— Male, Egeo, male.

Di fatti molte cause di tristezza l'erano cascate addosso tutte di un

groppo; prima la feroce cupidità della Elvira che, richiesta di partire

la spoglia del tradito, proruppe in escandescenze, urlando che a lei

sola toccava sopportare le spese di casa, a lei spandere danaro per

tenersi bene edificati i vecchi amici, procurarsene dei nuovi o mettere

il bavagliolo ai nemici; e poi di che cosa aveva ella bisogno? Ogni cosa

che desiderava, lì stampata; galanterie, delizie, fantasie chiedesse e

domandasse; non le mancava neppure il latte di gallina: aggiungi che ora

le conveniva starsene in casa, farsi dimenticare, non mettersi in vista

della gente; e di queste e di altre simili ragioni chiamava giudice il

Merlo, il quale, da quel furfante matricolato che egli era, le approvava

tutte e ce ne appiccicava di suo. Coteste erano gocciole grosse,

nunziatrici dell'acquazzone, sicchè Amina a dritto poteva dire: il mal

mi preme e mi spaventa il peggio: i servi ogni dì la curavano meno;

passava intere giornate senza vedere anima viva: già era venuta a tale,

che per sospetto non avria mangiato nè bevuto, se non fosse stata la

paura di morire d'inedia. A questa prima causa teneva dietro la

infermità di cui andò un tempo fieramente travagliata, la quale,

comecchè fosse comparsa guarita per virtù del fosfato di mercurio e di

altri farmachi del pari violenti, le serpeggiava insidiosa nel sangue e

di tratto in tratto le annunziava la sua presenza, ora trafiggendole le

ossa in prossimità delle articolazioni, ed ora stirandole i muscoli

dolorosamente; più che tutto le dava spasimo la cefalea notturna, mentre

la luce le pungeva le pupille: oltre l'angoscia fisica, principiava a

impadronirsi di lei un'allucinazione precursora del rimorso, ed era che,

mentre la memoria dei particolari della morte di Omobono in lei

illanguidiva, uno solo cresceva, per così dire, a scapito degli altri; e

consisteva negli occhi di Omobono, quali ella li vide quando gli sollevò

le ciglia per accertarsi se fosse morto, — fisi, con le pupille

contratte, senza coscienza di sguardo e non dimanco terribili, oh!

quanto terribili! — Cotesti occhi non se li poteva levare dinanzi; nel

giorno sempre di faccia a lei, e in mezzo alla tenebra le comparivano

più distinti che mai: la solitudine l'atterriva e la compagnia la

spaventava, per tema non le scappasse di bocca qualche esclamazione

rivelatrice delle sue colpe.

Tutto giorno avviene che ci vediamo sovente apparire davanti la persona

alla quale pensavamo qualche minuto prima; forse ciò avviene perchè la

precorrano gli effluvi noti ai nostri sensi, che emanano da lei, oppure

per tal altro dei tanti segreti della natura che non ha ancora palesato

alla scienza: fatto sta che Amina aveva pensato e pensava ad Egeo quando

gliene annunziarono la visita.

Entrando nella stanza, così al buio, egli investì dentro una sedia, e

parve con suo poco gusto, perchè tirò giù un sagrato da dì delle feste;

quindi, stropicciatosi alquanto la parte offesa, prese a dire:

— Ed ora ci è venuto di Francia anche il costume di stare al buio come

gli operati della cateratta? E pazienza al buio, ma sola, e' ci è da far

morire per la tristezza un morto...

— Ah! buona sera, Egeo; vi ringrazio di non avermi dimenticata; giusto

in questo punto pensava a voi.

— Amina, non è facile dimenticarti dopochè ti abbiamo conosciuta; ma a

ciò diamo di frego; veramente io non veniva per te, bensì per la Elvira;

molto mi preme parlarle; e ora dov'è ita? Come le bastò il cuore di

lasciarti qui sola?

