egli consegnò nelle mani del padre provinciale i ventimila franchi e fu
gesuita.[56] Richiesti riscontri su lui da Milano, gli ebbero a capello
conformi al suo racconto, ond'egli subito venne in fama di sincero.
Preso possesso della carica, incominciò dal sonare le campane con
esattezza maravigliosa, sia per l'ora, sia pei tocchi, sia pel suono;
cani in chiesa non se ne vide più uno; serviva le messe preciso di voce
e di tempo; le ampolle piene di acqua e di vino sempre al medesimo
livello senza scattare una linea; le pilette colme tutti i dì di acqua
santa; lustrava come specchio il pavimento; nella gloria del quadro di
san Luigi Gonzaga i ragnateli non si attentarono più impancarsi in
compagnia degli angioli; la beata Vergine Maria ebbe a confessare non
essersi mai trovata pulita come allora; i santi Ignazio da Lojola,
Francesco Xaverio, Stanislao Kostka si maravigliarono di sentirsi
spazzolati con tanto furore; la chiesa dei gesuiti di Brusselle,
giudicata sempre un gioiello di lucidezza, adesso poi toccava la cima;
il Nassoli, che mutato nome aveva preso quello di Lissona, anagramma di
Nassoli, fu visto una volta arrampicarsi come scimmiotto su per certe
corde, onde assettare un lembo di festone dispaiato col lembo pendente
dall'altra parte; egli usciva puntuale, puntuale rientrava; misurati
sempre il cibo e la bevanda; nè di un minuto differiva l'andare a
giacersi, nè di un minuto affrettava il levarsi; con lui in casa
potevano buttarsi fuori di finestra gli orologi: non mai impaziente, non
disforme da sè mai, sicchè il provinciale, dopo averlo considerato
sottilmente per di dentro e per di fuori come sanno osservare i gesuiti,
esclamò: _egli è gesuita nato_! Allora gli commise certa ragione di
conto, che fece presto e bene, comecchè fosse suo mestiere; così di mano
in mano fu messo dentro alle segrete cose, dove rimase stupito
dell'ammirabile congegno dei concetti, dell'armonia delle pratiche,
dell'efficacia dei modi di acquistare l'altrui, conservare l'acquistato,
ricuperare il perduto, che ei fu per andarne in visibilio: e sebbene
nelle vene, piuttostochè sangue, sentisse gocciolarsi olio di merluzzo,
pure rimase vinto dall'entusiasmo, imperciocchè un giorno, esaltato, si
gittò pentito e contrito ai piedi del padre provinciale e gli chiese a
un punto perdono per avere dissimulato e licenza di versare in cassa gli
altri ventimila franchi rimastigli.
[56] Veramente non senza cerimonie solenni vengono ammessi i
gesuiti laici: certo non saranno mica uguali per tutti; quelle
che praticarono per la recezione del conte Macharty, del
cardinale duca di Talleyrand Périgord e del principe di Croi,
grande elemosiniere di Luigi XVIII, trovo descritte nelle
_Mémoires d'un Jésuite_. Entrato il ricevendo nella sala delle
Conferenze, lasciasi a meditare sopra un libro contenente le
massime della Compagnia. Quindi va alla cappella, dove confessa
essere informatissimo di quanto sta per fare, e volere rimanere
attaccato alla Società di Gesù. Il capo levasi, va all'altare,
piglia una lettera sigillata; la bacia tre volte; poi ordina al
recipiendo spoglisi il vecchio uomo, e si purifichi, diengli
l'assisa di Gesù Cristo. I purificatori lo spogliano, lo ungono
di olio santo in capo, alle mani, al petto, lo esorcizzano, lo
coprono col manto gesuitico e, purificato che sia, il capo gli
consegna la lettera del generale di Roma, che lo ammette; prima
di leggerla ha da giurare il segreto, renunziare alla famiglia,
sagrificare moglie, figli, genitori, congiunti, amici, ecc., per
la salute della santa Compagnia; allora gli mettono al collo
l'abitino da portarsi sempre; poi lo sottopongono ad umiliazioni
d'ogni maniera, baciare i piedi altrui, sedere in terra,
apprestargli sozza mensa, ecc.; per ultimo conferenze frequenti
e lunghe col capo.
