascondigli di casa; allora tornò in camera alla
figliuola, dove gli occorse a capo del letto la immagine della Madonna;
era una copia di quella del Sassoferrato, che ha il mesero tirato giù su
gli occhi e le mani bellissime in atto di preghiera, così leggiadramente
soave a vedersi, che devoti e non devoti volentieri le fanno di berretta
col saluto: Dio ti salvi Maria piena di grazie;[61] guardatala alquanto,
Omobono favellò:
[61] Questa Madonna incisa da molti si conosce in commercio:
_venite ad me omnes_, venite tutti da me. Davvero può
risparmiarsi gl'inviti.
— Oh! che gingilla costei che non ti aiuta? E poichè ella o non può, o
non vuole aiutare te, la sforzerò ben io ad aiutare me.
E staccatala dal muro la portò via, strillanti invano e reluttanti le
donne. Omobono, nascostasi la tela sotto il palandrano, a scanso di
scandali se ne andò difilato a venderla a Neftali rigattiere, il quale
dopo un gran battagliare di parole gliela pagò due franchi; costava
cinque volte più la cornice, e pure Neftali, comprata appena, se ne
pentì; temè qualche mal tiro di Omobono; stava proprio su i pruni, onde
prima di mezzogiorno si disfece di cotesta mercanzia pericolosa.
L'acquistò per dodici (e l'ebreo, come di rubrica, giurò per vita sua
che gliela dava a scapito) una _generosa_ devota; cosa ordinaria a
incontrarsi, imperciocchè queste due qualità accordino insieme come il
suono e la voce. La _generosa_, tornata a casa, levò da capo del letto
una vecchia immagine della beata Vergine, e ci sostituì la nuova; poi le
accese il lume, — e questo parve ordinato, perchè la ci avesse a vedere;
poco dopo ci tirò sopra una tendina, — e questo evidentemente perchè non
ci avesse a vedere; contradizioni umane, che si svelano da per tutto,
anche al capezzale del letto delle _generose_.
Volle ventura che la portinaia, non vedendo scendere per tutto il giorno
la signora Isabella, dubitasse che si sentisse male, e si appose; salì,
ed entrata in casa si accorse a un tratto della desolazione delle donne,
onde si profferse amorosa di sovvenirle giusta la sua possibilità.
Isabella, non respingendo il soccorso che Dio le mandava, levò di sotto
al guanciale dov'ella posava il capo una bellissima trina, e la porse
alla portinaia, pregandola gliela portasse a vendere a qualche signora;
da ebrei rigattieri, per amore di Dio, no; del prezzo ricavato in prima
pagasse il fornaio, che le aveva fatto credenza del pane; del rimanente
— e questo le susurrò negli orecchi — provvedesse brodo e alimenti
leggeri per ricreare la povera Eufrosina; quanto a sè non importava,
ormai sentiva avere messo il piede sul cammino della morte, e niente
allettarla a tornare indietro. — La portinaia non le rispose niente;
solo col dito le accennò la giovane cieca; — come per dirle: fatevi
coraggio per lei. La buona donna ebbe avvertenza a tutto. La Isabella,
tostochè la vide uscita, si recò il vivagno del lenzuolo in bocca per
reprimere i singhiozzi, e le lacrime le inondarono la faccia; — perchè
ella pianse? Ah! le venne in mente che coteste trine orlarono
l'accappatoio che coprì i suoi figli quando li inviava al battesimo.
Tanto ormai del suo sangue non vestiranno più alcuno!
A notte affannosa succede giorno pieno di ansietà, imperciocchè le donne
aspettassero da un punto all'altro la visita di Omobono col cuore del
condannato che messo in cappella attende il carnefice che venga per lui;
con maraviglia pari alla contentezza egli non comparve; ed ecco come
andò la cosa. Che Omobono fosse quasi una spugna tenuta per tutta la sua
vita in molle nella malignità lo sappiamo; ora, a cagione delle
avversità e dell'acquavite, la sua malignità, per così dire, si era
immalignita: si era fatto un orologio di cui i minuti, le mezze ore e le
ore segnavano i dolori arrecati altrui; se gli bastava il coraggio,
sarebbero stati delitti; si contentava seminare ceci per le scale,
perchè taluno le ruzzolasse, o vetri per le strade, onde chi va scalzo
si tagliasse; si dilettava introdurre sassolini nelle serrature, onde
l'operaio la mattina perdesse tempo ad aprire la bottega, e spazientito
bestemmiasse il santo nome di Dio. Soleva dire, che se le bestemmie
fossero stati fiori, ne avrebbe colto tutti i giorni un mazzo per
offerirlo a San Gaetano _padre della divina provvidenza_!