— Oh! a lei basta l'animo per bene altre cose — ed avendo il cuore

pieno, non si potè trattenere di sfogarsi con Egeo; però delle cause

della sua malinconia tacque la seconda e la terza, e della prima

confessò quanto credè spediente, accomodandolo alla sua maniera: delle

insidie mortali a danno dello sventurato Omobono, del proprio corpo

avergli fatto la via pel sepolcro, dei biglietti rapiti... insomma della

truce tela di delitti ordita dalla libidine di avere nè anco un motto;

invece si distese nella infelice passione che l'aveva traviata, e con

arte mirabile toccò della poca generosità usatale dall'uomo troppo

amato... e tuttavia dello averla ridotta in tale stato lo perdonava e

gli pregava pace; entrava a dire della convivenza con la Elvira,

diventatale ormai insopportabile: avere conosciuto a prova come cotesta

perversa la raccogliesse per giovarsene ai suoi fini, ed oggi aborrirla,

o perchè ella avesse conseguito il suo scopo, o perchè non la reputasse

più idonea a procurarglielo; lasciarla in abbandono; non obbedirla i

servi, talora deriderla, fra poco l'avrebbero maltrattata, forse

peggio... e qui la sua voce sonava pianto, imperciocchè quello che

diceva pur troppo temesse.

Egeo sentì i vestigi dell'antica fiamma, chè a modo suo l'aveva amata.

Gli fosse cotesto amore uscito dal naso, dal petto, o dai piedi, come

gl'indiani credono che le diverse coste derivassero dalle varie membra

del Dio Brama, fatto sta ch'ei lo provò un giorno, e adesso ancora,

sotto molta cenere, ne trovava le tracce; perciò le diceva:

— Amina, da' retta: tu, e non lo negare, mi hai trattato peggio

dell'animale ch'è tanta parte nelle mortadelle di Bologna, sicchè non mi

avrebbe da parer vero di agguantare la occasione pel ciuffo di

vendicarmi di te; ma no; io ti volli bene e te ne voglio;

Anche infedel ti amai;

Ed or che sei tradita,

Le braccia io ti apro e voglio

Renderti soglio e onor,

come canta Percy nell'_Anna Bolena_; dunque veniamo al _grano_, come

diceva l'ebreo Marini; della mia vita ho risoluto fare una fine; mi è

saltata addosso la fantasia di pigliare domicilio nel paese magno della

quiete eterna, ma adagio adagio... con tutti i comodi... in bussola.

Tutto provai, meno la parte del galantuomo: ebbene, proviamo anche

questa; non fosse altro per erudizione. Alle corte, se tu acconsenti, io

ti levo di qui e ti conduco presso la mia parente a Locarno, per

ricrearti: poi ti sposerò, o non ti sposerò, come ti garberà: io la

rimetto in te. Avverti bene, ricco io non sono più, ma da vivere lo

raccapezzerò sempre; a sfoggi dunque non ti ci aspettare; tuttavolta da

questa vita ci usciremo un po' meglio vestiti di quando ci siamo

entrati; perchè, mira, Amina, io non so chi fossero i _maggior tui_, ma

metto pegno che tu devi avere ereditato qualche cosa meno di venti

milioni.

— Egeo, e quando vorreste mandare a esecuzione la vostra proposta?

domandò Amina stendendogli la mano.

— Per me, anche subito.

Allora Amina si levò risoluta e si fece nella camera da letto, donde

dopo brevi istanti uscì vestita, col cappello in capo, e disse a Egeo:

— Andiamo. Bada anche tu, e pensaci bene per non avertene a pentire poi,

da queste vesti che mi cuoprono in fuori io non possiedo altro nel

mondo; venendo a te sarebbe follia che io pretendessi amore eletto e

puro; saranno norma alla nostra convivenza le parole del poeta:

Egli mi amò per le sventure mie,

Ed io l'amai per la pietà che n'ebbe.

— Andiamo, soggiunse Egeo, mi tengo per avvisato; il peggio passo è

quello dell'uscio.

*

Elvira tornò a casa tardi; l'accompagnava il Merlo, avvinazzati

entrambi; ella straviziava in sala con principi e marchesi; egli in

cucina co' servi; ella aveva giocato al faraone, egli a briscola; ella

aveva vinto, egli perso, però gli era entrato il diavolo in corpo;

mentre Elvira stava per andarsene in camera, i servi la informarono

ch'era venuto il signor Egeo, il quale aveva condotto seco la signora

Amina; al che ella osservava: — E' va pei suoi piedi, la vedovanza l'è

venuta in uggia; sta bene, andate a dormire; e tu, furfante, marcia in

camera, e prima di coricarti risciacquati la bocca.

A cui di rimando il Merlo:

— O sai che nuova c'è'? Io non ci voglio più venire. In pubblico mi

tocca a stare fuori di carrozza col cocchiere a cassetta; in casa a

letto con te; o insieme da per tutto, o da per tutto separati; io te

l'ho detto per la terza volta, e tu non la vuoi capire.