Il padre provinciale, senz'abbaco, aveva fatto i conti giusti... egli lo
assolvè senza tante invenie, dicendogli come Cristo all'adultera:
— Va' e non peccare più.
Ma subito dopo, riprendendo le parole, aggiunse:
— Però badate; se tenete in serbo altra moneta, quando vi venga voglia
confessarvene, voi sarete con pari indulgenza perdonato.
I tribunali di Ninive avrebbero più facilmente trovato Giona in corpo
alla balena che quei d'Italia un uomo inghiottito da un convento di
gesuiti; però dopo infinite ricerche sempre invano, i giudici posero
l'animo in pace di poter ripescare il Nassoli; il quale sotto il nome
mentito più tardi venne a Roma, e credo che ci si trovi anche adesso;
tuttavia ci vive desolato, considerando come le faccende della compagnia
decadano maledettamente; colpa, e lo dice, della passione, che agitando
il cervello di alcuni padri ha scombussolato l'ordine antico; niente di
troppo; lo zelo è vizio; tutto al suo punto; adagio quando hai fretta:
abbaco e compasso compongono il suono e il canto delle sinfonie
gesuitiche: amore, odio, vendetta, perdono, dare e pigliare, tutto
vuolsi tagliare alla debita lunghezza come le ugna e i capelli: per ora
gli danno poco ascolto e gli appongono nientemeno che lo Spirito Santo
in persona là dove dice: «ogni cosa ha la sua stagione... tempo di
uccidere e tempo di sanare... tempo di guerra e tempo di pace.»[57] Ma
egli risponde: Sta bene; badate che lo Spirito Santo ha taciuto di un
altro tempo, che se non adoperiamo giudizio ci sta addosso, ed è quello
di romperci il collo. — I furori erotici egli saprebbe sanare col
nenufar e la canfora, ma contro ai bellicosi si trova corto a partiti;
intanto non rifinisce mai di ripetere come una gazza addomesticata: —
_Ordine_, padri miei, _ordine_; coll'_ordine_ noi venimmo a capo delle
più ree fortune; coll'ordine mantengonsi le monarchie ai tempi nostri; —
e comecchè ogni giorno più gli si vada illanguidendo la speranza di
rimettere i cervelli a sesto, pure ci si attacca con l'agonia del
naufrago: dove questa speranza gli venisse a mancare, egli pregherebbe
Dio di farlo morire e convertirlo in un orologio a pendolo per misurare
il tempo, finchè la eternità sua madre non l'affoghi nel caos con tutti
i mondi attaccati al collo.[58]
[57] Ecclesias., c. 2, n. 3, 8.
[58] Voltaire definisce il gesuita: animale che si leva la
mattina alle quattro, si corica alle nove, dopo avere recitato
tutto il giorno le litanie dei santi. _Mémoires d'un Jésuite_,
p. 7.
Il commesso Carpoforo, debitamente chiuso in prigione, fu interrogato;
ma costui, che scottato dall'acqua calda aveva appreso a tremare della
fredda, non diede in tinche nè in ceci; non sapeva niente di niente,
perchè il principale amministrava da sè la cassa, e quanto a scritture
senza dubbio le teneva egli; ma poco innanzi della partenza il signor
Omobono avergli ordinato consegnasse i libri della ragione al computista
Nassoli, e questo aveva fatto; di ciò potersi chiarire ogni uomo
gittando solo una occhiata su i libri, i quali sul fine palesavano che
una mano di carattere diversa dalla consueta aveva scritto le partite;
da questo in fuori non ci fu da spillare altro, ed il processo rimase in
asso.
