Di fatti molte cause di tristezza l'erano cascate addosso tutte di un
groppo; prima la feroce cupidità della Elvira che, richiesta di partire
la spoglia del tradito, proruppe in escandescenze, urlando che a lei
sola toccava sopportare le spese di casa, a lei spandere danaro per
tenersi bene edificati i vecchi amici, procurarsene dei nuovi o mettere
il bavagliolo ai nemici; e poi di che cosa aveva ella bisogno? Ogni cosa
che desiderava, lì stampata; galanterie, delizie, fantasie chiedesse e
domandasse; non le mancava neppure il latte di gallina: aggiungi che ora
le conveniva starsene in casa, farsi dimenticare, non mettersi in vista
della gente; e di queste e di altre simili ragioni chiamava giudice il
Merlo, il quale, da quel furfante matricolato che egli era, le approvava
tutte e ce ne appiccicava di suo. Coteste erano gocciole grosse,
nunziatrici dell'acquazzone, sicchè Amina a dritto poteva dire: il mal
mi preme e mi spaventa il peggio: i servi ogni dì la curavano meno;
passava intere giornate senza vedere anima viva: già era venuta a tale,
che per sospetto non avria mangiato nè bevuto, se non fosse stata la
paura di morire d'inedia. A questa prima causa teneva dietro la
infermità di cui andò un tempo fieramente travagliata, la quale,
comecchè fosse comparsa guarita per virtù del fosfato di mercurio e di
altri farmachi del pari violenti, le serpeggiava insidiosa nel sangue e
di tratto in tratto le annunziava la sua presenza, ora trafiggendole le
ossa in prossimità delle articolazioni, ed ora stirandole i muscoli
dolorosamente; più che tutto le dava spasimo la cefalea notturna, mentre
la luce le pungeva le pupille: oltre l'angoscia fisica, principiava a
impadronirsi di lei un'allucinazione precursora del rimorso, ed era che,
mentre la memoria dei particolari della morte di Omobono in lei
illanguidiva, uno solo cresceva, per così dire, a scapito degli altri; e
consisteva negli occhi di Omobono, quali ella li vide quando gli sollevò
le ciglia per accertarsi se fosse morto, — fisi, con le pupille
contratte, senza coscienza di sguardo e non dimanco terribili, oh!
quanto terribili! — Cotesti occhi non se li poteva levare dinanzi; nel
giorno sempre di faccia a lei, e in mezzo alla tenebra le comparivano
più distinti che mai: la solitudine l'atterriva e la compagnia la
spaventava, per tema non le scappasse di bocca qualche esclamazione
rivelatrice delle sue colpe.
Tutto giorno avviene che ci vediamo sovente apparire davanti la persona
alla quale pensavamo qualche minuto prima; forse ciò avviene perchè la
precorrano gli effluvi noti ai nostri sensi, che emanano da lei, oppure
per tal altro dei tanti segreti della natura che non ha ancora palesato
alla scienza: fatto sta che Amina aveva pensato e pensava ad Egeo quando
gliene annunziarono la visita.
Entrando nella stanza, così al buio, egli investì dentro una sedia, e
parve con suo poco gusto, perchè tirò giù un sagrato da dì delle feste;
quindi, stropicciatosi alquanto la parte offesa, prese a dire:
— Ed ora ci è venuto di Francia anche il costume di stare al buio come
gli operati della cateratta? E pazienza al buio, ma sola, e' ci è da far
morire per la tristezza un morto...
— Ah! buona sera, Egeo; vi ringrazio di non avermi dimenticata; giusto
in questo punto pensava a voi.
— Amina, non è facile dimenticarti dopochè ti abbiamo conosciuta; ma a
ciò diamo di frego; veramente io non veniva per te, bensì per la Elvira;
molto mi preme parlarle; e ora dov'è ita? Come le bastò il cuore di
lasciarti qui sola?