— Ed io per la quarta volta ti avverto che il tuo destino mi sta in cima

della mia scarpa diritta; va' là, buffone, marcia a letto.

Un pipistrello ricoperse con le ale cotesto osceno rimescolamento, che

amore non si potrebbe dire senza offesa anche dei figli della Venere

terrena.

Quando Elvira si vide il giorno dipoi comparire davanti Egeo, diede

subito mano al suo agaiolo per cavarne gli aghi più acuti per

trafiggerlo; ma egli, o non sentendo, o non curando coteste punture, le

favellò così:

— Amina, come sai, ha lasciato la tua casa a cagione delle sevizie con

le quali tu avevi preso a tribolarla.

— Non è vero nulla... ella ingratissima... ella disamorata...

— Risparmiati il fiato, o adorabile Elvira, per quando sarai arrivata

all'articolo _mortis_, perchè io so appuntino dove e come te ne sei

lavata la bocca; ti è bastato fino l'animo di dolerti ch'ella ti aveva

screditata la casa! E di ciò, se ci pensi un momento, devi essere

maravigliata anche tu. _Siamo onesti_, come disse il Ricasoli: tu te

l'appropriasti come arnese adattato ai tuoi interessi; ora che tu li hai

fatti lo butti via. Gua'! Che ti ho a dire? Tu sei nel tuo diritto, e

certo non sarò io quegli che ti biasimerà; tiriamo un frego su questo e

non perdiamo più tempo. A quest'ora Amina si trova a Sesto Calende,

donde pel Lago Maggiore si condurrà a Locarno; nella notte scorsa venne

ospitata in casa Sebergondi, dove certo la passò più innocentemente di

te; ma ciò non rileva. Io venni qui per dirti che dalle vesti che la

coprono in fuori ella non si è portato altro: ora, ti domando io, ti

pare egli decoro lasciarla uscire così ignuda da casa tua?

Elvira, per cotesto parole, si sentì punta nel suo orgoglio, che di

bontà e di convenienza ormai non si aveva a parlare con lei; onde

alquanto risentita rispose:

— Se la sguaiata non se ne fosse partita _insalutato hospite_, avrei

atteso a provvederla del bisognevole.

— Oh! via, di questo non la incolpare; fui io che la persuasi ad

assentarsi così, per risparmiare ad ambe le parti una separazione che,

forse a torto, io dubitai non si sarebbe effettuata senza qualche

amarezza.

— Basta, io te la crederò come tu me la conti; qualche po' di danaro se

l'avrebbe pure a trovare.

— Nè anche un soldo per far cantare un cieco.

— E sarà; la è tanto sprecona.

— Non l'hai creata, bensì tirata su ad immagine tua.

— Ecco, un quaranta... un trentamila lire io gliele regalerò; con queste

e col profitto che caverà dai suoi talenti potrà tirarsi innanzi

discretamente.

— E così per lo appunto disegna di fare, ma danari non ne vuole.

— Non vuole danari!

— No; ella teme che le abbiano a portare sciagura; mi prega solo dirti

tu le sia cortese di mandarle la roba sua: ora tu contentala in questo:

dei quattrini parleremo più tardi fra te e me.

— Si accomodi come le aggrada; torna domani e troverai i suoi bauli

allestiti.

— Chi ha tempo non aspetti tempo, cuor mio; io non ho da fare niente, e

tu, a quanto sembra, nemmeno; riponiamo subito le sue robe nei bauli; io

glieli spedirò immediatamente a Locarno, e cosa fatta capo ha.

Elvira assentiva: chiamati il Merlo e gli altri famigli di casa, si

diedero a empire bauli di ogni maniera vesti, calzature e cappelli di

Amina; la Elvira ci aggiunse roba di suo, e non poca; nè vesti sole, ma

dorerie e gioielli altresì. Dato fine alla faccenda, Egeo disse:

— Or ora vado a spedirli, sicchè ci è caso che la roba arrivi a Locarno

prima di lei; ma e tu non le scriverai nulla?

— Che le ho da scrivere, io?

— Mira! Cause d'inimicizia tra voi non ce ne avrebbero ad essere; forse

un cotal po' di gozzaia, che importa a te come a lei levare di mezzo;

fai una cosa, scrivile _sol due righe di biglietto_.