Succede nelle procedure criminali come nelle navigazioni
transatlantiche, dove se ti favoriscono i venti etesi ti conduci a volo
nel porto destinato; se all'opposto ti coglie la bonaccia, la nave per
lunghi mesi dorme sopra l'Oceano che dorme; e poichè i giudici credono
fermamente che queste calme giudiciali non rechino ingiuria ad alcuno,
così non si fanno scrupolo di prolungarle: in vero, o come lo imputato
potrebbe giustamente desiderare quiete e sicurezza maggiori di quanto ne
gode prigione? Quivi la voce del creditore non arriva a dargli molestia;
quivi non lo angustia la moglie; gli stridi dei suoi figliuoli non lo
assordano fin là; il padrone non si bisticcia con lui nè pel fitto della
casa, nè per le ore del lavoro, nè pel salario; le carrozze non lo
investono per davanti, le tavole da pane dei fornai per di dietro, gli
ombrellai possono fallire, i calzolai impiccarsi, i sarti chiudere
bottega; nessuna cura per nutrirsi; tutto lì dentro è pagato. Oltre la
carcere, si conosce un altro luogo anche più sicuro di quello, ed è la
_fossa_; posta anche questa in mano al giudice; ma egli la serba per le
feste solenni; il pane quotidiano della giustizia _è la carcere_.
Il vento etesio sorse e si levò da Nervi. La pretoressa facilmente
indulgendo alla smania materna, di vedere le sue creature vestite con
garbo, fu sollecita a chiamare il più rinomato sarto di Nervi e
ordinargli una muta di vesti co' fiocchi pei suoi bambini. Il sarto non
ci andava di buone gambe, come quello che la conosceva più povera di
Giobbe, ma siccome la sapeva altresì proba e discreta femmina, si
attentò ad arrisicare; da un lato lo trasse la sete del guadagno,
dall'altro il pensiero che, trattandosi di panno ordinario e da estate,
la batteva in poco. Il sarto fece gli abiti e li portò. Io renunzio a
descrivere la beatitudine della madre: agguantò uno dopo l'altro i suoi
scimmiotti per lavarli, e con la promessa del vestito nuovo lasciaronsi
fare: il sarto, coadiuvato dalla pretoressa, gli indossava ai fanciulli;
la madre si struggeva per la contentezza; gli parevano tanti dogi;
eglino stessi rimasero un momento attoniti di tanta magnificenza: un
momento, che indi a breve tornarono a tempestare peggio di prima. Il
sarto, vista la mala parata, cavò subito il conto fuori di tasca, e
premesse non so quali parole circa la malignità dei tempi, le strettezze
della sua borsa, i mirifici vantaggi del riscuotere e del pagare subito,
conchiuse col supplicare la donna a saldarglielo sul tamburo; ed ella
anzi con piacere; andata pertanto a prendere il biglietto delle
cinquecento lire, glielo sporse dicendo: pagatevi e rifatemi il resto.
Alessandro Tassoni, volendo dare ad intendere nel suo _poema_ di un
furbo matricolato così esprime: _l'oste, che era guercio e bolognese_:
eppure il nostro, che aveva ambedue gli occhi diritti e nacque a Genova,
per accortezza gli avrebbe dato ai cento passi venti di giunta; quindi è
che avvertita la grossa somma e la facilità di alienarla, toltosi
delicatamente il biglietto nei pollici e negli indici delle mani, lo
sbirciò per davanti e per di dietro, lo sperò di contro al sole, e poi
incurante che alla pretoressa avessero a comparire bugiarde le parole
testè pronunziate da lui circa alla propria penuria, cavato fuori del
suo portafogli un biglietto legittimo della Banca Nazionale Sarda, prese
a istituire fra i due biglietti tale un confronto minuto e sottile, che
Dio ve lo dica per me: facile gli fu sincerarsi della falsità del
biglietto offertogli; allora verdemezzo le domandò:
— O da chi ha mai avuto _voscià_ cotesto biglietto?
— O che importa a voi saperlo?
— A me? Nulla; purchè _voscià_ me lo baratti.
— Perchè ve l'ho da cambiare?
— Eh! per un _pettin de ninte_... perchè gli è falso.
— Falso!...
— Falsissimo; _scià mii_ qui; _scià mii_ qua; confronti, paragoni... e
tante ne disse e tante ne aggiunse, da persuadere Pirrone.
— Ed ora? sospirò la povera donna, che si sentì venire la pelle d'oca, e
non si potendo sostenere in piedi cadde sopra una seggiola.