— Oh! a lei basta l'animo per bene altre cose — ed avendo il cuore
pieno, non si potè trattenere di sfogarsi con Egeo; però delle cause
della sua malinconia tacque la seconda e la terza, e della prima
confessò quanto credè spediente, accomodandolo alla sua maniera: delle
insidie mortali a danno dello sventurato Omobono, del proprio corpo
avergli fatto la via pel sepolcro, dei biglietti rapiti... insomma della
truce tela di delitti ordita dalla libidine di avere nè anco un motto;
invece si distese nella infelice passione che l'aveva traviata, e con
arte mirabile toccò della poca generosità usatale dall'uomo troppo
amato... e tuttavia dello averla ridotta in tale stato lo perdonava e
gli pregava pace; entrava a dire della convivenza con la Elvira,
diventatale ormai insopportabile: avere conosciuto a prova come cotesta
perversa la raccogliesse per giovarsene ai suoi fini, ed oggi aborrirla,
o perchè ella avesse conseguito il suo scopo, o perchè non la reputasse
più idonea a procurarglielo; lasciarla in abbandono; non obbedirla i
servi, talora deriderla, fra poco l'avrebbero maltrattata, forse
peggio... e qui la sua voce sonava pianto, imperciocchè quello che
diceva pur troppo temesse.
Egeo sentì i vestigi dell'antica fiamma, chè a modo suo l'aveva amata.
Gli fosse cotesto amore uscito dal naso, dal petto, o dai piedi, come
gl'indiani credono che le diverse coste derivassero dalle varie membra
del Dio Brama, fatto sta ch'ei lo provò un giorno, e adesso ancora,
sotto molta cenere, ne trovava le tracce; perciò le diceva:
— Amina, da' retta: tu, e non lo negare, mi hai trattato peggio
dell'animale ch'è tanta parte nelle mortadelle di Bologna, sicchè non mi
avrebbe da parer vero di agguantare la occasione pel ciuffo di
vendicarmi di te; ma no; io ti volli bene e te ne voglio;
Anche infedel ti amai;
Ed or che sei tradita,
Le braccia io ti apro e voglio
Renderti soglio e onor,
come canta Percy nell'_Anna Bolena_; dunque veniamo al _grano_, come
diceva l'ebreo Marini; della mia vita ho risoluto fare una fine; mi è
saltata addosso la fantasia di pigliare domicilio nel paese magno della
quiete eterna, ma adagio adagio... con tutti i comodi... in bussola.
Tutto provai, meno la parte del galantuomo: ebbene, proviamo anche
questa; non fosse altro per erudizione. Alle corte, se tu acconsenti, io
ti levo di qui e ti conduco presso la mia parente a Locarno, per
ricrearti: poi ti sposerò, o non ti sposerò, come ti garberà: io la
rimetto in te. Avverti bene, ricco io non sono più, ma da vivere lo
raccapezzerò sempre; a sfoggi dunque non ti ci aspettare; tuttavolta da
questa vita ci usciremo un po' meglio vestiti di quando ci siamo
entrati; perchè, mira, Amina, io non so chi fossero i _maggior tui_, ma
metto pegno che tu devi avere ereditato qualche cosa meno di venti
milioni.
— Egeo, e quando vorreste mandare a esecuzione la vostra proposta?
domandò Amina stendendogli la mano.
— Per me, anche subito.
Allora Amina si levò risoluta e si fece nella camera da letto, donde
dopo brevi istanti uscì vestita, col cappello in capo, e disse a Egeo:
— Andiamo. Bada anche tu, e pensaci bene per non avertene a pentire poi,
da queste vesti che mi cuoprono in fuori io non possiedo altro nel
mondo; venendo a te sarebbe follia che io pretendessi amore eletto e
puro; saranno norma alla nostra convivenza le parole del poeta:
Egli mi amò per le sventure mie,
Ed io l'amai per la pietà che n'ebbe.
— Andiamo, soggiunse Egeo, mi tengo per avvisato; il peggio passo è
quello dell'uscio.
*
Elvira tornò a casa tardi; l'accompagnava il Merlo, avvinazzati
entrambi; ella straviziava in sala con principi e marchesi; egli in
cucina co' servi; ella aveva giocato al faraone, egli a briscola; ella
aveva vinto, egli perso, però gli era entrato il diavolo in corpo;
mentre Elvira stava per andarsene in camera, i servi la informarono
ch'era venuto il signor Egeo, il quale aveva condotto seco la signora
Amina; al che ella osservava: — E' va pei suoi piedi, la vedovanza l'è
venuta in uggia; sta bene, andate a dormire; e tu, furfante, marcia in
camera, e prima di coricarti risciacquati la bocca.
A cui di rimando il Merlo:
— O sai che nuova c'è'? Io non ci voglio più venire. In pubblico mi
tocca a stare fuori di carrozza col cocchiere a cassetta; in casa a
letto con te; o insieme da per tutto, o da per tutto separati; io te
l'ho detto per la terza volta, e tu non la vuoi capire.