— Io abbassarmi davanti a lei? _Jamais_.

— Ma che abbassare! Che abbassare! Tu hai da scriverle da protettrice,

alla grande; ecco, presso a poco così; e disse il come.

Allora Elvira si pose a pensarci su, e dopo alquanti minuti di

riflessione conchiuse:

— Andiamo via, i consigli di _Figaro_ ci sieno di norma; e sedutasi al

tavolino scrisse:

«Tutta cara Amina,

«Apprendo da Egeo la tua partenza per Locarno: quanto questa tua

risoluzione mi peni, io non ti dirò; ma tu sei donna di subitanei

consigli, e a Dio piacesse che come subiti fossero sempre buoni: ma di

ciò basta. Avrei voluto assegnarti centomila lire (quando temeva che le

potessero venire accettate, disse quaranta o trenta; adesso, sicura che

non le aveva a dare, sbracciava a uscita), ma Egeo mi dichiara che tu

rifiuti recisamente danari, ferma nel proposito di sopperire ai tuoi

bisogni col frutto del tuo lavoro; quantunque ciò mi sappia un po' di

superbia, pure io lodo, e faccio voti che la Provvidenza ti secondi. Ad

ogni modo ti avverto che, in qualsivoglia caso, come la casa ti saranno

aperte le braccia della tua benefattora; tu non picchierai mai invano

alla porta del mio palazzo, nè mai invano ti richiamerai al mio cuore.

Sii felice come ti auguro e rammenta qualche volta chi ebbe affetto di

madre per te. — ELVIRA.»

In poscritto le annunziava la spedizione della roba; ce ne aveva

aggiunto qualche po' della sua, che la pregava a tenere in memoria di

lei.

Egeo prese la lettera, assumendo il carico dello invio, e, domandata

licenza di allontanarsi alquanto per curare il trasporto dei bauli,

disse a Elvira non si movesse di casa, sarebbe in breve di ritorno,

averle a dire cosa di suprema importanza per lei. Coteste parole buttate

là valsero a mettere sottosopra lo spirito della mala femmina, per la

vecchia ragione che chi porta la coda di paglia teme sempre che gli

pigli fuoco: quando Egeo dopo un'ora tornò, sebbene in vista comparisse

tranquilla, pure ella in cuore tremava; appena lo vide, ridendo di un

suo riso alla trista, gli disse:

— Ebbene, qual tu ne vieni a me, colomba o corvo?

— Elvira, non corre tempo da scherzi; ti parlerò schietto e succinto;

dimmi, ti si sarebbero a caso attaccati alle mani biglietti di banca di

provenienza Onesti o Boncompagni?

— Che discorsi mi fai? urlò Elvira, e con vicenda assidua ora avvampava

in faccia ed ora impallidiva come per morte. Ah! me lo porgeva il cuore

che Amina ti avrebbe messo su... Calunnie... tutte infamie... lo giuro

su l'onore mio... su l'anima..

— Elvira, per l'amor Dio, non mettiamo tanta roba a sovvallo; calmati.

Amina, non mi ha parlato di niente; io lo arguiva dalle folli spese che

fai.

— O che credi il mio tempio così venuto in ira agli Dei, che lo abbiano

disertato tutti i devoti?

— Io invece penso che un devoto ti sia rimasto, non però di quelli che

offrono, bensì degli altri che accattano.

— Sei un insolente, esci dal mio cospetto.

— Ti servo di cuore; ma ti avverto prima che i biglietti spesi da te

sono falsi, che la giustizia sta dietro a cercarne la traccia, che è in

pelle in pelle a perquisire te, me e chi sa quanti altri: se ne possiedi

e non vuoi trovarti a guai, bruciali; altro non ho da dirti, e ti bacio

le mani.

Ecco la occasione porgermi il ciuffo, perchè io, aperto lo armadio delle

similitudini, ne sciorini almeno un paio, incominciando dal fulmine,

dall'albero e dal pastore; ma non ne farò niente, stringendomi a dire

che Elvira, appena Egeo fu uscito, corse affannata a tirare il cordone

del campanello; se nonchè giunta a mezzo della stanza il Merlo mise

fuori il capo dall'uscio aperto dicendo:

— Non ti scarmanare, eccomi qui.

E siccome ella pigliava a narrargli il successo per filo e per segno,

egli la interruppe con queste parole:

— Tira via, che ho sentito tutto dal buco della chiave.