— Ecco, soggiunse il sarto, un empiastro ci è, che rimedio non lo posso
chiamare; io mi ripiglierò i vestiti per ora: a lei darò otto giorni per
venirli a ritirare e pagarli; se passato questo tempo io non la vedrò
venire, procurerò venderli a conto di _voscià_, e _voscià_ mi rifarà la
differenza tra il costo di fattura e il prezzo che ne avrò ricavato.
Non fiatò la povera madre; e animosa il doppio di quando si fece ad
agguantarli per vestirli, ecco ora gli acchiappa per ispogliarli. La
sventura, più che per proprio peso, noi troviamo grave per la debolezza
dell'animo nostro; alla povera donna scoppiava il cuore come per morte;
il solo sforzo ch'ella durava per non prorompere in pianto le avrebbe
meritato la corona del martirio; ma gli uomini queste cose non sanno
vedere, nè possono: Dio, licenziato dai cieli come un servitore
infedele, senza neanco un zinzino di ben servito, è dispensato da
vederle: quindi, sentire a quel modo oggi si giudica sciupìo di virtù,
come notarlo sciupìo di tempo. Mirabile a dirsi! Quei demoni incarnati
dei figliuoli della pretoressa stavano muti e immobili; veri pulcini che
sentono aliarsi sopra la cornacchia. Alla pretoressa non sovvenne la
maniera di pagare il conto; tuttavia non mancò di recarsi al sarto per
compensarlo della differenza coi risparmi che in una settimana aveva
potuto fare su le spese di casa: figurarsi! raschiare sul tosato. Gli
avanzi consistevano in cinque lire, e la differenza batteva in venti. Il
sarto, indovinando la desolazione della povera donna, si sentì venir su
come una flatulenza di buon cuore, che lo spingeva a donarle il resto,
ma l'afferrò quando stava per uscirgli dalle labbra, e respintala
addietro la trasformò in queste altre parole:
— Per le rimanenti _quinze lie_, _voscià_ non la si stia a
_invegendòu_... me le _daròu_,.. quando _potròu_.[59]
[59] Le parole del dialetto genovese sonano così: voscià, vostra
signoria; mii, miri; pettin de ninte, cosa da nulla; invegendòu,
confondersi; quinze lie, quindici lire, ecc.
Anco a quel modo per un genovese non fu poco; e qui pure metterei pegno
che se gli angioli custodi usassero sempre, l'angiolo del genovese
glielo avrebbe registrato a credito; in difetto dell'angiolo glielo noto
io. Gua'! ognuno ha i suoi gusti, chi raccatta mozziconi di sigaro per
le strade, chi croci da cavaliere per le Corti; io le buone azioni da
per tutto dove le trovo.
La pretoressa informò del duro caso il marito, il quale sbatacchiato da
un insulto nervoso di onestà voleva subito ragguagliarne il prefetto, ma
la prudenza lo tenne per le falde e lo consigliò a non mettere il campo
a rumore; molto più che i tristi avrebbero trovato materia da malignare
nelle cinquecento lire accettate dalla moglie, e di un bruscolo farne
una trave; e dacchè i deboli diventano per necessità astuti, deliberò
aspettare la sera e far venire una pulce nell'orecchio al prete; e così
avrebbe adoperato se il prete per la subita fortuna non fosse salito a
petulanza insopportabile, in cotesta sera, cresciuta a dismisura a
cagione della sorte che lo favoriva a _goffo_, onde il pretore,
indispettito dentro ma placidissimo in faccia, gli sparò a bruciapelo
queste parole:
— Ma sapete, don Macrobio, che novità corrono? Ve le dirò addirittura
senza farvi tanto penare; i biglietti di Banca sbraciati dalla marchesa
con la pala e' sono tutti falsi.
— Fandonie! fandonie! Guardate, scarto tre carte...
— Eh! caro mio, per questa volta dubito che la voce pubblica riporti il
vero... certe informazioni recapitate all'ufficio...
— Astii, pretore mio, soliti astii... datemi carte.
— Le informazioni giunte all'uffizio hanno tanto fondamento di vero, che
io per debito di magistrato mi troverò costretto a farne inquisizione
presso coloro che so averne ricevuti.
Don Macrobio diventò bianco come la candela, che, datagli ai funerali,
spegneva appena accesa; depose le carte sul tavolino esclamando:
— Pretore, su queste cose non si scherza.