— Ed io per la quarta volta ti avverto che il tuo destino mi sta in cima
della mia scarpa diritta; va' là, buffone, marcia a letto.
Un pipistrello ricoperse con le ale cotesto osceno rimescolamento, che
amore non si potrebbe dire senza offesa anche dei figli della Venere
terrena.
Quando Elvira si vide il giorno dipoi comparire davanti Egeo, diede
subito mano al suo agaiolo per cavarne gli aghi più acuti per
trafiggerlo; ma egli, o non sentendo, o non curando coteste punture, le
favellò così:
— Amina, come sai, ha lasciato la tua casa a cagione delle sevizie con
le quali tu avevi preso a tribolarla.
— Non è vero nulla... ella ingratissima... ella disamorata...
— Risparmiati il fiato, o adorabile Elvira, per quando sarai arrivata
all'articolo _mortis_, perchè io so appuntino dove e come te ne sei
lavata la bocca; ti è bastato fino l'animo di dolerti ch'ella ti aveva
screditata la casa! E di ciò, se ci pensi un momento, devi essere
maravigliata anche tu. _Siamo onesti_, come disse il Ricasoli: tu te
l'appropriasti come arnese adattato ai tuoi interessi; ora che tu li hai
fatti lo butti via. Gua'! Che ti ho a dire? Tu sei nel tuo diritto, e
certo non sarò io quegli che ti biasimerà; tiriamo un frego su questo e
non perdiamo più tempo. A quest'ora Amina si trova a Sesto Calende,
donde pel Lago Maggiore si condurrà a Locarno; nella notte scorsa venne
ospitata in casa Sebergondi, dove certo la passò più innocentemente di
te; ma ciò non rileva. Io venni qui per dirti che dalle vesti che la
coprono in fuori ella non si è portato altro: ora, ti domando io, ti
pare egli decoro lasciarla uscire così ignuda da casa tua?
Elvira, per cotesto parole, si sentì punta nel suo orgoglio, che di
bontà e di convenienza ormai non si aveva a parlare con lei; onde
alquanto risentita rispose:
— Se la sguaiata non se ne fosse partita _insalutato hospite_, avrei
atteso a provvederla del bisognevole.
— Oh! via, di questo non la incolpare; fui io che la persuasi ad
assentarsi così, per risparmiare ad ambe le parti una separazione che,
forse a torto, io dubitai non si sarebbe effettuata senza qualche
amarezza.
— Basta, io te la crederò come tu me la conti; qualche po' di danaro se
l'avrebbe pure a trovare.
— Nè anche un soldo per far cantare un cieco.
— E sarà; la è tanto sprecona.
— Non l'hai creata, bensì tirata su ad immagine tua.
— Ecco, un quaranta... un trentamila lire io gliele regalerò; con queste
e col profitto che caverà dai suoi talenti potrà tirarsi innanzi
discretamente.
— E così per lo appunto disegna di fare, ma danari non ne vuole.
— Non vuole danari!
— No; ella teme che le abbiano a portare sciagura; mi prega solo dirti
tu le sia cortese di mandarle la roba sua: ora tu contentala in questo:
dei quattrini parleremo più tardi fra te e me.
— Si accomodi come le aggrada; torna domani e troverai i suoi bauli
allestiti.
— Chi ha tempo non aspetti tempo, cuor mio; io non ho da fare niente, e
tu, a quanto sembra, nemmeno; riponiamo subito le sue robe nei bauli; io
glieli spedirò immediatamente a Locarno, e cosa fatta capo ha.
Elvira assentiva: chiamati il Merlo e gli altri famigli di casa, si
diedero a empire bauli di ogni maniera vesti, calzature e cappelli di
Amina; la Elvira ci aggiunse roba di suo, e non poca; nè vesti sole, ma
dorerie e gioielli altresì. Dato fine alla faccenda, Egeo disse:
— Or ora vado a spedirli, sicchè ci è caso che la roba arrivi a Locarno
prima di lei; ma e tu non le scriverai nulla?
— Che le ho da scrivere, io?
— Mira! Cause d'inimicizia tra voi non ce ne avrebbero ad essere; forse
un cotal po' di gozzaia, che importa a te come a lei levare di mezzo;
fai una cosa, scrivile _sol due righe di biglietto_.