— E se hai sentito, adesso che pesci pigliamo?

— Ci devi pensar tu; tu li hai da friggere e tu infarinali.

— Rammentati che a tavola ti ci sei messo anche tu.

— Sicuro, eh! che dovrei servirti _gratis_ di coppa e di coltello?

— Ma non meniamo il cane per l'aia: se ci trovano con questi biglietti

falsi temo che entreremo in un bertovello serio,

— Ora che ci penso, ma sai, padrona, che sei curiosa; finchè i biglietti

riputavi buoni dicevi sempre io; adesso che li sai falsi parli in

plurale.

— E chi ti dice che io li stimo falsi?

— E allora che smanie sono le tue? Tienteli e goditeli.

— Ma se fossero falsi?

— E allora bruciali.

— Si fa presto a bruciare, e poi come tiriamo innanzi?

— Se ti scomoda bruciarli, e tu non li bruciare.

— Vedi, Merlo, quest'altro mi dà noia... ne ho spesi tanti e a tanti gli

ho dati, che a dire di no sarà lo stesso che negare il paiolo in capo.

— Senti, se la duri così ti avverrà come all'asino, che non sapendosi

risolvere tra la biada e il fieno da che parte incominciare, morì di

fame.

— Ecco, io avrei pensato a schermirmi così: li piglierei quanti sono, li

porterei subito fuori di casa e porrei in deposito presso qualcuno de'

tuoi amici.

— E se la giustizia glieli trova?

— Quando ho detto tuo amico, ho voluto indicare persona che un delitto

più non sarà quello che la manderà in galera.

— Ci è del buon senso in questo tuo discorso, pure devi considerare ch'è

sempre l'ultimo grano quello che dà la balta alla bilancia: epperò io

opino che senza mancia nessuno vorrà incaricarsi del deposito:

d'altronde ogni fatica merita premio.

— Quanto a questo non ci trovo a ridire: promettigli un terzo, la

metà...

— Generosa come un ladro.

— Giusto, a proposito di ladri, ma pensiamo un po' al risico che il tuo

amico ci porti via sacco e radicchio.

— I ladri non rubano ai ladri... che poi sia sempre così non vorrei

scommettere; pure affermo che i ladri fra i ladri si trovano più rari

che fra voi gentiluomini i galantuomini.

— E questa perla di ladro l'avresti sotto mano, Merlo?

— Non uno, ma tanti da fartene un vezzo.

— Ebbene, va' in camera; to' qui la chiave del _segretario_; prendi

tutto il portafogli e diamo sesto a questa faccenda, che mi scotta le

dita.

— Tu la vuoi far bollire e mal cocere, o non ti parrebbe meglio

rimandarla a stasera?

— No... il cuore mi dice che abbiamo tardato anche troppo.

Il Merlo andava e tornava col medesimo portafogli arraffato da Elvira a

Nervi sotto la finestra del morente Omobono; però smagrito come un

infermo messo nell'ospedale a mezzo vitto senza vino. In questa la

cameriera tutta sottosopra irrompe nella stanza annunziando:

— Signora... tre signori domandano di lei.

— Fateli entrare...

Erano belli ed entrati secondo la usanza vecchia degli sbirri classici,

i quali comparivano in tavola senza prezzemolo. Il Merlo fu agguantato

come il gatto col lardo nelle granfie. Allora accadde, come suole, di

chiacchiere un diluvio, e, come suole, le ragioni dette agli sbirri

furono un monte, e questi, secondo il consueto, non rifinivano di

assicurare essere affaruccio da nulla, cose da accomodarsi in un _fiat_;

e al Merlo arrangolava a ripetere:

— Ed io come ci entro? Se mi hanno trovato il portafogli in mano, egli è

perchè la mia signora mi ha ordinato portarglielo dalla camera in

salotto. O che non doveva obbedire io? Me ne rimetto a lor signori,

specchi della vera disciplina... prima di mancare alla obbedienza lor

signori, mi hanno detto, ammazzerebbero il padre.

— Ma sicuramente, rispondevano gli sbirri, è chiara a luce meridiana,

con un bocconcino di schiarimento alla questura vedrà che lo rimettono

in libertà sul tamburo.

— Lo crederei!