— Dico da senno io, e mi vennero partecipati i segni onde conoscerne la
falsità. Anche senza confronto, ogni uomo, per poco che ci badi, se ne
accorge facilmente; se poi si mette sott'occhio il falso ed il
legittimo, ne ottiene la prova, per così dire, palmare.
Allora don Macrobio si rizzò su con tale impeto di rabbia, ch'ebbe a
rovesciare tavola, lume ed ogni altra cosa; di rincorsa a casa, dove
brancolando mise le mani sopra i biglietti ed aguzzò gli occhi per
osservarli; ma questi, imbambolati, gli negavano l'ufficio; quindi prese
il partito di tornare alla pretura, dove esaminati con maggior quiete i
biglietti, il prete dabbene sentì cascarsi il cuore nelle brache di
seta.
Tuttavia, per iscaponirlo affatto, mandò pel sarto, il quale, mediante
il confronto minuzioso delle differenze, senza pietà ridusse il cuore
del prete in un torsello, che la Crusca insegna essere: «il guancialetto
di panno o di seta dove le donne conservano i loro aghi o spilletti,
ficcandoveli per la punta.»
Don Macrobio non morì, ma non rimase vivo; di un tratto, spiccato un
salto, butta via la callotta di capo, pesta i piedi, si dà dei pugni
nella tonsura, e aggirandosi per la stanza come colto da subito furore,
tira moccoli da far venire giù tutta la Corte celeste; il pretore, la
pretoressa, i cittadini là convenuti a giocare e la serva; i bimbi che
dormivano, desti dal diavolìo, si buttano giù da letto ignudi come Dio
li aveva fatti e corrono dietro a don Macrobio strillando da disperati.
Cotesto parossismo nel prete fu trotto di asino; sgonfiò in breve, ed
accosciatosi giù prese a nicchiare come donna partoriente: tanto bene da
lui era imitato cotesto piagnisteo, che la signora Caterina, moglie
dello speziale di faccia alla pretura, sospettando davvero che qualche
donna si trovasse alla pretura co' dolori del parto, andò di corsa pel
medico, il quale, taroccando a sua posta, seguitata la Caterina,
rinvenne pur troppo il prete, il quale si era sgravato con gran dolore
di due biglietti _bianchi_ della Banca Nazionale Sarda e di cinque
_gialli_. Anche il medico cominciò a sbadigliare, non perchè potessero
trovargli il biglietto datogli dalla marchesa, il quale ormai chi sa in
quante mani era passato, ma sì perchè temeva di entrare in qualche
ginepraio; però cheto come olio. Le sera stessa la vedova locandiera col
locandiere Luigi Bigi, avvisati dalla fama, che va di notte anche senza
lanterna come di giorno, gementi e piagnenti ed anche schiamazzanti,
comparvero alla pretura, dove, dopo tre diluvi di parole inutili, quando
tutti diventarono afonici, deliberarono andarsene a letto: domani
farebbe giorno; e il governo non sarebbe il governo, ma il prete se la
prese con Dio, e disse che Dio non sarebbe Dio se prima non costringesse
la marchesa a barattargli i biglietti falsi in altrettanti buoni, e poi
con le sue sante mani non la impiccasse ad un albero di fico per un
piede.
*
Tu, amico lettore, non avrai per certo messo nel dimenticatoio il
questore, amico del Faina; caso mai tu te ne fossi scordato, richiamalo
a mente, perchè hai da sapere com'egli fosse pure amico di Egeo, e
questi due, legati insieme con ben altri nodi, esercitavano fra loro da
tempo remotissimo il cristiano precetto, una mano lava l'altra: e se
avessero bisogno di lavarsele spesso, Dio sa. Ora, certa sera che Egeo
stavasene sfiaccolato a casa senza sapere che farsi dell'anima sua, gli
fu annunziata la visita del cavaliere questore, il quale, dopo le
strette di mani e i saluti e gli augurii di uso, gli disse:
— Egeo, di' su, che di quel curaçao da far vedere un sordo e sentire un
cieco, te ne avanzerebbe un gocciolo?
— Sicuro che ne ho, perchè egli forma parte essenziale del mio viatico
nel pellegrinaggio in questa _lacrymarum valle_.