— Io abbassarmi davanti a lei? _Jamais_.
— Ma che abbassare! Che abbassare! Tu hai da scriverle da protettrice,
alla grande; ecco, presso a poco così; e disse il come.
Allora Elvira si pose a pensarci su, e dopo alquanti minuti di
riflessione conchiuse:
— Andiamo via, i consigli di _Figaro_ ci sieno di norma; e sedutasi al
tavolino scrisse:
«Tutta cara Amina,
«Apprendo da Egeo la tua partenza per Locarno: quanto questa tua
risoluzione mi peni, io non ti dirò; ma tu sei donna di subitanei
consigli, e a Dio piacesse che come subiti fossero sempre buoni: ma di
ciò basta. Avrei voluto assegnarti centomila lire (quando temeva che le
potessero venire accettate, disse quaranta o trenta; adesso, sicura che
non le aveva a dare, sbracciava a uscita), ma Egeo mi dichiara che tu
rifiuti recisamente danari, ferma nel proposito di sopperire ai tuoi
bisogni col frutto del tuo lavoro; quantunque ciò mi sappia un po' di
superbia, pure io lodo, e faccio voti che la Provvidenza ti secondi. Ad
ogni modo ti avverto che, in qualsivoglia caso, come la casa ti saranno
aperte le braccia della tua benefattora; tu non picchierai mai invano
alla porta del mio palazzo, nè mai invano ti richiamerai al mio cuore.
Sii felice come ti auguro e rammenta qualche volta chi ebbe affetto di
madre per te. — ELVIRA.»
In poscritto le annunziava la spedizione della roba; ce ne aveva
aggiunto qualche po' della sua, che la pregava a tenere in memoria di
lei.
Egeo prese la lettera, assumendo il carico dello invio, e, domandata
licenza di allontanarsi alquanto per curare il trasporto dei bauli,
disse a Elvira non si movesse di casa, sarebbe in breve di ritorno,
averle a dire cosa di suprema importanza per lei. Coteste parole buttate
là valsero a mettere sottosopra lo spirito della mala femmina, per la
vecchia ragione che chi porta la coda di paglia teme sempre che gli
pigli fuoco: quando Egeo dopo un'ora tornò, sebbene in vista comparisse
tranquilla, pure ella in cuore tremava; appena lo vide, ridendo di un
suo riso alla trista, gli disse:
— Ebbene, qual tu ne vieni a me, colomba o corvo?
— Elvira, non corre tempo da scherzi; ti parlerò schietto e succinto;
dimmi, ti si sarebbero a caso attaccati alle mani biglietti di banca di
provenienza Onesti o Boncompagni?
— Che discorsi mi fai? urlò Elvira, e con vicenda assidua ora avvampava
in faccia ed ora impallidiva come per morte. Ah! me lo porgeva il cuore
che Amina ti avrebbe messo su... Calunnie... tutte infamie... lo giuro
su l'onore mio... su l'anima..
— Elvira, per l'amor Dio, non mettiamo tanta roba a sovvallo; calmati.
Amina, non mi ha parlato di niente; io lo arguiva dalle folli spese che
fai.
— O che credi il mio tempio così venuto in ira agli Dei, che lo abbiano
disertato tutti i devoti?
— Io invece penso che un devoto ti sia rimasto, non però di quelli che
offrono, bensì degli altri che accattano.
— Sei un insolente, esci dal mio cospetto.
— Ti servo di cuore; ma ti avverto prima che i biglietti spesi da te
sono falsi, che la giustizia sta dietro a cercarne la traccia, che è in
pelle in pelle a perquisire te, me e chi sa quanti altri: se ne possiedi
e non vuoi trovarti a guai, bruciali; altro non ho da dirti, e ti bacio
le mani.
Ecco la occasione porgermi il ciuffo, perchè io, aperto lo armadio delle
similitudini, ne sciorini almeno un paio, incominciando dal fulmine,
dall'albero e dal pastore; ma non ne farò niente, stringendomi a dire
che Elvira, appena Egeo fu uscito, corse affannata a tirare il cordone
del campanello; se nonchè giunta a mezzo della stanza il Merlo mise
fuori il capo dall'uscio aperto dicendo:
— Non ti scarmanare, eccomi qui.