— Favorisca, signora, intanto diceva il più galante degli sbirri,

offrendo il braccio alla Elvira ma questa, punta lì per lì

nell'orgoglio, respingendolo fieramente, domandò:

— E dove, in grazia, pretendete menarmi?

Il poliziotto, a sua volta sgraffiato, avanzò subito le punte degli

artigli e rispose con ipocrito sarcasmo:

— Scusi, madama, mi pareva averle detto alla questura, dove il signor

questore l'aspetta per procurarsi il piacere di fare la sua conoscenza.

— Aspettate tanto che il cocchiere attacchi la carrozza.

— Oh! la non si stia a disturbare, ci ho provvisto io; la non dubiti che

ogni cosa procederà con decoro.

Di fatti non una, bensì due carrozze trovarono ammannite a piè

dell'uscio, e quando Elvira, adagiatasi in una, chiamava il Merlo perchè

andasse a sederle allato, il poliziotto offeso nella sua dignità le

avvertiva:

— Lei, signor maestro di casa, si compiaccia accomodarsi col suo

portafogli in quest'altra carrozza che ci si troverà più alla larga.

La questura non toccarono nemmeno: diritti come fusi in prigione; l'una

dall'altro divisi; entrambi in prigione. Il portafogli, dopo che ebbero

riscontrato i biglietti, sigillarono e consegnarono al giudice

istruttore, che stese la confessione libera del Merlo appartenere tutti

cotesti oggetti alla marchesa sua signora padrona, e gliela fece

sottoscrivere insieme a due testimoni superiori a qualunque eccezione,

il confessore e il dottore delle carceri; questi medico del corpo,

quegli medico dell'anima dei prigionieri.

Nell'ora stessa che perquisirono la casa di Elvira, altri _poliziotti_

compivano la medesima faccenda nelle case del defunto Onesti e di

Omobono Boncompagni, ed in tutte qualche cosa pescavano; in casa

dell'Onesti torchi, colori, carte ottimamente apparecchiate per falsare

i biglietti, pietre litografiche, tavole di rame, bulini, pennelli: uno

armamentario intero da fabbricante di cedole false; presso il

Boncompagni, nelle stanze di casa nulla, e neppure nel banco: su in

soffitta pezzi di ferro antichi e sconnessi, di uso non determinato;

qualche punzone di carattere inglese, ed un marchio assai male condotto,

rappresentante l'arme dell'Inghilterra. Qualche benigno questore (ed i

questori sono benigni tutti, come possono attestare quanti li ebbero in

pratica) avrebbe di punto in bianco sospettato che, dopo essersi

ingegnati a falsare le cedole di Banca inglese, ne avessero deposto il

pensiero.

Ora le ruote del processo, lungamente ferme, ripigliano a girare con

celerità maravigliosa; anzi, si sarebbe detto che da qualche mano arcana

venissero unte; e quanto più si accostavano al fine, più turbinavano

veloci. Di un tratto, quando uomo se lo aspettava meno, ferme da capo di

stianto. O come ciò?

Ecco: gli affini di Elvira, al solo udire rammentarla, strabiliavano, i

congiunti si sentivano venire addosso i sudori freddi; per verità, e lo

notammo, a lei non erano mancati gli esempi materni e nè i paterni

avvertimenti, ma sempre invano; ella era proprio ramo tagliato da madre

natura dall'albero del male; la perversità aveva rovesciato a panieri i

più maligni dei suoi influssi sopra di lei; ribalda nacque, come

velenosa la vipera. Se ammazzata alla chetichella, avvelenata, o meglio

annegata col sasso al collo per non tornare più a galla, nessuno dei

suoi si sarebbe fatto vivo, qualcuno, all'opposto, avrebbe portato il

voto alla Madonna; ma ora non per lei, bensì per sè trepidavano; il

nobilissimo loro casato adesso correva rischio, dopo passata la trafila

di un processo infame, mettere capo alla galera, e questo li scottava.

Se gli affini fossero stati sicuri che i tribunali avrebbero condannata

la donna sotto il nome dei congiunti, non se ne sarieno dati per intesi,

e così del pari i congiunti nel caso inverso; però grande turbava tutti

il sospetto i loro nomi uniti avessero a figurare sopra i registri dello

ergastolo, quindi strinsero lega per cavarne la Elvira ad ogni costo;

così vediamo sovente nelle classi privilegiate, che ciò che per amore

non si fa, per paura d'infamia si effettua.

Il secolo che muore, vol. III · 第 20 / 23 段