— E i sigari _trabucos_ li hai finiti tutti?
— Invece di Avana possiedo Manilla da resuscitare un morto.
— Ebbene, vada per Manilla e pel curaçao; fa' portare gli uni e l'altro
e barattiamo due chiacchiere insieme.
Portata questa roba, licenziato il servo, chiusa bene la porta, bevuto
il primo bicchierino e manomesso il secondo, tra un buffo e l'altro di
fumo del sigaro, il questore disse:
— Sotto sigillo di confessione, io ti confido che il tribunale sta per
ordinare rigorosissime perquisizioni presso tutte le persone che ebbero
attinenza col Boncompagni e con quel poco di buono dell'Onesti,
essendosi chiarito com'essi da tempo remoto abbiano posto in commercio
una quantità piuttosto sgangherata che grande di biglietti falsi della
Banca Nazionale Sarda...
Egeo proruppe in un oh, lungo e roco...
— E temo forte che da questa perquisizione non andrai esente nè manco
tu.
— Io! E com'entro io in questi venticinque soldi?
— Ecco, buona somma di questi biglietti è stata spesa dalla famosa
marchesa X, che tutto il mondo sa essere molto cosa tua.
— Passò quel tempo Enea... abbiamo rotto paglia da parecchi mesi.
— Sì, ma nel verbo dei giudici il tempo è sempre presente... dunque da'
retta... se per caso ti fosse rimasto in casa taluno di questi
biglietti, bruciali addirittura; potrebbero servirti da tiro a quattro
per menarti diritto ai lavori forzati... capisci?
— Capisco; ma con costoro da parecchi mesi non ebbi affari, e pochi
furono quelli che ci feci per lo addietro... e accidenti a quello che mi
andò diritto! Biglietti di loro io non ho mai posseduto nè possiedo.
— Tanto meglio; ma allora, o perchè di rame mi sei diventato in faccia
di ottone?
— Io? Perchè, a dirtela, ho paura che una persona alla quale sono
attaccato, adesso, comunque innocentissima, possa trovarsi nelle peste.
— Ho mangiato la foglia; tu capisci che io mi sono condotto qui per
giovare a te ed agli amici tuoi; usa prudenza, e non ci siamo visti.
— O che nascemmo ieri?
— Va bene, ed ora ti lascio, che a me da fare non manca mai; e si alzò
per andarsene.
Egeo mentre lo accompagnava col candelliere in mano, lo interrogò
sbadato:
— E questa perquisizione per quando tu giudichi l'avrebbe a venire?
E l'altro, non parendo il fatto suo, rispose:
— Chi ha tempo non aspetti tempo: domani potrebbe essere tardi.
Egeo torna a dietro di rincorsa, va al banco, ne tira fuori quanti
biglietti si trova a possedere; li riscontra; quelli del Boncompagni non
aveva tocchi, erano dugento da mille; i proprio suoi sommavano a cento:
esaminati con diligenza e postili a confronto gli pareva impossibile di
aver preso quel granchio; ma sì, anche le civette impaniano; divise
pertanto i fogli reprobi dagli eletti, li guardò, li riguardò, tornò a
guardarli ancora; poi, soprammessa la gamba destra alla sinistra, e
quella agguantatasi con le mani incrocicchiate sul ginocchio, dopo
alcuni sospiri incominciò a dire:
— Di tanti valori, di tante azioni, obbligazioni di strade ferrate, di
tanti biglietti che ti facevano corona, eccoti quasi solo, o Egeo. E
almeno di tanto si chiamasse paga quella baldracca della fortuna! Ma no;
ella non è contenta se tu con le proprie mani non trucidi questi
Isacchi, questi figliuoli della tua tenerezza. Saturno dicono si
mangiasse i figli per regnare, ma io non ho mai appetito regni e non
appetisco, perchè anche nel mestiere di re comincia a entrarci troppo
osso e la carne non vale il giunco. Medea ammazzò i figliuoli, e
raccontano lo facesse per vendetta, ma per me non ebbi mai lite con
Giasone, anzi con alcuno. Dicono altresì che il Padre Eterno s'incaponì
di pagare col sangue del suo figliuolo un debito non _suo_ alla _sua_