E siccome ella pigliava a narrargli il successo per filo e per segno,
egli la interruppe con queste parole:
— Tira via, che ho sentito tutto dal buco della chiave.
— E se hai sentito, adesso che pesci pigliamo?
— Ci devi pensar tu; tu li hai da friggere e tu infarinali.
— Rammentati che a tavola ti ci sei messo anche tu.
— Sicuro, eh! che dovrei servirti _gratis_ di coppa e di coltello?
— Ma non meniamo il cane per l'aia: se ci trovano con questi biglietti
falsi temo che entreremo in un bertovello serio,
— Ora che ci penso, ma sai, padrona, che sei curiosa; finchè i biglietti
riputavi buoni dicevi sempre io; adesso che li sai falsi parli in
plurale.
— E chi ti dice che io li stimo falsi?
— E allora che smanie sono le tue? Tienteli e goditeli.
— Ma se fossero falsi?
— E allora bruciali.
— Si fa presto a bruciare, e poi come tiriamo innanzi?
— Se ti scomoda bruciarli, e tu non li bruciare.
— Vedi, Merlo, quest'altro mi dà noia... ne ho spesi tanti e a tanti gli
ho dati, che a dire di no sarà lo stesso che negare il paiolo in capo.
— Senti, se la duri così ti avverrà come all'asino, che non sapendosi
risolvere tra la biada e il fieno da che parte incominciare, morì di
fame.
— Ecco, io avrei pensato a schermirmi così: li piglierei quanti sono, li
porterei subito fuori di casa e porrei in deposito presso qualcuno de'
tuoi amici.
— E se la giustizia glieli trova?
— Quando ho detto tuo amico, ho voluto indicare persona che un delitto
più non sarà quello che la manderà in galera.
— Ci è del buon senso in questo tuo discorso, pure devi considerare ch'è
sempre l'ultimo grano quello che dà la balta alla bilancia: epperò io
opino che senza mancia nessuno vorrà incaricarsi del deposito:
d'altronde ogni fatica merita premio.
— Quanto a questo non ci trovo a ridire: promettigli un terzo, la
metà...
— Generosa come un ladro.
— Giusto, a proposito di ladri, ma pensiamo un po' al risico che il tuo
amico ci porti via sacco e radicchio.
— I ladri non rubano ai ladri... che poi sia sempre così non vorrei
scommettere; pure affermo che i ladri fra i ladri si trovano più rari
che fra voi gentiluomini i galantuomini.
— E questa perla di ladro l'avresti sotto mano, Merlo?
— Non uno, ma tanti da fartene un vezzo.
— Ebbene, va' in camera; to' qui la chiave del _segretario_; prendi
tutto il portafogli e diamo sesto a questa faccenda, che mi scotta le
dita.
— Tu la vuoi far bollire e mal cocere, o non ti parrebbe meglio
rimandarla a stasera?
— No... il cuore mi dice che abbiamo tardato anche troppo.
Il Merlo andava e tornava col medesimo portafogli arraffato da Elvira a
Nervi sotto la finestra del morente Omobono; però smagrito come un
infermo messo nell'ospedale a mezzo vitto senza vino. In questa la
cameriera tutta sottosopra irrompe nella stanza annunziando:
— Signora... tre signori domandano di lei.
— Fateli entrare...
Erano belli ed entrati secondo la usanza vecchia degli sbirri classici,
i quali comparivano in tavola senza prezzemolo. Il Merlo fu agguantato
come il gatto col lardo nelle granfie. Allora accadde, come suole, di
chiacchiere un diluvio, e, come suole, le ragioni dette agli sbirri
furono un monte, e questi, secondo il consueto, non rifinivano di
assicurare essere affaruccio da nulla, cose da accomodarsi in un _fiat_;
e al Merlo arrangolava a ripetere:
— Ed io come ci entro? Se mi hanno trovato il portafogli in mano, egli è
perchè la mia signora mi ha ordinato portarglielo dalla camera in
salotto. O che non doveva obbedire io? Me ne rimetto a lor signori,
specchi della vera disciplina... prima di mancare alla obbedienza lor
signori, mi hanno detto, ammazzerebbero il padre.
— Ma sicuramente, rispondevano gli sbirri, è chiara a luce meridiana,
con un bocconcino di schiarimento alla questura vedrà che lo rimettono
in libertà sul tamburo.
— Lo crederei!
— Favorisca, signora, intanto diceva il più galante degli sbirri,
offrendo il braccio alla Elvira ma questa, punta lì per lì
nell'orgoglio, respingendolo fieramente, domandò:
— E dove, in grazia, pretendete menarmi?
Il poliziotto, a sua volta sgraffiato, avanzò subito le punte degli
artigli e rispose con ipocrito sarcasmo:
— Scusi, madama, mi pareva averle detto alla questura, dove il signor
questore l'aspetta per procurarsi il piacere di fare la sua conoscenza.
— Aspettate tanto che il cocchiere attacchi la carrozza.
— Oh! la non si stia a disturbare, ci ho provvisto io; la non dubiti che
ogni cosa procederà con decoro.
Di fatti non una, bensì due carrozze trovarono ammannite a piè
dell'uscio, e quando Elvira, adagiatasi in una, chiamava il Merlo perchè
andasse a sederle allato, il poliziotto offeso nella sua dignità le
avvertiva:
— Lei, signor maestro di casa, si compiaccia accomodarsi col suo
portafogli in quest'altra carrozza che ci si troverà più alla larga.
La questura non toccarono nemmeno: diritti come fusi in prigione; l'una
dall'altro divisi; entrambi in prigione. Il portafogli, dopo che ebbero
riscontrato i biglietti, sigillarono e consegnarono al giudice
istruttore, che stese la confessione libera del Merlo appartenere tutti
cotesti oggetti alla marchesa sua signora padrona, e gliela fece
sottoscrivere insieme a due testimoni superiori a qualunque eccezione,
il confessore e il dottore delle carceri; questi medico del corpo,
quegli medico dell'anima dei prigionieri.
Nell'ora stessa che perquisirono la casa di Elvira, altri _poliziotti_
compivano la medesima faccenda nelle case del defunto Onesti e di
Omobono Boncompagni, ed in tutte qualche cosa pescavano; in casa
dell'Onesti torchi, colori, carte ottimamente apparecchiate per falsare
i biglietti, pietre litografiche, tavole di rame, bulini, pennelli: uno
armamentario intero da fabbricante di cedole false; presso il
Boncompagni, nelle stanze di casa nulla, e neppure nel banco: su in
soffitta pezzi di ferro antichi e sconnessi, di uso non determinato;
qualche punzone di carattere inglese, ed un marchio assai male condotto,
rappresentante l'arme dell'Inghilterra. Qualche benigno questore (ed i
questori sono benigni tutti, come possono attestare quanti li ebbero in
pratica) avrebbe di punto in bianco sospettato che, dopo essersi
ingegnati a falsare le cedole di Banca inglese, ne avessero deposto il
pensiero.
Ora le ruote del processo, lungamente ferme, ripigliano a girare con
celerità maravigliosa; anzi, si sarebbe detto che da qualche mano arcana
venissero unte; e quanto più si accostavano al fine, più turbinavano
veloci. Di un tratto, quando uomo se lo aspettava meno, ferme da capo di
stianto. O come ciò?
Ecco: gli affini di Elvira, al solo udire rammentarla, strabiliavano, i
congiunti si sentivano venire addosso i sudori freddi; per verità, e lo
notammo, a lei non erano mancati gli esempi materni e nè i paterni
avvertimenti, ma sempre invano; ella era proprio ramo tagliato da madre
natura dall'albero del male; la perversità aveva rovesciato a panieri i
più maligni dei suoi influssi sopra di lei; ribalda nacque, come
velenosa la vipera. Se ammazzata alla chetichella, avvelenata, o meglio
annegata col sasso al collo per non tornare più a galla, nessuno dei
suoi si sarebbe fatto vivo, qualcuno, all'opposto, avrebbe portato il
voto alla Madonna; ma ora non per lei, bensì per sè trepidavano; il
nobilissimo loro casato adesso correva rischio, dopo passata la trafila
di un processo infame, mettere capo alla galera, e questo li scottava.
Se gli affini fossero stati sicuri che i tribunali avrebbero condannata
la donna sotto il nome dei congiunti, non se ne sarieno dati per intesi,
e così del pari i congiunti nel caso inverso; però grande turbava tutti
il sospetto i loro nomi uniti avessero a figurare sopra i registri dello
ergastolo, quindi strinsero lega per cavarne la Elvira ad ogni costo;
così vediamo sovente nelle classi privilegiate, che ciò che per amore
non si fa, per paura d'infamia si effettua.