giustizia; ma posto anche da parte che qui dentro io ci vedo chiaro come
in un forno, io non ho debiti con le giustizie divina nè umana. E
ripensandoci su, Egeo, o non potresti scansare in qualche fondo di
cantina questi biglietti infedeli per ricondurli in tempi migliori a
rivedere le stelle? No; da' spesa al tuo cervello, Egeo, e persuaditi
che ti stanno intorno alla vita come i cani a quella di Scilla;
sarebbero fantini di mangiarti anche le ossa: ormai è finita per te;
fintanto si trattava girare attorno al codice criminale, io faceva
buono; anche babbo buon'anima me lo lasciò detto morendo: «Egeo, basta
mantenersi onesto fino alla porta della galera», ma adesso bisognerebbe
sfondare tre o quattro articoli del prelodato codice criminale, e ciò
non mi quadra; non già perchè mi dieno fastidio coteste litanie di
articoli, che con una ditata io sono capace di sfondarne più che non fa
di cerchi impannati il saltatore col capo, ma sì perchè io corro il
rischio d'incontrarmi di là dal foglio muso a muso con qualche cane
mastino di procuratore del re. Egeo, datti pace, bisogna che tu ti butti
di buzzo buono con un sasso al collo nel canale dell'onestà; o, se ti
garba meglio, impiccati per disperazione all'albero del galantuomo...
Qui, declinato il capo sul petto, meditò; rilevandolo poi dopo alcuno
spazio di tempo riprese: eppure non mi vuole abbandonare quell'altra
baldracca della speranza, la quale mi va zufolando nell'orecchio che una
volta o l'altra farà cessare la fortuna, sua sorella, dalle vendette:
anche Anteo, per ripigliare le forze, ebbe a battere il pattone sopra la
terra... no, il paragone non mi garba, chè la patta non gli valse, e
all'ultimo gli toccò morire soffocato... piuttosto mi persuade
quest'altro: Colombo con piccole caravelle scoperse un mondo; Laperouse
ed altri persero sè e i vascelli senza levare un ragnatelo da un buco:
coraggio! non è tramontato il mio astro!
Accatasta fascine e legna sottili nel caminetto, e risoluto arde su
quelle i dugento biglietti _bianchi_; severo in sembiante, aspettò che
le ceneri si spegnessero e poi si assise dirimpetto a loro; se in
cotesto punto gli fosse comparso qualcheduno davanti per domandargli che
cosa avrebbe dovuto rispondere al pretore Sestilio, non ci è dubbio che
egli, _senza singhiozzi_, gli avrebbe detto a imitazione del fiero
romano: «_riferiscigli che hai veduto Egeo sedere su le ceneri di
dugentomila lire di biglietti falsi della Banca Nazionale Sarda_.»[60]
[60] Quel buon uomo di Plutarco nella vita di C. Mario racconta:
«Mario alla fine _singhiozzando_ rispose: riferiscigli che
veduto hai Caio Mario ramingo sedere sopra le rovine di
Cartagine.»
Spente per bene le ceneri, furono con diligenza raccolte da Egeo e
gittate da lui nella latrina, posto dove nella moderna nostra civiltà
danno fondo più spesso figliuoli illegittimi che biglietti falsi.
— Ed ora, abbottonandosi l'ultimo bottone del soprabito, disse: Egeo,
andiamo a fare un'opera di carità — e con questo egli intendeva recarsi
presso la Elvira, per avvertirla che caso mai si trovasse a possedere
biglietti procedenti dalle banche degli Omoboni, nonno e nipote, non
istesse a gingillarsi, li bruciasse addirittura, se pure non voleva
trovarsi a guai. Se a questo atto lo spingesse tutta carità non credo,
perchè gli amori di Egeo e della Elvira fossero stati di quelli che
cominciano a graffi e terminano a morsi. Recatosi pertanto a casa
Elvira, gli fu detto ch'ell'era uscita: trovarsi sola in casa la signora
Amina, di salute mal ferma.
— Fa lo stesso, soggiunse Egeo, e se ne andò difilato nella camera di
Amina, la quale rinvenne giacente su di un lettuccio pressochè al buio;
domandatole come si sentisse, rispose: